“Ma se chiediamo aiuto a Cuba, alla Cina, alla Russia, cosa ci stiamo a fare nella NATO?”

Il nostro paese sta colando a picco non per l’attacco di eserciti poderosi armati fino ai denti, ma di un nemico microscopico, invisibile, pervasivo. Per gli eserciti, siamo membri della NATO, abbondiamo di basi militari e bombe atomiche sul nostro suolo, siamo coinvolti in mega-esercizi militari (solo messi in ginocchio dal virus ci siamo ritirati dall’ultima, bellicosa esercitazione). Siamo anche nella UE. Ma nessuno dei nostri “alleati”, i quali per lo statuto dell’OTAN (perché siamo il solo paese latino che usa l’acronimo NATO, che in italiano non vuole dire nulla) sono tenuti a intervenire se fossimo attaccati militarmente, proprio nessuno, ha mosso un dito mignolo per aiutarci in questo tragico frangente (pur tenendo conto che molti hanno le loro gatte da pelare).

E allora? Allora abbiamo chiesto aiuto ai “nemici”! Le giravolte sono tradizionalmente il nostro forte. In tempo di guerra guerreggiata sarebbe alto tradimento. Ed ecco, riceviamo soccorso da Cuba, dalla Cina, dalla Russia: il peggio immaginabile per l’OTAN! Ma allora sembra veramente singolare che nessuno ponga una buona volta la domanda: MA COSA CI RESTIAMO A FARE NELL’OTAN-NATO?

A me sembra incredibile, paradossale, che a nessuno venga questo dubbio.

Perché – vediamo – che cosa ci “costa” essere membri dell’OTAN-NATO? Se per lo meno fosse gratis, ma invece ci costa, e molto salato: soldi e mezzi che, proprio in questa occasione, servirebbero maledettamente al nostro servizio sanitario!

Per renderci conto di “OTAN-NATO quanto ci costi?!” è sufficiente un paragone elementare, che però non ho mai sentito fare da nessuno.

Proprio ai nostri confini ci sono due paesi che non aderiscono all’OTAN-NATO, non San Marino o Monaco, non paesi sottosviluppati (con tutto il rispetto): l’Austria e la Svizzera. Mamma mia, forse correrà un brivido per la schiena, che rischi corrono a non avere l’«ombrello» dell’OTAN-NATO! E invece no. Anche nei periodi peggiori dei sanguinosi attentati ne sono rimasti fuori: perché? Oibò, un dubbio, non sarà perché non hanno contingenti militari all’estero, nelle zone delle (nostre) guerre?

Ma se fosse solo questo (e già non è poco, anche perché le missioni militari all’estero ci costano non pochi soldini). Diamo un’occhiata al loro budget militare, tenendo conto che l’Italia ha una spesa militare di oltre 26 miliardi di dollari, che è circa 1,3% del nostro PIL.

Per l’Austria, il PIL è stato all’incirca di 418 – 456 miliardi di dollari nel 2017 e 2018, a fronte di una spesa militare di circa 3,140 miliardi nei rispettivi anni: all’incirca lo 0,7% del PIL, grosso modo la metà rispetto all’Italia. E si che da qualche anno l’Austria si è data governi decisamente di destra.

Per la Svizzera, con un PIL di circa 740 miliardi di Dollari nel 2018, ha speso per la Difesa circa 4,7 miliardi di dollari, ossia circa 0,64% del PIL.

Gli austriaci e gli svizzeri tremeranno alla sola idea di subire un attacco militare (si, ma da chi?!).

Certo questo paragone è semplicistico: bisognerebbe esaminare in dettaglio la struttura dei sistemi militari di questi paesi, ad esempio in Svizzera ha una singolare struttura (brevemente da Internet: Fondamentalmente l’Esercito svizzero è organizzato secondo il principio di milizia e si basa sull’obbligo di prestare servizio militare per tutti i cittadini svizzeri; “La Svizzera non ha un esercito, la Svizzera è un esercito”. Può certo non piacere).

