Il denso articolo di Guido Ortona, pubblicato il 17 settembre, ha, dal mio punto di vista, soprattutto un pregio: quello di farci uscire dalla diatriba euro sì-euro no, Italexit sì-Intalexit no e invece di prospettare una soluzione per “liberarsi dal ricatto del debito”.

Alfonso Gianni: Mettere il debito in frigorifero
Mettere il debito in frigorifero
di Alfonso Gianni
Il denso articolo di Guido Ortona, pubblicato il 17 settembre, ha, dal mio punto di vista, soprattutto un pregio: quello di farci uscire dalla diatriba euro sì-euro no, Italexit sì-Intalexit no e invece di prospettare una soluzione per “liberarsi dal ricatto del debito”. Un compito tanto più urgente quanto più e più rapidamente sta crescendo il debito dei paesi europei, fra cui il nostro. Secondo Eurostat, a fine primo trimestre 2026 i rapporti debito/Pil più elevati erano in Grecia (143,5%), Italia (138,9%), Francia (117,6%), Belgio (109,1%) e Spagna (101,6%). Già così la collocazione del nostro paese è tutt’altro che eccellente. Ma il vero guaio è che è destinata a peggiorare. Infatti il divario tra la Grecia – non molto tempo fa considerata e trattata come la pecora nera d’Europa – e noi si sta restringendo. Tra marzo 2025 e marzo 2026 il rapporto debito/Pil è cresciuto in Italia mentre in Grecia si è ridotto. È quindi del tutto probabile che a fine 2006 tale rapporto superi quello della Grecia, diventando così l’Italia il paese più indebitato nell’Unione europea.
Il debito non è un male in sé a condizione che lo Stato orienti la sua spesa sociale e di investimento in modo da favorire o meglio imprimere uno sviluppo qualitativamente diverso, innovativo e quindi capace di incrementare anche quella grandezza che con una categoria rozza – ma per ora non sostituita – chiamiamo il prodotto interno lordo. In questo modo il debito si pagherebbe da sé. Ma se invece il costo degli interessi sul debito pubblico sovrasta gli effetti della crescita economica succede il contrario, ovvero sono gli interessi stessi che si mangiano tutto quanto l’incremento del prodotto eventualmente realizzato. È quanto è accaduto e accade da noi. Non è una novità creata dal Governo Meloni, che pure un suo apporto negativo in questo senso lo ha dato e generoso. Ma è da più di un quarto di secolo che la crescita si misura in decimali di punto e assistiamo a un deperimento costante del nostro sistema produttivo. L’unica parentesi è quella costituita dal periodo successivo alla pandemia da Covid, quando un’inflazione elevata ha sospinto gli effetti della crescita al di là degli interessi sul debito. L’Italia non è affatto un “paese cicala” come i governi dei “paesi frugali” del Nord Europa hanno cercato di dipingerci e lo dimostra il fatto che, come ha rilevato giustamente Guido Ortona, il nostro è un paese «estremamente virtuoso riguardo alla spesa pubblica».
Fulvio Grimaldi: Aria cilena — Terrorista a chi? — Guerra sì, ma quale?
Aria cilena — Terrorista a chi? — Guerra sì, ma quale?
di Fulvio Grimaldi
Tutto il mondo sta esplodendo
dall’Angola alla Palestina,
l’America Latina sta combattendo,
la lotta armata vince in Indocina;
in tutto il mondo i popoli acquistano coscienza
e nelle piazze scendono con la giusta violenza….
Le masse, anche in Europa, non stanno più a guardare,
la lotta esplode ovunque e non si può fermare:
ovunque barricate: da Burgos a Stettino,
ed anche qui da noi, da Avola a Torino,
da Orgosolo a Marghera, da Battipaglia a Reggio,
la lotta dura avanza, i padroni avran la peggio.
Guerra ai bambini
Francia, Spagna, Belgio, Italia, Albania, anche, in fieri, Germania (giovani contro la leva militare che, da volontaria, scivola verso l’obbligatoria) e Regno unito… ll più dell’Europa tumultua, si rivolta, si ammutina. Studenti, liceali, quelli delle Medie, agricoltori, trasportatori, pescatori, tutto il sistema dell’alimentazione, gilet gialli e ancora antiguerra, antifascisti, anti-NATO, e sempre di nuovo pro-Pal, l’innesco iniziale, il più tragico, rispettivamente il più nobile e il più abietto. L’Europa ultraliberista, del riarmo e delle guerre a spese del welfare, è alla resa dei conti.
Quanto al regime nostro, quello dalle radici inestirpabili, il dilettantismo e l’incompetenza più crassa li compensa con la protervia su chi di quel dilettantismo e di quella incompetenza soffre gli effetti, fino a risultare la società più disastrata della storia della Repubblica, con primati di povertà, precarietà, diseguaglianza e, naturalmente, negazione di diritti e libertà: 57 nuovi reati nei quattro anni, 8 decreti Sicurezza, a contenere un’insicurezza sociale senza precedenti. Sul futuro dei giovani è calata la saracinesca e quelli vanno a sbatterci. E allora, che fare? Con Crosetto e i coscritti dei media, in piena gara di imbecillità, si depista verso le “ombre russe”, ha stato Putin. Per Meloni e Piantedosi ai ragazzini che rompono, ma non hanno dietro nessuno a dargli un binario politico, è facile.
