Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese.

Domenico Moro: L’urlo degli studenti francesi smaschera il grande inganno delle cancellerie europee
L’urlo degli studenti francesi smaschera il grande inganno delle cancellerie europee
di Domenico Moro
Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.
Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico
La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.
In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue.
Francesco Cappello: La domanda di energia dei data center farà aumentare la bolletta di tutti
La domanda di energia dei data center farà aumentare la bolletta di tutti
di Francesco Cappello
Come si forma il prezzo dell’elettricità e perché i data center possono incrementarlo in modo brutale
Il progetto di Data Center a Caselle Torinese di 250 MegaWatt di potenza comporterebbe un consumo di 2,19 Terawatt di energia elettrica, praticamente l’equivalente del fabbisogno di energia elettrica della città di Torino.
Per capire che cosa può succedere quando decine di nuovi data center si collegano alla rete elettrica italiana bisogna prima capire una cosa apparentemente semplice, ma che spesso viene raccontata in modo troppo complicato: come si forma il prezzo dell’energia elettrica che paghiamo in bolletta.
L’elettricità non è ancora come un’automobile che può essere prodotta oggi, immagazzinata in un magazzino e venduta domani. Per la maggior parte del tempo deve essere prodotta esattamente nel momento in cui viene consumata. In ogni istante Terna deve quindi mantenere in equilibrio la quantità di energia immessa nella rete e quella prelevata da famiglie, imprese, treni, industrie e, sempre più, data center.
È questo equilibrio continuo fra domanda e offerta che sta alla base del funzionamento del mercato elettrico.
Ogni giorno, nel Mercato del Giorno Prima gestito dal Gestore dei Mercati Energetici, i produttori presentano le loro offerte per vendere elettricità nelle ore del giorno successivo. Le offerte vengono ordinate partendo, in linea generale, da quelle economicamente più convenienti. Il mercato accetta progressivamente le offerte fino a quando viene raggiunta la quantità di energia richiesta. L’ultima offerta necessaria per soddisfare la domanda determina il cosiddetto prezzo marginale: tutte le offerte accettate in quella zona e in quella determinata ora vengono valorizzate sulla base di quel prezzo. È il meccanismo del market clearing price descritto dal GME. (GME Mercato Elettrico)
È qui che si trova una delle chiavi per comprendere il rapporto fra data center e prezzo dell’elettricità.
Immaginiamo una determinata ora della giornata. Una parte dell’elettricità viene prodotta da impianti fotovoltaici ed eolici, che hanno costi marginali molto bassi: una volta costruito l’impianto, il sole e il vento non devono essere acquistati.
Fabrizio Poggi: Altro che solidarietà a Kiev: la grande truffa tedesca degli “aiuti” militari all’Ucraina
Altro che solidarietà a Kiev: la grande truffa tedesca degli “aiuti” militari all’Ucraina
di Fabrizio Poggi
14 ottobre. Inni alla guerra e proclami di attacco. I media di regime italici pullulano di incitamenti ad armarsi e passare all’offensiva. Questa l’atmosfera che circola nelle redazioni romane, torinesi, milanesi che, fiutata l’aria delle cancellerie europee, ardiscono prendere le distanze dai padroni d’oltreoceano, specialmente dopo il cosiddetto “Diesel deal”. Non sia mai che, seppur sommessamente e senza delinearne tempi e termini, qualcuno osi parlare di accordi per mettere almeno un freno al conflitto in Ucraina. Nemmeno le più che evidenti e sonore smentite ai fantomatici “attacchi russi” in giro per l’Europa, “certificati” dalle più indicibili fonti europeiste, riescono a frenare il grido di guerra delle redazioni a libro-paga dell’industria militare. Dunque, se si ventila un accordo Trump-Putin sul diesel, dall’Europa ci si attende che reagisca prontamente, sbraita il signor Jacopo Iacoboni su La Stampa e lo deve fare «agendo su due leve: petroliere ombra russe, e terminal di Primorsk… I Paesi Ue o il Regno Unito da un anno hanno stretto controlli, e potrebbero farlo ancora di più: sequestrare le navi della flotta ombra sotto sanzioni, e per quelle non sanzionate trovare motivi specifici come assicurazione mancante, falsa bandiera, rischi ambientali»; in casi estremi, si potrebbero anche minare le rotte di quelle navi, o mandare U-Boat d’attacco, pare frenarsi controvoglia dall’aggiungere il signor Iacoboni. E la sua collega di redazione, la signora Anna Zafesova plaude ai «nuovi bersagli della guerra» del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, che prende di mira «Agenzie statali, trasporti e servizi di pagamento bloccati». Più forte! Più in alto!
