Foibe, lettera di amarezza e sconcerto a Mattarella dello storico Angelo d’Orsi

«Monsieur le Président / Je vais vous fais une lettre / Que vous lirez peut-être / Si vous avez le temps»… Così cantava il “poeta maledetto” e chansonnier Boris Vian nel 1954, nel pieno della crisi franco-indocinese, che avrebbe portato alla disfatta francese di Dien Bien Phou. Signor Presidente, scrivo, ripetendo come Vian il dubbio che Ella leggerà mai queste righe.

Le scrivo per esprimerle amarezza e sconcerto dopo il suo discorso del 10 febbraio, in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, ormai sono i «martiri delle foibe», ma ha usato ancora una espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: «pulizia etnica». Ella, signor Presidente, è caduto nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con gli avvenimenti al Confine Orientale, tra Italia e Jugoslavia, fra il 1941 e il 1948, grosso modo. Non pretendo che abbia letto il mio precedente intervento sulle pagine del Manifesto, del 9 febbraio, ma un’occhiata, se avesse un minuto di tempo, mi permetto di suggerirle di dare a quell’articolo. Nel Suo discorso Ella ha precisamente ribaltato il mio argomentare, che poneva in guardia dall’uso scorretto del termine «negazionismo», che si riferisce, propriamente, alle ideologie che negano Auschwitz, ossia sostengono che mai è esistita una volontà sterminazionista e genocidaria nel nazismo.

Da qualche tempo, ahimè, la destra estrema si è impadronita della parola e la va usando a proprio piacimento, e in particolare ne fa uno strabiliante abuso sulla «questione foibe», e applica l’etichetta, che ovviamente suona infamante, a chi semplicemente si impegna, scientificamente – tutti gli storici degni di questo nome – , nella ricerca della verità in merito alle «complesse vicende del Confine Orientale», come recita la legge del 2004, istitutiva del «Giorno del ricordo», non a caso voluto a ridosso di quello «della memoria» che dovrebbe invece rammemorarci, nel giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata rossa.

Ella, signor Presidente, non senza un palpabile disprezzo, ha parlato di «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che si ostinerebbero a «negare»: che cosa? La «pulizia etnica» che viene identificata come la somma dei «crimini comunisti» in quelle terre. E lodevolmente, Lei, signor Presidente, invita allo studio della storia. Ma è precisamente ciò che i «negazionisti» nel distorto messaggio che Ella ha tenuto, cercano di fare, e vengono insultati, isolati, quasi cancellati. E mentre giornalisti senza etica e politici in caccia di voti snocciolano cifre fantastiche (1000, 2000, 10.000, 20.000, fino alle 30.000 annunciate da un tg nazionale ieri in apertura…), il paziente lavoro dei ricercatori propone un’altra versione, frutto dello scavo (compreso quello tremendo delle cavità del Carso chiamate “foibe”), dell’accumulo di documenti, delle prove testimoniali verificate.

La storiografia ci dice tutt’altro dalla chiacchiera politico-mediatica: le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate, essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali: nessun generale italiano accusato di crimini di guerra è mai stato punito.

E 400mila civili slavi rastrellati, deportati, torturati e fucilati semplicemente vengono cancellati. Spiace che anche le autorità istituzionali a Lei seconde e terze, abbiano ritenuto di usare espressioni gravi quanto infondate: «Genocidio programmato contro gli italiani», dice la presidente del Senato; «Le atrocità nazifasciste non sono una giustificazione», aggiunge il presidente della Camera.

Spiace soprattutto che le Sue parole abbiano, involontariamente, offerto un formidabile assist ai soliti Salvini – che equipara tout court Shoa e foibe pericolosamente banalizzando l’Olocausto – e Meloni, ai quali non è sembrato vero di poterne approfittare con altri inquietanti anatemi, mentre l’intero schieramento della destra usava con cinica disinvoltura il Suo discorso, Presidente, per berciare contro «i negazionisti» (etichettati senza mezzi termini «comunisti»).

Ieri la delegazione del Pd ha abbandonato le celebrazioni alla cosiddetta foiba di Basovizza, davanti alla plateale strumentalizzazione da parte della destra. Episodio che dovrebbe forse indurLa, Presidente, a una maggior prudenza.