Enrico Grazzini: Dopo il fallimento dell’UE: una Confederazione di democrazie sovrane
Dopo il fallimento dell’UE: una Confederazione di democrazie sovrane
di Enrico Grazzini
L’Unione Europea sta crollando: ormai è solo un fantasma impotente che però minaccia guerra alla Russia e fa rumore (e danni) per far credere di essere ancora viva. Il centrosinistra continua però a sostenere questa UE in agonia e la Commissione europea capitanata dalla tedesca Ursula von der Leyen. Il Partito Popolare Europeo, i Socialisti e Democratici, i liberali di Renew (il partito del presidente francese Emmanuel Macron) e i Verdi hanno scelto di sostenere la “maggioranza Ursula” anche per fermare l’avanzata delle destre estreme nelle istituzioni europee. Ma la “maggioranza Ursula” ha evidentemente fallito il suo obiettivo: l’estrema destra avanza in tutta Europa. Alla sinistra conviene abbandonare al più presto il battello UE che va alla deriva e sta per affondare. Continuare a sostenere questa UE porta alla disfatta. Occorre invece cominciare a concepire un’unione europea radicalmente diversa: il sistema istituzionale centralizzato e pseudofederale su cui si è retta finora l’UE ormai non regge più. Le politiche liberiste di austerità fiscale e il bellicismo di Bruxelles producono proteste e rivolte ovunque. La diarchia franco-tedesca che reggeva tutta la baracca dell’Unione Europea non funziona più da tempo. In Germania il cancelliere ultraconservatore Friedrich Merz è un’anatra zoppa, perde voti a valanga ed è inviso al suo stesso partito, la CDU-CSU democristiana. Macron, il presidente più detestato della storia di Francia, lascerà la sua reggia in primavera, tra pochi mesi, mentre il suo popolo si ribella in massa nelle piazze.
Ursula von der Leyen, la capa della Commissione europea, non riesce a mettere d’accordo i capi di governo dell’UE per decidere il futuro bilancio pluriennale dell’Unione, quello relativo agli anni 2028-2034. Nessun governo membro dell’UE vuole finanziare l’Unione. Per mantenersi a tutti i costi al potere, Ursula, pur essendo sostenuta da una maggioranza di centrosinistra, insegue l’estrema destra scatenata contro gli immigrati e gli islamici. In effetti, la presidente della Commissione UE sembra un’impiegata della NATO più che la dirigente dell’Unione: ormai sa parlare solo di guerra infinita in Ucraina contro la Russia. Da parte sua, il presidente americano Donald Trump è contro l’UE e vuole spartirsi l’Europa con la Russia di Vladimir Putin.
Fabrizio Poggi: Il folle piano dell’UE per prolungare la guerra
Il folle piano dell’UE per prolungare la guerra
di Fabrizio Poggi
Mentre Washington e Mosca preparano i negoziati scavalcando Bruxelles, le élite europee e i signori della guerra foraggiano Zelensky pur di prolungare il massacro in Ucraina
25 ottobre. Due civili uccisi e tredici feriti per i raid ucraini su Belgorod; un civile ucciso nella regione di Orël e altri attacchi sulla Crimea. Massiccio bersagliamento del distretto industriale di Omsk e dei suoi impianti petrolchimici: 2.500 km in linea d’aria da Khar’kov, il che fa sospettare, insinua Serghej Val’cenko su Moskovskij Komsomolets, del coinvolgimento di qualche paese territorialmente molto più vicino all’obbiettivo dell’attacco ucraino. Ecco dunque come il ritorno in piena efficienza di Starlink ha segnato la presunta disponibilità di Vladimir Zelenskij alla trattativa, prima ancora che questa iniziasse. Zelenskij ha ringraziato Trump per Starlink e ha chiesto di nuovo missili antiaerei. Se Trump avesse davvero voluto una pace duratura in Ucraina, commenta Val’cenko, disattivando Starshield avrebbe costretto Zelenskij a fare la scelta giusta. A proposito del raid su Omsk, Julija Vitjazyeva scrive: «Qualcuno crede davvero che negoziati o accordi possano por fine a tutto questo? Solo quando l’Ucraina cesserà di esistere nella sua forma attuale potremo finalmente vivere e dormire sonni tranquilli». Appunto: nella sua forma attuale, cioè di stato nazista, schiavista nei confronti del proprio popolo e piazzaforte aggressiva per le mire euroatlantiste. Questo, tanto per chiarire la questione e mettere al loro posto le chiacchiere su una presunta “febbre anti-ucraina” che ammorberebbe, dicono, da sempre, la società russa.
La conclusione principale, dice Val’cenko, è che Zelenskij non ha bisogno della pace: lo ha spiegato bene, in lingua russa, il suo ex finanziatore e benefattore, l’oligarca Igor Kolomojskij: con la pace, in un paese devastato, senza aiuti occidentali e con i veterani che tornano a casa, Zelenskij non durerebbe a lungo.
E mentre Donald Trump, in relazione alla visita in Russia, la scorsa settimana, del suo rappresentante speciale Steve Witkoff, accenna a non meglio precisati eventi che potrebbero verificarsi presto nel contesto della risoluzione del conflitto, l’economista yankee Jeffrey Sachs – un tempo esaltato in Occidente, quando, da Moskva, dirigeva le “riforme” eltsiniane – prevede oggi che si stia avvicinando il collasso dell’Ucraina: la Russia, dice, continuerà le operazioni finché le sue richieste non troveranno riscontro a livello politico reale.