Pino Arlacchi: L’alternativa ce la indica il grande sud
L’alternativa ce la indica il grande sud
di Pino Arlacchi*
I BRICS e le analoghe aggregazioni del Grande Sud stanno cambiando in meglio l’economia mondiale. E in modi che gli economisti dell’establishment, i vari Draghi, Monti e simili, non hanno neppure immaginato. La stabilità economica del pianeta non viene più prodotta da un egemone occidentale, ma da un insieme di economie che producono stabilità e sicurezza come beni pubblici, a disposizione di tutti.
Di cosa sto parlando? Parlo della tenuta della domanda cinese e asiatica durante le ultime recessioni, del freno alla piovra finanziaria americana costituito da circuiti alternativi di pagamento usati da tutti paesi del Grande Sud, siano essi alleati o avversari di Washington e dell’Occidente. Questo bene comune nasce sul terreno dell’economia reale. Un sistema nel quale il credito viene indirizzato verso la capacità produttiva di lungo periodo invece che verso il casinò della finanza globale.
L’industria cinese, che controlla oltre l’80% della catena produttiva dei pannelli fotovoltaici, ha contribuito in misura decisiva alla riduzione del 90% del costo medio dell’elettricità solare registrata nel mondo fra il 2010 e il 2023. E dinamiche analoghe hanno investito le batterie, i veicoli elettrici, le turbine eoliche, i macchinari e i materiali per le infrastrutture di trasporto.
Alfonso Maurizio Iacono: Le tribù degli isolati e connessi
Le tribù degli isolati e connessi
di Alfonso Maurizio Iacono
È da più di un secolo che si parla di Tramonto dell’Occidente, da quando, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, Oswald Spengler scrisse il suo tanto fortunato quanto discusso libro. La Prima Guerra Mondiale è effettivamente lo spartiacque storico: per la prima volta in modo massiccio e organizzato la tecnologia diventò uno strumento decisivo di distruzione e di devastazione. Anche se ancora c’era l’assalto con la baionetta e quella terribile vita stagnava dentro le trincee, dove, come ricorderà genialmente Marc Bloch, ebbero origine le false notizie di guerra, tuttavia i carrarmati sparavano solcando il terreno e gli aerei bombardavano sfrecciando nell’aria. Nel 1919 Max Weber, nella Scienza come professione, constatava che ormai i giovani non credevano più alla scienza e alla tecnologia e così il mito positivistico del progresso occidentale si faceva carico non più solo dello sfruttamento degli uomini ma anche del potere del massacro, una modalità di annientamento che affondava già le sue radici moderne nella distruzione degli Aztechi perpetrato da Cortez. Dopo il 1915-18 tornano in gioco il nichilismo e la trasvalutazione di tutti i valori. Quel che di distruzione e di morte lasciò la guerra, voluta con entusiasmo da molti, si rigenerò in linfa vitale con il fascismo e con il nazismo. Mentre i valori che si pretendevano universali si trasformano in merci, mentre le metropoli, come avevano visto Baudelaire, Simmel e Benjamin, determinano il nuovo senso di solitudine degli individui, quell’animale sociale – così era stato definito, sulla scia di Aristotele, da Seneca, Tommaso e Marx – che è l’essere umano, reagisce all’isolamento cercando o ritrovando appartenenze, aggregazioni, comunità.
