A cinquant’anni dalla pubblicazione italiana di Sorvegliare e punire e cent’anni dalla nascita del filosofo, questo saggio torna a Foucault non per celebrarne l’attualità, ma per interrogare ciò che viene dopo la società disciplinare.

Mauro Bertani: Dopo «Sorvegliare e punire»
Dopo «Sorvegliare e punire»
di Mauro Bertani
A cinquant’anni dalla pubblicazione italiana di Sorvegliare e punire e cent’anni dalla nascita del filosofo, questo saggio torna a Foucault non per celebrarne l’attualità, ma per interrogare ciò che viene dopo la società disciplinare. Dalla prigione e dal Panopticon alla governamentalità neoliberale, dal potere pastorale alla confessione, fino alla società del controllo descritta da Deleuze, il filo conduttore è il rapporto tra verità, potere e produzione della soggettività. Ogni forma di governo, mostra Foucault, implica infatti specifici saperi, tecnologie e regimi di verità attraverso cui gli individui vengono conosciuti, guidati e sollecitati a governare se stessi. È da questa genealogia che il testo interroga il presente: l’espansione del digitale e dell’intelligenza artificiale, anche nel campo della salute mentale, segnala forse l’emergere di una nuova figura del soggetto, dall’homo psychologicus all’homo digitalis. La questione diventa allora eminentemente politica: quali nuove forme di assoggettamento stanno prendendo corpo e quale etica critica può consentirci di resistervi?
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È trascorso mezzo secolo dalla pubblicazione italiana di Sorvegliare e punire che, a dispetto del sottotitolo, solo in parte si dedica a ricostruire la nascita della prigione. La gran messe di commenti, letture critiche, polemiche e contestazioni che lo hanno accompagnato rischia di farci dimenticare che anche questo libro è innanzitutto l’opera di un filosofo. Un filosofo sui generis, è vero, che lavora in un «cantiere storico», ma per porre degli interrogativi e dei problemi di natura filosofica, etica e politica. Deleuze lo sottolineava già nella recensione originaria e lo ripeterà in seguito: se anche «si era fatto storico», Foucault non aveva «mai cessato di essere un grande filosofo». Ma un filosofo che interviene, si batte, milita, nel fango e nel sangue delle lotte e delle battaglie.
Algamica: Il diavolo in corpo
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Il diavolo in corpo
di Algamica*
Nella espressione italiana, a parte il romanzo, avere il diavolo in corpo può significare due cose: essere molto agitati, irrequieti, nervosi o pieni di energia incontenibile e vivace. Nel caso che andiamo ad esaminare, ovvero i movimenti giovanili in alcuni paesi d’Europa e i suoi riflessi, sono presenti entrambi.
Perché l’inaspettato movimento degli studenti medi delle scuole di periferia francesi spaventano, e non poco, l’establishment occidentale e buona parte della pancia sociale popolare qui in Europa e oltre Atlantico?
Partito come un movimento giovanile contro il degrado della scuola pubblica nelle periferie, che richiede maggiori fondi per la pubblica istruzione e in particolare stipendi più alti per gli insegnanti e più insegnanti, la protesta studentesca è divenuta ormai da due settimane una aperta e generalizzata rivolta sociale.
Una mobilitazione che sulla carta rivendica pari opportunità nella competizione meritocratica delle carriere scolastiche, tra centro e periferia, e che sembrava un fuoco di paglia di fine estete, si è esteso a Bruxelles e poi nelle città italiane e in particolare nel suo nord “produttivo”.
Nel contempo assistiamo a un riverbero sismico, ancora delle nuove generazioni, anche su altri versanti, come ad esempio in Albania con l’assalto degli studenti al Parlamento e contro una classe politica che da un lato vuole mettere in vendita pezzi del paese alle multinazionali USA e alle lobby finanziarie ebraiche e dall’altro impone l’aumento dei costi dell’istruzione. Mentre in Spagna ci si mobilita contro gli effetti del mercato selvaggio degli affitti come risultato dell’industria del turismo di massa. O ancora a Rio de Janeiro si scende in piazza contro il programma neoliberista di Bolsonaro di tagli alla pubblica istruzione. O perfino dall’altra del mondo, in India ci si attivizza contro la corruzione nelle carriere scolastiche e così via. Certo, c’è un filo conduttore nell’unire i vari puntini di una mobilitazione su scala mondiale che a tratti in Europa assume i connotati della rivolta sociale.
Eros Barone: La crisi dell’imperialismo, la guerra e la differenza decisiva del movimento comunista
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La crisi dell’imperialismo, la guerra e la differenza decisiva del movimento comunista
di Eros Barone
1. Natura sociale e orientamento politico delle correnti nazionaliste: la pseudomorfosi1 di una parte dell’estrema destra
La crescente influenza delle forze nazionaliste e di estrema destra in tutta Europa non è, rispetto al sistema capitalistico, né un dato casuale né un fattore esogeno. Tale influenza è invece strettamente connessa alle esigenze che esprime il potere capitalistico in una congiuntura delle lotte fra le classi in cui le rivalità imperialistiche si acuiscono, i preparativi bellici si intensificano e la crisi organica delle classi dirigenti rende difficile anche ai più consolidati partiti borghesi ottenere il consenso popolare per le proprie politiche. In questa direzione l’ascesa di Alternative für Deutschland, del Rassemblement National in Francia e di Reform UK in Gran Bretagna, insieme con l’esperienza del governo di Giorgia Meloni in Italia, indica cambiamenti significativi nel panorama politico europeo. Tuttavia, lungi dal rappresentare una vera e propria sfida al dominio capitalistico, queste forze offrono ulteriori opzioni politiche ai settori della borghesia che cercano di adattarsi al mutato contesto internazionale.