Chen Yuanyuan: Intelligenza Artificiale ed esplorazione spaziale
Intelligenza Artificiale ed esplorazione spaziale
Il 2026 secondo Liu Cixin, l’autore de “Il problema dei tre corpi”
di Chen Yuanyuan, Quotidiano del Popolo
Nel 2006, il romanzo Il problema dei tre corpi dello scrittore di fantascienza cinese Liu Cixin ha iniziato a essere pubblicato a puntate sulla rivista Science Fiction World. A due decenni di distanza, l’opera non solo ha lasciato il segno sulla scena mondiale, ma ha anche offerto una lente attraverso cui osservare gli sviluppi del mondo reale. L’intelligenza artificiale (IA), i voli spaziali commerciali e l’esplorazione interstellare stanno avanzando a un ritmo sorprendente, mentre l’umanità volge lo sguardo verso le regioni più remote dello spazio. Di recente, il Quotidiano del Popolo ha intervistato Liu in merito alla fantascienza e al futuro della civiltà umana.
* * * *
D: Scrivendo per la prima volta Il problema dei tre corpi, a cosa pensava ? Come si sono evolute le sue prospettive da allora?
Liu Cixin: Vent’anni fa, mentre scrivevo Il problema dei tre corpi al computer nel mio ufficio, sperduto tra le montagne, non avrei mai immaginato che avrebbe trovato un pubblico così vasto. Innanzitutto, Il problema dei tre corpi è un’opera di narrativa popolare, pensata soprattutto per raccontare una storia capace di lasciare i lettori sbalorditi.
Redazione: I 5 minuti di Ernesto Che Guevara all’Onu che hanno fatto la storia
I 5 minuti di Ernesto Che Guevara all’Onu che hanno fatto la storia
di Redazione
11 dicembre 1964: quando gli Usa gridarono “Terrorista Comunista”
L’11 dicembre del 1964 alle 13.47 nel grande salone dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si respirava un’aria di Guerra Fredda. Erano presenti 193 delegazioni. Tra il pubbico giornalisti di tutto il mondo con le loro macchine fotografiche puntate. Il Che salì sul podio centrale con una calma che non era calma, era controllo. Aveva 36 anni, ma la sua presenza riempiva la sala come se ne avesse avuti 100. Con la sua divisa verde oliva, la sua barba, il suo basco con la stella, impeccabile. Il suo sguardo intenso, determinato.
Dalla delegazione del blocco socialista, Unione Sovietica, Cina, Cecoslovacchia, Polonia, lo osservavano pieni di aspettative. I Paesi da poco decolonizzati dell’Africa e Asia – Algeria, Gana, Egitto, Indonesia – vedevano in lui una possibilità, l’idea che un piccolo popolo potesse sfidare un potere gigante senza soccombere.
Nella delegazione statunitense l’ostilità era palpabile, volti tesi, gesti contratti che lasciavano intendere “quest’uomo non dovrebbe essere qui”. Perché il Che non era semplicemente un minsitro cubano. Era il volto di una rivoluzione che aveva sfidato l’impero più potente del pianeta, e non solo resistendo. Aveva cambiato la narrazione. E questo nel teatro della Guerra Fredda era una provocazione inaccettabile
Si fermò davanti al microfono, si guardò intorno, lentamente, e cominciò.
coniarerivolta: Due soldi di austerità: la finanziaria di guerra contro cui scioperare
Due soldi di austerità: la finanziaria di guerra contro cui scioperare
di coniarerivolta
Il Governo ha inviato a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio (DPB), con cui la Commissione controlla che i conti restino nei binari del nuovo Patto di stabilità. E il Governo Meloni ci resta con zelo.
Secondo la tabella delle misure, nel 2027 la manovra muove 23,5 miliardi, circa l’1% del PIL. Troppo poco per famiglie strette tra inflazione, caro energia e salari fermi, e per un’economia che non crescerà mai più dell’1%. Il deficit, cioè la differenza tra tutte le spese, interessi compresi, e le entrate, scende dal 3,1% del PIL nel 2025 al 2,9% nel 2026, risale al 3,4% nel 2027 e poi cala fino al 2,3% nel 2029. Può superare il 3% solo perché il Governo ha attivato la clausola di salvaguardia nazionale, che fino al 2028 consente di spendere di più per difesa e sicurezza energetica. Secondo Giorgetti, al netto della clausola, il deficit resterebbe sotto il 3% per tutto il periodo di previsione, e la procedura per deficit eccessivo potrebbe chiudersi già quest’anno.
Per armi ed energia, insomma, i soldi si trovano, mentre per tutto il resto vale l’austerità di sempre. Lo mostra l’avanzo primario, cioè quanto le entrate superano le spese senza contare gli interessi. Nel 2027, anche con la spesa in deroga, resta allo 0,9% del PIL, poi risale fino al 2,4% nel 2029, il doppio del 2026. Vuol dire che lo Stato toglierà all’economia oltre 20 miliardi nel 2027 e circa 55 nel 2029.
Giuseppe Masala: Il più importante (e pericoloso) campo di battaglia nella guerra mondiale a pezzetti
Il più importante (e pericoloso) campo di battaglia nella guerra mondiale a pezzetti
di Giuseppe Masala
Mentre l’industria USA dell’AI continua ad accumulare debiti in triliardi di dollari, la cinese DeepSeek rlascia gratuitamente DeepInfer, il suo motore di inferenza per i modelli LLM distruggendo in un solo secondo le prospettive di reddito dei modelli di Business per le AI progettato dalla Silicon Valley
Per quanto possa essere difficile da credere il più importante è pericoloso campo di battaglia della guerra mondiale a pezzi in corso ormai da oltre dieci anni è la gara tecnologica in corso tra Cina e USA per l’egemonia nel campo della Intelligenza Artificiale.
