La guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran continua ad alimentare volatilità sui mercati energetici.

Giacomo Gabellini: Medio Oriente in fiamme: la partita dell’energia
Medio Oriente in fiamme: la partita dell’energia
di Giacomo Gabellini
La guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran continua ad alimentare volatilità sui mercati energetici. Alla crescita vertiginosa dei benchmark petroliferi Brent e West Texas Intermediate (Wti) registrata già alla vigilia della guerra e protrattasi fino a lunedì 9 marzo ha fatto seguito una discesa rapidissima, imputabile per un verso alle rassicurazioni fornite dal presidente Trump circa l’imminente conclusione delle operazioni militari contro la Repubblica Islamica.
Per l’altro, alla decisione adottata all’unanimità dai 32 Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia di svincolare 400 milioni di barili di riserve strategiche in un’ottica di compensazione alla strozzatura nell’offerta petrolifera prodotta dalla chiusura de facto dello Stretto di Hormuz da parte delle autorità di Teheran.
Più specificamente, il governo iraniano ha instaurato un vero e proprio check-point militare in corrispondenza di questo cruciale collo di bottiglia attraverso cui transitano in media 20 milioni di barili di greggio al giorno (pari a circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare), autorizzando il transito soltanto delle imbarcazioni riconducibili a Paesi non collegati agli interessi statunitensi e israeliani.
Un ruolo altrettanto significativo rispetto a crollo provvisorio del prezzo del petrolio verificatosi martedì 10 marzo va attribuito al post pubblicato dal segretario all’Energia Chris Wright sul suo profilo X in cui si sosteneva che la US Navy aveva scortato con successo una petroliera attraverso lo Stretto di Hormuz.
La notizia, che contraddiceva clamorosamente i proclami dei vertici dei Pasdaran, è stata prevedibilmente interpretata come un segnale che gli Stati Uniti erano in qualche modo riusciti a ripristinare la libertà di navigazione nel più importante braccio di mare del mondo. La percepita riduzione del rischio geopolitico si è istantaneamente tradotta in un drastico ribasso prezzo del petrolio, che nell’arco di pochi minuti ha realizzato una caduta prossima al 20%, e in un vigoroso rimbalzo dei listini di Wall Street.
Francesco Cappello: Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?
Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?
di Francesco Cappello
L’attuale deriva energetica dell’Unione Europea rappresenta il coronamento di un suicidio economico annunciato, dove l’ideologia sanzionatoria ha infine prevalso sul realismo geopolitico e sulla memoria storica. Dopo il divieto totale di importazione di petrolio russo nella Ue scattato all’inizio di quest’anno, il nuovo pacchetto di restrizioni, formalizzato nel Regolamento (UE) 2026/261, impone un divieto sulle forniture a breve termine (singole consegne, contratti di fornitura spot di poche settimane o pochi mesi) di gas naturale liquefatto russo a partire dal 25 aprile 2026, una scelta che appare oggi ancor più chiaramente autolesionista, oltre che tecnicamente folle. Per decenni, il metano russo ha costituito la spina dorsale dello sviluppo industriale europeo, garantendo energia a basso costo e stabilità strategica; recidere questo legame storico in nome di un atlantismo acritico significa condannare il Vecchio Continente a una deindustrializzazione irreversibile.
La fragilità di questa impalcatura sta definitivamente crollando sotto i colpi dell’escalation militare in Medio Oriente. L’aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha innescato una reazione a catena che vede nello stretto di Hormuz il cappio al collo dell’economia europea. Con la chiusura di questo passaggio vitale, oltre ai danni che stanno subendo fornitori come il Qatar (il complesso di Ras Laffan che soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL è chiuso per danneggiamenti) (vedi nota [1]) e altri, l’Europa si ritrova improvvisamente privata del GNL qatariota, proprio mentre si ostina a sbarrare la porta all’unico fornitore che, per geografia e infrastrutture, potrebbe garantire la sopravvivenza del sistema produttivo continentale. È il paradosso perfetto: l’Europa si priva del gas russo per compiacere alleati che, con le loro azioni belliche, le precludono contemporaneamente l’accesso alle rotte alternative del Golfo Persico. Si aggiunga, nel caso dell’Italia, che l’interscambio con l’Iran, malgrado le sanzioni si è attestato intorno ai 700 milioni di euro nel 2025 facendo dell’Italia il secondo partner commerciale dell’Iran nell’Unione dopo la Germania.