In effetti, il capitalismo non si limita a creare il malcontento sociale strumentalizzato dall’estrema destra, ma crea anche le condizioni politiche in cui diviene possibile alle forze nazionaliste e reazionarie deviare tale malcontento lontano dalla lotta contro il potere capitalistico. Così, se è vero che l’inasprirsi della competizione tra gli Stati Uniti e la Cina, lo scontro tra la NATO e la Russia e la lotta per i mercati, le risorse energetiche e le rotte commerciali stanno inasprendo le contraddizioni all’interno dello stesso blocco euro-atlantico, è altrettanto vero che diverse frazioni del capitale europeo manifestano interessi contrastanti riguardo sia alle relazioni con Washington, Mosca e Pechino sia al futuro dell’Unione Europea sia alle spese militari e alle conseguenze delle sanzioni e delle tensioni economiche: interessi e disaccordi che trovano inevitabilmente la loro espressione organica nei sistemi politici degli Stati capitalistici. Si spiega pertanto alla luce di queste contraddizioni che oppongono tra di loro i “fratelli massoni del capitale” la significativa circostanza per cui, contrariamente a quanto è dato desumere dalle semplicistiche analogie storiche con gli anni Trenta del secolo scorso, alcuni partiti dell’attuale estrema destra abbiano guadagnato una crescente influenza criticando certi aspetti della contesa continentale che vedono scontrarsi la NATO e l’Unione Europea con la Russia.
Carlo Vulpio: Foggia, tra i camionisti e gli agricoltori della protesta: «Il prezzo del gasolio è stata solo l’ultima goccia. Quest’anno ci converrà lasciare i terreni incolti»
Foggia, tra i camionisti e gli agricoltori della protesta: «Il prezzo del gasolio è stata solo l’ultima goccia. Quest’anno ci converrà lasciare i terreni incolti»
di Carlo Vulpio
Le parole disilluse degli agricoltori: «Coltivare a grano un ettaro di terra costa 1200 euro, se ne guadagnano meno di 1000. Continuare così non ha senso»
CANDELA (FOGGIA) – Il sit-in è cominciato questa mattina alle cinque. Gli agricoltori e gli autotrasportatori che presidiano il casello autostradale per Napoli e Pescara con tir e trattori stanno accanto a due pattuglie dei Carabinieri e della Polizia stradale. Nessun ostacolo alle autovetture. Non vengono fatti passare solo i mezzi pesanti. Ma se qualche camionista insiste, lo lasciano andare.
«Deve essere una protesta efficace – dicono i manifestanti -. Non dobbiamo permettere che il problema, che è economico e sociale, diventi un problema di ordine pubblico».
Le dichiarazioni del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che ha appena parlato di «reato» per i blocchi stradali in corso, vengono lette sui telefonini dai manifestanti e subito contestate. Molti di loro sono doppiamente delusi, perché dicono di aver votato per FdI. «Nel 2024 abbiamo protestato portando con noi la bandiera italiana. Oggi è fuori luogo anche quella».
Non c’è un giornalista. Non c’è una telecamera. Agricoltori e autotrasportatori però non demordono, terranno duro finché non verranno comprese le ragioni di questa protesta, che li vede in totale disaccordo con ciò che stanno facendo il governo italiano e la Ue.
Elena Basile: Ucraina, l’Europa della guerra e le ambiguità di Trump
Ucraina, l’Europa della guerra e le ambiguità di Trump
di Elena Basile
È un po’ di tempo che non riesco a occuparmi dei conflitti in corso in Europa e in Medio Oriente, in quanto ho voluto privilegiare lo spazio mediatico e il controllo della narrativa, il soft power, che ha oggi un ruolo essenziale nell’orientamento della politica interna e internazionale.
Gli storici che dovranno un giorno soffermarsi sulla guerra suicida europea, sullo sterminio del popolo ucraino, come sul genocidio palestinese, sottolineeranno le responsabilità dei giornalisti e degli accademici che sono riusciti a normalizzare la guerra e a penetrare nel DNA delle persone con una retorica sottoculturale che emula quella del ventennio fascista.
I conflitti, del resto, evolvono lentamente: i dettagli cambiano, ma non il quadro di fondo.
Nella guerra russo-ucraina, la postura guerrafondaia europea non è evoluta ed è stata caratterizzata da un’aggressività maggiore, sia nelle esternazioni dei politici che nella guerra per procura. La ricerca di un pretesto, di una colpa da addossare a Mosca, ha raggiunto toni carnevaleschi. La strategia terrorista occidentale, prima delle elezioni della Duma, era basata sull’intimidazione della popolazione civile, mirando alle raffinerie e alla logistica civile, nel tentativo delirante di far sollevare la popolazione russa contro Putin e, comunque, di influenzare le elezioni politiche. Sappiamo che la società civile russa si è invece compattata e ha rafforzato il partito di governo. La risposta di Mosca, annunciata come deterrenza in diverse occasioni dai vertici del Cremlino, è stata brutale.
Emiliano Brancaccio: «Le sanzioni sono frutto del declino degli Stati Uniti»
«Le sanzioni sono frutto del declino degli Stati Uniti»
Luca Pisapia intervista Emiliano Brancaccio
Da 900 a oltre 9mila sanzioni Ofac dall’inizio del secolo: per l’economista Emiliano Brancaccio sono pressioni economiche mascherate da lotta al terrorismo
Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni. La sottomissione europea ai diktat del comparto politico-finanziario americano sembra evidente.
Come siamo arrivati a questo punto? E come uscirne? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica all’Università Federico II di Napoli e autore del recente saggio Libercomunismo (Feltrinelli), che sta suscitando ampio dibattito sui media e nelle istituzioni.
Paolo Arigotti: La disumanizzazione è il vero problema
La disumanizzazione è il vero problema
di Paolo Arigotti
Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che con una certa approssimazione potremmo definire una spirale inflattiva dell’analogia coi regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o per meglio dire nutre una profonda avversione, per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere, ma qui quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è una riflessione sul pericolo, a nostro avviso non infondato, che certi approcci comunicativi e/o parallelismi possano sortire un effetto contrario a quello desiderato.
