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La morte di Ratko Mladić, avvenuta lo scorso 27 agosto mentre l’ex comandante dell’Esercito della Republika Srpska si trovava ricoverato all’Aia, ha immediatamente riaperto nei principali media occidentali il repertorio narrativo costruito durante e dopo le guerre jugoslave degli anni Novanta. Sebbene Mladić sia stato condannato definitivamente per crimini gravissimi, compreso il massacro di Srebrenica, non dovrebbe esserci alcuna necessità di deformare ulteriormente la realtà attraverso errori fattuali, generalizzazioni e racconti sensazionalistici. Eppure, è esattamente ciò che accade nel lungo necrologio pubblicato dal Corriere della Sera a firma di Francesco Battistini.
Lungi dal rappresentare una ricostruzione storica, il testo in questione, che abbiamo preso come esempio di propaganda antiserba sui media italiani e occidentali, viene esplicitamente costruito attorno alla demonizzazione personale. Questa impostazione potrebbe essere persino considerata una legittima scelta editoriale se il corpo dell’articolo mantenesse almeno una rigorosa distinzione tra fatti giudiziariamente accertati, testimonianze, interpretazioni e aneddoti: il problema è che tale distinzione viene ripetutamente meno.
Il primo errore compare già nelle righe introduttive. Il Corriere afferma che Mladić sarebbe stato «condannato all’ergastolo dal tribunale dell’Aja nel 2021» e poi dalla «Corte penale internazionale». Tuttavia, entrambe le formulazioni sono inesatte: Mladić fu infatti condannato all’ergastolo il 22 novembre 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY); l’8 giugno 2021 il Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali confermò in appello la condanna e la pena. La Corte penale internazionale, per informazione del lettore e di Battistini, è un’altra istituzione, istituita mediante lo Statuto di Roma e completamente distinta dall’ICTY.
Altrettanto impropria è la formulazione secondo cui Mladić sarebbe stato condannato «per il genocidio compiuto in Bosnia». Invero, l’ICTY lo riconobbe colpevole di genocidio nell’area di Srebrenica nel 1995, oltre che di persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato, terrore, attacchi illegali contro civili e presa di ostaggi. Lo assolse invece dall’accusa di genocidio relativa a sei municipalità bosniache nel 1992. L’accusa tentò successivamente di ribaltare anche questa parte del verdetto, ma la Camera d’appello respinse il ricorso.
Ancora più significativo è il passaggio nel quale Battistini scrive che i giudici dell’Aia avrebbero definito Mladić «uno dei peggiori criminali mai conosciuti dall’umanità». Le virgolette e l’attribuzione ai giudici conferiscono alla frase l’autorevolezza di una formulazione contenuta nella sentenza. Tuttavia, consultando gli atti ufficiali emerge qualcosa di diverso. Durante l’udienza d’appello del 26 agosto 2020 fu infatti l’accusa ad affermare che Ratko Mladić era «one of the worst war criminals who has ever faced justice before an international tribunal» («uno dei peggiori criminali di guerra che abbia mai affrontato la giustizia di fronte ad un tribunale internazionale»). Tale definizione non proviene dunque dai giudici, bensì il procuratore, cioè una delle parti processuali, impegnata a sostenere la conferma della condanna.
Segue poi la cifra dei «centomila massacrati della guerra di Bosnia»: anche in questo caso, come avviene fin troppo spesso, si gioca a sparare le cifre più alte possibile quando si vuole sconvolgere il lettore. Le ricerche demografiche più accreditate indicano effettivamente la cifra di circa 100.000 morti nella guerra bosniaca, ma questo numero rappresenta una somma che include civili e militari di tutti i gruppi etnici (compresi gli oltre 3.500 morti causati dai bombardamenti della NATO). Al momento, il Research and Documentation Center di Sarajevo ha identificato 97.214 vittime confermate: 57.529 combattenti e 39.685 civili. Come se non bastasse, tra i militari caduti figuravano appartenenti a tutte le parti del conflitto, compresi oltre 20.000 membri dell’esercito serbo-bosniaco.
Lo stesso procedimento compare nella descrizione dell’assedio di Sarajevo, dove si parla del «safari dei cecchini sulle colline» che avrebbe causato «diecimila morti». Mladić fu effettivamente condannato per il suo ruolo nella campagna di bombardamenti e tiro di precisione contro Sarajevo, finalizzata secondo il tribunale a diffondere il terrore tra la popolazione civile. Ma i circa 10.000 morti generalmente attribuiti all’assedio non furono tutti vittime dei cecchini. Quel totale comprende persone morte per bombardamenti, colpi di artiglieria, tiro di precisione e altre cause legate alle operazioni militari dell’assedio. Ancora una volta, la frase di Battistini comprime fenomeni diversi in una formula spettacolare e suggestiva, ma storicamente scorretta.