Si deve aggiungere che l’OTAN-NATO ci chiede da tempo di aumentare la spesa militare, arrivando almeno al 2% del PIL, che vorrebbe dire spendere 40 miliardi per la Difesa: col che saluteremmo per sempre il rilancio della Sanità, dei Servizi Sociali, dell’Istruzione, della Ricerca! Ma poveri, malati e ignoranti va benissimo per l’OTAN-NATO, purché armati fino ai denti, contro chi non si sa … oppure si sa benissimo, contro i soli paesi che oggi ci aiutano! Ci confermiamo voltagabbana.

di Angelo Baracca

PS – Del resto ecco come il segretario generale dell’OTAN-NATO Jens Stoltenberg si dimostra premurosa verso gli alleati: diciamo in coro “Ma quant’è buono lei!”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_nato_per_la_salute_mondiale_insulso_e_surreale_il_segretario_stoltenberg/82_33769/

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/25/ma-se-chiediamo-aiuto-a-cuba-alla-cina-alla-russia-cosa-ci-stiamo-a-fare-nella-nato-0125795

 

Strage fascista, di stato e con copertura Nato

La Procura di Bologna ha chiuso le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

La Procura di Bologna ha chiuso le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, 85 morti 200 feriti, la più grave strage terrorista della storia italiana.

Per gli inquirenti bolognesi i colpevoli che si aggiungono a quelli già condannati sono:

Paolo Bellini fascista di Avanguardia nazionale, esecutore.

Licio Gelli fascista della Repubblica di Salò, capo della Loggia P2, mandante.

Umberto Ortolani banchiere e bancarottiere, finanziatore e mandante.

Federico D’Amato, prefetto e capo dei servizi segreti legato alla CIA, mandante e depistatore.

Mario Tedeschi, fascista della Repubblica di Salò senatore del MSI del fucilatore Almirante a cui si vogliono dedicare strade, mandante.

Questi nomi confermano ciò che abbiamo sempre denunciato, la strage, come tutte le altre che hanno insanguinato il paese per un decennio, fu di mano fascista e con mandanti nel sistema di potere e nello stato, con complicità e coperture nella NATO e negli USA.

A questo bisogna aggiungere che il presidente Cossiga fu a sua volta responsabile di un vergognoso depistaggio sulla strage di Bologna, indicando nei palestinesi e in chi era vicino a loro i responsabili di essa. E poi mai bisogna dimenticare che alla Loggia P2 appartennero politici, generali, giudici, affaristi vari, giornalisti, uno dei quali, Berlusconi, è stato a lungo capo di governo nella seconda repubblica. Che guarda caso ha finito per assomigliare sempre più a quella delineata da Licio Gelli nel suo Piano di Rinascita Democratica.

In questo paese dove trionfano ufficialmente i falsi ricordi e la vuota memoria, sarebbe necessaria che la storia del golpismo fascista e di stato che insanguinò il paese diventasse STORIA. Questo paese non sarà mai immune dal fascismo vecchio e nuovo fino a che non avrà il coraggio di ricordare e condannare almeno nella memoria gli autori, i mandanti, i complici, delle stragi che hanno colpito non solo le persone, ma la democrazia. E poi c’è bisogno di pulizia sulle viltà, sugli opportunismi, sui giochi di potere che hanno permesso agli assassini di farla franca e di morire sereni nel proprio letto.

La strage è fascista e di stato e tanti, troppi non hanno voluto dirlo quando sarebbe più servito.

Dopo quarant’anni diciamolo ora.

di Giorgio Cremaschi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-strage_fascista_di_stato_e_con_copertura_nato/6121_33032/

 

Comunicato del Fronte Politico Costituzionale (18 gennaio 2019)

Il ministro della difesa piddino Lorenzo Guerini vuol fare in realtà il ministro della guerra. Di fronte alle commissioni difesa della Camera e del Senato ha proposto infatti non già il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, ma il loro inquadramento in una più larga missione della NATO .

Il fatto è gravissimo perchè il parlamento iracheno ha chiesto il ritiro di tutti i contingenti militari stranieri. Quello proposto da Guerini sarebbe dunque un nuovo atto di guerra, in continuità con le violazioni dell’art.11 della Costituzione compiute da altri ministri e governi della Repubblica.

Il 25 gennaio si svolgeranno in Italia numerose iniziative sul tema della pace, alcune delle quali mantengono un sostanziale carattere di ambiguità rispetto ai responsabili delle guerre, che invece bisogna saper individuare e combattere.

Il Fronte Politico Costituzionale propone comunque che nella giornata del 25 gennaio venga fatto un presidio presso la sede nazionale del PD a Roma (Largo del Nazareno) per chiedere al partito di sconfessare la proposta del ministro Guerini e di rispettare l’art.11 della Costituzione.

 

“L’uso letale dei droni è lecito?”