Gigi Sartorelli: UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra
UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra
di Gigi Sartorelli
L’8 e 9 ottobre il commissario europeo per il Commercio, lo slovacco Maroš Šefčovič, è stato a Pechino per sostenere le richieste europee, ovvero la riduzione del surplus commerciale del Dragone, arrivato a circa un miliardo di euro al giorno. La visita è stata preceduta da due iniziative.
Da un lato, le pressioni di Macron e Merz, che hanno pubblicato una lettera per chiedere alla Commissione europea nuovi strumenti con cui difendere l’economia europea dall’uso del commercio come arma e dalla “distorsione sistematica del mercato“. La Cina non viene citata esplicitamente, per ragioni diplomatiche, ma la pubblicazione alla vigilia del viaggio di Šefčovič non è certo casuale.
Dall’altro, una risoluzione del Parlamento Europeo dai toni molto duri, che affronta non solo le questioni economiche, ma anche temi politici come Taiwan e i “diritti umani”, che ha portato anche a promuovere una presenza militare stabile a ridosso delle coste cinesi. Non esattamente il miglior biglietto da visita.
Eppure, dall’incontro si è usciti con una dichiarazione congiunta in 16 punti, che dovrebbe portare a tre traguardi: dimezzare le vendite di ibride cinesi nei paesi UE, la facilitazione delle licenze per l’export di terre rare verso l’Europa, e anche il miglioramento dell’accesso reciproco ai mercati.
Fulvio Grimaldi: Ritiro USA… vince Saddam
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Ritiro USA… vince Saddam
Damnatio memoriae, come uccidere un uomo morto
di Fulvio Grimaldi
Un ritiro che sa di fuga
La Storia ha le sue vendette di verità e giustizia. Nei giorni scorsi si è completato il ritiro delle truppe e basi statunitensi dall’Iraq. Via anche gli italiani, che non si capisce per cosa diavolo dovessero star lì. Aspettare un’altra Nassiriya? Parzialmente il ritiro (fuga?) era già stato attuato nel 2011, sotto la pressione di una resistenza “saddamita” che aveva reso la presenza troppo costosa, nonostante la rapina del petrolio. Gli Usa si ripresentarono in armi nel 2016, col pretesto di combattere l’ISIS, o Stato Islamico, insomma la solita Al Qaida della strategia False Flag inaugurata con l’auto-attentato alle Torri. In effetti quarta forza armata imperialista, dopo quelle ufficiali di terra, aria, mare, da fingere di combattere, ma da sostenere per riprendere il controllo del paese sotto falsa bandiera.
Il fine del rientro nel 2016 era l’opposto. Si trattava di sostenere questo mercenariato rastrellato nei paesi islamici, coltivato e addestrato in Turchia, finanziato da quelli del Golfo e in evidente sintonia con Israele che, nei suoi ospedali, ne rimetteva in sesto i feriti. Era la forza d’urto proxy sia in Siria, contro il governo antimperialista e antisionista di Assad, sia in Iraq, dove veniva messa in difficoltà da una nuova resistenza nazionalista, quella delle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), eminentemente scite, ma non solo.
In Siria sappiamo come è andata a finire: il capo terrorista, i cui tagliagole avevano seminato indicibili orrori in uno dei paesi più evoluti del Sud del mondo, è oggi l’universalmente riconosciuto e perfino celebrato presidente di un paese distrutto. Il cuore della resistenza araba squartato e ridotto a campo di contesa tra turchi e israeliani, mentre entrambi competono con il nuovo affidatario nell’eliminazione politica ed etnica di quanto rappresenta potenziali indocilità.
