Proteste in tutta Italia per l’arresto di Nicoletta Dosio. A Roma oggi alle 16:00

Oggi pomeriggio in Piazza Esquilino, Roma si mobilita per la libertà di Nicoletta Dosio.

Nella Capitale su Ponte Annibaldi (Colosseo) già ieri in tarda sera è comparso uno striscione che esprime solidarietà per Nicoletta Dosio e ne chiede a libertà.

Ieri sera a Torino un presidio popolare ha atteso davanti al carcere delle Vallette l’arrivo della macchina dei carabinieri con dentro Nicoletta, macchina che era stata bloccata a lungo a Bussoleno in Val di Susa dagli abitanti che hanno solidarizzato con Nicoletta Dosio.

Oggi sono previste manifestazioni nelle piazze o davanti alle prefetture in molte città.

BRESCIA. Dalle ore 10.00 alle 12.00 davanti alla Prefettura

MILANO.  Ore 12 in Prefettura, via Monforte 31
https://www.facebook.com/events/913388885789963/

BOLOGNA. Ore 14.00 a Piazza di Porta Ravegnana
https://www.facebook.com/events/511414966388847/

FIRENZE.  Presidio in Prefettura (Via Cavour) dalle 15,30 alle 18,30
https://www.facebook.com/events/1004655733268736/

NAPOLI. appuntamento ore 10.30 Metro Toledo (largo Berlinguer)
https://www.facebook.com/events/2567659286696574/

PISA.  ore 12 presidio in Piazza XX settembre
https://www.facebook.com/events/2580260768869277/

MANTOVA. Ore 12:30 sotto alla sede della Gazzetta di Mantova.

FORLI’. Ore 18 Presidio davanti alla Provincia di Forlì, piazza Morgagni
https://www.facebook.com/events/451116328886449/

VIAREGGIO. Dalle ore 15:00 alle ore 17.00 presidio alla Stazione di Viareggio
https://www.facebook.com/events/552777505277919/

ROMA. Presidio ore 16. Piazza Esquilino
https://www.facebook.com/events/440502066858772/

GENOVA: Dalle ore 17:30 alle 19:00, Piazza San Lorenzo

GROSSETO: Dalle 11.30 alle 13.30 sotto la prefettura, piazza Fratelli Rosselli
https://facebook.com/events/524180078190892/

TARANTO: Dalle 11.45 alle 13.45, Tribunale di Taranto, via Marche 66
https://www.facebook.com/events/2487334664726419

POTENZA: Dalle ore 16.00 alle ore 19, piazza Matteotti (piazza Sedile)
https://facebook.com/events/1056350184706079

BERGAMO: Dalle 11.00 alle 13.00, Prefettura di Bergamo, via Zelasco
https://facebook.com/events/2496804483896018

SIENA: Dalle ore 12.30 presidio a Piazza del Duomo
https://www.facebook.com/events/1066712313672544/

CAGLIARI. Presidio dalle 15 alle 17. Prefettura di Cagliari, piazza Palazzo 2
www.facebook.com/events/560048188183423

REGGIO CALABRIA. Ore 17,00
https://www.facebook.com/events/603626893801926/

VENEZIA. Presidio ore 15 presso la Stazione di Santa Lucia, Venezia

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La manifestazione di questa mattina a Napoli

 

Il video del Sit in davanti alla Prefettura a Milano

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/12/31/proteste-in-tutta-italia-per-larresto-di-nicoletta-dosio-0122465

 

“Un mondo a colori”, articolo di Nicoletta Dosio

Gente bizzarra quella della Val Susa: amano camminare, fare musica e i colori della libertà. Per questo trovano il tempo e il modo per scendere in città, al carcere delle Vallette, perfino nei giorni di Natale. C’è da salutare le vittime della repressione contro la lotta No Tav e la sofferente umanità che quel non-luogo rinchiude, a cominciare dai bambini figli delle detenute. Poi, lunedì 30 dicembre, il colpo di coda avvelenato di fine 2019: Nicoletta Dosio, che firma questo articolo, viene portata in carcere dopo che poche ore prima si era voluta revocare la sospensione dell’ordine di carcerazione. Nicoletta, condannata con altri 11 attivisti per una mobilitazione in Valsusa del 2011, si era rifiutata di richiedere misure alternative alla carcerazione, preferendo il carcere all’accettazione di una misura ingiusta quanto assurda. L’ordine era stato inizialmente sospeso, nell’evidente imbarazzo di portare in carcere una donna di 73 anni colpevole di voler difendere la sua valle. Vergogna.

Un altro Natale se n’è andato. Giornata di vento, con raffiche di caldo fohn che combattono contro il gelo della tramontana. Nell’aria un’improbabile primavera, fatta di erba novella spuntata fuori stagione e di montagne candide di neve. Siamo scesi in città, al carcere delle Vallette, per dare un saluto, almeno da lontano, a Giorgio, Mattia, Luca e, con loro alla sofferente umanità che quel non-luogo rinchiude.

Intorno si allarga una sera gelida, grondante di umidità, squarciata dai riflettori del carcere: muri e cancelli, le sagome degli edifici di reclusione, l’angoscia di un non-quartiere delimitato dalla mole della centrale Iren lampeggiante di luci psichedeliche e dalle colline artificiali della discarica Barricalla. Poco lontano, mascherato dalla notte, il mattatoio, silenzioso dopo la mattanza prenatalizia.

A questo paesaggio fa da sfondo la periferia operaia, i grandi falansteri degli anni Sessanta, popolati dagli immigrati del sud depresso, manovalanza della Fiat e del boom industriale di un nord ricco e arrogante. Le luci natalizie che trapelano dalle finestre, gli stenti alberelli addobbati che popolano i giardini condominiali sono un’anomalia che moltiplica l’insensatezza di quell’altro mondo di sbarre e dolore, fatto anch’esso di uomini, donne e bambini, sì i piccoli figli delle detenute, nati in carcere, che condividono con le madri la vita buia, le inferriate alle finestre. E i malati, per i quali neanche l’incapacità fisica o la prospettiva della morte diventa motivo di clemenza.

Mi chiedo come tutto questo possa giovare alla giustizia sociale, alla costruzione di un mondo migliore….

Quando ha inizio la nostra “camminata musicale” intorno alle mura del carcere, si avvicinano i lampeggianti blu dei blindati, si materializzano gli armati in assetto antisommossa a farci da scorta minacciosa. Dal furgone che apre la piccola folla di resistenti si alternano musica e parole, saluti ai nostri compagni e a tutti i detenuti insieme agli slogan liberatori della lotta NO TAV. I pochi passanti guardano incuriositi quell’insolito corteo, lo sventolio di bandiere. Giungiamo nella zona retrostante il carcere, il luogo più vicino ai blocchi di detenzione, mascherati dalle alte mura, ma non abbastanza perché non se ne scorgano le finestrelle degli ultimi piani. Qui finisce la città e iniziano i campi seminati a frumento, le macchie di robinia che nascondono i ruderi delle vecchie cascine, la terra smangiata dall’asfalto e minacciata dai centri commerciali.