In Italia l’accordo che autorizza l’impiego dei droni USA che partono dalla base di Sigonella non è stato finora reso pubblico. Per le Nazioni Unite l’impiego letale di droni non può ritenersi ammissibile al di fuori di un conflitto. Questioni affrontate in un saggio di diritto internazionale

Con una sentenza emessa nel maggio 2013, la High Court di Peshawar (Pakistan) ha dichiarato gli Stati Uniti colpevoli per crimini di guerra in relazione all’uso di droni armati nel nord-ovest del Paese, ordinando al governo pachistano di adottare misure appropriate per impedire l’esecuzione di nuovi attacchi.In Italia l’accordo che autorizza l’impiego dei droni USA che partono dalla base di Sigonella non è stato finora reso pubblico.

Queste sono due importanti informazioni che si leggono nel saggio di Nicola Colacino, professore associato di Diritto internazionale, che alleghiamo.

Le problematiche relative alla legittimità dell’uso dei droni, evidenziando notevoli criticità.

Ad esempio sottolinea che “è difficile ammettere la possibilità di condurre un conflitto o eseguire
singole missioni implicanti l’uso della forza letale sul territorio di uno Stato straniero
senza il consenso – almeno implicito – di quest’ultimo”.

La questione è stata affrontata dalle Nazioni Unite: “Il Relatore Speciale del Consiglio dei Diritti Umani Philip Alston, nel suo Report on extrajudicial, summary or arbitrary executions, aveva evidenziato come, al di fuori di un conflitto armato formalmente accertato, la possibilità di un «intentional, premeditated and deliberate use of lethal force» realizzato mediante l’impiego di droni non possa ritenersi ammissibile «under international law». I successivi Reports on extrajudicial, summary or arbitrary executions e on Promotion and protection of human rights and fundamental freedoms while countering terrorism rispettivamente redatti dai Relatori Speciali Christof Heyns e Ben Emmerson, hanno confermato che la prassi in argomento pone alcune rilevanti questioni di «legal controversy», in particolare per quanto attiene alle condizioni di liceità dell’uso della forza «outside situations of armed conflict».

Nelle conclusioni l’autore scrive: “L’avvio di procedimenti giudiziari volti alla tutela dei diritti fondamentali delle vittime dei drone strikes potrebbe, infatti, costituire un elemento determinante per sollecitare una maggiore trasparenza da parte dei governi dei Paesi coinvolti e giungere all’elaborazione di un regime di regole condiviso che riconduca tali missioni in un ambito di piena legalità. L’incerta evoluzione della prassi e l’assenza di una chiara opinio iuris sulle condizioni e i limiti di impiego di tale tecnologia militare – in ipotesi, presto affiancata o finanche sostituita da sistemi di pilotaggio automatico, rispetto ai quali il problema dell’accertamento della responsabilità per atti internazionalmente illeciti si pone in termini diversi e certamente più complessi – accresce l’esigenza di elaborare in tempi brevi una disciplina ad hoc. Fino ad allora, sembra opportuno, tuttavia, continuare a riferirsi alle categorie più solide del diritto internazionale vigente, mantenendo una chiara distinzione tra l’impiego dei droni nell’ambito di conflitti armati e in situazioni di pace”.

Sulla questione dell’uso letale dei droni la posizione di Amnesty Internaional è netta.

La riportiamo qui di seguito.

“Dal 2001 con l’inizio della cosiddetta “guerra al terrore“, gli Stati Uniti hanno sviluppato un vasto programma di uso letale dei droni, che serve per effettuare uccisioni mirate extra-territoriali in tutto il mondo.

Gli Stati Uniti fanno molto affidamento sull’assistenza di molti Stati per queste operazioni con i droni all’estero e Regno UnitoGermaniaPaesi Bassi e Italia hanno tutti svolto un ruolo di supporto significativo.

Amnesty International e altre Ong hanno documentato attacchi illegali con i droni statunitensi nel corso di oltre un decennio, denunciando il fatto che questi raid hanno violato il diritto alla vita e in alcuni casi sono equiparabili a esecuzioni extragiudiziali e altre forme di uccisioni illegali.

Chiediamo al governo italiano di astenersi dall’assistere negli attacchi con i droni statunitensi e di avviare un’inchiesta pubblica e completa sull’assistenza al programma droni americano. Chiediamo inoltre al governo di stabilire e pubblicare standard solidi per gestire la fornitura di tutte le forme di assistenza per le operazioni di uso letale dei droni e di assicurare tempestive indagini su tutti i casi in cui vi sono fondati motivi per ritenere che abbiano fornito assistenza a un attacco con i droni statunitensi che ha provocato uccisioni illegali”.