Si può comprendere facilmente come il ricorso a una certa terminologia e/o il richiamare orrendi crimini possa avere la finalità di sottolineare ed enfatizzare la portata di determinati fatti e circostanze, specie ove reiterati, oltre che sottolinearne la gravità morale e suscitare la riprovazione sociale, ma sempre stando al piano comunicativo, a nostro modesto avviso, un utilizzo troppo ricorrente, e in taluni casi forse improprio, potrebbe produrre alcune distorsioni che meritano di essere considerate.
Un primo profilo da prendere in esame riguarda il rischio della banalizzazione storica. Se tutto diventa fascismo (o nazismo, o altro ancora), allora nulla è veramente tale. Se ogni leader autoritario – e ce ne sono parecchi nel mondo, non tutti così vituperati come meriterebbero – viene fatto oggetto di una sorta di reductio ad hitlerum, la figura che per molti (comprensibilmente) rappresenta il male incarnato cessa paradossalmente di rivestire questo ruolo.
coniarerivolta: A Madrid come a Roma: ci tolgono la casa, ci abbassano i salari
A Madrid come a Roma: ci tolgono la casa, ci abbassano i salari
di coniarerivolta
Maricarmen aveva 87 anni e da settant’anni viveva nello stesso appartamento del quartiere Retiro, a Madrid. La società proprietaria voleva alzarle l’affitto da 450 a 1.650 euro al mese, più di tutta la sua pensione, e il 23 settembre l’hanno sfrattata e portata via in barella. È morta in ospedale il 7 ottobre, senza essere mai tornata a casa. La sua storia ha acceso la Spagna. A Madrid centinaia di persone si sono accampate a Puerta del Sol insieme al sindacato degli inquilini, a Barcellona hanno sfilato decine di migliaia di persone e il 3 ottobre si è manifestato in oltre 50 città, con 70.000 persone solo a Madrid e, secondo alcune stime, circa mezzo milione in tutto il paese.
Dietro lo sfratto di Maricarmen c’è un sistema, quello di chi ha trasformato la casa in un affare. Secondo un’inchiesta di Civio, in Spagna oltre 185.000 alloggi in affitto hanno come padrone di casa una grande azienda, e circa la metà appartiene a banche e fondi d’investimento americani. CaixaBank e Blackstone, i due maggiori proprietari del paese, da soli ne contano circa 41.400. Nel primo semestre del 2026 gli investimenti di fondi e grandi proprietari nelle case in affitto sono cresciuti del 376% in un anno, arrivando a 2,9 miliardi di euro, e interi pacchetti di case passano di mano come fossero azioni. Per loro una casa non è un posto dove vivere ma una rendita, come per ogni altro palazzinaro.
In Italia i grandi fondi e gli investitori istituzionali sono ancora pochi, ma stanno arrivando in fretta, e si vede. Nel 2025 hanno investito nella casa 1,2 miliardi, il 40% in più in un anno, e quattro euro su dieci sono finiti negli studentati: a Milano una stanza singola al Villaggio Olimpico costa 1.065 euro al mese; prezzi simili al Social Hub di Roma. Sempre a Milano il gruppo americano Hines, insieme a un fondo pensione olandese, aveva annunciato già nel 2022 un progetto da 850 milioni per 1.400 appartamenti in affitto. Lo stesso fondo speculativo, a Roma, con la complicità dalla giunta di centro sinistra che governa città e municipio, ha mire sugli Ex-mercati generali.
E il pubblico, intanto, dov’è? Gli alloggi popolari sono circa 823.000 su oltre 35 milioni di abitazioni, poco più del 2%, e ci vivono circa tre famiglie su cento.
comidad: Il fantasma della legalità e la realtà del riciclaggio
Il fantasma della legalità e la realtà del riciclaggio
di comidad
Tra le quattro principali nazioni dell’Europa continentale negli ultimi trenta anni l’Italia è stata sicuramente la più stagnante, a fronte di paesi come Germania, Francia e Spagna, che hanno invece presentato un quadro di maggiore dinamicità economica e salariale. La cronicità della stagnazione italiana spiega anche perché non stia subendo le stesse fibrillazioni sociali che oggi attraversano gli altri tre maggiori paesi europei. Ma non va neppure sottovalutata la capacità dell’oligarchia nostrana di surrogare il conflitto sociale reale con forme di conflittualità simulata.
La bistrattata Italietta ha sempre dimostrato un’eccellenza nel produrre sistemi politici aberranti. Non a caso il fascismo è un’invenzione italiana, anche se ovviamente si potrebbe questionare a lungo sul grado di originalità dell’invenzione. Il fascismo viene spesso banalizzato nella nozione di dittatura, tralasciando ciò che del fascismo è stato ereditato e metabolizzato dagli attuali regimi democratici, cioè le tecniche di animazione ed intrattenimento delle masse ; insomma tutto ciò che può essere definito fintocrazia.
La fintocrazia non è un’esclusiva italiana; tutt’altro. Abbiamo visto proprio in questi giorni come il gioco delle parti tra Trump e Zelensky, con i media al seguito, sia riuscito a trasformare la routine in evento epocale; cioè un ordinario e limitato accordo sul gasolio tra USA e Russia è stato enfatizzato oltre ogni misura, trasformato in psicodramma e presentato, a seconda dei punti di vista, come un “tradimento”, oppure come una riaffermazione della priorità dell’interesse nazionale.