Il Suo discorso, mi consenta, insomma, fa un grave torto alla conoscenza storica, che Ella, lodevolmente, incita a perseguire, e genera conflitti che Ella e la legge del 2004 vorrebbero chiudere.

di Angelo d’Orsi – Il Manifesto

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-foibe_lettera_di_amarezza_e_sconcerto_a_mattarella_dello_storico_angelo_dorsi/82_33026/

Foibe: “La giornata della falsa coscienza”

La giornata della memoria odierna non ha ragioni storiche, ma politiche. È stata artificialmente creata per istituzionalizzare l’anticomunismo. Si tratta di una creazione tutta interna alla cultura liberale, sebbene non manchi in suo sostegno il solito codazzo di fascisti, nostalgici e patetici imbecilli di varia natura. L’obiettivo è semplice: equiparare il comunismo e qualsiasi sua declinazione al fascismo e al nazismo, indipendentemente dalla fondatezza storica degli argomenti adoperati. La giornata di oggi si iscrive dunque nel grande progetto, sostenuto anche dal parlamento europeo, di messa al bando della vicenda del movimento operaio internazionale e di reductio ad hitlerum della sua storia.

Quando andremo al potere, perché prima o poi ci andremo, istituiremo “La giornata della falsa coscienza” e la fisseremo proprio per il 10 febbraio.

di Paolo Desogus (Professore associato all’Università Sorbonne di Parigi)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-foibe_la_giornata_della_falsa_coscienza/82_33010/

 

10 febbraio, il giorno del falso ricordo

Il 10 febbraio tutti i neofascisti italiani sono in piazza dal lato dello stato e dell’opinione pubblica ufficiale. Li legittima pienamente il giorno del ricordo,  istituito nel 2004  dal centrodestra e dal centrosinistra assieme, con il meritorio voto contrario dei comunisti allora presenti in Parlamento. In verità la rivendicazione di una giornata per ricordare le vittime italiane della liberazione antifascista della Jugoslavia era un obiettivo di tutti i neofascisti italiani e del loro partito,  il MSI,  fin dal 1947. Solo negli anni 2000 però questo obiettivo storico dell’estrema destra potè realizzarsi,  grazie a quella sinistra che poi sarebbe diventata il PD e che nel suo decennale processo trasformista scelse anche di riscrivere la storia.  Cosa che un esponente di quel partito,  Luciano Violante, aveva iniziato a fare nel 1996 quando da presidente della Camera aveva chiesto comprensione per la scelta sbagliata dei “ragazzi di Salò.

La destra neofascista nel dopoguerra ha sempre usato Trieste, l’Istria, la Dalmazia, che non è mai stata italiana se non per una città, e naturalmente le foibe come contraltare alla  Resistenza e alla lotta di liberazione al nazifascismo. Era una sorta di par condicio che la destra rivendicava: ci sono stati i campi nazisti e lo sterminio degli  ebrei, ma ci sono state anche  le foibe e la persecuzione degli italiani da parte degli slavi comunisti.
Per tutta la prima Repubblica solo formazioni reazionarie,  legate al golpismo degli apparati dello stato,  e il MSI sostennero questa rivendicazione, che invece tutto l’arco delle forze costituzionali respingeva,  proprio perché non accettava alcuna equiparazione  tra la violenza e le stragi del nazifascismo e quanto avvenne tra i popoli liberati nell’immediato dopoguerra. Anche eventuali eccessi nella liberazione venivano addebitati alla scia di sangue e terrore che i nazifascisti avevano lasciato in ogni angolo dell’Europa. La memoria del fascismo era viva e sembrava puro e semplice orrore qualsiasi  attenuazione delle sue  responsabilità su ogni evento di guerra. Altrettanto viva era la memoria del contributo determinante dato dall’Unione Sovietica e dai comunisti alla sconfitta del nazifascismo. Queste memorie vive permettevano di superare una  storica area  grigia nei ricordi ufficiali del nostro paese, quella che nascondeva la violenta oppressione, la pulizia etnica, la negazione dello stesso diritto all’esistenza, per  le popolazioni slave dei territori acquisiti dall’Italia nel 1918 e di quelli occupati dai fascisti fino al  1943.
Le infamie commesse dagli italiani nei confronti degli slavi erano  rimosse anche nella prima repubblica e questa rimozione è stata alla base della falsificazione storica e politica successiva. Crollata l’URSS, distrutta la Jugoslavia con la guerra, costruito un nuovo sistema europeo fondato sul liberismo e sulla espansione della NATO ad est, in Italia il nuovo sistema politico,  che aveva cancellato il PCI, la DC, il PSI, fece propria la vecchia  rivendicazione neofascista. Da un lato Berlusconi sdoganò i fascisti nel centro destra, dall’altro il centrosinistra,  nella furia di apparire  diverso dal passato comunista,  scelse di essere più realista del re.
Così in Italia con la decisione bipartizan sul giorno del ricordo fu anticipata quella risoluzione del Parlamento UE che ha recentemente equiparato nazismo e comunismo. Siamo stati i primi a riscrivere la storia della guerra  in funzione del potere e come in altre anticipazione reazionarie abbiamo fatto scuola. Le foibe sono diventare l’altro peso sulla bilancia di Auschwitz e le celebrazioni degli orrori del nazismo sono state equilibrate da quelle degli orrori del comunismo. Ciò che in Italia negli anni cinquanta chiedeva il gruppo eversivo di Pace e Libertà è diventata l’ideologia della Repubblica.