Ed è proprio ai margini di un campo di grano, di cui si intravede il verde spuntato anzitempo per la confusione delle stagioni, che si dispiega il momento più liberatorio del nostro lento andare solidale. Improvvisamente in cielo fiorisce una fantasmagoria di girandole e stelle: cascate di luce che ricadono tutt’intorno, a illuminare la notte, rompendo il silenzio murato dei giorni che non passano mai.

Penso ai bambini e alla loro meraviglia: forse questa notte sogneranno un mondo a colori.

di Nicoletta Dosio

28 Dicembre 2019

Un mondo a colori

foto in evidenza tratta da pixabay.com

Arrestata Nicoletta Dosio, professoressa coraggiosa che si era opposta ai lavori della TAV

Revoca delle misure alternative al carcere per Nicoletta Dosio, a cui oggi è seguito l’arresto. Tentativo dei cittadini di Bussoleno di bloccare la macchina dei carabinieri con Nicoletta a bordo Read More “Arrestata Nicoletta Dosio, professoressa coraggiosa che si era opposta ai lavori della TAV”

Stanno portando in carcere Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav

I carabinieri si sono recati pochi minuti fa a casa di Nicoletta Dosio a Bussoleno e stanno eseguendo le pratiche per la sua immediata traduzione alle Vallette: un provvedimento nell’aria, dopo che questa mattina è stata resa nota la revoca della sospensione dell’ordine di carcerazione.

Nicoletta, condannata in via definitiva insieme ad altri 11 attivisti No Tav per una mobilitazione in Valsusa del 2011, si era rifiutata nei mesi scorsi di richiedere misure alternative alla carcerazione, preferendo il carcere all’accettazione di una misura palesemente ingiusta e spropositata.

L’ordine era stato inizialmente sospeso, nell’evidente imbarazzo di tradurre effettivamente in carcere una donna di oltre 70 anni e dopo alcune riuscite iniziative di solidarietà, come la partecipata assemblea organizzata da Potere al Popolo Torino il 7 novembre.

A breve aggiorneremo sulle iniziative di mobilitazione in solidarietà di Nicoletta e della lotta No Tav, ancora una volta oggetto di pesantissime operazioni repressive. Nel frattempo non possiamo che ribadire nuovamente la nostra incondizionata solidarietà a lei e a tutte le attiviste e gli attivisti colpiti da questi provvedimenti.

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La solidarietà dell’Unione Sindacale di Base

Giù le mani da Nicoletta Dosio! In queste ore i Carabinieri stanno arrestando e traducendo in carcere la storica leader del movimento NO TAV Nicoletta Dosio per scontare la condanna che gli era stata definitivamente inflitta alcuni mesi fa assieme ad altri compagni attivi nella difesa della valle. Nicoletta aveva rifiutato gli arresti domiciliari e per un breve periodo la pena gli era stata sospesa. Oggi, approfittando delle festività di fine anno, la sospensione è stata revocata e la pena divenuta esecutiva. Nicoletta e tutti i compagni/e No Tav devono essere liberati subito, la lotta non si arresta! USB esprime piena solidarietà a Nicoletta e al movimento No Tav e invita tutte le proprie strutture a mobilitarsi per la sua liberazione partecipando alle iniziative delle prossime ore.

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Un messaggio di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)

La Telefonata che non avrei voluto ricevere. I carabinieri sono appena giunti a casa di Nicoletta Dosio per arrestarla e tradurla nel CARCERE de Le Vallette a Torino. Dove già sono reclusi altri militanti NOTAV.
VERGOGNA per un paese dove una professoressa di 74 anni pacifista e ambientalista da sempre nel movimento NOTAV e rappresentante di un partito di opposizione finisce in galera per 30 minuti di presidio ai caselli dell’autostrada.
Se una cosa simile succedesse in Russia o ad Hong Kong avrebbe i titoli di testa di TV e giornali.
Facciamo sentire il nostro sdegno e la nostra rabbia contro il potere degli affari e delle Grandi Opere devastanti, che colpisce chi lotta per i diritti delle persone e per la natura.
MANIFESTIAMO SOLIDALI E COMPLICI CON NICOLETTA E CON TUTTE E TUTTI I NOTAV

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Un primo messaggio di Potere al Popolo

HANNO ARRESTATO NICOLETTA: LA PORTANO IN CARCERE!

Stamattina le avevano notificato la sospensione delle misure alternative.
Nessuna sbarra potrà fermare chi combatte per la libertà.
A Nicoletta arriverà tutto il nostro calore e il nostro abbraccio.
Chiediamo la liberazione immediata di tutte e tutti i notav detenuti per le loro mobilitazioni.

Diffondiamo la notizia, restiamo aggiornati per i prossimi momenti di solidarietà. Non resteremo in silenzio!

Nicoletta libera, notav liberi!

 

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/12/30/stanno-portando-in-carcere-nicoletta-dosio-storica-attivista-no-tav-0122445

 

Il ‘miracolo cinese’ contribuisce alla riduzione della povertà mondiale

Nel 2019, la Cina ha ancora una volta completato il compito di emancipare oltre 10 milioni di persone dallo stato di povertà, con la previsione dell’emancipazione del 95% dei poveri e del recupero delle condizioni di oltre il 90% delle distretti poveri. La Cina sta facendo l’ultimo sprint verso l’obiettivo di eliminazione della povertà assoluta ed edificazione di una società moderatamente prospera.

Risultati così evidenti non sono stati di facile conseguimento per la Cina. Questi risultati sono dovuti al fatto che il Partito comunista cinese e il governo cinese hanno sempre sostenuto il concetto di sviluppo incentrato sul popolo, considerato l’alleviamento della povertà come obiettivo principale dello sviluppo economico e sociale ed esplorato e innovato costantemente metodi di riduzione della povertà; sono dovuti alle enormi basi economiche poste nei 40 anni sin dalla riforma e apertura, e al vantaggio istituzionale di concentrare le risorse per completare i lavori più importanti. A questo proposito, Jorge Chediek, Direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la cooperazione sud-sud, ha affermato che l’emancipazione dalla povertà di centinaia di milioni di cinesi costituisce un’impresa eroica nella storia dello sviluppo dell’umanità ed ha fornito un modello di riferimento per lo sviluppo mondiale.