Ciro Schember: Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
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Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
di Ciro Schember
Nel 2023, Angelo Calemme pubblica un libro che riprende e aggiorna un problema non solo italiano: la Questione meridionale dalla Conquista regia al processo di (dis-)integrazione europea1. Con gli strumenti concettuali di una Storia critica della tecnologia dell’Italia meridionale e della Sicilia tra Sette e Ottocento e di una Critica dell’economia politica dei Sud italiani dal secolo precedente all’Unità al trentennio successivo al Trattato di Maastricht, la Questione meridionale appare in una veste diversa da quella tradizionale: non più come la “palla al piede” del mancato sviluppo capitalistico siciliano e napoletano, ma come la faccenda dell’arresto di questo sviluppo nei Mezzogiorni italiani, funzionale alla proto-industrializzazione (1870-1940) prima e alla grande-industrializzazione (1945-1965) poi dell’Italia centro-settentrionale2.
Sulla falsariga delle analisi del gramsciano Nicola Zitara, dunque applicando fino alle estreme conseguenze il metodo marxiano allo studio della Questione meridionale, senza anteporgli alcuna retrotopia di Destra e senza alcun pregiudizio sciovinista di Sinistra, con il volume del 2023, Calemme dimostra che non vi sarà mai alcun futuro di emancipazione economica e sociale per gli italiani dei Sud senza una separazione rivoluzionaria dallo Stato unitario3.
Sulla scorta delle ricerche pubblicate nel 2023, sulla base delle collaborazioni con Giuliano Marrucci e Cristiano Sabino per il canale web OttolinaTV e l’associazione Multipopolare4, con La variabile legittima della storia.
Alessandro Barile e Alberto Pantaloni: Il sogno della rivoluzione
Il sogno della rivoluzione
di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni
[In occasione dell’uscita del volume Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta (Mimesis 2026) curato da Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, ringraziando l’editore per la gentile concessione, si pubblica di seguito un breve estratto derivato dall’Introduzione stesa dai curatori del volume – gh.t.]
Culmine e crisi della “modernità comunista”
Il Sessantotto italiano ha una sua lunga incubazione – originandosi culturalmente dalla crisi dello stalinismo a partire dal 1956. L’operaismo, da molti considerato come il punto fondante di una presunta “ideologia del Sessantotto”, si configura non tanto (o non solo) come tentativo di fuoriuscire “da sinistra” dal “cominternismo” che, nelle sue ovvie rimodulazioni (Cominform, “partito nuovo”, “vie nazionali al socialismo”), ancora ispirava la prassi politico-ideologica e organizzativa del movimento comunista; l’operaismo sperimenta una fuoriuscita dall’“eresia” – quella trockista o bordighista, consiliarista o anarchica – che alimentava la critica da sinistra del modello sovietico. Con gli anni Sessanta prende forma una storia nuova, interna al marxismo rivoluzionario – al quale si richiama tutta la mobilitazione – ma distante dalle forme tradizionali della militanza comunista della prima metà del secolo. Per questo, abbiamo sottotitolato il volume La nuova sinistra negli anni Settanta, ritenendo questa formula generalmente più adatta a quella di “sinistra rivoluzionaria”, pur essendo consapevoli del dibattito presente nella comunità storiografica, dibattito che però riteniamo non dirimente, tanto da aver lasciato autori e autrici liberi e libere di utilizzare la forma che preferivano.
Fulvio Grimaldi: “Non siamo in guerra!” Non siamo in guerra?