È tuttavia nei dettagli più truculenti che la costruzione narrativa diventa maggiormente problematica. Battistini racconta che Mladić avrebbe personalmente costretto «22 musulmani a saltare dal ponte Brhpolje», ordinando ai propri soldati di «colpirli in volo». Una ricostruzione del genere richiederebbe una fonte eccezionalmente solida: eppure, esiste un solo documento delle Nazioni Unite che descrive un episodio sorprendentemente simile, ma lo attribuisce non a Mladić, bensì alle forze paramilitari comandate da Milan Lukić. Una cautela analoga sarebbe necessaria per la scena del maiale che Mladić avrebbe fatto legare davanti al comandante olandese dei caschi blu a Srebrenica, prima di farlo sgozzare accompagnando il gesto con la frase «così trattiamo i nostri nemici». L’articolo accumula così episodi di estrema violenza, frasi brutali e immagini raccapriccianti secondo una tecnica narrativa nella quale la forza emotiva sostituisce progressivamente la documentazione.
Il punto, dunque, non è certo quello di riabilitare Mladić, ma il porsi una semplice domanda: se i fatti accertati sono già tanto gravi, perché è necessario arricchirli con episodi non documentati, attribuzioni scorrette e formule iperboliche? La risposta emerge dalla struttura stessa del necrologio che stiamo analizzando, nel quale Mladić non viene soltanto presentato come un comandante condannato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio; egli diventa l’incarnazione di una presunta patologia politica serba che continuerebbe fino ai giorni nostri. Da qui l’espressione dispregiativa «turboserbi» per indicare quanti ancora lo considerano un eroe, il riferimento ai graffiti di Belgrado, l’attacco indiretto a Novak Đoković attraverso una fotografia con Milan Jolović (mai condannato per crimini di guerra) e infine il collegamento con terroristi come Anders Breivik e l’autore della strage di Christchurch.
La stessa logica caratterizza il riferimento alla presunta protezione garantita a Mladić dai servizi segreti russi durante la latitanza. Il Corriere cita un collaboratore non identificato dell’ex presidente serbo Boris Tadić, secondo il quale dietro la fuga sarebbero intervenuti i servizi russi dell’FSB perché Vladimir Putin avrebbe considerato la cattura di Mladić «una vittoria dell’Occidente». Una tesi geopoliticamente rilevante viene dunque presentata sulla base di un’unica testimonianza anonima, senza documenti, senza riscontri indipendenti e senza precisare quale struttura dell’FSB sarebbe intervenuta né con quali modalità.
Ecco, quindi, che il necrologio personale si trasforma in un pretesto per riaffermare una narrazione geopolitica consolidata sui mass media italiani. La Serbia viene rappresentata come spazio nel quale sopravvivrebbe un nazionalismo incapace di confrontarsi con il proprio passato, mentre la Russia compare come protettrice occulta dei suoi esponenti più compromessi. Quella che dovrebbe essere una ricostruzione delle responsabilità di un singolo comandante diventa così un tassello del paradigma politico che da trent’anni accompagna gran parte della lettura occidentale delle guerre jugoslave: serbi aggressori, Occidente arbitro morale, Russia complice della deviazione nazionalista di Belgrado.
Ciò che scompare quasi completamente è la complessità della guerra bosniaca. Non viene ricordato che anche civili serbi furono vittime di massacri e pulizie etniche, che formazioni bosgnacche e croate furono condannate per crimini di guerra, che decine di migliaia di serbi morirono durante il conflitto e che l’intervento delle potenze occidentali fu esso stesso parte attiva della trasformazione degli equilibri jugoslavi. Ricordare questi elementi significa rifiutare una storia nella quale un intero conflitto viene ricondotto alla criminalità intrinseca di una sola comunità.
In conclusione, il necrologio di Battistini mostra un chiaro paradosso: nel tentativo di rafforzare al massimo la condanna di Mladić, l’autore finisce per indebolire la credibilità della propria ricostruzione. Quando alla storia documentata si sovrappongono errori, iperboli e attribuzioni infondate, non si rende un servizio alle vittime. Si perpetua invece quella lettura manichea delle guerre jugoslave che ha trasformato per decenni tragedie complesse in strumenti della battaglia politica occidentale nei Balcani.