Poco importa che storici valenti e documentati abbiano dimostrato che la costruzione sulle foibe e sulle traversie degli italiani sia una montatura e distorsione di fatti che hanno altre ragioni e dimensioni. C’è una foto che è il simbolo di questa falsa costruzione, essa mostra soldati che fucilano civili inermi ed  è stata a  lungo diffusa come prova visiva dello sterminio degli italiani da parte degli slavi comunisti.  Ma in realtà quella foto simbolo del giorno del ricordo rappresenta un fucilazione di ostaggi slavi inermi da parte delle truppe italiane di occupazione. La realtà non conta quando ha di fronte la sopraffazione della ideologia dominante ed infatti i poveri  storici che cercano di raccontarla sono oggetto di ostracismo e minacce violente.

Del resto la stessa data scelta per il giorno delle foibe è significativa del significato revisionista e revanscista della celebrazione.
Il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il trattato di pace con  coloro che aveva aggredito ai tempi del fascismo. Fu una firma giusta e noi oggi dovremmo celebrarla come il giorno del ritorno del nostro paese nella comunità internazionale,  che riconosceva la  definitiva cancellazione dell’Italia fascista, per opera degli italiani stessi con la Resistenza. Dovremmo festeggiare da un lato e anche ricordare con dolore tutto ciò che il fascismo ha fatto pagare al paese, compresa la perdita di una parte del territorio nazionale.

Invece il 10 febbraio la seconda repubblica  maledice chi ha avuto un milione di morti per vincere  la guerra contro il fascismo e nei fatti rivendica l’italianità di territori che ha perso e che non le spettano più. I fascisti ringraziano ed ora attendono che il 25 aprile sia celebrato con i libri di Pansa. E che disegnare la falce e martello sia reato peggiore che disegnare una svastica.

Quando le anime belle si chiedono  perché in Italia la Costituzione antifascista conti così poco e perché figure reazionarie e inquietanti come Salvini pesino così tanto, pensino anche al 10 febbraio, al giorno del falso ricordo.

di Giorgio Cremaschi

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Foibe: lettera dell’ex senatore Stojan Spetic al Presidente della Repubblica Mattarella

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione. Read More “Foibe: lettera dell’ex senatore Stojan Spetic al Presidente della Repubblica Mattarella”

Piazza Fontana: quando Sandro Pertini non strinse la mano al questore di Milano

Dirigeva il carcere di Ventotene ai tempi del fascismo, su di lui l’ombra dell’omicidio Pinelli. Era un’altra Italia.

Poco dopo la strage di Piazza Fontana, Sandro Pertini, comandante della Resistenza e allora presidente della Camera dei deputati, si recò a Milano in visita ufficiale e, incontrando l’allora questore Marcello Guida, si rifiutò pubblicamente di stringergli la mano, ricordando l’attività di Guida come direttore del confino di Ventotene nel ventennio fascista.