In Iraq non è andata così. Dopo il ritiro degli USA a Baghdad c’è un governo, come più o meno tutti quelli da vent’anni a questa parte, in bilico tra adeguamento ai termini di un controllo statunitense su economia e gestione delle risorse energetiche, e allineamento agli interessi iraniani per la salvaguardia di poli di resistenza regionale. Qui, questo polo è rappresentato dalle UMP alle quali va assegnato un ruolo decisivo nella recente decisione USA di togliersi dagli impicci.
Marco Pondrelli: Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova storia. Carlo Formenti
Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova storia. Carlo Formenti
di Marco Pondrelli
Il volume di Carlo Formenti completa il percorso iniziato da Alessandro Visalli, con il primo volume di quest’opera, autore dell’introduzione. È proprio Visalli a cogliere con chiarezza il senso del libro quando scrive che in esso si trovano «amici e nemici chiari. In questo è un testo profondamente occidentale, e radicato nella tradizione critica marxista. Avevo diciotto anni quando iniziai a leggere Il Capitale, non capivo molto, direi nulla. Ma sono sempre stato ostinato e ho continuato. Tuttavia, una cosa passava subito: la chiara passione, la determinazione a definire il mondo e farlo per la lotta» [pag. 21].
È una buona chiave di lettura per comprendere Oltre l’Occidente. Il libro non è soltanto una critica dell’Occidente contemporaneo, ma un tentativo di ricostruire, attraverso Marx e la tradizione marxista, le ragioni storiche della crisi dell’ordine occidentale e di individuare nelle esperienze del Sud globale e nella Cina elementi utili per immaginare un diverso sviluppo storico.
Il volume è articolato in quattro parti. La prima affronta colonialismo, guerra e crisi dell’Occidente; la seconda rilegge Il Capitale e alcuni dei principali sviluppi del pensiero marxista; la terza è dedicata all’Africa e al pensiero anticoloniale e rivoluzionario; l’ultima alla Cina e al socialismo con caratteristiche cinesi. Un percorso molto ampio, ma unito da un filo conduttore preciso: mettere in discussione una lettura della storia nella quale l’Occidente rappresenterebbe il punto culminante e universale dello sviluppo umano.
Colonialismo, Occidente e guerra
Il punto di partenza è il colonialismo. A partire da Aimé Césaire, Formenti mette in discussione la separazione netta fra la storia del colonialismo europeo e quella del nazismo. Il filo che li unisce emerge anche dall’ammirazione di Hitler per l’esperienza britannica. Come scrive Césaire, ciò che non si perdonava a Hitler non erano semplicemente i crimini commessi, ma il fatto di aver portato in Europa quei «trattamenti tipicamente coloniali» che le potenze europee avevano applicato altrove.
Eros Barone: Leggendo la Dichiarazione finale di Nuova Delhi
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Leggendo la Dichiarazione finale di Nuova Delhi
di Eros Barone
Ho fra le mani il testo della Dichiarazione finale di Nuova Delhi. Si tratta di un documento composto da 140 paragrafi, che è stato approvato all’unanimità al termine del diciottesimo vertice dei BRICS che si è svolto nello scorso mese di settembre. Man mano che procedo nella lettura dei vari paragrafi, capisco perché gli osservatori internazionali abbiano concordemente sottolineato la natura enunciativa, eclettica e compromissoria di un testo che è chiaramente il frutto di lunghe e defatiganti trattative su temi divisivi come il Medio Oriente e l’Ucraina. Pertanto, il richiamo simbolico alla storica Conferenza di Bandung del 1955, che pure compare nel testo della Dichiarazione, non può celare le differenze, le fragilità e le contraddizioni che emergono dai vari paragrafi del documento e che rispecchiano la profonda diversità di interessi economici e geostrategici dei dieci Paesi che lo hanno elaborato e alla fine approvato. Sul piano economico e finanziario, il vertice ha, comunque, ribadito la linea di opposizione alla supremazia del dollaro statunitense, alle sanzioni unilaterali e ai dazi commerciali arbitrari (linea propugnata in particolare da Xi Jinping e Narendra Modi), puntando a una progressiva adozione delle valute locali e a sistemi finanziari alternativi.