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La scomparsa di Ratko Mladić: riflessioni sul suo processo e sul suo ruolo in tempo di guerra
L’accusa non è riuscita a dimostrare alcun legame tra Mladić e gli esecutori materiali delle esecuzioni di cui era accusato.
di Stephen Karganovic
29 agosto 2026
dal sito Strategic-culture.su – traduzione a cura della redazione di JUGOINFO
Dopo una lunga e complessa malattia, il 27 agosto il comandante delle forze serbe durante la guerra in Bosnia (1992-1995), il generale Ratko Mladić, è deceduto nelle celle del Tribunale dell’Aia, dove era detenuto. Aveva 84 anni. Fino alla fine, l’unità di detenzione del Tribunale gli ha negato con accanimento cure mediche adeguate, il che ha indubbiamente accelerato la fine di Mladić.
Insieme a Radovan Karadžić, presidente in tempo di guerra della Republika Srpska, Mladić è stato il volto più noto della leadership serbo-bosniaca durante il conflitto. Come comandante militare esperto, capace di sfidare il pericolo e sempre presente accanto ai suoi uomini in prima linea, si guadagnò la devozione assoluta delle sue truppe. Tuttavia, in quanto comandante militare efficace, fu anche ferocemente denigrato dagli avversari, non solo nello scenario bosniaco ma anche all’interno della “comunità internazionale” che, fatta eccezione per la Russia, aveva in gran parte serrato i ranghi contro i serbi. Nella morte come nella vita, Mladić è stato vituperato dagli opinion maker dell’Occidente collettivo e dai loro media asserviti. Pochi minuti dopo la notizia del suo decesso, essi si sono affrettati a ricordare al proprio pubblico che il defunto era – come prevedibilmente riportato dalla BBC – un “criminale di guerra serbo-bosniaco condannato“.
Se Ratko Mladić lo è stato – fatto assai discutibile – ha certamente avuto molta compagnia tra i suoi colleghi ufficiali dell’Occidente collettivo, come dimostrano in modo eloquente le prove, recenti e passate, della loro condotta costante.
La biografia di Ratko Mladić è stata complessa e segnata dai massacri subiti dalla sua gente: sia all’epoca della sua nascita, nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale in una Bosnia allora parte dello Stato Indipendente di Croazia (Stato satellite nazista), sia al termine della sua carriera pubblica negli anni ’90, mentre la ex Jugoslavia si disgregava tra sanguinosi conflitti etnici.
Mladić nacque nel villaggio di Kalinovik, in Bosnia, dove – parallelamente alla resistenza contro le forze di occupazione e i loro collaborazionisti locali – era in corso anche una guerra civile tra due movimenti di guerriglia ideologicamente incompatibili, che combattevano sia contro il nemico comune sia l’uno contro l’altro. Kalinovik e il distretto circostante sostennero in modo schiacciante l’esercito di guerriglia del generale Draža Mihailović, che non ebbe la meglio nel conflitto civile. Ratko Mladić crebbe quindi sotto un regime del dopoguerra che guardava con grande sfavore agli abitanti di Kalinovik. Per avanzare nella carriera militare che aveva scelto, Mladić dovette muoversi con estrema cautela, a dir poco.
E ci riuscì. Si diplomò all’accademia militare a pieni voti, raggiungendo nel 1991 – all’inizio del conflitto nell’ex Jugoslavia – il grado di colonnello dell’Esercito Popolare Jugoslavo. Allo scoppio delle ostilità, Mladić comandava un corpo d’armata jugoslavo a Knin, un’area della Croazia a maggioranza serba.
A quanto si dice, dopo decenni di quella che sembrava una convivenza armoniosa tra i numerosi gruppi etnici del Paese, Mladić – come molti altri jugoslavi – aveva subito il fascino dello slogan prediletto dal regime in via di disgregazione: “fratellanza e unità”, l’equivalente approssimativo di družba narodov nell’URSS. Tuttavia, mentre la narrazione ufficiale di calorosi rapporti fraterni andava in pezzi sotto i suoi occhi, Mladić assisteva al ripetersi di quanto la sua comunità in Bosnia aveva vissuto durante i brutali anni della Seconda Guerra Mondiale. Letteralmente gli stessi attori, gli stessi simboli e le stesse ideologie. Chi conosceva il generale concorda sul fatto che la riedizione dei massacri che avevano colpito la sua gente cinquant’anni prima risvegliò, nell’ufficiale jugoslavo Ratko Mladić, professionista impeccabile, un’anima serba determinata a farsi difensore del proprio popolo: un ruolo che, da bambino, durante il precedente caos, non aveva ovviamente potuto ricoprire.