Maurizio Lazzarato: Guerra, rapporti di forza e gerarchie future sul mercato del lavoro: bisogna starci dentro e contro in modo nuovo
Guerra, rapporti di forza e gerarchie future sul mercato del lavoro: bisogna starci dentro e contro in modo nuovo
Alberto Deambrogio intervista Maurizio Lazzarato
Maurizio Lazzarato sociologo e filosofo. Il nuovo libro di Maurizio Lazzarato uscirà il 23 ottobre, «Perché la guerra e non la rivoluzione», Mimesis
Alberto Deambrogio: Nel tuo articolo apparso su Machina, tu utilizzi l’analisi di Fernand Braudel per scardinare l’idea che il capitalismo coincida con la logica della concorrenza o con una semplice estensione dell’economia di mercato, definendolo invece come una strategia monopolistica e statale di puro potere e centralizzazione. Molta sinistra ha sicuramente considerato importanti le teorie ordo-capitaliste o la critica al neoliberismo inteso come “iper-concorrenza”, concentrando rivendicazioni sulla regolazione del mercato. Se accettiamo la tesi braudeliana del primato storico della finanza, del debito e della rendita sul profitto, come occorre reindirizzare l’azione politica per individuare nuovi punti di attacco efficaci all’avversario che abbiamo di fronte? Come può, quindi, la sinistra transire da una postura puramente difensiva (all’interno del mercato) a una strategia d’attacco capace di colpire i reali centri di centralizzazione del binomio Stato-Capitale?
Maurizio Lazzarato: Non penso che il problema sia se accettare o meno l’egemonia del capitalismo finanziario. E’ un dato di fatto dall’inizio degli anni 70. La strategia Usa ha messo al centro della sua azione la costruzione dell’economia del debito.

Kamran Yeganegi: Petrolio disponibile, perché i prezzi del carburante sono ancora alti?
Petrolio disponibile, perché i prezzi del carburante sono ancora alti?
di Kamran Yeganegi – The Cradle
Entro il 7 ottobre, alcuni comandanti di petroliere che attraversavano lo Stretto di Hormuz arrivavano a guadagnare l’equivalente di 100.000 dollari al mese, con bonus fino a 50.000 dollari per ogni singolo viaggio. L’assicurazione contro i rischi di guerra per una superpetroliera poteva raggiungere i 20 milioni di dollari per una sola traversata nel Golfo Persico.
Per gli armatori non si trattava più di ordinarie spese di navigazione. Mesi di attacchi avevano trasformato uno dei corridoi energetici più trafficati al mondo in una scommessa commerciale estremamente onerosa. Le petroliere potevano ancora transitare, ma ogni viaggio comportava un carico finanziario di gran lunga superiore alle condizioni pre-belliche.
Il prezzo del transito
Queste cifre hanno messo a nudo una contraddizione al cuore del mercato energetico. Le esportazioni di greggio dal Medio Oriente avevano iniziato a riprendersi, eppure le forniture di carburante rimanevano scarse e i prezzi ostinatamente elevati.
Le esportazioni di greggio da parte dei produttori del Golfo, escluso l’Iran, sono tornate ad almeno 16,5 milioni di barili al giorno a settembre, eguagliando i livelli pre-bellici, con alcune spedizioni giornaliere che li hanno persino superati. Tuttavia, il riaccendersi degli attacchi alle petroliere all’inizio di ottobre ha gettato ombre sulla durata di tale ripresa.
Se si muove più petrolio, perché i consumatori continuano a pagare così tanto il carburante?
I prezzi del greggio e dei carburanti al dettaglio mostrano l’impatto disomogeneo dello shock. Il greggio Brent ha chiuso a 72,48 dollari al barile il 27 febbraio 2026 ed è salito a 104,72 dollari il 9 ottobre, con un incremento di circa il 44,5%. Nello stesso periodo, il prezzo medio del diesel al dettaglio negli Stati Uniti è salito da 3,81 dollari al gallone a fine febbraio a 6,20 dollari il 5 ottobre, con un aumento di quasi il 63%.
nlp: La nuova rivoluzione industriale: Maschinerie, General Intellect e Intelligenza Artificiale
La nuova rivoluzione industriale: Maschinerie, General Intellect e Intelligenza Artificiale
di nlp
I poderosi mutamenti che attraversano oggi la sfera della produzione e l’intero tessuto della società presentano una portata drammatica, paragonabile per profondità storica soltanto alla prima rivoluzione industriale della fine del Settecento. E una rivoluzione industriale non è un semplice avvicendamento di macchinari, ma costituisce – per usare la celebre categoria antropologica di Marcel Mauss – un “fatto sociale totale” che sconvolge simultaneamente le basi materiali, giuridiche, spaziali e psichiche attraverso le quali una società si riproduce. Come l’avvento della macchina a vapore e del telaio meccanico recintò i beni comuni, produsse lo sradicamento violento di interi ceti sociali e produttivi, ridisegnò radicalmente il piano urbanistico facendo sorgere dal nulla le metropoli operaie e piegò i corpi a una disciplina di fabbrica senza precedenti, così l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale generativa e agentica sta ristrutturando la morfologia del mondo contemporaneo.
Anche oggi assistiamo allo smantellamento di intere stratificazioni professionali e intellettuali, accompagnato da una profonda mutazione urbanistica e territoriale: la geografia dei territori viene ridisegnata dall’espansione di giganteschi data center idrovori ed energivori, dalla proliferazione di hub logistici automatizzati, dallo svuotamento o dalla gentrificazione dei centri storici indotti dal lavoro cognitivo da remoto e dalla messa a valore di ogni centimetro dello spazio urbano attraverso piattaforme di consegna e sorveglianza predittiva. Tutto ciò si salda alla crescita di inedite masse di sapere che, superando di gran lunga i muri dell’officina tradizionale, governano l’accelerazione dei comportamenti, i tempi di vita e le abitudini cognitive sull’intera scala biopolitica.