Solo in parte questa sfida tecnologica può essere paragonata con la “Corsa allo Spazio” tra USA e URSS della seconda metà del secolo scorso. Certo, in quella gara, che aveva anche venature romantiche (oltre che politiche), ci sono state importanti ricadute tecnico-scientifiche a vantaggio dell’industria aerospaziale. Nella battaglia della AI, tuttavia, c’è molto di più oltre alle ricadute sul piano industriale, di organizzazione sociale e del lavoro. In questa battaglia ci sarà un impatto sul piano economico finanziario – a causa degli enormi investimenti effettuati – che ben difficilmente il perdente riuscirà ad evitare il redde rationem di una crisi finanziaria dagli esiti devastanti sul piano dell’equilibrio economico generale delle nazioni e dunque sul piano sociale e politico.
Salvare l’Italia dall’abbandono: una nuova politica dell’immigrazionePiero Bevilacqua:
Salvare l’Italia dall’abbandono: una nuova politica dell’immigrazione
di Piero Bevilacqua
L’agricoltura italiana costituisce oggi un settore minore in termini di forza lavoro occupata e di ricchezza prodotta: circa 1,4 milioni di addetti e intorno al 2% del PIL. E tuttavia essa svolge un ruolo strategico nello sviluppo nazionale, molto più rilevante di quanto non dicano le cifre settoriali. È la base dell’industria alimentare e della nostra cucina, che, insieme alla ristorazione, portano al 7% il totale della ricchezza prodotta. Un ambito, quest’ultimo, il cui valore reale non è calcolabile per il peso che ha poi sull’attrattività turistica del nostro paese. Ho raccontato questo legame storico millenario nel mio Felicità d’Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo, Laterza, 2017. Si dimentica, tuttavia, che l’attività agricola, soprattutto quella che si svolge nelle aree collinari, il grande lascito dell’agricoltura contadina, incarna il patrimonio storico del paesaggio agrario italiano. Vale a dire non solo il paesaggio “artistico” della Toscana, dell’Umbria e delle Marche, ma anche quello della policoltura delle regioni meridionali e della Sicilia. Una delle dotazioni storiche che, insieme ai tanti impareggiabili siti naturali, alle nostre città e al patrimonio artistico e monumentale, fa dell’Italia il Bel Paese (Mauro Agnoletti, a cura di, Paesaggi rurali storici. Per un catalogo nazionale, Laterza, 2011).
Ma l’agricoltura, da tempo, per ubbidire a logiche sempre più travolgenti di mercato, si va restringendo alle aree di pianura, in forma di monoculture su base industriale, debolmente contrastate dall’agricoltura biologica, che pure ha un discreto rilievo ed è tra le prime in Europa. Il fenomeno ha conseguenze economiche, sociali e ambientali di vasta portata. In Italia, in 16 anni, tra il 2000 e il 2016, è scomparso il 46,8% delle imprese (Michele Nori e Domenica Farinella, Migration, Agriculture and Development, Springer, Cham, Switzerland, 2020). Un vero e proprio dimezzamento della geografia produttiva. Le piccole e medie imprese collinari e montane, sede storica della biodiversità agricola italiana, sono state costrette a chiudere a causa della pressione sui prezzi delle grandi catene della commercializzazione. Così le terre lungo la dorsale appenninica e preappenninica, le cosiddette aree interne, si vanno da tempo desertificando.
Pier Paolo Caserta: Dove sta oggi il potere?
Dove sta oggi il potere?
di Pier Paolo Caserta
Abbiamo bisogno di un’analisi aggiornata della composizione delle classi dominanti
La riflessione sui problemi dei quali cerco qui di offrire una prima sistemazione ha preso avvio dal dibattito attorno al “woke”, perché mi è parso evidente che quando si prova ad arrivare al nocciolo si trova che non è possibile impostare la questione del riposizionamento dell’ideologia egemone senza porre, a monte, la questione della composizione delle classi dominanti.
Devo, pertanto, preliminarmente richiamare le linee essenziali di quel dibattito. A dire il vero, non ho mai usato molto il termine “woke”, preferendo fare riferimento ad altri, quali il “politicamente corretto” e le altre sue strutture discorsive. Credo, comunque, che si dica la stessa cosa, a patto di aver chiaro che espressioni come “capitalismo woke” non indicano un modo di produzione, ma appunto una sovrastruttura discorsiva, che ha posto come cruciali alcune “battaglie” (uso doverosamente le virgolette) quali l’ambientalismo disancorato dalla questione sociale, il femminismo liberale, le “pari opportunità” o le istanze dei movimenti lgbtq+. Ma nel fare questo ha fatto molto di più. Non ha soltanto deviato l’attenzione dai diritti sociali, ha anche proiettato le divisioni nel campo dei subalterni, dividendoli e mettendoli in contrasto tra loro. Ha suscitato guerre orizzontali. E, quindi, il woke è stata, ed è, un’ideologia delle élite.
Si ricorderà il punto di innesco del dibattito sul woke proveniente dagli Stati Uniti: Ocasio-Cortez, da sempre paladina delle “battaglie” woke, dichiarò che il woke 1 è stato “folle”, e che serve ora un woke 2. Insomma non era sbagliato, soltanto che adesso c’è bisogno di un woke meno pazzerello.