Al momento, a causa di vari fattori come l’anti-globalizzazione, lo sviluppo squilibrato e il crescente terrorismo, al mondo ci sono ancora oltre 700 milioni di persone che stanno lottando sulla soglia della povertà, e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile ha determinato l’eliminazione della povertà assoluta come una priorità. In quanto paese con il maggior numero di persone emancipatesi dalla povertà al mondo e primo paese ad aver completato gli Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite, le idee e le pratiche cinesi sostenute dalla Cina come la riduzione della povertà tramite l’industria e la riduzione mirata della povertà forniscono un riferimento per i paesi in via di sviluppo e sono state ampiamente riconosciute dalla comunità internazionale.

Oltre a fornire esperienza e idee, la Cina ha anche fatto del suo meglio per fornire assistenza ad altri paesi in via di sviluppo senza condizioni politiche. In base a quanto stabilito, la Cina costruirà in modo completo una società moderatamente prospera entro il 2020. Il problema della povertà assoluta che ha afflitto la nazione cinese per migliaia di anni sta per giungere al suo termine storico. Ciò non solo creerà un “miracolo cinese” nella storia della riduzione della povertà, ma ispirerà anche la fiducia della comunità internazionale per il superamento della povertà, aiuterà a migliorare il lavoro di riduzione della povertà di tutto il mondo e contribuirà con una “chiave d’oro” a promuovere lo sviluppo globale sostenibile.

di Radio Cina Internazionale

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_miracolo_cinese_contribuisce_alla_riduzione_della_povert_mondiale/82_32356/

 

In Italia arrivano altre 50 bombe atomiche Usa provenienti dalla base di Incirlik in Turchia

Gli Stati Uniti potrebbero trasferire le 50 bombe atomiche dalla base di Incirlik in Turchia alla base militare di Aviano in Friuli. A rivelarlo è il Gazzettino in un lungo articolo nel quale segnala che  il sito prescelto per lo spostamento dell’arsenale nucleare sarebbe l’aeroporto pordenonese Pagliano e Gori, sede di uno Stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. Lapidaria la considerazione sul perché di questa destinazione: “Tale eventuale decisione sarebbe presa specie in considerazione della comprovata fedeltà dell’Italia, che sul tema atomiche non batte ciglio, qualunque sia il colore del governo nazionale”.

L’ipotesi del trasferimento delle bombe nucleari da Incirlik ad Aviano era stata ventilata già nel 2016 quando Erdogan, aveva sventato un golpe militare contro di lui ed aveva additato gli Usa tra i possibili fiancheggiatori del colpo di stato. Erdogan aveva addirittura fatto staccare l’energia elettrica alla base militare Usa, interrompendo l’attività operativa del locale contingente americano. La tensione venne risolta ma negli ultimi tempi le relazioni tra l’ex alleato Nato e Washington è schizzata di nuovo verso l’alto soprattutto con la decisione turca di acquisire aerei e contraerea dalla Russia.

La notizia del trasferimento delle bombe atomiche da Incirlik ad Aviano è stata resa nota dall’agenzia Bloomberg che ha intervistato il generale in pensione Charles Chuck Wald ex comandante proprio del 31esimo Fighter Wing di Aviano dal 1995 al 1997. “Molti ricordano la sua presenza in Pedemontana come a dir poco ingombrante, specie quando lasciò metaforicamente il segno sui tavoli degli amministratori locali, onde far capire che il Progetto Aviano 2000 (mega opera infrastrutturale destinata ad allocare stormo e famiglie al seguito) non doveva trovare ostacoli di sorta. Come in effetti è stato, ciclopica burocrazia italica a parte” ricorda il Gazzettino.

Da Incirlik potrebbero quindi sbarcare ad Aviano una cinquantina di bombe nucleari, che si aggiungerebbero alle circa 30 già qui immagazzinate, altre cinquanta bombe atomiche sono invece stoccate nellebase militare di Ghedi a Brescia. E a questo punto la base militare di Aviano diventerebbe il maggior deposito atomico presente in Europa Occidentale.

E’ evidente che questa minaccia e questa ulterioriore militarizzazione nucleare del nostro paese da parte degli Stati Uniti dovrebbe far scattare le dovute contromisure da parte delle coscienze e delle forze antimilitarista (se ne rimangono ancora). Battiamo un colpo?

di Sergio Cararo – Contropiano

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/12/29/in-italia-arrivano-altre-50-bombe-atomiche-statunitensi-ad-aviano-0122382

 

Foibe: lettera dell’ex senatore Stojan Spetic al Presidente della Repubblica Mattarella

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione. Read More “Foibe: lettera dell’ex senatore Stojan Spetic al Presidente della Repubblica Mattarella”

Fincantieri costruirà 4 navi da guerra per l’Arabia Saudita… negli Stati Uniti!

Una società italiana di costruzioni navali costruirà quattro nuove navi da guerra per l’Arabia Saudita all’interno di un consorzio guidato da Lockheed Martin in un cantiere navale nel Midwest degli Stati Uniti, ha reso noto Fincantieri Marinette Marine (FNN) attarverso un comunicato stampa.

“La Marina degli Stati Uniti ha assegnato a un team guidato da Lockheed Martin, che include Fincantieri Marinette Marine, un ordine multimiliardario per la costruzione di quattro navi da combattimento multi-missione di superficie”, recita il comunicato.

“Queste navi saranno destinate al Regno dell’Arabia Saudita”.

Fincantieri costruirà le navi nel cantiere Marinette nello stato nordamericano del Wisconsin nell’ambito del programma di vendite militari straniere, viene specificato nel comunicato.

“Il contratto ora concluso ha un valore complessivo di circa 1,3 miliardi di dollari per Fincantieri Marinette Marine”.

La Multi-Mission Surface Combatant è una nave da guerra di superficie manovrabile progettata con un monoscafo e una gamma di 5.000 miglia nautiche e velocità superiori a 30 nodi, ha aggiunto il rilascio.

Fonte: Sputnik

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fincantieri_ottiene_contratto_da_13_miliardi_di_dollari_per_costruire_4_navi_da_guerra_per_larabia_saudita_negli_stati_uniti/82_32360/

 

Tutt’altro che sicuri per il traffico aereo i nuovi droni AGS NATO di Sigonella

I primi due droni RQ-4D “Phoenix” del nuovo sistema d’intelligence e conduzione delle future guerre globali AGS NATO, prodotti dalla Northrop Grumman, sono atterrati nelle settimane scorse nella Main Operating Base di Sigonella. Read More “Tutt’altro che sicuri per il traffico aereo i nuovi droni AGS NATO di Sigonella”

Federal Reserve: I dazi di Trump hanno causato aumento dei prezzi e perdita dei posti di lavoro

Le tariffe statunitensi intese a rilanciare l’economia degli Stati Uniti eliminando pratiche commerciali “sleali”, principalmente da parte della Cina, hanno di fatto pesato sui posti di lavoro nel settore manifatturiero e hanno aumentato i prezzi, ha concluso uno studio del Federal Reserve Board degli Stati Uniti

La Fed è diventata l’ultimo organo a sottolineare le conseguenze dannose dei dazi punitivi “senza precedenti” scatenate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla Cina e altri partner commerciali – tra cui Canada, Messico e UE – all’inizio del 2018. In uno studio recentemente pubblicato, gli economisti della Fed Aaron Flaaen e Justin Pierce hanno affermato che gli effetti negativi della misura hanno superato i benefici, almeno a breve termine.