“Non siamo in guerra!” Non siamo in guerra?
di Fulvio Grimaldi
Approfittando della vocazione mercenaria dei curdi, manifestatasi in Siria e Iran, ma soprattutto da sempre in Iraq, al servizio dei disgregatori sion-imperialisti delle nazioni, grazie alla sua base militare a Irbil nel Kurdistan iracheno, il regime Meloni-Crosetto è entrato, anche ufficialmente, in guerra. E, logicamente, è stata punito dall’aggredito iraniano.
Cosa cazzo ci fanno i carabinieri a Irbil, aggiungendo altre motivazioni al nostro sputtanamento internazionale e al nostro impoverimento collettivo, favorito dall’arricchimento degli armaioli garantito dal loro lobbista Crosetto?
Spieghiamo quanto deve essere mantenuto inspiegato. Perpetua le sue missioni al servizio del colonialismo occidentale il governo Meloni-Crosetto, la cui base militare a Irbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, è stata colpita da missili iraniani. Non molto tempo fa la visita qui del premier Meloni e di Crosetto aveva rallegrato i militari della base italiana (come si può constatare nell’immagine) installata, chissà perché, in questa regione. Il perché non è molto pubblicizzato.
Carabinieri vi addestrano i Peshmerga, milizia protagonista storica del separatismo curdo, che da tempo è stata chiamata dalla israelo-statunitense “Coalizione Epstein” a infiltrare sue unità in Iran per azioni terroristiche finalizzate al regime change. Comandante supremo della milizia, come autocrazia assoluta del Kurdistan, è dal secolo scorso la dinastia Barzani, ieri Mustafa, oggi Massud. Entrambi a libro paga della CIA e foraggiati in armi da Israele.
Stefano Stella: Sradicati e flessibili: come la pedagogia contemporanea fabbrica il soggetto neoliberale
Sradicati e flessibili: come la pedagogia contemporanea fabbrica il soggetto neoliberale
di Stefano Stella
D’Istruzione Pubblica, il recente film di Federico Greco e Mirko Melchiorre, sta riscontrando un meritato successo nelle sale di tutta Italia, suscitando tuttavia aspre critiche dal blocco liberal-progressista italiano. In particolare, secondo alcuni commentatori che afferiscono a quell’ala politica, la pellicola in questione avrebbe un tono eccessivamente critico nei confronti del modello pedagogico adottato negli ultimi decenni, trascurando invece gli aspetti positivi della scuola neoliberale. A tal proposito, dal momento che argomenti del genere non sono estranei ai luoghi di potere, è forse opportuno un breve approfondimento sulla scuola neoliberale che, sebbene senza pretese di esaustività, tenterà di fornire un supporto complementare alle argomentazioni e alle posizioni espresse dalla pellicola di Greco e Melchiorre. A titolo esemplificativo si può partire da alcuni estratti dalle indicazioni nazionali per il curriculo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione del MIUR (anno 2012).
Il documento inizia con una frase interessante:
“In un tempo molto breve, abbiamo vissuto il passaggio da una società relativamente stabile a una società caratterizzata da molteplici mutamenti e discontinuità. Questo nuovo scenario è ambivalente: per ogni persona, per ogni comunità, per ogni società si moltiplicano sia rischi che opportunità.[1]”
L’incipit del testo in esame, pur catturando l’attenzione per una certa suggestione descrittiva, non riesce a nascondere la fragilità ideologica della propria impalcatura teorica. Ci si trova immersi in un esercizio di stile che lamenta la fine di una presunta età dell’oro senza però rintracciarne le coordinate storiche o materiali. È quantomeno audace, infatti, definire “stabile” la stagione inaugurata dall’Autunno Caldo del 1969. Quel periodo, lungi dall’essere un’epoca di quiete sociale, fu caratterizzato da una radicale messa in discussione dei rapporti di forza, da una conflittualità permanente e da una spinta trasformativa che investì ogni fibra della produzione e della riproduzione sociale. L’instabilità del passato era infatti determinata dal conflitto di classe: un’energia dinamica che mirava a costruire nuove forme di cittadinanza e diritti.