Stando così le cose, la questione centrale diventa quella che viene rilanciata e approfondita da Alessandro Visalli in un lungo articolo (1) (che dialoga anche con un altro mio più breve): “Perché proprio adesso?”. Visalli inquadrava in prima battuta le dichiarazioni di Ocasio-Cortez come un vero “programma politico; rappresenta il tentativo suo e dei suoi compagni di uscire dal recinto della politica elitaria [nel quale è confinato il Socialismo USA] cambiando linguaggio per creare un contatto con i lavoratori.”. In altre parole, il woke non ha mai sfondato nelle classi lavoratrici, quindi bisogna cambiare registro. Un riposizionamento tattico, dunque, in primo luogo.
Vincenzo Brandi: Il 7 ottobre ed il pensiero “liberal” occidentale
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Il 7 ottobre ed il pensiero “liberal” occidentale
di Vincenzo Brandi
Qualche tempo fa è stato pubblicato – e ripreso anche da Contropiano – un articolo dell’analista geopolitico e giornalista indipendente statunitense Mike Whitney.
Vale la pena di tornare su questo articolo – anche se su di esso si è già discusso in rete – per spazzare via gli equivoci alimentati spesso dal pensiero “progressista” e “liberal” occidentale.
Parlando della strategia che sarebbe dietro l’azione del 7 ottobre 2023, attribuita – secondo l’autore – solo ad Hamas ed al suo responsabile militare di Gaza, Sinwar (poi eroicamente ucciso in combattimento), Whitney scrive:
“la strategia …. era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo”.
Questa affermazione, fatta probabilmente in buona fede e con le migliori intenzioni, cela però l’arroganza tipica del pensiero “liberal” occidentale, secondo cui al primo posto viene sempre la cosiddetta “pubblica opinione” come si manifesta nei “paesi che contano” dell’Occidente.
Innanzitutto è sbagliata l’attribuzione ad un solo soggetto di un pensiero e di un’azione strategica: cioè Sinwar, in quanto rappresentante di Hamas. L’azione ha visto mobilitata l’intera Resistenza palestinese dalla Jihad Islamica al Fronte Popolare, gruppo di ispirazione marxista-leninista, ad altri gruppi minori. Inoltre l’azione si è svolta in un ambito dell’Asia Occidentale, in cui è forte e attivo un Asse della Resistenza e del Rifiuto (del Sionismo).
Agata Iacono: Tutto quello che non vi raccontano su Youssef Siher
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Tutto quello che non vi raccontano su Youssef Siher
di Agata Iacono
Di Youssef Siher sappiamo tutto: le sue origini, il suo eccezionale curriculum scolastico e lavorativo, il suo attivismo nella denuncia contro il genocidio del popolo palestinese. I media stanno profilando il mostro perfetto, il capro espiatorio di seconda generazione, capace di “guidare” tanti ragazzini “maranza” in tutta Italia. Funziona meglio della ingerenza di Putin, è più credibile e rassicurante.
Perché è rassicurante?
Perché questa “orda” di ragazzi giovanissimi che nessuno ha sentito arrivare e che rifiutano qualsiasi inquadramento, che non si sentono rappresentanti neppure dalla miriade di associazioni extraparlamentari sempre in competizione tra loro, che non vogliono padroni né rappresentanti, fa paura.
Molta paura.
Allora è indispensabile inquadrare questi nostri figli alieni non omologati in un cliché rassicurante: “c’è un capo, c’è un mostro che li plagia, c’è un responsabile da sbattere alla gogna.”
Ma davvero sono arrivati all’improvviso?
No. Questi ragazzi ci sono sempre stati nelle piazze all’indomani del 7 ottobre, hanno abbracciato la causa palestinese, chiedendo di non essere complici, occupando le università perché interrompessero i rapporti con i finanziamenti israeliani.
Redazione: Lula vince, Trump e Bolsonaro meditano vendetta
Lula vince, Trump e Bolsonaro meditano vendetta
di Redazione
In Brasile le elezioni presidenziali sono state vinte da Luiz Inácio Lula da Silva, ma in America Latina più che altrove si vota, sì, ma la direzione di marcia viene spesso rovesciata da Washington.
Con lo scrutinio completato al 100%, la corte elettorale brasiliana ha dichiarato che Lula ha ottenuto un vantaggio incolmabile. Rispetto ai risultati del primo turno Lula ha compiuto una rimonta straordinaria, sorpassando lo sfidante di estrema destra, Flávio Bolsonaro, con il 51,79% dei voti contro il 48,21%. Circa 4 milioni di voti di differenza.
Ma qui comincia una partita del tutto diversa, dall’esito davvero incerto, che si potrebbe giocare su filo della guerra civile a seconda delle scelte degli Stati Uniti. Molto dipenderà anche dalle elezioni di midterm lassù, martedì prossimo. E non stranamente anche dall’esito delle elezioni israeliane, domani.
Mai come in questa fase, del resto, ogni scontro politico all’interno di un paese è strettamente intrecciato con l’evoluzione della crisi nell’emisfero occidentale a guida americana.
Il risultato brasiliano è stato subito contestato dallo sconfitto, figlio dell’ex presidente parafascista Jair, condannato a 27 anni di carcere per aver tentato un colpo di stato al momento della precedente vittoria di Lula, nel 2022, quando lanciò i suoi sostenitori all’assalto del Congresso nazionale, a Planalto, sulla falsariga dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti, nel 2020. Li sta comunque scontando ai domiciliari per provvidenziali “problemi di salute”.