“Scopriamo che gli aumenti tariffari attuati nel 2018 sono associati a riduzioni relative dell’occupazione manifatturiera e aumenti relativi dei prezzi alla produzione”, si legge nel documento.

Secondo il rapporto della Fed, le industrie statunitensi che lavorano con alluminio e acciaio hanno dovuto affrontare il più grande aumento dei prezzi, poiché i nuovi prelievi all’importazione rappresentavano il 17,6 percento dei costi per i produttori di fogli di alluminio e l’8,4 percento dei costi per i prodotti siderurgici fabbricati con acciaio acquistato.

Alcuni produttori americani avrebbero potuto beneficiare della ridotta concorrenza nel mercato interno, ma le tariffe tit-to-tat hanno abbassato la loro competitività all’estero.

Ciò ha interessato una vasta gamma di settori, secondo lo studio, tra cui supporti magnetici e ottici, articoli in pelle, fogli di alluminio, ferro e acciaio, veicoli a motore, elettrodomestici, apparecchiature audio, video e computer.

Mentre alcune industrie sono riuscite a godere di un certo grado di protezione delle importazioni grazie ai dazi, questo è stato compensato da “maggiori trascinamenti” dall’aumento dei costi di input e delle misure di ritorsione, secondo il documento.

Gli economisti affermano che gli effetti a lungo termine possono essere diversi, in quanto le società statunitensi possono adattare le loro catene di approvvigionamento per evitare prelievi all’importazione statunitensi, ma potrebbero anche scegliere di trasferirsi al di fuori degli Stati Uniti, come affermato da alcuni studi precedenti.

“I nostri risultati suggeriscono che l’uso tradizionale della politica commerciale come strumento per la protezione e la promozione della produzione interna è complicato dalla presenza di catene di approvvigionamento globalmente interconnesse”, conclude il rapporto.

Washington e Pechino stanno attualmente cercando di finalizzare la prima fase del loro accordo commerciale, con entrambe le parti che stanno attualmente lavorando al testo e alle altre procedure necessarie per apporre l’accordo. Le due maggiori economie del mondo hanno imposto dazi sui beni di miliardi di dollari l’una dell’altra, con un nuovo round di tariffe evitato dalla recente svolta.

Nel frattempo, un’altra guerra commerciale degli Stati Uniti con l’Unione Europea sta ancora imperversando. Dopo che l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) ha stabilito che l’UE ha pagato sussidi finanziari impropri al produttore di aeroplani Airbus, ostacolando così le vendite del rivale statunitense Boeing, l’amministrazione Trump ha imposto tariffe punitive sulle merci dell’UE. Gli Stati Uniti hanno imposto dazi record su aerei Airbus e prodotti agricoli come vino francese, formaggio italiano e whisky scozzese e hanno recentemente minacciato l’UE con nuovi aumenti.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-federal_reserve_i_dazi_di_trump_hanno_causato_aumento_dei_prezzi_e_perdita_dei_posti_di_lavoro/82_32349/

 

Pagati 2000 dollari al mese, “ribelli” siriani appoggiati dalla Turchia saranno schierati in Libia

I miliziani siriani sostenuti dalla Turchia verranno riassegnati in Libia per assistere il governo di accordo nazionale (GNA) riconosciuto dalle Nazioni Unite, secondo quanto riferito da Bloomberg oggi.

BREAKING — Turkish-backed Syrian rebels will be deployed to Libya, according to a senior official from UN-backed Libyan govt – Bloomberg

— Rag?p Soylu (@ragipsoylu) December 27, 2019

Prima di questo rapporto, la giornalista investigativa Lindsey Snell ha scritto sil suo profilo Twitter che la Turchia offre ai combattenti dell’Esercito siriano libero (FSA) uno stipendio di $ 2.000 al mese per questi miliziani da schierare in Libia.

TFSA source told me Turkey will be offering fighters from all TFSA factions $2,000/month to go to Libya.

— Lindsey Snell (@LindseySnell) December 24, 2019

Mentre le autorità turche non hanno commentato queste affermazioni, ci sono state voci per anni su gruppi come ISIS e altre fazioni di jihadisti che viaggiano dalla Siria, attraverso la Turchia, la Libia o viceversa.

La Turchia è riuscita a garantire il proprio posto in Siria costruendo posti di osservazione in tutta la regione settentrionale del paese; tuttavia, i suoi miliziani alleati non sono stati in grado di ottenere alcun vero successo sul campo, al di fuori della loro breve Operazione Peace Spring.

L’esercito nazionale siriano (SNA), che comprende l’esercito siriano libero e altre fazioni ribelli, ha subito un addestramento rigoroso, motivo per cui la Turchia potrebbe usare le proprie forze in Libia.

Inoltre, le fazioni più potenti nel nord della Siria sono probabilmente Hay’at Tahrir Al-Sham (HTS) e il Partito islamico del Turkestan (TIP).

Questi jihadisti sono i principali gruppi che combattono l’Esercito arabo siriano nel Governatorato di Idlib.

Fonte: Foto AFP repertorio

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-pagati_2000_dollari_al_mese_ribelli_siriani_appoggiati_dalla_turchia_saranno_schierati_in_libia/82_32326/

 

Cagliari, 52a marcia per la Pace a pochi chilometri dalla fabbrica di bombe per la guerra in Yemen

Si svolgerà a Cagliari, a pochi chilometri dalla fabbrica Rwm di Domusnovas dove si producono le bombe vendute all’Arabia saudita per la guerra in Yemen, la 52esima Marcia della pace della notte del 31 dicembre, promossa da Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei, Azione cattolica italiana, Caritas italiana e Pax Christi.

La partenza è prevista alle ore 17 da piazza San Michele. Lungo il cammino interventi e testimonianze, fino alla Basilica di Nostra Signora di Bonaria, dove alle 22 verrà celebrata la messa.

La Marcia sarà preceduta da un convegno sul disarmo («Bella Italia, armate sponde») promosso da Pax Christi nei giorni 30 e 31 dicembre, presso il teatro della Parrocchia Sant’Eulalia (vicolo del Collegio, 2).