Infoaut: Guerra all’Iran: da un certo punto in là non c’è più ritorno
Guerra all’Iran: da un certo punto in là non c’è più ritorno
di Infoaut
A oggi è possibile sostenere che gli USA non si aspettassero una durata della guerra di questo tipo. Nessun segno di de-escalation: gli attacchi aerei contro l’Iran si intensificano nella seconda settimana di guerra. I bombardamenti su Teheran sono indiscriminati, ospedali, scuole, civili, depositi di petrolio nel centro della città.
Trump chiede la resa incondizionata ma non ottiene ciò che spera, anzi. Se l’attacco imperialista ha preso avvio con buona speranza di chiuderla in fretta, magari con un cambio di regime come in Venezuela, significa dover fare i conti con la storia. La spudorata ferocia dell’attacco dispiegato sulle città iraniane è senza precedenti e la retorica del “libereremo il paese dalla dittatura” è durata poco, quella che si è scatenata è la stessa furia genocida che abbiamo conosciuto a Gaza. Colpire deliberatamente le riserve di petrolio in una città da 10 milioni di abitanti, sapendo di scatenare una nube tossica e piogge acide, è qualcosa di disumano che ha mostrato la vera intenzione dell’attacco imperialista: nessuna liberazione, ma guerra di sterminio. Le vite di chi è fuori dall’Occidente e dai sui piani coloniali, valgono zero. Dimostrare di saper resistere e rispondere a questo attacco, dall’Iran al Libano, è un fuoco di speranza per milioni di persone in Medioriente e nel mondo che sentono la necessità che qualcosa si frapponga a questo piano distruttivo e di barbarie.
Strategie
Anche se è difficile capire quale sia la reale strategia americana dietro l’attacco e soprattutto come gli USA pensino di uscirne, diverse sono le opzioni in campo. Va premesso che nelle “nebbie di guerra” è difficile reperire fonti attendibili e discernere dalla propaganda. Da parte americana, l’obiettivo sembra rimanere quello di un crollo del regime e di un suo cambio di vertice, poco importa se questo avverrà a costo di colpire la popolazione civile.
Sandro Moiso: Il nuovo disordine mondiale / 33
Il nuovo disordine mondiale / 33
Guerra infinita e fine delle alleanze (tra stati e classi)
di Sandro Moiso
Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro
E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei contendenti. (A. Bordiga, Neutralità, in “Prometeo” n.12 – 1949)
Nonostante il fatto che l’attacco statunitense e sionista contro l’Iran, il bombardamento delle scuole e l’ennesimo omicidio “mirato” nei confronti di un leader avversario possano far propendere l’opinione dei più in direzione di una esclusiva e scontata condanna dell’imperialismo americano e delle sue trame e azioni militari messe in atto per rallentare il declino della sua egemonia politica ed economica, occorre cogliere con lucidità le cause di un conflitto che potrebbe diventare planetario; cercando di vedere come questo possa essere non soltanto il frutto di un’univoca volontà di potenza, ma di una sempre più estesa crisi egemonica dell’ordine americano e occidentale del mondo.
Un conflitto allargato, ormai tutt’altro che latente, cui l’aspirante Premio Nobel per la pace, entrato ormai in un irrefrenabile loop discorsivo, sta imprimendo una spinta senza precedenti, probabilmente senza avere un piano del tutto preordinato o una visione delle conseguenze della promessa di poter reggere una “guerra infinita”, così come ha sottolineato «Foreign Affairs»:
Paolo Ferrero: Perché la narrazione occidentale sulla guerra all’Iran è totalmente falsa
Perché la narrazione occidentale sulla guerra all’Iran è totalmente falsa
di Paolo Ferrero
E’ dal 24 febbraio 2022 che ci sentiamo ripetere che l’invasione del Donbass da parte della Russia era immotivata e non provocata. Questa formulazione è stata ripetuta come un mantra in ogni documento dell’Unione Europea e nei discorsi pubblici da parte dei leader occidentali a partire da quelli italiani. Che la CIA avesse organizzato e finanziato un colpo di stato a Maidan nel 2014 al fine di rovesciare il legittimo governo dell’Ucraina aprendo una stagione di dura repressione delle popolazioni russe del Donbass e ribaltando gli orientamenti geopolitici del paese, non è mai stato preso in considerazione come fattore problematico.