6 gennaio 2020

No a invio missione Nato in Iraq come ipotizzato da ministro Guerini

“Riteniamo un gravissimo errore la proposta avanzata oggi presso le Commissioni Difesa di Camera e Senato dal ministro Guerini. Prevedere una missione Nato in sostituzione dell’attuale coalizione anti-Daesh significa non capire cosa sta avvenendo in quel paese”.

E’ quanto affermano in una nota stampa i due co-presidenti nazionali di Un Ponte Per, Alfio Nicotra e Angelica Romano.

“L’Italia sarebbe il primo paese a dire sì alla proposta Trump di una missione Nato in Iraq – proseguono Nicotra e Romano – e ci pare una enormità fare da apripista a chi vuole avere le mani libere per operazioni militari illegali, come quelle contro Soleimani, non rischiando sul campo i propri uomini ma mettendo in pericolo quelli dei  propri alleati”.

“Di tutto ha bisogno l’Iraq tranne che replicare la fallimentare missione Nato in Afghanistan” proseguono i due co-presidenti della Ong, presente in Iraq dal 1991.

“Le piazze irachene sono piene da ottobre ad oggi – precisano Nicotra e Romano – di una moltitudine di ragazzi e ragazze che chiedono la fine della  divisione del potere su base settaria imposta dall’occupante statunitense prima, ed utilizzata pienamente dall’Iran dopo. L’Italia deve lavorare per l’indipendenza dell’Iraq e non per trasformarlo in un protettorato della Nato. Per questo da tempo insistiamo per trasformare l’attuale missione militare in una missione civile, per sostenere lo sforzo della società irachena a uscire dalla logica di guerra e a costruire finalmente un futuro di pace e di giustizia sociale”.

Per questo – concludono – Un Ponte Per sarà in piazza in tante città italiane il 25 gennaio prossimo, raccogliendo l’appello lanciato dai movimenti pacifisti statunitensi per sostenere la lotta e le ragioni delle società civili del Medio Oriente“.

Ufficio stampa Un Ponte Per

Roma, 15 gennaio 2020

 

“I droni di Natale”

Naval Air Station di Sigonella, ore 16.46 di giovedì 21 novembre 2019. Dopo 22 ore ininterrotte di volo, un drone di ultima generazione della famiglia dei “Global Hawk” atterra nella grande base militare siciliana. Il velivolo era decollato dall’aeroporto di Palmdale, California. Sulla fiancata, l’inconfondibile insegna della NATO. Il drone è il primo dei cinque grandi aerei senza pilota destinati ad operare da Sigonella nell’ambito del NATO AGS (Alliance Ground Surveillance), il programma più ambizioso e costoso della storia dell’Alleanza Atlantica, ma anche quello che ha segnato i maggiori ritardi nella sua implementazione. “Il trasferimento del drone AGS dagli Stati Uniti all’Italia rappresenta un momento chiave nella realizzazione di questo importantissimo progetto multinazionale”, ha riportato l’ufficio stampa del Comando generale della NATO. “L’Alliance Ground Surveillance sarà di proprietà collettiva e operativa di tutti gli alleati dell’Alleanza Atlantica e sarà un elemento vitale per tutte le missioni NATO. Tutti gli Alleati avranno accesso ai dati acquisiti dall’AGS e beneficeranno del sistema d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento”.

Il programma NATO AGS prevede l’utilizzo della grande stazione aeronavale di Sigonella quale Main Operating Base (principale base operativa) dei cinque velivoli a pilotaggio remoto RQ-4D “Global Hawk” e dei relativi centri di comando e controllo, con un contingente multinazionale di oltre 800 unità. “Tutti e cinque i droni sono attualmente in differenti fasi di sviluppo delle capacità operative di volo”, specifica ancora il Comando generale della NATO. “Quando ognuno di essi giungerà alla Main Operating Base di Sigonella, saranno sottoposti ai test per verificarne le performance e la conformità al sistema AGS. La capacità operatività iniziale del programma dovrebbe essere raggiunta nella prima metà del 2020”.