Il convegno verrà aperto il 30 da mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi e vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti. Alle 10, tavola rotonda sulla militarizzazione del territorio della Sardegna con Mariella Cao (Gettiamo le Basi), Carlo Bellisai (Movimento nonviolento) e Aide Esu (A Foras). Nel pomeriggio, dibattito sulla riconversione alle produzioni di pace del Sulcis iglesiente, con particolare attenzione alla situazione Rwm di Domusnovas, con Raffaele Callia (direttore Caritas Iglesias), Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita (portavoce del Comitato riconversione Rwm) e Giampiero Pinna (Cammino minerario di Santa Barbara). Alle 19, messa presieduta da mons. Luigi Bettazzi, storico presidente di Pax Christi.

Il giorno successivo, dopo la preghiera mattutina guidata da Elizabeth Green (pastora della chiesa Battista di Cagliari, Carbonia e Sulcis Iglesiente), alle 9.30 incontro-dibattito sulle prospettive di impegno, alla luce del messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della pace, con la partecipazione di mons. Ricchiuti, don Luigi Ciotti, Roberto Sedda (coordinatore soci Banca Etica, Cagliari) e don Angelo Pittau (promotore marcia della pace Ales-Terralba).

di Luca Kocci

27/12/2019

https://www.adista.it/articolo/62618

 

Parco Bassini, lettera aperta alle istituzioni dell’Intesa Stato Regione

Molte cose sono successe sul fronte delle iniziative per salvaguardare lo spazio del Parco del Campus Bassini, anche se purtroppo non siamo ancora riusciti a convincere le istituzioni che sia necessario salvare quest’area. Read More “Parco Bassini, lettera aperta alle istituzioni dell’Intesa Stato Regione”

Di fronte al fallimento della COP25 il Tribunale Int. degli Sfratti rilancia l’iniziativa per il 2020

Il Tribunale Internazionale degli Sfratti denuncia le violazioni del diritto alla casa e alla terra e chiede politiche climatiche basate sui diritti umani a partire dalla moratoria degli sfratti Read More “Di fronte al fallimento della COP25 il Tribunale Int. degli Sfratti rilancia l’iniziativa per il 2020”

Cina: il caso delle cartoline su cui l’Occidente sta speculando è una farsa

Alla vigilia di Natale, in un sobborgo di Londra, una bambina ha comprato una cartolina da Tesco e quando l’ha aperta, ha improvvisamente notato che al suo interno c’era scritta una richiesta d’aiuto:

“Siamo prigionieri stranieri del carcere di Qingpu a Shanghai. Siamo costretti a lavorare contro la nostra volontà, per favore aiutateci a contattare una persona di nome Peter Humphrey”.

“Casualmente”, il padre della bambina è riuscito a contattare online il cittadino britannico di nome Peter Humphrey, che in passato era stato incarcerato dal governo cinese nella stessa prigione. Peter Humphrey ha scritto immediatamente un lungo articolo che ha poi pubblicato sul The Sunday Times.

Diamo un’occhiata alle cosiddette “verità” raccontate da questo Peter Humphrey. Nel suo lungo articolo, ha usato un gran numero di espressioni come“I consider” (io credo), “I know” (Io so)e altre simili che esprimono posizioni e ipotesi soggettive. Però non ha mai esplicitamente detto come stanno le cose in realtà, né ha mai fatto riferimento all’esistenza di prove per supportare le sue affermazioni.

“Non conosco l’identità o la nazionalità dei prigionieri che hanno inviato questa richiesta d’aiuto nel biglietto di auguri di Tesco, ma sono sicuro che sono prigionieri detenuti nella prigione di Qingpu che mi hanno conosciuto prima che io fossi stato rilasciato.”

Sul The Sunday Times ha così spiegato da cosa ha dedotto che la cartolina provenga dalla Cina, affermando però di non conoscere l’identità dei prigionieri. Nel corso di un’intervista concessa in seguito alla BBC, Peter Humphrey ha invece cambiato versione:

“Penso di sapere chi sia”.

Viste le sue dichiarazioni incoerenti e contraddittorie, è difficile dire se Peter Humphrey abbia raccontato la verità dei fatti o solo “fatti immaginari”. Viene quindi da chiedersi quanto i media occidentali, che hanno riportato queste informazioni soggettive non verificate, si sentano responsabili dell’autenticità delle loro notizie?I corrispondenti della CCTV nel Regno Unito hanno controllato i servizi realizzati lo stesso giorno dai media occidentali e hanno scoperto l’esistenza di un grande problema di equilibrio nei loro reportage sulla vicenda:

“Il problema più grande in questi servizi è che hanno ascoltato solo una campana, praticamente tutte le persone intervistate sono voci contrarie alla Cina”.

In tutti i reportage, nessuna istituzione o persona interessata cinese è stata intervistata.

Per questo motivo, abbiamo intervistato Li Qiang, il direttore del carcere di Qingpu a Shanghai:

“Hanno una grande immaginazione, è assolutamente all’opposto della reale situazione di recupero all’interno della nostra prigione. Il recupero mira ad aiutare i prigionieri ad acquisire competenze tecniche. Innanzitutto, va detto che sono volontari. In secondo luogo, sulla base delle loro caratteristiche, i prigionieri fanno domanda per partecipare al lavoro e noi glielo permettiamo. In terzo luogo, valutiamo il lavoro da loro svolto e li paghiamo proporzionalmente. Il lavoro nella prigione mira ad aiutarli a trovare un’occupazione in futuro affinché non commettano nuovamente reati. I prigionieri partecipano di solito a lavori come la realizzazione di sculture in giada, il ricamo o la fabbricazione di modelli in carta. Queste attività forniscono ai detenuti una competenza in materia”, ha dichiarato Li Qiang.

Il corrispondente della CCTV nel Regno Unito ha poi contattato immediatamente l’altra parte coinvolta in questo affare, Tesco, che vende biglietti di auguri. Tesco ha discusso con la fabbrica cinese che produce biglietti di auguri e ha avviato un’indagine. In questa fase la collaborazione con la fabbrica cinese è stata sospesa. La sua dichiarazione scritta fornisce informazioni molto importanti:

“Abbiamo un sistema di verifica completo. Proprio il mese scorso, questo fornitore è stato sottoposto a una verifica indipendente e non ci sono prove riguardo a una violazione dei regolamenti sull’impiego di lavoratori in prigione”.

I media occidentali, che hanno sempre ostentato un atteggiamento giornalistico di ricerca della verità, dell’obiettività e dell’imparzialità, questa volta sembrano aver sofferto collettivamente di “amnesia”. Non c’è tempo per accertare la verità, nessuno va a fare indagini e frettolosamente viene lanciata un’”offensiva mediatica”.