Alessandro Bartoloni: In ginocchio da Putin
In ginocchio da Putin
Dopo aver sabotato la diplomazia, Bruxelles ora cerca un posto al tavolo
di Alessandro Bartoloni
La capacità di negoziare è uno degli strumenti fondamentali del potere politico. Si può essere in disaccordo con un avversario, imporgli sanzioni o sostenere militarmente i suoi nemici, ma rinunciare al dialogo significa rinunciare anche alla possibilità di influenzare l’esito di un conflitto. E quando si smette di parlare con qualcuno, non lo si cancella dalla realtà: si lascia semplicemente che siano altri a trattare con lui e a decidere le condizioni della pace.
È la lezione che l’Unione europea sembra aver imparato nel modo più umiliante.
Dopo anni trascorsi a inseguire la contrapposizione con la Russia, a inasprire le sanzioni economiche, a sostenere militarmente l’Ucraina e a perseguire l’isolamento politico di Mosca, Bruxelles starebbe ora valutando la nomina di un rappresentante di alto livello incaricato di dialogare direttamente con Vladimir Putin.
Una prospettiva che, se confermata, avrebbe un significato politico enorme. L’Unione europea, che per anni ha presentato la propria linea come l’unica moralmente e strategicamente accettabile, si ritroverebbe a cercare disperatamente un canale diplomatico proprio con quel governo con cui aveva promesso di non normalizzare i rapporti.
La questione non è soltanto chi verrà mandato a parlare con il Cremlino. La domanda è molto più scomoda: com’è possibile che una delle maggiori potenze economiche mondiali si sia ridotta a inseguire gli altri per ottenere un posto al tavolo delle trattative su una guerra che coinvolge direttamente la sua sicurezza?
Emiliano Brancaccio: Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti
Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti
di Emiliano Brancaccio
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali situati in Europa congelati. Esagerata distopia? Per ora sì, nella sua versione totale. Ma il problema è già evidente.
Gli Stati Uniti manifestano un bisogno crescente di consolidare le vendite di dollari, di titoli, di armi, energia e tecnologia americane a caro prezzo, da riversare in primo luogo sugli alleati europei. È un modo per scaricare su questi il debito statunitense. E di governare il loro allineamento alla politica estera americana. Allineamento non più scontato, come è noto. Con gli Stati Uniti al momento vogliosi più dell’Europa di chiudere la guerra con la Russia. E con l’Europa riluttante sulla nuova guerra americana nel Golfo. E non è finita. Si vedrà presto che le tensioni principali verranno sulla Cina. Un dissidio tra Europa e Stati Uniti sul modo di gestire i rapporti con Pechino sarebbe deflagrante per le relazioni atlantiche. Ebbene, in quel caso, Washington difficilmente manderebbe droni contro le capitali europee. Ma potrebbe far qualcosa di più sottile.
Massimo Ilardi: Libertà contro libertà di mercato
Libertà contro libertà di mercato
di Massimo Ilardi
Massimo Ilardi parte dall’articolo di Gigi Roggero per discutere alcuni elementi generali che caratterizzano le nuove forme di rivolta metropolitana. Secondo Ilardi, se il mercato ha bisogno di alimentare continuamente nuovi desideri per espandersi, ha anche bisogno di disciplinarli e addomesticarli, imponendo regole e limiti alla loro realizzazione. È proprio in questa contraddizione che il consumo può trasformarsi in una forza dirompente, capace di mettere in discussione l’ordine stesso del mercato. La rivolta diventa allora espressione di un desiderio che non rimanda al futuro, ma cerca di realizzarsi nel presente, attraversando e rompendo i confini imposti al territorio. Una riflessione che apre interrogativi importanti sulle forme del conflitto contemporaneo e sulla possibilità stessa della politica di confrontarsi con la loro radicalità.
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Nel suo intervento, Benvenuti nel deserto del globale. Note sul weekend maranza, Gigi Roggero affronta, tra le altre, due questioni che ritengo essenziali per capire la natura e i motivi delle rivolte urbane esplose nelle ultime settimane in alcune città europee.
Pier Giorgio Ardeni: Tutti parlano di noi ma nessuno parla con noi
Tutti parlano di noi ma nessuno parla con noi
di Pier Giorgio Ardeni
Sembra proprio essere questa la conclusione che possiamo trarre, dopo giorni di commenti sulle violenze compiute ai margini delle manifestazioni degli studenti delle scuole superiori. Possibile che non si sia capaci di andare oltre la “condanna” della violenza? Se c’è chi inneggia alla rivolta come prodromo insurrezionale, al ribellismo spontaneo – vedendoci qualcosa che sinceramente è difficile vedere – dall’altro è solo un peana contro “maranza” e giovani “deviati” – e non parlo dei commenti della destra – o, al più, ad una rivolta “pre-politica” che andrebbe indirizzata. «Chi è violento si pone al di fuori della protesta democratica». Ma perché, forse che qualcuno di quelli che è andato a sfasciare vetrine aveva portato una qualche istanza, aveva voluto fare una protesta democratica? Ma di cosa stiamo parlando?
Perché nessuno pare in grado di andare oltre, di guardare dentro, sotto, di capire, di farsi domande? Non che io lo sia, ma non posso che constatare, con grande scoraggiamento, quanto povera sia la risposta. Perché se alle manifestazioni di migliaia di ragazzi e ragazzini, ragazze e ragazzine, che sono scesi in piazza per protestare, per chiedere una scuola che li formi e risponda ai loro bisogni, edifici non fatiscenti, docenti stabili e motivati, si sono uniti anche altri che di quelle istanze non sapevano che farsene o che volevano usare l’occasione per “fare casino” non sappiamo dare una risposta, allora c’è un problema. Il problema è che esistono anche loro e sta a tutti noi chiederci perché hanno fatto quello che han fatto.