Così come non è mai stato presa in considerazione che il progressivo l’allargamento della NATO a est – a partire dalla guerra contro la ex Jugoslavia del 1999 – fosse stato ripetutamente contestato dalla leadership russa, la quale aveva comunicato ancora nel 2021 di ritenere inaccettabile – per ragioni di sicurezza nazionale – l’ingresso dell’Ucraina nella NATO.
Nel caso della guerra tra Russia e Ucraina i media e i governi occidentali hanno quindi ripetuto mille volte che la situazione era chiarissima: c’è un aggressore e un aggredito e l’aggressore non ha alcuna motivazione che non sia la sua malvagità e quindi la difesa dell’aggredito è una condizione imprescindibile in quanto l’Occidente – che è buono e democratico – deve difendere gli indifesi dall’attacco dei gradassi.
Alessandro Volpi: Quando crollano i padroni del mondo: La guerra non basta più a salvare il capitalismo finanziario
Quando crollano i padroni del mondo: La guerra non basta più a salvare il capitalismo finanziario
di Alessandro Volpi
La guerra doveva rilanciare la finanza globale. Ma la crisi è troppo profonda: ETF in calo, riscatti bloccati, Big Tech in perdita. Persino i grandi gestori scoprono di non poter più controllare i mercati
Trump pensa che la guerra sia la soluzione della crisi profonda del capitalismo finanziario, ma, in realtà, la gravità di tale crisi è davvero troppo pesante.
Per la prima volta, infatti, stanno registrando una difficoltà vera anche “i padroni del mondo”.
Il titolo BlackRock ha perso in una settimana di guerra il 12%, recuperando oggi solo l’1,8%.
E’ evidente che una guerra in una zona tanto strategica sta facendo crollare il valore dei patrimoni gestiti dal fondo di Larry Fink.
Sono troppi i titoli che scendono e gli strumenti finanziari di BlackRock, che hanno come sottostante quei titoli, soffrono e non trovano compratori.
In altre parole i mirabolanti risultati degli Etf stanno sgonfiandosi e persino le grandi major petrolifere pagano se Hormuz è chiuso, perché speculare sui titoli che operano sul petrolio quando il petrolio è talmente scarso da generare una recessione globale non genera effetti significativi.
Maddalena Celano: Il primato scientifico delle donne in Iran e il falso mito della “liberazione”
Il primato scientifico delle donne in Iran e il falso mito della “liberazione”
Francesco Santoianni Intervista Maddalena Celano
“Se pensiamo all’Iran abbiamo un’immagine stigmatizzata: la donna velata e succube, ignorante e schiava, uccisa se dal velo esce una ciocca di capelli. La realtà è un’altra.”
Tutti, sui giornali e in TV, che si sentono in dovere di mitigare l’indignazione generale per l’ennesimo attacco contro l’Iran (costellato anche da mostruosi crimini di guerra come questo, passato sotto silenzio) parlando della “sopraffazione delle donne da parte del regime di Teheran”. E c’è pure chi lo fa, quasi, auspicando una “liberazione delle donne iraniane” da parte delle milizie del Kurdistan irakeno dimenticandosi che questa terra, ancora oggi, è la patria dell’infibulazione. Sulla attuale situazione della donna in Iran abbiamo intervistato la ricercatrice Maddalena Celano, autrice del libro “L’Iran oltre il velo – Media, politica e immaginario coloniale”, prefazione di Bruno Scapini), in stampa in questi giorni per Mario Pascale Editore e già pre-acquistabile su Amazon.