Va detto, peraltro, che il documento contiene di tutto: finanza e commercio, clima e ‘governance’, perfino accordi di collaborazione per la promozione delle piante medicinali. Così, ho proceduto pedissequamente pagina per pagina, avvicinandomi sempre più alla fine, convinto che, dopo tanti ponderosi paragrafi, sarebbe arrivata l’unica cosa che contava: gli obiettivi immediati e le azioni conseguenti. E in effetti tre nomi che mi aspettavo di incontrare compaiono: Gaza, Cuba e Israele, poiché nella Dichiarazione si parla anche del conflitto israelo-palestinese. Sennonché ciò che non compare mai nell’analisi di queste crisi sono gli Stati Uniti come agenti della violenza, che pure il documento dichiara di voler contenere. Nel documento si parla pagina dopo pagina di conflitti da evitare, di limiti da non oltrepassare, di multilateralismo e di multipolarismo, senza mai fare il nome del massimo responsabile di ciò che viene timidamente evocato e virtuosamente deprecato.
Davide Malacaria: Yemen. Non c’è una soluzione militare a questa guerra infinita
Yemen. Non c’è una soluzione militare a questa guerra infinita
di Davide Malacaria
Non si comprende appieno perché le autorità di Riad abbiano voluto riaprire la guerra da loro iniziata nel 2015, quando decisero di intervenire in Yemen per rimettere al potere il loro governo fantoccio scalzato dalla rivolta Houti
Si intensifica la guerra yemenita, con le forze governative sostenute dai sauditi e i loro alleati che continuano a martellare le aree sotto il controllo dei cosiddetti “ribelli” Houti e con questi ultimi che bersagliano obiettivi in Arabia Saudita. Ha fatto notizia la strage all’aeroporto di Riad, 12 le vittime, poco o nessuno spazio mediatico è invece accordato alle molte più numerose vittime civili causate dai bombardamenti sauditi in Yemen (vedi raro dossier del New York Times).
In realtà, gli Houti avevano avvertito che avrebbero colpito gli aeroporti sauditi come rappresaglia per gli speculari attacchi di Riad, ma questi hanno preso l’avvertimento alla leggera, continuando a tenerli aperti.
A rivelare il motivo dietro questa improvvida decisione è quanto sottende un cenno del New York Times: “Gli attacchi all’aeroporto sono avvenuti alla vigilia di diversi importanti eventi politici e commerciali in Arabia Saudita, tra cui il vertice annuale sugli investimenti del principe Mohammed [bin Salman], evento di punta durante il quale leader mondiali, miliardari e dirigenti d’azienda si recano solitamente a Riad”.
Non solo l’evento in questione: chiudere gli aeroporti impedirebbe a Riad di ricevere i ricchi del mondo che vi affluiscono ogni giorno per i loro affari miliardari. Ma dopo l’attacco hanno dovuto chiuderlo, né possono contare sugli altri sparsi nel Paese, anch’essi bersagliati. Senza garanzie di sicurezza i vip ci penseranno due volte prima di utilizzarli.
Leonardo Mazzei: Il golpe elettorale e il partito della guerra
Il golpe elettorale e il partito della guerra
di Leonardo Mazzei
Sulla legge elettorale è il momento di tirare le somme. Giovedì scorso la Camera l’ha votata, ed il giorno dopo Mattarella l’ha prontamente firmata. Che si tratti di una legge truffaldina ed incostituzionale lo abbiamo spiegato fin dall’inizio. Una legge che, con la norma sulle firme, è diventata un vero e proprio golpe.
Per opporsi a questo stupro delle più elementari regole democratiche può essere utile capire come si è potuti arrivare a questa enormità.