Francesco Cappello: Data center, guerra multidominio e hiperwar
Data center, guerra multidominio e hiperwar
Ecco come l’UE ha deciso di preservare la pace
di Francesco Cappello
Il trucco del “doppio uso” che militarizza le infrastrutture civili, azzera le autonomie locali ed espone i nostri territori annullando la distinzione tra fronte e retrovia. É la violenza organizzata, nella forma della guerra moderna su scala industriale, che esige la conversione strategica delle infrastrutture digitali civili, con in testa i data center e l’intelligenza artificiale arruolati nella Hyperwar
Sotto la veste rassicurante del titolo “Preservare la pace”, la Comunicazione Congiunta JOIN(2025) 27 della Commissione Europea e dell’Alto Rappresentante, pubblicata il 16 ottobre 2025, ha rappresentato l’atto di consacrazione della transizione dell’Unione Europea verso un’economia di guerra permanente. La cosiddetta “Tabella di marcia per la prontezza della difesa 2030” non costituisce un piano di tutela della cittadinanza, bensì una colossale operazione di dirottamento di risorse pubbliche a vantaggio dei complessi militari-industriali e della finanza speculativa.
La narrazione ufficiale ha costruito il proprio impianto sulla minaccia rappresentata dalla Russia, che nel 2025 ha destinato al comparto militare oltre il 7% del proprio PIL (Prodotto Interno Lordo) che corrispondono a circa 140 miliardi di euro. L’Unione europea ha attivato una pericolosa corsa al riarmo che ha sistematicamente e strumentalmente abbandonato ogni canale diplomatico. I dati quantitativi illustrano un’impennata della spesa militare collettiva dagli iniziali 218 miliardi di euro del 2021 fino ai 343 miliardi di euro del 2024, con una proiezione di 392 miliardi di euro per il 2025. Solamente nel 2024 gli investimenti per il settore bellico sono cresciuti del 42%, con 106 miliardi di euro stanziati per lo sviluppo di nuove armi e 88 miliardi di euro destinati agli appalti di equipaggiamenti.
Questa vertiginosa espansione finanziaria trova la sua massima espressione nel piano ReArm Europe, strutturato per mobilitare fino a 800 miliardi di euro, e nei nuovi parametri stabiliti dalla NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) per il 2035, che imponendo una spesa minima del 3,5% del PIL richiederanno agli Stati membri un esborso supplementare di almeno 288 miliardi di euro ogni anno. Queste risorse vengono sottratte direttamente ai servizi pubblici fondamentali, alimentando politiche di austerità sociale e privando di finanziamenti la transizione ecologica, la sanità, la scuola e la ricerca civile per trasferirli nei bilanci dei produttori di armamenti.
L’architettura della tabella di marcia delinea una forte saldatura tra enti pubblici, finanza e mercati privati.
Giorgio Agamben: Una voce
Una voce
Rubrica di Giorgio Agamben
La verità e l’opinione
L’antico problema del rapporto fra verità e opinione, già enunciato alle origini della filosofia occidentale nel poema di Parmenide, assume oggi una nuova attualità. È infatti evidente che la chiara distinzione fra le due forme di conoscenza, per gli antichi scontata, è oggi completamente cancellata. Ci sono soltanto opinioni, che pretendono di essere vere. Tanto più urgente è ricordare che la verità e le opinioni si pongono su due piani diversi. La verità – che i greci chiamavano aletheia, che significa non-nascondimento, apertura – concerne l’essere, cioè l’esperienza che qualcosa sia, che ci si qualcosa piuttosto che nulla. L’opinione (che i greci chiamavano – e ancora noi oggi chiamiamo – doxa) concerne gli enti, la conoscenza che le cose stiano in un certo modo piuttosto che in un altro. La prima, dice Parmenide, è immobile (atremes, che non trema, in-trepida), circolare e fuori dal tempo, la seconda può essere corretta o erronea ed è, pertanto, mutevole e incerta.
Decisivo è però comprendere il rapporto fra queste due forme della conoscenza umana. La prima non garantisce in alcun modo la correttezza delle opinioni, ma ci fornisce un luogo da cui considerarle, nel quale possiamo chiederci se esse sono giuste o sbagliate.
Agata Iacono: A proposito di vetrine rotte: la vera lista delle “vittime” che i media vi nascondono
A proposito di vetrine rotte: la vera lista delle “vittime” che i media vi nascondono
di Agata Iacono
Nella narrativa della strategia della paura, che domina i media di regime, è evidente la volontà di perpetuare il conflitto orizzontale tra giovanissimi “violenti spaccavetrine”, possibilmente di origine islamica, e “onesti piccoli negozianti” che ogni mattina con sacrificio e abnegazione alzano le saracinesche per sopravvivere.
Ma è davvero così?
Abbiamo cercato di individuare i centri commerciali della Milano da bere, in zona ZTL, che lamentano più danni al patrimonio. Abbiamo scoperto che si tratta di multinazionali, che non hanno sede fiscale in Italia, che sono super assicurate contro qualsiasi atto di vandalismo e che sono, spesso e volentieri, citati nei rapporti sulla complicità con l’entità sionista o che utilizzano manovalanza schiavizzata nei paesi più poveri del mondo e lavoratori della logistica senza alcuna tutela e diritti.