Per comprendere l’origine di questo terremoto al di là delle narrazioni apologetiche o catastrofiste, occorre tornare al capitolo tredicesimo del primo libro del Capitale, dove Karl Marx traccia la distinzione ontologica tra lo strumento (Werkzeug) e la macchina (Maschinerie). Marx ricorda che la rivoluzione industriale si compie quando lo strumento viene strappato dalla mano del lavoratore e inserito in un meccanismo automatico:
Paolo Vernaglione Berardi: Corpi in esilio nella terra del sovrano
Corpi in esilio nella terra del sovrano
di Paolo Vernaglione Berardi
Il corpo della politica, ultimo saggio di Giorgio Agamben, riprende e condensa alcuni argomenti cruciali della riflessione filosofico-politica che negli anni scorsi sono stati oggetto di acceso confronto teorico, con qualche ricaduta sulle pratiche di contrasto alle attuali tecnologie di governo della vita.
Si tratta di argomenti che sono stati fonte di polemiche consumate prima del COVID che ha segnato la definitiva rottura tra i fautori di una indiscriminata libertà di ‘cura’ e coloro che, pur mettendo in discussione le ingiunzioni dello stato ad immunizzarsi, hanno adottato un criterio di prudenza dando priorità alle fragilità collettive di fronte alla dismissione del sistema sanitario pubblico e meno alla rivendicazione di un’esigenza assoluta di mobilità individuale. Questo però non giustifica i beceri attacchi che Agamben ha subito, soprattutto da chi si professa libertario/a o da paludati “filosofi/e” accademici che hanno còlto l’occasione dell’obbligo di vaccino e di greenpass per regolare con lui i conti che non sono mai stati in grado di fare sul piano filosofico-politico.
Sono comunque i corpi ad essere catturati dall’attuale politica mondiale che è guerra planetaria per l’estinzione. Un tecno-suprematismo miliardario ha introdotto su larga scala il razzismo di stato, emergente del resto nel regime di guerra permanente inaugurato agli inizi degli anni 2000, ha fomentato il genocidio e presidia la catastrofe ambientale già avvenuta tramite riarmo e industria fossile, alimenta il capitalismo della sorveglianza con il controllo algoritmico dell’esistenza e distrugge le possibilità di immaginario.
In questo scenario la filosofia politica al tramonto ha fatto brillare l’ultimo raggio di luce nella circoscrizione destituente del fondamento rivelatosi fantasma epocale. Che sia stata giustificazione o registrazione delle forme di potere poco conta. Sono la sua realtà, il suo luogo, la sua funzione, il suo gioco teorico e storico e i suoi discorsi ad essere ormai in archivio.
Per chiunque pensa oggi, non si tratta di continuare o riattivare o criticare le asserzioni filosofico-politiche del passato o le ricerche del presente; e neanche di recuperare dalla tradizione della teoria politica ciò che sarebbe utile alla sua ricostruzione.
Davide Malacaria: Ucraina, ostacoli per il piano di pace Usa
Ucraina, ostacoli per il piano di pace Usa
di Davide Malacaria
La decisione di Trump era meditata e la svolta repentina è dovuta ai ripetuti niet dell’alleato
Trump aveva chiesto a Zelensky di cessare gli attacchi alle raffinerie russe “una mezza dozzina di volte negli ultimi mesi a causa dell’impennata dei prezzi del gasolio. Ciò che ne è seguito era prevedibile: Zelensky ha esitato; Trump ha concluso l’accordo” con Putin. Così David Ignatius, sul Washington Post, ha ricostruito quanto avvenuto sabato scorso.
Insomma, la decisione di Trump era meditata e la svolta repentina è dovuta ai ripetuti niet dell’alleato. La frustrazione ha spinto il presidente americano a forzare e, per piegare la resistenza di Zelensky, è arrivato a minacciare di cessare di fornire informazioni di intelligence, revoca che metterebbe le forze ucraine ancora più alle corde di quanto non siano.
Stanotte sembra che Kiev non si sia astenuta dall’attaccare le raffinerie, accedendo a più miti consigli. D’altronde, Trump era talmente irritato da arrivare a chiedere le dimissioni di Zelensky. Non per questo i droni ucraini sono rimasti inerti: la Russia ha segnalato uno dei più massivi attacchi di droni di quest’anno sulla capitale.
C’est la guerre, che continua nonostante tutto, con i russi che stanno praticamente demolendo le infrastrutture e la logistica dell’Ucraina pezzo dopo pezzo. Tutti gli analisti concordano nel prevedere un inverno tragico per la popolazione. Continuare a parlare di vittorie ucraine, della necessità di forzare ulteriormente la mano per piegare la Russia equivale a condannare il popolo ucraino a ulteriori, inutili, sofferenze.
Edoardo Greblo: Integrazione o assimilazione? I migranti e la questione della diversità culturale
Integrazione o assimilazione? I migranti e la questione della diversità culturale
di Edoardo Greblo
L’immigrazione occupa ormai da tempo un ruolo cruciale nell’agenda politica, domina le campagne elettorali e incide sul loro esito. Serve infatti a movimenti e partiti per suscitare il clima di allarme sociale necessario a procacciarsi il consenso di una opinione pubblica che si sente minacciata sotto diversi punti di vista. I fantasmi agitati dal marketing della paura sono numerosi, ma quello prevalente, e che fa da cornice giustificativa alla volontà di mettere al bando categorie di persone ritenute inammissibili perché inassimilabili, è di ordine ‘culturale’. La paura del nuovo e del diverso trova una forma di giustificazione nell’idea che i migranti siano culturalmente troppo diversi dalla popolazione ospitante, per cui la loro integrazione passa necessariamente per loro assimilazione. Dal momento che gli esseri umani sono portatori di una cultura legata al luogo di provenienza, e le culture sono espressione di visioni del mondo reciprocamente incommensurabili, i rapporti tra coloro che ne sono implicati risultano inevitabilmente conflittuali. La sola forma di integrazione possibile passa dunque per l’assimilazione, un processo in virtù del quale i migranti perdono i propri marcatori identitari originari e vengono incorporati nella comune vita culturale della società di arrivo.