Dice un proverbio cinese che “il ghiaccio non si forma in una sola notte”. E la legge meloniana è ispirata a quegli stessi dettami che il regime bipolare di centro-sinistra-destra ci ha imposto fin dai primi anni ‘90, quando si volle stracciare il meccanismo della rappresentanza proporzionale, l’unico che può garantire il principio “una testa, un voto”. Da allora – sia a livello nazionale, che regionale e comunale – è stato un fiorire di leggi maggioritarie e presidenzialiste, sempre meno democratiche e sempre più tese a conservare il blocco dominante.
Giorgia Meloni è certamente la prima responsabile di questa ennesima porcheria, ma la finta opposizione del cosiddetto “campo largo” non ha certo la coscienza pulita. E di certo Mattarella non è nato sotto un cavolo.
Adesso siamo ai “si dice”. Si dice che la Corte costituzionale accelererà i tempi dell’esame della legge. Si dice che il suo pronunciamento arriverà prima del voto.
Dante Barontini: Più dell’onore potè il diesel
Più dell’onore potè il diesel
di Dante Barontini
La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata.
Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, la Groenlandia è stata acquisita con l’acquiescenza del governo danese e dell’Unione Europea, che fanno finta di mantenere la sovranità anche se solo formale, ecc – ma la ragione non è mai un “nuovo pensiero strategico”. Al massimo interessi di brevissimo periodo del governante di turno e la nostalgia per i tempi in cui l’America controllava e dava forma il mondo.
Premesso questo, la decisione di sospendere le sanzioni sulle vendite internazionali di diesel raffinato in Russia – fino all’aprile del 2027 – è quantitativamente secondaria, politicamente uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla UE, strategicamente spiazzante l’”asse occidentale”. Soprattutto perché accompagnata dal licenziamento in diretta dell’attore incaricato di ricoprire il ruolo di presidente a Kiev, Volodymir Zelenskij.
Partiamo dalle motivazioni urgenti secondo gli interessi di Trump (che sono anche quelli degli Usa, ma “fino ad un certo punto…”).
Il problema è sicuramente quello di far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, e solo indirettamente nel resto del mondo, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, quando verrà rinnovato metà del Congresso (sia alla Camera che al Senato).
Ugo Boghetta: Legge elettorale, il vero obiettivo di Meloni
Legge elettorale: il vero obiettivo di Meloni
di Ugo Boghetta
1. Ebbene sì, abbiamo una nuova legge elettorale: l’ennesima della cosiddetta Seconda Repubblica. Cinque sono state le leggi approvate, due sono state cancellate dalla Corte costituzionale. Vediamo come va a finire questa.
La propaganda è sempre quella: i cittadini scelgono governi che sono stabili e operativi subito dopo le elezioni. In realtà, i governi sono rimasti instabili con i vari sistemi, poiché le alleanze sono contraddittorie, in quanto create solo per vincere. E così le coalizioni vincono, ma poi non convincono. L’esempio più ovvio è che M5S e Lega sono contrari all’invio di armi all’Ucraina e sono scettici sull’Unione Europea e sulla Nato, ma si trovano nei due fronti opposti. Ciò accade in Paesi come l’Italia, dove esiste il pluripartitismo e il maggioritario è innaturale. Inoltre, i sistemi maggioritari sono pensati anche per tagliare le cosiddette ali: i partiti critici o alternativi. Ma il paradosso è che eliminano soprattutto il cosiddetto centro, stritolato com’è dalle due coalizioni date per vincenti. Non a caso, i due schieramenti hanno in comune il termine «centro»: centrodestra e centrosinistra. Nel caso del Melonellum, che ha invece un impianto di base proporzionale a cui si aggiunge poi il premio, le ali sono tagliate con l’innalzamento smisurato del numero di firme da raccogliere per presentarsi.
Il fatto è che i partiti che vanno per la maggiore credono di risolvere i problemi cambiando le regole e non le politiche. Politiche che sono il vero motivo per cui, da alcuni decenni, siamo dinanzi al nomadismo elettorale: a ogni elezione, dagli 8 ai 16 milioni di elettori cambiano voto, delusi dalla scelta precedente e alla ricerca del partito che non c’è.