Ecco un piccolo esempio dei piccoli negozi di lusso oggetto di esproprio.
Via Torino e strade limitrofe
• Foot Locker: multinazionale con sede principale negli Stati Uniti (a New York) e migliaia di punti vendita in decine di paesi in Nord America, Europa, Asia e Oceania.
• Carrefour Market: multinazionale francese attiva nel settore della grande distribuzione organizzata, al centro della campagna Bds internazionale perché fornisce supporto concreto all’esercito sionista genocida.
Gigi Roggero: Benvenuti nel deserto del globale
Benvenuti nel deserto del globale
di Gigi Roggero
Note sul weekend maranza
Lo scorso weekend è stato caratterizzato da giornate di mobilitazione e conflittualità che, perlomeno in Italia, hanno assunto caratteri inediti. Gigi Roggero propone alcuni elementi di riflessione, anzitutto sottraendo quanto accaduto al provincialismo del dibattito italiano e ricollocandolo nel contesto delle metropoli globali, da Parigi a Londra, fino a Los Angeles, attraversate da forme di rivolta che si diffondono anche attraverso il contagio comunicativo dei social network. A partire da qui, pone una questione politica centrale: le forme di conflittualità caotica hanno sempre fatto parte della storia della lotta di classe, ma in passato, in modi differenti a seconda dei cicli storici, esisteva un soggetto capace di attrarre, scomporre, ricomporre e risignificare questi «sciami caotici». Oggi quel soggetto non c’è più. È ancora possibile costruirlo oppure è necessario ripensare radicalmente le forme dell’organizzazione politica?
* * * *
Nell’era definita postindustriale, postfordista o postmoderna, ci hanno spiegato i sociologi, i marchi cessano di essere semplici etichette che definiscono le gerarchie di prezzo delle merci.
comidad: Amare significa dare soldi alle multinazionali
Amare significa dare soldi alle multinazionali
di comidad
Il diritto di manifestazione è una di quelle enunciazioni fumose che nessuna carta costituzionale si fa mancare. L’inghippo sta nel limitare il diritto al manifestare “pacificamente”, come se chi organizza una manifestazione avesse lui la gestione e il controllo dell’ordine pubblico; anzi, se si allestisce un servizio d’ordine allo scopo di impedire l’infiltrazione di provocatori, già per questo ci si mette fuori della legalità. Il controllo e la gestione dell’ordine pubblico spetterebbero esclusivamente alla polizia, che però è a sua volta uno strumento intrinsecamente contraddittorio con il proprio fine istituzionale. Tutte le polizie si creano la loro rete di confidenti e informatori e, per mera logica di produttività, ogni informatore tende a diventare automaticamente un agente provocatore, altrimenti rischia di non avere nulla su cui informare. Funziona così anche sui posti di lavoro, dove i dirigenti che vogliono fregare qualcuno non hanno nessun bisogno di organizzare complotti. Basterà infatti convocare qualche dipendente per chiedere informazioni sul loro collega. Chi si sente gratificato dalla funzione ispettiva non vorrà deludere le attese, perciò farà di tutto per stuzzicare il soggetto da controllare in modo da aver qualcosa da riferire al capo.
In concreto il “diritto” di manifestazione è un’arma in più per il potere, che così ha la possibilità di identificare gli oppositori quando si mostrano in piazza e di criminalizzare le opposizioni grazie ai tafferugli. L’ordine pubblico si rivela nei fatti come un pretesto, un alibi o un mito; la realtà è che il controllo stesso da parte delle cosiddette “forze dell’ordine” determina destabilizzazione.
Infoaut: Violenza, rivolta e… rivoluzione
Violenza, rivolta e… rivoluzione
di Infoaut
A seguito degli scontri di piazza del passato fine settimana, culminati con la messa a soqquadro del “salotto buono” di Milano nella domenica pomeriggio del 18 ottobre da parte di folti gruppi di giovani e giovanissimi, si è scatenata la solita canea massmediatica contro i “violenti”, aggettivati nei modi più insultanti e criminalizzanti.
Il governo Meloni (garante Mattarella) ha subito partorito un nuovo decreto-sicurezza (l’ottavo in 4 anni!) per rassicurare i benestanti-benpensanti e raggranellare voti – un decreto sul quale abbiamo detto la nostra ieri (*).
La cosiddetta “opposizione”, o “campo largo” che dir si voglia, balbetta le solite frasi di circostanza: attacca le responsabilità del governo in carica, ma anche per loro i manifestanti pacifici, quelli buoni, si sono comunque lasciati “infiltrare” dai «violenti», i cattivi, senza accorgersi che in questo modo fanno “il gioco della destra”.
Un tratto comune unisce questi parassiti istituzionali di destra, di centro e di “sinistra”: la condanna senza esitazione della “violenza”.
Da Fratoianni a Vannacci, ognuno naturalmente alla sua maniera, tutti hanno risposto “presente” alla chiamata “legalitaria” della ducetta della Garbatella proprio nell’atto in cui questa varava il nuovo decreto da stato di Polizia.
Ci preme qui mettere i puntini sulle “i” sul tema della violenza evocato in questi giorni in forme spudorate.
Iniziamo coi destri o i destrosi al governo. Questa gentaglia, responsabile in prima persona delle guerre in giro per il mondo, del genocidio di Gaza e della macelleria sociale in corso qui in Italia, dà la nausea a vederla assumere posture da garante della “sicurezza” e della “civile convivenza”.