Il resto, come si suol dire, è storia. In qualità di comandante dell’esercito serbo nel conflitto bosniaco, Mladić si attirò sia ammirazione che ostilità in abbondanza.
Non ho avuto il privilegio di conoscere personalmente il generale Ratko Mladić all’Aia, ma ho collaborato con il suo collegio difensivo alla parte dell’atto d’accusa riguardante Srebrenica. Fin dall’inizio del procedimento contro Ratko Mladić apparve evidente che la macchina del Tribunale era manovrata contro questo specifico imputato. I difensori da lui scelti – l’avvocato penalista canadese Christopher Black e il professor russo di diritto internazionale Alexander Mezyaev – furono respinti dalla Cancelleria del Tribunale per motivi a dir poco assurdi. La candidatura di Chris Black fu ritenuta inaccettabile perché, in precedenza, egli aveva pubblicato numerose critiche nei confronti del Tribunale stesso; secondo la Cancelleria, ciò lo rendeva inadatto in quanto dimostrava un “eccessivo pregiudizio” (forse elogiare il Tribunale lo avrebbe reso idoneo?). L’incarico al professor Mezyaev fu rifiutato perché egli non possedeva i sei anni di esperienza nella pratica del diritto penale richiesti dal regolamento. Formalmente l’obiezione era corretta, eppure all’Università di Kazan Mezyaev insegnava proprio agli studenti come diventare avvocati penalisti internazionali competenti dopo la laurea. Ciononostante, in base ai rigorosi criteri del Tribunale, gli fu impedito di fare all’Aja ciò che, in aula, insegnava con successo a fare agli studenti di Giurisprudenza una volta terminati gli studi.
Né il Tribunale si curò del fatto che molti dei suoi giudici in carica avessero scarsa o nulla esperienza pratica di diritto penale prima di essere nominati – in quanto quadri fidati – a ricoprire tale ruolo.
Il generale Mladić fu regolarmente incriminato per una serie di accuse efferate: genocidio, crimini contro l’umanità, violazione delle leggi e degli usi di guerra e quant’altro. Ma l’accusa principale riguardava, naturalmente, Srebrenica.
Va detto che, su questo specifico capo d’imputazione, l’operato dell’accusa non è stato certo brillante. Non è riuscita a dimostrare alcun legame tra Mladić e gli esecutori materiali delle esecuzioni che gli venivano contestate. La conclusione della Camera, secondo cui egli sarebbe stato in qualche modo coinvolto, si fondava sulla vaga teoria dell’impresa criminale congiunta e su quel meccanismo ormai logoro – ma che, in assenza di prove concrete, raramente fallisce – della responsabilità di comando.
L’unica persona a comprendere la natura di tale farsa fu la giurista zambiana Prisca Matimba Nyambe, presidente della Camera d’appello nel processo a Ratko Mladić. Con grande costernazione dei suoi colleghi – anch’essi parte di quella cerchia di giudici “fidati” – che la misero in minoranza, il giudice Nyambe, nella sua opinione dissenziente, demolì coraggiosamente l’intero procedimento.
Per la pace dell’anima del generale Ratko Mladić, la sua incisiva opinione dissenziente merita un’attenta lettura.
— ORIG.: https://strategic-culture.su/news/2026/08/29/passing-ratko-mladic-reflections-on-his-trial-and-wartime-role/
The passing of Ratko Mladić: Reflections on his trial and wartime role
The Prosecution failed to demonstrate any link between Mladić and the perpetrators of the executions of which he was accused.
August 29, 2026
After a lengthy and complicated illness, on 27 August the commander of the Serb forces in the Bosnian war (1992 – 1995), General Ratko Mladić, passed away in the dungeon of the Hague Tribunal, where he was incarcerated. He was 84 years old. Until the end, the Tribunal Detention Unit vindictively denied him adequate medical treatment, which undoubtedly accelerated Mladić’s demise.
Along with Radovan Karadžić, the wartime President of the Republic of Srpska, Mladić was the most conspicuous face of the Bosnian Serb leadership during the conflict. As an accomplished military leader who defied danger and always accompanied his men close to the frontline, he earned the undivided devotion of his troops. But as an effective military commander he also was savagely vilified by adversaries not just in the Bosnian theatre but in the “international community” as well, which with the exception of Russia had largely closed ranks against the Serbs. In death as in life, Mladić was reviled by the opinion makers of the collective West and their subservient media. Literally minutes after his passing became known, they lost no time in pointing out to their consumers that the deceased was, as the BBC expectedly put it, a “convicted Bosnian Serb war criminal.”