Dotati della piattaforma radar MP-RTIP con sofisticati sensori termici per il monitoraggio e il tracciamento di oggetti fissi ed in movimento, i droni AGS potranno volare sino a 18.000 metri di altezza e a una velocità di 575 km/h. I dati rilevati saranno prima analizzati a Sigonella e successivamente trasmessi grazie ad una rete criptata al Comando JISR, Joint Intelligence, Surveillance and Reconnaisance della NATO, con sedi a Bruxelles, Mons e The Hague. Oltre 16.000 km il raggio d’azione dei nuovi velivoli senza pilota, così fa consentirne l’operatività in un’area geografica che comprenderà l’intero continente africano e il Medioriente, l’Europa orientale sino al cuore della Russia. Grazie alle informazioni raccolte e decodificate dall’AGS, la NATO potrà ampliare lo spettro delle proprie attività nei campi di battaglia, potenziando la capacità d’individuazione degli obiettivi da colpire con gli strike aerei e missilistici.

Con l’entrata in funzione del sistema AGS, la base siciliana di Sigonella consolida il proprio ruolo di vera e propria capitale mondiale dei velivoli senza pilota da guerra. I droni NATO si sommano infatti ai velivoli con funzioni d’intelligence ed attacco (i famigerati droni killer “Reaper” che mietono vittime tra i civili negli scacchieri di guerra in Africa e Medio oriente) che l’US Air Force e l’US Navy ha trasferito in Sicilia da più di dieci anni. A riprova di come Sigonella sia uno dei maggiori centri del pianeta per il comando e il controllo dei velivoli senza pilota va aggiunto che nel 2018 è stata attivata all’interno della stazione aeronavale l’UAS SATCOM Relay Pads and Facility per le telecomunicazioni via satellite con tutti i droni che le agenzie di spionaggio USA e il Pentagono schierano in ogni angolo della Terra. La facility di Sigonella consente la trasmissione dei dati necessari ai piani di volo e di attacco dei nuovi sistemi di guerra, operando come “stazione gemella” del sito tedesco di Ramstein e del grande scalo aereo di Creech (Nevada).

Washington ha riservato un nome in codice alla grande base che sorge a due passi dalla città di Catania: The Hub of the Med, cioè il fulcro del Mediterraneo. Con ben 34 comandi strategici ed oltre 5.000 militari statunitensi, Sigonella è oggi, per importanza, il “secondo più grande comando militare marittimo al mondo dopo quello del Bahrain”, come spiega il Pentagono. Dal sanguinoso conflitto in Vietnam non c’è stato scenario bellico con protagonista gli USA (e i partner NATO) in cui l’hub del Mediterraneo non abbia giocato un ruolo chiave: contro la Libia di Gheddafi negli anni ’80; in Libano nell’82; la prima e la seconda guerra del Golfo; i bombardamenti in Kosovo e in Serbia nel 1999 e quelli in Afghanistan, Iraq e Siria nel XXI secolo; le campagne di US Africom nelle regioni sub-sahariane e in Corno d’Africa; la liquidazione finale del regime libico del 2011 e gli odierni ripetuti raid in Cirenaica e Tripolitania con l’utilizzo dei droni-killer.

Determinante pure il ruolo assunto nell’ambito dei programmi di supremazia nucleare degli Stati Uniti d’America. Segretamente, ancora una volta nel 2018, è entrato in funzione a Sigonella la Joint Tactical Ground Station (JTAGS), la stazione di ricezione e trasmissione satellitare del sistema di “pronto allarme” per l’identificazione dei lanci di missili balistici da teatro con testate nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali. Il JTAGS è una specie di scudo protettivo tutt’altro che difensivo: grazie al controllo “preventivo” di ogni eventuale operazione missilistica “nemica”, il sistema rende ancora più praticabile il primo colpo nucleare, evitando o limitando (teoricamente) la ritorsione avversaria e dunque i pericoli della cosiddetta Mutua distruzione assicurata che sino ad ora ha impedito l’olocausto mondiale. Come se non bastasse, a Sigonella opera pure una delle 15 stazioni terrestri del Global HF System, il sistema di comunicazioni in alta frequenza creato dalla US Air Force per integrare la rete del Comando aereo strategico e assicurare il controllo su tutti i velivoli e le navi da guerra. Uno degli aspetti più rilevanti del sistema GHF è quello relativo alla trasmissione degli ordini militari che hanno priorità assoluta, primi fra tutti i messaggi SkyKing che includono i codici di attacco nucleare.