Fu un gesto che ruppe il protocollo e che ebbe un forte rilievo mediatico. Alcuni anni dopo, alla fine del ’73, lo stesso Pertini, intervistato da Oriana Fallaci, aggiunse che a determinare quel gesto fu anche che su Guida «gravava l’ombra della morte» dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta appunto quando Guida era questore di Milano.
Quell’intervista è indicativa di come il problema dell’affidabilità democratica delle forze dell’ordine e delle forze armate è una costante nella storia d’Italia. Per questo Popoff è andato a ripescare l’intervista prima che vada in onda la seconda puntata della triste fiction revisionista di Rai 1 sugli anni ’70, triste e approssimativa sul piano della sceneggiatura e della recitazione. Triste, approssimativa e insidiosa sul piano della deformazione della storia sociale italiana. Appiattire la storia di un decennio sullo stereotipo degli anni di piombo vuol dire negare l’aspirazione delle masse subalterne (che irruppero sulla scena in tutto il mondo) alla liberazione, all’emancipazione, alla giustizia sociale. Pertini, socialista riformista e partigiano, sarebbe divenuto presidente della Repubblica. Era un’altra Italia. Dopo di lui, al Quirinale, sarebbero saliti un banchiere, un picconatore e inventore di leggi speciali e l’uomo che creò i lager per migranti.
«E’ anche un uomo che ha tanto da dire, senza esser sollecitato – scriveva Oriana Fallaci su L’Europeo il 27 dicembre 1973 – infatti non si intervista Sandro Pertini. Si ascolta Sandro Pertini. Nelle sei ore che trascorsi con lui, sarò riuscita sì e no a piazzare quattro o cinque domande e due o tre osservazioni. Eppure furono sei ore di incanto».
A un certo punto dell’intervista Pertini ricorda come «De Gasperi sbarcò dal governo noi socialisti e si tenne solo i socialdemocratici e fece piazza pulita degli antifascisti che avevamo messo nelle prefetture, ad esempio, nella polizia. Noi avevamo creato elementi nuovi: questori non usciti dal fascismo o addirittura antifascisti, sa? Questori e prefetti che eran stati partigiani, su al nord. Ma lentamente, lentamente, il governo centrale di Roma ce li tolse. E rimise i vecchi arnesi, senza che noi riuscissimo a impedirlo».
«E il risultato è che oggi la polizia italiana è in gran parte fascista», ebbe a notare la Fallaci.
«Oriana, non è che voglia fare il difensore d’ufficio. Ci mancherebbe altro. Ma la colpa non è tutta dei poliziotti e dei carabinieri. La colpa è di chi non gli ha mai spiegato che non devono considerarsi al servizio della classe padronale, che la classe padronale non rappresenta l’ordine. Io gliel’ho detto in tanti comizi, invece: “Non dovete considerare malfattori i lavoratori che scendono in piazza. A parte il fatto che quel diritto gli è concesso dalla Costituzione, essi non sono malfattori. Sono lavoratori che protestano per difendere le loro famiglie. E quindi anche le vostre. Perché anche voi siete figli di contadini, anche voi siete figli di operai. Non lo capite che la classe padronale non scende in piazza perché non ne ha bisogno?”. E agli operai ho detto: “Non dovete considerare i carabinieri e gli agenti di pubblica sicurezza come nemici da combattere. Non sono vostri nemici, sono figli di operai e contadini come voi!”. Il guaio è che i nostri carabinieri e ancor più i nostri poliziotti si mettono sull’attenti appena vedono un padrone. Sono rimasti al tempo in cui l’autorità era rappresentata dal parroco, dal feudatario, dal maresciallo dei carabinieri e tutti gli altri eran sudditi. Però com’è che, quando gli spiego certe cose, capiscono? Com’è che a Rimini un colonnello di pubblica sicurezza mi ha detto: “Lei ha parlato come si deve parlare, senza asprezza né settarismo. Permetta che le stringa la mano”. Com’è che a Saluzzo un maresciallo dei carabinieri ha pianto per la commozione? Io conosco un dirigente della polizia che dice: “Tocca a noi rieducarli, presidente. Da soli non possono rendersi conto che a spingere in piazza gli operai sono i padroni. Abbiamo avuto una polizia borbonica, poi una polizia papalina, poi una polizia fascista. Farli diventare democratici è un lavoro lento, faticoso, ma non impossibile”. Oriana, non sono tutti fascisti. Non sono tutti Guida. E lo stesso discorso vale per l’esercito. Non bisogna dimenticare i seicentomila soldati e ufficiali che finirono nei campi di concentramento, i trentamila che vi morirono insieme a settemila carabinieri, la divisione Acqui che combatté a Cefalonia e a Corfù contro i tedeschi, la divisione Sassari che si batté a Porta San Paolo contro i tedeschi, il generale Perotti che fu fucilato insieme a due operai a Torino, gli alpini che andarono coi partigiani di Cuneo. Non devono dimenticarlo nemmeno loro. E, se lo dimenticano, bisogna ricordarglielo!».
«Sì, più degli sciagurati che volevano ammazzarci (Pertini era nella lista nera di milleseicento antifascisti da liquidare in caso di golpe della Rosa dei Venti, ndr) a me interessano i mandanti: non è possibile che le piste rosse si trasformino sempre in piste nere! Strage di piazza Fontana: il questore Guida annuncia subito la pista rossa, Pinelli e Valpreda, poi viene fuori che è una pista nera. Bomba in via Fatebenefratelli: idem. Episodi di Padova: idem. Ora sono a Padova e non è possibile che si tratti di episodi isolati, indipendenti l’uno dall’altro. C’è dietro un’organizzazione che assomiglia tanto a quelle di altri paesi. Ma è così chiaro che si vuol turbare l’ordine pubblico per ristabilire con la forza l’ordine pubblico! Come coi colonnelli in Grecia, coi generali in Cile. E noi non vogliamo che l’Italia diventi una seconda Grecia, un secondo Cile».

di Checchino Antonini

redazione 11 dicembre 2019

https://www.globalist.it/culture/2016/05/08/piazza-fontana-quando-sandro-pertini-non-strinse-la-mano-al-questore-di-milano-53154.html?fbclid=IwAR1LnUo4tJfUTHoktKtscLnm2kjbwCwbYrXMK31gPzANIXIhOpN5pCrDL7c