Questo approccio si basa su un’idea di cultura immaginata in termini di omogeneità nella composizione etnica, concepita in termini di lingua, usi, consuetudini, storia e tradizioni immutabili e immodificabili e tale da condizionare, in negativo, i regimi migratori, le politiche per l’integrazione e le regole per l’accesso alla cittadinanza.
Alex Marsaglia: Diritti umani e il caso Romania: l’Occidente che cancella le elezioni può veramente fare la morale?
Diritti umani e il caso Romania: l’Occidente che cancella le elezioni può veramente fare la morale?
di Alex Marsaglia
Nell’annus horribilis 2026, in cui l’imperialismo ha arrestato legittimi presidenti come Maduro in Venezuela e massacrato guide spirituali e religiose come Khamenei, l’Occidente collettivo continua a ergersi a giudice dei “diritti umani”. Sembrerebbe grottesco, non fosse tragico. Se si approfondisce il tema però emergono tutte le ramificazioni della vicenda che rientrano pienamente nella visione colonialista che l’Occidente mantiene verso il resto del mondo, considerato semplicemente come un’entità indistinta da giudicare, processare e sottomettere al fine di estrarre valore. In questa visione suprematista i popoli non devono avere alcuna ambizione di sovranità o diritto di rappresentanza di sorta, in quanto non sono popoli in grado di ergersi allo status di nazioni, ma semplicemente moltitudini da dominare.
Poco importa l’Occidente sia in bancarotta, rispetto al Sud Globale. L’ideologia suprematista che permea la retorica colonialista dei diritti umani continua a operare alimentata da buoni propositi. Solo quelli, poiché le azioni restano improntate alla violenza e alla sopraffazione. Così, durante la Terza Commissione dell’81esima Assemblea Generale dell’ONU l’Occidente guidato dall’impero decaduto britannico è tornato ad attaccare la Repubblica Popolare Cinese sul tema dei “diritti umani”. Nella sua replica il vice-rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite Sun Lei ha evidenziato il doppio standard in atto, tanto più in un contesto in cui in Occidente queste norme che i “maestri” vorrebbero rispettate all’estero non risultano affatto in vigore.
Francesco Coniglione: Civiltà occidentale e inversione dei valori
Civiltà occidentale e inversione dei valori
di Francesco Coniglione
C’è un bambino che dorme. Stringe un orsetto senza un occhio, ha una coperta troppo corta e la certezza – che solo i bambini possiedono – che domani esisterà. Questa certezza è la cosa più preziosa che abbiamo. E siamo disposti a spegnerla per un pezzo di terra. Non è sempre stato così. Per secoli l’Europa, con tutte le sue colpe e tra errori e roghi, ha elaborato un’idea altissima e fragilissima: che ogni uomo valga in quanto uomo. Che la vita non sia proprietà del sovrano, della nazione, dell’esercito, della storia; che la vita non sia merce, che nessun trono, nessuna patria, nessun profitto possa esigere in cambio un innocente. Poi, certo, l’Europa ha tradito mille volte quei valori. Ha fatto guerre, ha colonizzato, ha massacrato, ha sfruttato. Ma quell’idea è stata la sua ferita e la sua grandezza: aver saputo dire «non si deve» persino al proprio potere. Quello era il valore primo. Tutto il resto – confini, ricchezze, bandiere – veniva dopo, e si inchinava.
Oggi l’ordine è capovolto. Il confine viene prima dell’uomo. Il prestigio prima del pane. L’etnia prima del volto. L’«interesse strategico» è diventato una divinità antica che pretende i suoi sacrifici, e i sacrificati sono sempre gli stessi: quelli che non hanno deciso nulla. Si difende una linea sulla carta e si perde ciò che la linea doveva proteggere. Un confine è un’idea. Un bambino è una persona.
È questa l’inversione: ciò che era mezzo è diventato fine, e ciò che era fine è diventato mezzo. Lo Stato, le frontiere, le armi erano strumenti per garantire la vita dei cittadini.
Enrico Grazzini: L’euro, la crisi e le illusioni della sinistra
L’euro, la crisi e le illusioni della sinistra
di Enrico Grazzini
Critica agli economisti di sinistra: non capiscono che la crisi della Francia è la crisi dell’euro, la moneta della grande finanza e del debito pubblico
La crisi del debito pubblico francese rischia di espandersi all’Italia e all’eurozona e di tirare giù tutto il sistema dell’euro. La crisi francese annuncia una nuova grave e profonda crisi dell’euro dopo quella del 2011-2012. L’euro ha recentemente cominciato a perdere rapidamente quota sul dollaro perché è molto difficile che la Francia, fortemente indebitata e il cui popolo è in rivolta contro l’austerità di Bruxelles, possa essere salvata dalla Banca Centrale Europea e dall’Unione Europea. Ma la colpa della crisi non è solo dei governi francesi o di Bruxelles: anche se la quasi totalità degli economisti e dei politici di sinistra in Italia e in Europa non vuole ammetterlo, è proprio l’architettura dell’euro la principale causa genetica della decennale crisi sistemica europea. L’euro è una valuta intrinsecamente fragile e sempre sull’orlo del fallimento: infatti non è garantita da un fondo fiscale comune finanziato dalle tasse annuali dei cittadini europei. L’euro è dunque una valuta senza copertura. Nel passato la ricca Germania garantiva per tutti, e in particolare per la Francia costantemente in deficit fiscale. Ma da qualche anno Berlino è in crisi profonda, sia economica che politica. E la Francia ha un debito che continua inesorabilmente a crescere. Il peccato originale della valuta unica europea è che impedisce agli Stati di autofinanziarsi con la loro moneta nazionale per investire sui beni pubblici nazionali: gli Stati sono costretti a indebitarsi sui mercati per fare investimenti, e i mercati finanziari si ingrassano grazie alla crescita dei debiti pubblici.¹
Prima la crisi dell’euro era determinata dai “paesi straccioni” del sud Europa, dai cosiddetti PIGS, i “porci” del Mediterraneo, la Grecia, la Spagna, il Portogallo, Cipro e l’Italia. Oggi la crisi è molto più grave: sono i paesi più ricchi, i paesi leader in Europa, Francia e Germania, che soffrono. La Francia prevede di contenere il deficit pubblico sotto il 3% del PIL solo nel 2030, ma è una promessa scritta sull’acqua. Anche l’economia tedesca è ferma, e il debito aumenta a causa dei deliri di Berlino sul riarmo contro la Russia. Intanto l’Italia continua ad aumentare il suo debito pubblico, e il deficit aumenterà per la spesa per le armi. L’Europa dell’euro non ha futuro.