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Ieri 8 marzo, “Festa della Donna”, l’Iran è sotto attacco anche, secondo tutti i giornalisti di regime, per “liberare le donne iraniane” e i tanti che avevano protestato nei mesi scorsi.
Federico Giusti e Valentina Salada: Tecnologie duali e AI: così il PNRR sta trasformando gli atenei in laboratori militari
Tecnologie duali e AI: così il PNRR sta trasformando gli atenei in laboratori militari
di Federico Giusti e Valentina Salada delegati CUB
Il Ministro Bernini firma i decreti attuativi ma le assunzioni saranno ben poche per la ricerca privilegiando essenzialmente i progetti finanziati, con fondi europei, del PNRR parte dei quali suggeriti direttamente dal Ministero della Difesa. Staremo a vedere quante delle unità annunciate (circa2000) saranno assunte con i concorsi e quante di queste saranno chiamate a ricerche duali, nel campo della AI, dei calcoli quantistici e matematici necessari per i nuovi sistemi di arma.
Veniamo da anni nei quali centinaia di ricercatori sono scappati (letteralmente!) all’estero o, dopo anni di sacrifici e studi, hanno preferito rinunciare ai progetti di ricerca in assenza di finanziamenti pubblici e privati specie se indirizzati ad ambiti poco redditizi e non oggetto delle attenzioni speculative.
Il MUR destinerà nel 2026 un finanziamento complessivo di 18,5 milioni di euro per assunzioni di ricercatori in università ed enti di ricerca, se confrontiamo la cifra con il reale fabbisogno (anche per i buchi di organico derivanti da 30 anni di tagli) siamo dinanzi a delle briciole. Come se non bastasse, metà della spesa sarà a carico degli Atenei che già devono fare salti mortali non avendo risorse da spendere per le borse di studio e per la edilizia scolastica.
1.051 di queste future assunzioni riguarderanno ricercatori PNRR (e molti progetti saranno legati alla guerra e alle tecnologie duali), con 880 posti nelle università e 204 negli enti di ricerca vigilati dal Ministero. Siamo certi allora che il rilancio della ricerca non sia appositamente pensata per scopi di guerra senza un piano di assunzioni rivolto indistintamente a tutti i settori?
Il Chimico Scettico: “Perchè sventolare la bandiera galileiana?”
“Perchè sventolare la bandiera galileiana?”
di Il Chimico Scettico
Un recente articolo di Eros Barone su Sinistrainrete mi ha dato da riflettere. Di fatto Barone si pone il problema della meccanica quantistica da un punto di vista filosofico e ontologico e in questa chiave cita Bohm ed i potenziali quantistici per restituire oggettività alle particelle elementari. E’ una questione assolutamente legittima, collocata in un contesto più ampio. Ma dal mio punto di vista è anche una questione al di fuori del dominio delle scienze sperimentali.
La struttura quantomeccanica dell’atomo, per esempio, è stata elaborata per risolvere i problemi insiti sia nel modello atomico di Rutherford che in quello di Bohr: un elettrone in un atomo non può avere una traiettoria, cioè non può orbitare intorno al nucleo, perché altrimenti perderebbe energia emettendo radiazione e finirebbe per collassare sul nucleo. Quindi in quel quadro fu usata la funzione d’onda al fine specifico della risoluzione di questo problema: il modo migliore per far quadrare le cose era levare di mezzo le traiettorie dell’elettrone sostituendole con geometrie di distribuzione di probabilità nello spazio attorno al nucleo, cioè con l’elettrone delocalizzato. Questo e altri aspetti della meccanica quantistica cento anni fa furono scioccanti (la famosa uscita di Einstein su Dio che non gioca a dadi con l’universo). Restava però il fatto che quando si parlava di estremamente piccolo, cioè di particelle, atomi, molecole, la meccanica quantistica era uno strumento eccellente non solo per descrivere i fenomeni, ma anche per prevederli. La meccanica bohmiana descrive i fenomeni noti bene quanto la meccanica quantistica, ma non è stata in grado di prevedere alcunché.