Tra le maggiori richieste di finanziamento fatte dal Dipartimento della Difesa USA al Congresso per l’anno fiscale 2020, c’è poi quella relativa all’installazione, ancora una volta all’interno della grande stazione aeronavale siciliana, di un megacentro di telecomunicazioni satellitari strategiche delle forze armate. Nello specifico il Pentagono prevede una spesa di 77 milioni e 400 mila dollari per realizzare una struttura che consentirà di effettuare “più sicure e affidabili telecomunicazioni vocali e dati, classificate e non classificate, alle unità navali, sottomarine, aeree e terrestri della Marina militare USA, in supporto delle sue operazioni reali e delle esercitazioni in tutto il mondo”. L’assegnazione dei lavori è prevista entro l’agosto 2020, mentre la realizzazione dovrebbe concludersi nell’aprile 2024. E’ prevista inoltre una spesa aggiuntiva di 57 milioni di dollari per l’acquisto delle sofisticate attrezzature elettroniche e d’intelligence che saranno messe a disposizione del nuovo centro satellitare di Sigonella che si affiancherà a quello già esistente presso la dependance di Niscemi, all’interno della riserva naturale orientata “Sughereta”.

Centro strategico di telecomunicazioni con i sottomarini nucleari in immersione e stazione terrestre del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS (la cui piena operatività è stata annunciata pochi mesi fa da Washington), la base USA di Niscemi sarà presto ampliata e potenziata. Le autorità militari hanno già presentato alla Regione Siciliana un cronogramma lavori di “rafforzamento” dei sistemi di “protezione” delle infrastrutture e delle numerose antenne di morte ospitate. Inoltre, un mese fa è trapelata la notizia che il Comando di US Navy ha affidato alla General Dynamics un contratto del valore di 731,8 milioni di dollari per il “miglioramento” dei “segmenti terrestri integrati al Mobile User Objective System – MUOS, il quale fornirà presto comunicazioni cellulari veloci e sicure per tutte le forze combattenti in movimento, ovunque esse si trovino”, come dichiarato dai general manager dell’azienda leader del complesso militare industriale USA.

Quanto sta accadendo in Sicilia conferma inesorabilmente quanto sostenuto da attivisti e ricercatori No War, cioè che la base di Sigonella è un cancro in metastasi che diffonde ovunque installazioni, radar, presidi e militarizzazioni. L’Isola è stata trasformata infatti in un’immensa piattaforma di morte USA e NATO: oltre alla telestazione di Niscemi, è stato creato un centro operativo a Pachino (Siracusa) per supportare le esercitazioni aeronavali della VI Flotta nel Canale di Sicilia; ad Augusta sorge una grande struttura portuale per il rifornimento di armi e gasolio delle unità da guerra e dei sottomarini nucleari; gli scali di Catania-Fontanarossa, Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa sono utilizzati per le missioni d’intelligence top secret dei velivoli alleati o di società contractor private a servizio del Pentagono e/o – come avvenuto nel 2001 durante la guerra contro la Libia – per le operazioni di bombardamento contro obiettivi civili e militari “nemici”.

Non c’è area addestrativa o poligono in Sicilia che non sia stato messo a disposizione dei reparti d’elite USA protagonisti delle peggiori nefandezze nei teatri di guerra internazionali. I Marines destinati a intervenire in Africa utilizzano periodicamente per esercitarsi una vasta area agricola nel Comune di Piazza Armerina. Ai reparti a stelle e strisce è stato concesso pure l’uso del poligono di Punta Bianca, a due passi dalla città di Agrigento, in una delle aree naturali e paesaggistiche più belle e più fragili dell’Isola, utilizzato stabilmente dalla Brigata Meccanizzata “Aosta” dell’Esercito italiano. Nella primavera 2019, i reparti statunitensi di stanza a Sigonella sono stati inoltre tra i protagonisti di un’imponente esercitazione che ha interessato buona parte della provincia di Trapani, comprese alcune aree di rilevante interesse naturalistico e lo scalo aereo di Birgi.

Ancora più foschi gli scenari che potrebbero essere riservati alla Sicilia intera nei prossimi anni. E’ in atto una pericolosissima sfida sferrata da Trump contro la Russia con la cancellazione unilaterale del Trattato INF contro le armi nucleari a medio raggio, firmato da USA e URSS a fine anni ’80. Quel trattato aveva consentito lo smantellamento dall’Europa dei missili Pershing II, SS-20 e Cruise; 112 di questi ultimi vettori nucleari “da crociera” erano stati installati dalla NATO a Comiso (Ragusa), nonostante una straordinaria stagione di mobilitazione popolare, una delle più importanti della storia della Sicilia. La scellerata decisione dell’amministrazione USA rischia di condurre ad una nuova escalation del processo di militarizzazione e ri-nuclearizzazione dell’intero territorio siciliano, considerato che i nuovi programmi di riarmo puntano alla realizzazione – ancora una volta privilegiando il Fianco Sud della NATO oltre a quello orientale – di nuovi sistemi missilistici a medio raggio con lancio da piattaforme terrestri e/o anche mobili, esattamente come avveniva con i Cruise di Comiso, trasportabili ovunque sui camion-lanciatori TEL. Altri aghi atomici da occultare nel pagliaio Sicilia in nome e per conto dei moderni Stranamore e delle transazionali del profitto d’oltreoceano.