Geraldina Colotti: Thomas Sankara, la rivoluzione spezzata e l’eredità del femminismo
Thomas Sankara, la rivoluzione spezzata e l’eredità del femminismo
di Geraldina Colotti
Ogni 15 ottobre i popoli ricordano l’omicidio di Thomas Sankara. Sulla figura del rivoluzionario panafricanista — il leader della Rivoluzione d’Agosto in Alto Volta, ribattezzato Burkina Faso (“Il Paese degli Uomini Integri”) nel 1984 — è stato scritto moltissimo, spesso riducendo la sua traiettoria a un’icona pop della sinistra terzomondista: il “presidente antimperialista in bicicletta”, il militare austero che rifiutava i privilegi, l’oratore brillante capace di sfidare i capi di Stato occidentali sui palchi dell’ONU e dell’OUA. Questa narrazione agiografica e puramente eticheggiante rischia tuttavia di sterilizzare la portata marxista e strategica della sua prassi politica, trasformando un rivoluzionario radicale in un simbolo inoffensivo da maglietta.
Sankara non fu un “moralista” capitato alla guida dello Stato per un accidente sentimentale, ma un quadro militare e politico che comprese lucidamente come la decolonizzazione formale concessa dalle metropoli francesi fosse una mistificazione neocoloniale: una transizione in cui la bandiera e l’inno cambiavano, ma il saccheggio delle risorse, il cappio del debito estero e la subordinazione economica rimanevano intatti. La specificità originale del sankarismo risiede nell’aver attaccato simultaneamente tre pilastri dell’oppressione strutturale: la dipendenza imperialista, con il rifiuto frontale del debito pubblico internazionale, definito uno «strumento neocoloniale di riconquista e di assassinio economico dei popoli»; la struttura di classe interna e la rendita burocratica, attraverso la demolizione dei privilegi della borghesia di Stato parassitaria, nutrita dai fondi della cooperazione francese e distaccata dai bisogni materiali delle masse contadine; e l’oppressione patriarcale.
È su quest’ultimo punto, sul terreno della liberazione delle donne, che la Rivoluzione d’Agosto (1983–1987) ha espresso la sua rottura più radicale e teoricamente avanzata rispetto a quasi tutte le altre esperienze rivoluzionarie africane del Novecento. Sankara non concepiva l’emancipazione femminile in chiave assistenziale o come una concessione giuridica calata dall’alto della democrazia borghese; la analizzava attraverso le categorie del materialismo storico in questi termini: «La rivoluzione e la liberazione delle donne vanno a braccetto.
Amitav Acharya: Non trasformare la crisi attuale in una profezia che si autoavvera
Non trasformare la crisi attuale in una profezia che si autoavvera
Alberto Deambrogio intervista Amitav Acharya
Amitav Acharya, Distinguished professor alla American University di Washington D.C., è stato in Italia nei giorni scorsi per presentare il suo libro Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi editore). Abbiamo approfittato della sua disponibilità per intervistarlo. Per questa lo ringraziamo molto.
* * * *
Alberto Deambrogio: Professor Acharya, nel suo lavoro lei descrive la fine dell’ordine globale a guida americana non come l’inizio di una nuova egemonia (ad esempio cinese), ma come un mondo “multiplex”, simile a un cinema multisala con film diversi proiettati contemporaneamente. Guardando alle crescenti tensioni geopolitiche attuali, ritiene che questo modello sia ancora stabile o stiamo assistendo a una frammentazione più pericolosa e polarizzata rispetto al passato?
Amitav Acharya: Vorrei innanzitutto chiarire cosa intendo per Multiplex. È un ordine non egemonico: in sostanza, sostiene che nessuna singola potenza possa dominare il mondo, che si tratti degli Stati Uniti, della Cina o dell’India. Sarà un mondo più pluralistico. Allo stesso tempo, però, non si tratta semplicemente di un mondo multipolare, nel quale soltanto alcune -magari tre, quattro o cinque -grandi potenze dominano. Multiplex significa qualcosa di più diversificato e realistico, con molti più attori, comprese le grandi potenze e le superpotenze, come gli Stati Uniti e la Cina, ma anche potenze regionali come l’Unione Europea, l’Indonesia, il Brasile e così via. Ora, non so esattamente cosa intendiamo quando parliamo di stabile. Questo è un mondo diverso, un mondo più diversificato, e penso che sia proprio il tipo di mondo nel quale stiamo già entrando.
Lo vediamo, per esempio, con i BRICS, il gruppo che sta aumentando la propria influenza. Non è un’organizzazione dominata dalla Cina.
Sergio Cararo: “Deve scapparci il morto”. E’ in preparazione una operazione “False flag” per fare la guerra alla Russia?
“Deve scapparci il morto”. E’ in preparazione una operazione “False flag” per fare la guerra alla Russia?
di Sergio Cararo
Prima c’è stato un articolo giovedi 8 ottobre del giornale Politico.eu a rivelare che l’Unione Europea “di fronte all’escalation delle operazioni ibride russe” si stia preparando all’eventualità che, prima o poi, queste azioni provochino delle vittime in Paesi Ue o Nato.