Il report esclusivo sui “biglietti d’auguri” pubblicato da “ The Sunday Times è stato scritto da Peter Hamphrey. Sono stati pubblicati anche un altro articolo dello stesso Hamphrey nel quale l’autore descrive come ha trascorso un altro Natale in una prigione cinese e un commento di un “esperto”.

Nell’articolo Hamphrey menziona ripetutamente la sua l’identità di giornalista, affermando di essere stato messo in prigione per aver “irritato il governo cinese”.

Sì, lavorava davvero come reporter della Reuters. Ma non quando è stato arrestato in Cina.

Nel 2013, Hamphrey è stato incarcerato in Cina per il seguente reato: aver ottenuto illegalmente informazioni personali sui cittadini. In apparenza lavorava per una società di consulenza, ma in sostanza era un agente investigativo privato. L’identità di giornalista non ha nulla a che fare con il suo arresto.

Nel luglio 2013, l’ex datore di lavoro di Hamphrey, il gigante farmaceutico Glaxo Smith Kline, è stato sanzionato dal governo cinese per corruzione con una multa di 3 miliardi di RMB. Dopo questo episodio, la compagnia “ha assunto” Hamphrey per indagare su un dipendente cinese che aveva denunciato il fenomeno di corruzione.

Hamphrey ha fatto ricorso ad alcuni metodi illegali per ottenere informazioni personali su questo dipendente; tuttavia, subito dopo è stato scoperto ed è stato così condannato a due anni di prigione per aver ottenuto illegalmente informazioni su cittadini cinesi. Era stato incarcerato nella prigione di Qingpu, a Shanghai.

Due anni dopo, Hamphrey è tornato nel Regno Unito e ha strombazzato il suo scontento per il processo giudiziario cinese. Tuttavia, la sua esperienza di criminale e detenuto in Cina non è stata considerata una macchia nella sua vita, ma, al contrario, è diventata un “patrimonio prezioso”.

Negli anni successivi, Hamphrey ha pubblicato per lungo tempo articoli sui media occidentali, smerciando la sua vita nelle carceri cinesi, attaccando la Cina su vari argomenti e ottenendo laute retribuzioni per diritti d’autore e pubblicazioni.

Ma sono tanti i dubbi che emergono: come mai sul piccolo foglio di carta viene nominato direttamente Hamphrey?! Come mai la cartolina di Natale è stata fabbricata proprio nella prigione di Qingpu di Shanghai?! E come mai la risposta di Hamphrey è così vaga?!

La concomitanza di tutte queste coincidenze è assai improbabile, a meno che qualcuno non le fabbrichi o le orchestri meticolosamente.

Lo slogan “Anti-Cina” è diventato uno strumento importante per alcune persone in Occidente che cercano di ottenere denaro o benefici politici.

di Radio Cina Internazionale

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-cina_il_caso_delle_cartoline_su_cui_loccidente_sta_speculando__una_farsa/82_32321/

 

Sorvegliare per redimere. Il panottico bolivariano. Reportage dalle carceri venezuelane

Davanti a uno schermo gigante, la ministra delle politiche penitenziarie, Iris Varela, mostra il sistema di controllo, altamente automatizzato, che consente il monitoraggio in tempo reale delle carceri venezuelane, dove chi vi alberga non viene chiamato detenuto, ma “privata e privato di libertà”.

Spiega Varela: “Ho disegnato io lo schema, che ho poi sottoposto a un ingegnere venezuelano. Il software è cinese, ma l’hardware è nostro. Hai presente il concetto di panottico espresso da Foucault in Sorvegliare e punire? L’idea di fondo è quella. Se il privato di libertà si sente sorvegliato, limiterà le azioni violente”.

Le telecamere funzionano anche nelle celle? “No, certo che no – risponde Varela – rispettiamo la privacy, i diritti umani e l’integrità della persona. Si tratta di sorvegliare per prevenire e reinserire”. E sorride, scuotendo la cascata di riccioli scuri, mentre impartisce disposizioni, efficace e diretta. Una grande organizzatrice, Iris Varela, capace di agire alla velocità della luce per realizzare un’idea, aggirando lentezze e burocrazie. In questi anni ha rivoluzionato il sistema penitenziario, mettendo in riga sia gli incerti che i detrattori.

All’opposizione che le rimproverava di “indottrinare” i detenuti, ha risposto: “Certo, gli sto dando gli strumenti per combattervi, schivando le vostre trappole”. Di trappole, Varela, ha dovuto evitarne parecchie. Durante le violenze dell’estrema destra, il ministero è stato attaccato più volte. “Però con questo sistema – dice – se anche si verificasse un sabotaggio all’edificio, in poco tempo la sala operativa potrebbe essere ripristinata altrove. I dati vengono conservati per cinque anni e consentono di avere una retrospettiva. Attualmente vi sono quattro centri regionali attivi, a Caracas, nel Lara, nel Merida, nel Tachira, altri tre sono in costruzione”.
Ci colleghiamo con alcune delle sale operative regionali. Tutto pulito, calmo, funzionante, distante anni luce dalle bolge di violenza che avevamo visitato fino a qualche anno fa, e dagli allarmi che sistematicamente rimbalzano sui media occidentali. Gran parte delle immagini che servono a suffragare quegli allarmi corrispondono a penitenziari che sono già stati chiusi, demoliti o trasformati in luoghi di cultura.
“Oggi – afferma Varela – possiamo dire che il 100% dei centri di reclusione è sotto il controllo dello Stato. Oltre il 98% degli stabilimenti è retto dal nuovo regime penitenziario, un progetto di attenzione integrale nel quale ogni privato di libertà deve osservare la disciplina, acquisire valori e dedicarsi allo studio e al lavoro”.

Le cifre ufficiali del ministero dicono che in Venezuela vi sono 108 centri detti di formazione più che di detenzione. Lì “vivono persone che hanno problemi e conflitti con la legge; 76 di questi funzionano come penitenziari per i privati di libertà che stanno scontando una pena definitiva, 59 sono per uomini e 17 per donne, e 32 dedicati alla custodia degli adolescenti”. Attualmente, la popolazione detenuta oscilla tra 48.000 e 53.000 persone, ma la capienza complessiva degli stabilimenti è di oltre 80.000 persone.

Direttori e direttore salutano con un “Chavez vive, la patria sigue”. Mostrano le diverse attività svolte con l’impegno degli agenti per costruire un regime penitenziario “umanista, che metta al primo posto il recupero dei privati di libertà attraverso lo studio e il lavoro”. Un gran progresso, che abbiamo potuto constatare recandoci diverse volte nelle carceri nel corso degli anni.
Un cambiamento che avanza al ritmo della rivoluzione bolivariana e che, oltre la cortina di fumo di chi si limita a trascrivere i dati delle Ong di opposizione, viene riconosciuto dagli organismi internazionali preposti, i cui rappresentanti visitano periodicamente il circuito penitenziario. Abbiamo constatato la loro presenza anche in questa occasione.