di Antonio Mazzeo

 

I droni di Natale

In Italia arrivano altre 50 bombe atomiche Usa provenienti dalla base di Incirlik in Turchia

Gli Stati Uniti potrebbero trasferire le 50 bombe atomiche dalla base di Incirlik in Turchia alla base militare di Aviano in Friuli. A rivelarlo è il Gazzettino in un lungo articolo nel quale segnala che  il sito prescelto per lo spostamento dell’arsenale nucleare sarebbe l’aeroporto pordenonese Pagliano e Gori, sede di uno Stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. Lapidaria la considerazione sul perché di questa destinazione: “Tale eventuale decisione sarebbe presa specie in considerazione della comprovata fedeltà dell’Italia, che sul tema atomiche non batte ciglio, qualunque sia il colore del governo nazionale”.

L’ipotesi del trasferimento delle bombe nucleari da Incirlik ad Aviano era stata ventilata già nel 2016 quando Erdogan, aveva sventato un golpe militare contro di lui ed aveva additato gli Usa tra i possibili fiancheggiatori del colpo di stato. Erdogan aveva addirittura fatto staccare l’energia elettrica alla base militare Usa, interrompendo l’attività operativa del locale contingente americano. La tensione venne risolta ma negli ultimi tempi le relazioni tra l’ex alleato Nato e Washington è schizzata di nuovo verso l’alto soprattutto con la decisione turca di acquisire aerei e contraerea dalla Russia.

La notizia del trasferimento delle bombe atomiche da Incirlik ad Aviano è stata resa nota dall’agenzia Bloomberg che ha intervistato il generale in pensione Charles Chuck Wald ex comandante proprio del 31esimo Fighter Wing di Aviano dal 1995 al 1997. “Molti ricordano la sua presenza in Pedemontana come a dir poco ingombrante, specie quando lasciò metaforicamente il segno sui tavoli degli amministratori locali, onde far capire che il Progetto Aviano 2000 (mega opera infrastrutturale destinata ad allocare stormo e famiglie al seguito) non doveva trovare ostacoli di sorta. Come in effetti è stato, ciclopica burocrazia italica a parte” ricorda il Gazzettino.

Da Incirlik potrebbero quindi sbarcare ad Aviano una cinquantina di bombe nucleari, che si aggiungerebbero alle circa 30 già qui immagazzinate, altre cinquanta bombe atomiche sono invece stoccate nellebase militare di Ghedi a Brescia. E a questo punto la base militare di Aviano diventerebbe il maggior deposito atomico presente in Europa Occidentale.

E’ evidente che questa minaccia e questa ulterioriore militarizzazione nucleare del nostro paese da parte degli Stati Uniti dovrebbe far scattare le dovute contromisure da parte delle coscienze e delle forze antimilitarista (se ne rimangono ancora). Battiamo un colpo?

di Sergio Cararo – Contropiano

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/12/29/in-italia-arrivano-altre-50-bombe-atomiche-statunitensi-ad-aviano-0122382

 

Tutt’altro che sicuri per il traffico aereo i nuovi droni AGS NATO di Sigonella

I primi due droni RQ-4D “Phoenix” del nuovo sistema d’intelligence e conduzione delle future guerre globali AGS NATO, prodotti dalla Northrop Grumman, sono atterrati nelle settimane scorse nella Main Operating Base di Sigonella. Read More “Tutt’altro che sicuri per il traffico aereo i nuovi droni AGS NATO di Sigonella”

“L’esplosivo della strage di Piazza Fontana proveniva dalle basi Nato”

Nel 50° anniversario della strage di Piazza Fontana, ripubblichiamo l’intervento del magistrato Ferdinando Imposimato, Presidente Onorario della Suprema Corte di Cassazione, al Convegno del Comitato No Guerra No Nato, svoltosi a Roma il 26 Ottobre 2015.