Una riunione di diplomatici della Ue svoltasi a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti, ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che sembra essere un attacco, “la pressione ad agire sarebbe enorme per entrambe le istituzioni” riferiva una fonte diplomatica europea a Politico. A dare un quadro d’insieme della possibile azione della Nato contro la Russia era stato qualche giorno prima il segretario dell’alleanza Mark Rutte.
Poi, l’11 ottobre, è arrivato il Financial Times a suscitare l’allarme “wet work”, una espressione che indica operazioni murder or assassination, in particolare omicidi su commissione. Secondo il FT l’allarme è alto tra le intelligence occidentali sull’intensificarsi di sforzi da parte della Russia per assassinare i responsabili della difesa europei.
La stessa Ansa registra come “la coincidenza vuole che proprio nelle scorse ore il primo ministro polacco Donald Tusk abbia dichiarato che un uomo accusato di aver minacciato un attentato contro di lui e il suo ministro della Difesa è stato arrestato”. Ignota ovviamente sia l’origine della minaccia che l’identità dell’uomo arrestato.
Fabio Mini: Soldato Jack e la strategia fallimentare dell’Ucraina
Soldato Jack e la strategia fallimentare dell’Ucraina
di Fabio Mini
Senza una via d’uscita. Una discussione in Rete tra un contractor Usa e interlocutori alleati dimostra che sul terreno gli uomini gialloblù hanno finito le opzioni
Hit the road Jack…
Pochi giorni fa, dopo l’ennesima notte di bombardamenti su Kiev, il cancelliere tedesco Merz s’è recato in segreto da Zelensky. Un precedente analogo risale al 2022, quando Boris Johnson intervenne per impedire un accordo con la Russia, minacciando il presidente ucraino proprio mentre sembrava disposto ad accettare una soluzione negoziale.
Merz sarebbe intervenuto per scongiurare il collasso psicologico di Zelensky e rilanciare un sostegno occidentale sempre più incerto. Ha promesso il proseguimento del riarmo tedesco e 1,3 miliardi di euro di aiuti: appena un giorno di guerra in più.
Forse il panico di Zelensky era solo una forma di pressione sugli alleati, ma gli avvertimenti alla popolazione, l’invito a lasciare le grandi città, la liquidazione dei pessimisti nel suo governo erano reali e alimentavano l’immagine dei governanti nel panico e del Paese sull’orlo del collasso. Intanto la Russia avanzava davvero.
La diffusione del panico, intenzionale o meno, ha funzionato: Merz s’è precipitato e i media occidentali hanno rilanciato domande così ovvie da risultare idiote: dove vuol arrivare Mosca? E quale strategia hanno Kiev e l’occidente per evitare la sconfitta?
Massimiliano Amato: Tecnologia, comando, potere, accumulazione: Panzieri di fronte all’I.A
Tecnologia, comando, potere, accumulazione: Panzieri di fronte all’I.A
Alberto Deambrogio intervista Massimiliano Amato*
Alberto Deambrogio: Nel tuo libro riprendi la tesi di Raniero Panzieri sulla non-neutralità della tecnologia, nata negli anni della catena di montaggio e del boom industriale. Se Panzieri oggi potesse osservare la transizione digitale e i moderni algoritmi di intelligenza artificiale applicati al mondo del lavoro, quale aspetto dell’odierno capitalismo delle piattaforme lo sconvolgerebbe di più e quale, invece, considererebbe la logica evoluzione di quanto aveva già previsto?
Massimiliano Amato: Credo che Panzieri non si stupirebbe affatto del fatto che la tecnologia continui a essere comando. Era esattamente la sua tesi: non esiste una macchina neutra che il capitale userebbe bene o male, esiste la macchina capitalistica. In questo senso la gestione algoritmica del lavoro di piattaforma non è una rottura rispetto alla sua analisi, ma una conferma spettacolare. Anche “Plusvalore e pianificazione”, il suo ultimo scritto teorico, già diceva che la pianificazione capitalistica tende a estendere alla società intera il comando che prima era confinato dentro i cancelli della fabbrica. Oggi quella fabbrica non ha più cancelli: è ovunque, dentro un’app, e il comando si è semplicemente disperso nello spazio sociale, esattamente come lui aveva previsto. Quello che credo lo sconvolgerebbe, invece, è la caratteristica peculiare che questo comando ha assunto: l’opacità.
Antonio Pagliarone: AnwarShaikh un economista eterodosso
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Anwar Shaikh, un economista eterodosso
di Antonio Pagliarone1
Anwar Shaikh è nato a Karachi nel 1945 da una famiglia sindhi. Diplomatosi alla Stuyvesant High School di New York nel 1961 ha poi conseguito una laurea in ingegneria (B.S.E.) presso l’Università di Princeton nel 1965. Dal 1965 al 1967 lavorò per due anni in Kuwait: inizialmente come impiegato bancario e ingegnere, e successivamente, dal 1966, come insegnante di matematica, fisica e scienze sociali presso la Kuwait-American School di Kuwait City. Una volta tornato negli Stati Uniti per studiare economia con Gary Becker, Robert Heilbroner e Luigi Pasinetti alla Columbia University ha poi conseguito il dottorato di ricerca sotto la guida di Ronald Findlay nel 1973. Durante gli studi di specializzazione, insegnò scienze sociali e matematica alla Harlem Preparatory School di Harlem (New York), un istituto privato fondato nel 1967.
Nei primi anni Sessanta a Princeton Shaikh si avvicina alla politica ascoltando Martin Luther King durante un’assemblea generale e Malcolm X quando intervenne ad un seminario ristretto presso il Dipartimento di Studi Islamici. Durante gli studi post-laurea alla Columbia,Shaikh simpatizzò per i Black Panthers e la Nation of Islam. Nel 1968 partecipò all’occupazione studentesca nel corso delle proteste alla Columbia University e fu cofondatore della Union for Radical PoliticalEconomics, ma venne espulso dal gruppo per aver invitato Joan Robinson a tenere un intervento presso il Dipartimento di Economia della Columbia.