If Ratko Mladić was one, which is highly debatable, he certainly had plenty of company amongst his collective West officer colleagues, as the recent as well as past evidence of their consistent conduct impressively shows.
Ratko Mladić’s biography was complex and it was framed by massacres of his people both around the time he was born in 1943, during World War II in Bosnia which was then part of the Nazi Satellite Independent State of Croatia, and also at the close of his public career in the 1990s, as the former Yugoslavia was disintegrating in the midst of bloody ethnic conflict.
Mladić was born in the village of Kalinovik, in Bosnia, where parallel to the resistance to the occupying forces and their local collaborators there was also a civil war between two ideologically incompatible guerrilla movements which were fighting each other as well as the enemy. Kalinovik and the surrounding district overwhelmingly supported the guerrilla army of Gen. Draža Mihailović, which did not prevail in the civil conflict. Ratko Mladić therefore grew up under a post-war regime which viewed people from Kalinovik with great disfavour. In order to progress in the military career which he had chosen, Mladić had to thread a fine line, to put it mildly.
And he did. He graduated the military academy with honours attaining by 1991, at the beginning of the conflict in the former Yugoslavia, the rank of colonel in the Yugoslav National Army. At the start of the hostilities Mladić was commanding a Yugoslav Army corps in Knin, a predominantly Serb populated area of Croatia.
By all accounts, after decades of what appeared to be harmonious coexistence of the country’s many ethnic groups, like many other Yugoslavs Mladić had fallen under the spell of the disintegrating regime’s favourite slogan of “brotherhood and unity,” the rough equivalent of дружба народов in the USSR. But as the officially promoted narrative of warm fraternal relations was falling apart before his eyes Mladić was witnessing a replay of what his community in Bosnia had gone through in the brutal years of World War II. Literally the same actors, same symbols, and same ideologies. Those who knew the general agree that the re-enactment of the slaughters which targeted his people fifty years earlier awoke in the consummately professional Yugoslav officer Ratko Mladić a slumbering Serb, determined to become the defender of his people, something that, as a toddler, in the previous mayhem, he was understandably unable to do.
The rest, as they say, is history. As commander of the Serb army in the Bosnian conflict Mladić earned both admiration and enmity in copious quantities.
I did not have the privilege of personally knowing General Ratko Mladić at the Hague, but I worked with his defence team on the portion of his indictment which concerned Srebrenica. It was evident from the start of the proceedings against Ratko Mladić that the machinery of the Tribunal was rigged against this particular defendant. The defence lawyers that he wanted, Canadian criminal defence attorney Christopher Black and Russian international law professor Alexander Mezyaev, were rejected by the Tribunal Registry for the most preposterous of reasons. Chris Black was unacceptable because previously he had published numerous critiques of the Tribunal. In the Registry’s opinion, that made him unsuitable because he showed “excessive bias.” (Would praise of the Tribunal have made him qualified?) Professor Mezyaev’s engagement was declined because he did not have the mandatory six-year experience in criminal law practice. Technically, that was correct, but at Kazan University Mezyaev was teaching students precisely how to be effective international criminal lawyers after they graduated. Nevertheless, by the Tribunal’s high standards he was barred from doing at the Hague what in his classroom he was successfully teaching law students how to do after completing their studies.
Nor was the Tribunal bothered by the fact that many of its sitting judges had scarcely any previous practical criminal law experience before, as trustworthy cadres, they were appointed to the bench.
General Mladić was duly indicted on a profusion of heinous charges, genocide, crimes against humanity, violation of the laws and customs of war, and all the rest of it. But the overarching imputation was, of course, Srebrenica.
On that particular count, it must be said that the Prosecution does not earn very high marks. It failed to demonstrate any link between Mladić and the perpetrators of the executions of which he was accused. The Chamber’s conclusion that he was somehow involved depended on the vague theory of joint criminal enterprise and the shop-worn device that in the absence of real evidence hardly ever fails, command responsibility.
The only person who saw through the charade was Zambian jurist Prisca Matimba Nyambe, the presiding judge of Ratko Mladić’s appellate chamber. To the consternation of her trustworthy judicial cadre colleagues, who outvoted her, in her dissenting opinion judge Nyambe boldly trashed the entire proceedings.
For the repose of General Ratko Mladić’s soul, her incisive dissent is worth an attentive read.
C.P. 252 Bologna Centro, I-40124 (BO) – ITALIA