Varela ci mette a disposizione diversi video, che mostrano il prima e il dopo delle prigioni venezuelane. Il prima era un inferno di violenza e sopraffazione, nell’assenza totale di uno stato per cui gli ultimi erano solo scarti. “Nel 1994 – racconta – durante il governo di Caldera – nel carcere di Sabaneta si è verificato un incendio di grandi proporzioni, la più grande tragedia carceraria del paese. Morirono ufficialmente 108 persone, ma in realtà si parla di 500”.
Il ’94 fu l’anno in cui, per un’amnistia richiesta a furor di popolo, venne liberato dal carcere l’allora tenente colonnello Hugo Chavez Frias insieme agli ufficiali che avevano organizzato la ribellione civico-militare del ’92. Allora – racconta ancora la ministra – “tutti cospiravamo contro lo Stato borghese. Nel 1989 il popolo si era ribellato contro il pacchetto di misure neoliberiste nella rivolta del Caracazo. Fino al cambio di marcia innescato dalla rivoluzione bolivariana, le carceri erano una vera e propria discarica sociale. Una terra di nessuno che pullulava di armi di grosso calibro, usata dalle bande criminali come retroterra. Si usciva nel fine settimana per compiere delitti e poi si rientrava, avendo un alibi di ferro”.

Tra i video più sconvolgenti, c’è quello girato da un gruppo rap di Portorico, i Catedraticos, contrattato dalle mafie carcerarie per un concerto molto pubblicizzato all’estero, nel quale si fa spettacolo della violenza. Si vedono detenuti obbligati a tagliarsi le dita da soli e altre efferatezze compiute dai “leader negativi” ai danni dei più deboli. Violenze comprovate dalla montagna di cadaveri mutilati rinvenuti ogni volta che, dopo un lungo lavoro, la rivoluzione bolivariana è riuscita a smantellare quel sistema di potere e connivenze.

Ricorda la ministra: “Durante la campagna elettorale, Chavez non fa promesse a vanvera. Si propone il compito di rifondare la repubblica con un processo costituente, che ha effettivamente luogo nel 1999. Io ho avuto l’onore di essere eletta come costituente per il Tachira, mia zona di origine. Tra tutti i mali che la rivoluzione si è apprestata ad affrontare, c’era il sistema penitenziario. Sono avvocata, me ne rendevo conto benissimo. I detenuti ci chiedevano aiuto in ogni modo, cucendosi la bocca o compiendo altri gesti di autolesionismo, solo che quando provavamo a entrare, venivamo accolti dai proiettili di quei leader negativi che l’opposizione aveva cominciato a chiamare “pranes” e che, all’interno, erano in possesso persino di lanciagranate. Ovviamente, questo indicava un sistema di corruttele con cui pure abbiamo dovuto fare i conti. Impossibile fare un lavoro costruttivo in quelle condizioni”. Non molto diversa era la situazione nei minorili o nelle carceri femminili.

“Chavez – dice ancora Iris – ha saputo interpretare l’anima del nostro popolo, occupandosi degli esclusi fin dal primo momento. La nuova carta magna, una delle più garantiste al mondo in tema di diritti umani, definisce le norme per la ridistribuzione del potere economico, politico, sociale. Su questa base, in Venezuela la casa (ne abbiamo già costruite 3 milioni), la salute, l’educazione, non saranno mai ridotte a merce, non verranno mai privatizzate. Anche le norme che riguardano il sistema penitenziario, che ho contribuito a redigere, sono molto avanzate, non fosse che per una piccola insidia nella quale siamo caduti e che poteva creare ambiguità in merito all’istituzione di carceri private, ma che si è appianata in seguito e che si tratterà di risolvere definitivamente nel prossimo testo costituzionale”.

Fino a qualche anno fa, uno dei problemi più drammatici denunciati dai detenuti era quello del ritardo processuale. Com’è la situazione ora? Afferma Varela: “Quando Chavez ha creato il ministero del Potere popolare per gli affari penitenziari, ho messo insieme una squadra scelta tra deputati e personale che lavorava nell’Assemblea nazionale, e ci siamo recati nelle carceri. Abbiamo fatto assemblee con i detenuti e le detenute, raccolto le loro denunce, la prima delle quali era la situazione di abbandono giuridico in cui versavano. Abbiamo creato allora il piano Cayapa giudiziaria con il quale abbiamo portato direttamente in carcere il potere giudiziario, per rivedere tutte le situazioni. Quando c’erano palesi ingiustizie, il ministero si faceva carico di sanarle, assumendo le responsabilità in prima persone. Poi, sono arrivate norme specifiche che hanno istituito il regime alternativo attraverso l’approvazione del Codice organico penitenziario. Intanto, mentre abilitavamo nuovi stabilimenti, chiudevamo quelli vecchi e trasferivamo i detenuti a nuova sede. Il presidente Maduro sta continuando sulla via di Chavez, nelle carceri si costruisce cultura e dignità”.

Scorrono altri video con le testimonianze dei detenuti. La ministra illustra i piani di recupero che li hanno via via coinvolti nelle unità socio-produttive, nella costruzione di case popolari, nell’orchestra sinfonica nazionale. “Spesso – dice – mi porto gruppi di adolescenti al Cuartel de la Montaña, in spiaggia, lavoriamo con le famiglie. Una volta abbiamo visitato la base navale di Puerto Cabello, i ragazzi hanno fatto immersione insieme ai sub della Forza Armata Nazionale Bolivariana e poi tutti volevano diventare militari. Ai giovani bisogna dare opportunità e modelli positivi, soprattutto se provengono da famiglie disfunzionali o da situazioni di degrado dove l’azione politica e sociale dello Stato non è ancora arrivata”.

Varela si commuove raccontando la storia di una sedicenne incontrata in carcere per una vicenda di droga: “Aveva ferite da taglio in diverse parti del corpo – ricorda – viveva per strada con un padre alcolizzato e un uomo che l’obbligava a chiedere l’elemosina per procurarsi la droga, e che se non portava abbastanza soldi, si scatenava su di lei. Aveva già due bambini. Quando era incinta del secondo, era finita all’ospedale in fin di vita, e lì un poliziotto l’aveva violentata. Com’era possibile che una ragazzina avesse già sopportato il peso di così tanta violenza?”

Le parole della ministra e le immagini raccolte nei video ci accompagnano mentre visitiamo l’Istituto nazionale di orientamento femminile (INOF), un penale a regime chiuso che alberga un totale di 629 detenute. Ci accompagna la viceministra Mirelys Contreras. Il tabellone affisso all’entrata elenca in dettaglio nazionalità, situazione giuridica e regime carcerario delle detenute.

In un’ala a parte dell’Istituto, si trovano le madri con bambini. Per legge possono rimanere lì fino a tre anni, “ma nei fatti, quando la situazione lo richiede, li teniamo lì fino ai cinque anni – ci ha detto Varela – e poi ci sono i piani di accompagnamento delle famiglie all’esterno, attraverso il lavoro o lo studio”. La giovane agente all’entrata indica che oggi è giorno di visita.

Nello spiazzo antistante, le detenute chiacchierano con i loro parenti. Una volta al mese, hanno diritto anche a un colloquio intimo. Parliamo con diverse di loro. I reati principali sono quelli del traffico di droga, ma anche sequestro e omicidio. Visitiamo i laboratori in cui si cuce, si tesse, ci si taglia i capelli o si continua a studiare attraverso le varie misiones educative e nell’università aperta. Vi sono 11 laboratori socio-produttivi.
Ogni volta che entriamo, veniamo accolte dal seguente saluto: “Umanizzazione, rispetto, ordine e disciplina. Verso la costruzione della donna e dell’uomo nuovo. Buongiorno autorità”. Chiediamo a Yamileth cosa significhi per lei quel saluto: “All’inizio – dice – non capivo, mi avevano detto che faceva parte delle regole, e lo ripetevo. Poi, imparando il rispetto, imparando a conoscere altre parti di me attraverso il lavoro e lo studio, mi è risultato chiaro”. Yamileth, che sta scontando 15 anni per traffico di droga, è una delle donne che, dopo aver imparato il mestiere, è stata abilitata per diventare insegnante del corso, e dovrà formare altre formatrici.

Veniamo attirate da un irresistibile odore di dolci appena fatti. Entriamo nella panetteria, dove lavorano 20 donne, 10 alla mattina e 10 al pomeriggio. Per Dyana, che sta aspettando di uscire in misura alternativa dopo una condanna per sequestro, il carcere ha significato “sofferenza, ma anche una rinascita”.

Qui ha approfittato degli studi, quando uscirà vuole aprire una panetteria, ma anche continuare a esercitarsi con gli strumenti che ha imparato – clarinetto e contrabbasso – e che ha suonato per anni nell’orchestra sinfonica bolivariana.
Al piano di sopra, ci accoglie Flor Ramirez, professora di musica che anima il primo laboratorio penitenziario di liuteria di tutta l’America Latina. Alle pareti vi sono pezzi di legno pregiato, violini, chitarre e cuatros, e strumenti per costruirli. Una sfida alla guerra economica: “I materiali sono molto costosi – dice la docente – ma ci vengono forniti grazie a un convegno realizzato dal ministero con un’impresa cinese e Fundamusical”. Le detenute staccano alcuni strumenti e ci dedicano un piccolo concerto.

Insieme alla viceministra assistiamo poi a uno spettacolo di danza offerto dalle “private di libertà”. Segue una piccola assemblea durante la quale le donne fanno richieste e proposte. Le difficoltà ci sono. Dato il perdurare della guerra economica, già mantenere questo livello di assistenza è quasi un miracolo. Manca il personale specializzato, medici, psicologi, magistrati, molti se ne sono andati, ma restano i più motivati. Marelys Contrera risponde in modo franco e si vede che per questo le detenute l’apprezzano.

C’è un gruppo arrivato da poco da un carcere che è stato chiuso, quello di Coro. Fra loro spicca una giovane donna carismatica e esuberante, che fa proposte e critiche propositive. Si chiama Amanda: “Prima – ci racconta – ero una leader negativa, ho sempre vissuto per strada, ho trascorso 14 anni nei penali quasi tutti in punizione. Da un anno sono qui, faccio cose che non avrei mai pensato di fare, voglio uscire per buona condotta, studiare”.
Ci stringiamo le mani, ci abbracciamo. “Auguri di libertà”. “Amèn, amèn”, rispondono in coro. La viceministra risponde a tutte, prende nota. Un’anziana balla reggendosi al bastone: “Ho imparato a danzare in prigione – dice – presto torno in Olanda, sono a fine pena”.

Passiamo all’ala dove ci sono le mamme con i bambini. Una struttura aperta, con un grande giardino e parco giochi. “Quando la ministra ha formato la sua squadra e mi ha chiesto di farne parte – racconta Contreras – per capire cosa fare, entravamo in un carcere alle 9 di sera e ne uscivamo il mattino dopo, facendo inchieste e assemblee. Le condizioni, qui, erano orribili, non c’erano spazi per le madri e per i bambini. C’era una specie di fossa per le punizioni, chiamata el Tigrito, c’erano corruzione, armi, droga. E guarda, invece, adesso. Le carceri stanno diventando scuole di formazione e unità socio-produttive autonome. A dirigere il ministero siamo tutte donne, oltre alla ministra Iris, vi sono tre viceministre. Lavoriamo tutte a tempo pieno, soprattutto a costruire le condizioni affinché le donne possano riacquistare la propria libertà, che ovviamente è la cosa che più desiderano”.
Ci sediamo all’ombra di un albero. Visitare una prigione lascia sempre il segno, un segno in chiaro-scuro. Pensiamo al video diffuso dall’europarlamentare di centro-destra Antonio Tajani. Proveniva dallo Stato Anzoategui. Mostrava detenuti nudi stesi a terra, tormentati da uomini in divisa.

Che ne pensa la viceministra? Contreras spiega: “Nel sistema penitenziario, tutto il personale riceve una formazione permanente, basata sul rispetto dei diritti umani e con attenzione al tema di genere. Cose del genere non potrebbero succedere. I Centri di detenzione preventiva non competono al nostro ministero. Dipendono dalla polizia municipale, e lì possono verificarsi violazioni dei diritti. In molti casi, la situazione di questi centri è simile a quella che abbiamo incontrato all’inizio del nostro lavoro, nel 2011. In questo caso, in primo luogo si agisce con tutto il peso della legge. Il nostro Pubblico Ministero, Tareck William Saab, che è stato Difensore del Popolo, considera che uno stato senza giustizia non possa funzionare. Ma, intanto, stiamo cercando di affrontare il problema in termini generali. La ministra Varela ha chiesto che il nostro ministero assuma anche altre competenze al riguardo. Abbiamo già ottenuto la direzione generale di otto Stati, dove stiamo applicando gli stessi piani di attenzione giuridica e amministrativa sperimentati nel circuito penitenziario. Ma è un lavoro da formica e i problemi sono ancora tanti, ci vuole tempo”.

di Geraldina Colotti

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sorvegliare_per_redimere_il_panottico_bolivariano_reportage_dalle_carceri_venezuelane/5694_32322/

 

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