Imposimato riassume i risultati delle indagini da lui compiute, dalle quali emerge il ruolo della Nato nelle stragi che hanno insanguinato l’Italia. Una precisa denuncia, ignorata da quel mondo politico-mediatico che formalmente oggi commemora il tragico anniversario.

L’uso militare nascosto della tecnologia 5G

Al Summit di Londra i 29 paesi della Nato  si sono impegnati a «garantire la sicurezza delle nostre comunicazioni, incluso il 5G». Perché questa tecnologia di quinta generazione della trasmissione mobile di dati è così importante per la Nato?

Mentre le tecnologie precedenti erano finalizzate a realizzare smartphone sempre più avanzati, il 5G è concepito non solo per migliorare le loro prestazioni, ma principalmente per collegare sistemi digitali che hanno bisogno di enormi quantità di dati per funzionare in modo automatico.

Le più importanti applicazioni del 5G saranno realizzate non in campo civile ma in. campo militare.

Quali siano le possibilità offerte da questa nuova tecnologia lo spiega  il rapporto Defense Applications of 5G Network Technology, pubblicato dal Defense Science Board, comitato federale che fornisce consulenza scientifica al Pentagono: «L’emergente tecnologia 5G, commercialmente disponibile, offre al Dipartimento della Difesa l’opportunità di usufruire a costi minori dei benefici di  tale sistema per le proprie esigenze operative».

In altre parole, la rete commerciale del 5G, realizzata da società private, sarà usata dalle forze armate statunitensi con una spesa molto più bassa di quella che sarebbe necessaria se la rete fosse realizzata unicamente a scopo militare.

Gli esperti militari prevedono che il 5G avrà un ruolo determinante nell’uso delle armi ipersoniche: missili, armati anche di testate nucleari, che viaggiano a velocità superiore a Mach 5 (5 volte la velocità del suono). Per guidarli su traiettorie variabili, cambiando rotta in una frazione di secondo per sfuggire ai missili intercettori, occorre raccogliere, elaborare e trasmettere enormi quantità di dati in tempi rapidissimi.

Lo stesso è necessario per attivate le difese in caso di attacco con tali armi: non essendoci il tempo per prendere una decisione, l’unica possibilità è quella di affidarsi a sistemi automatici 5G.

La nuova tecnologia avrà un ruolo chiave anche nella battle network (rete di battaglia). Essendo in grado di collegare contemporaneamente in un’area circoscritta milioni di apparecchiature ricetrasmittenti, essa  permetterà ai reparti e ai singoli militari di trasmettere l’uno all’altro, praticamente in tempo reale, carte, foto e altre informazioni sull’operazione in corso.

Estremamente importante sarà il 5G anche per i servizi segreti e le forze speciali. Renderà possibili sistemi di controllo e spionaggio molto più efficaci di quelli attuali. Accrescerà la letalità dei droni-killer e dei robot da guerra, dando loro la capacità di individuare, seguire e colpire determinate persone in base al riconoscimento facciale e altre caratteristiche.

La rete 5G, essendo uno strumento di guerra ad alta tecnologia, diverrà automaticamente anche bersaglio di ciberattacchi e azioni belliche effettuate con armi di nuova generazione.

Oltre che dagli Stati uniti, tale tecnologia viene sviluppata dalla Cina e altri paesi. Il contenzioso internazionale sul 5G non è quindi solo commerciale.

Le implicazioni militari del 5G sono quasi del tutto ignorate poiché anche i critici di tale tecnologia, compresi diversi scienziati, concentrano la loro attenzione  sugli effetti nocivi per la salute e l’ambiente a causa dell’esposizione a campi elettromagnetici a bassa frequenza. Impegno questo della massima importanza, che deve però essere unito a quello contro l’uso militare di tale tecnologia, finanziato indirettamente dai comuni utenti.

Una delle maggiori attrattive, che favorirà la diffusione degli smartphone 5G, sarà quella di poter partecipare, pagando un abbonamento, a war games di impressionante realismo in streaming con giocatori di tutto il mondo. In tal modo, senza rendersene conto, i giocatori finanzieranno la preparazione della guerra, quella reale.

di Manlio Dinucci

(il manifesto, 10 dicembre 2019)

Nato, prevale l’imperialismo più aggressivo contro Russia e Cina

Il Vertice della NATO a Londra conferma e rafforza le politiche più aggressive dell’alleanza militare imperialista, indicando questa volta (assolutamente in linea con le pretese dei falchi statunitensi) la Cina come il suo principale nemico.
Con l’aumento delle spese per il rafforzamento degli arsenali militari in tutti i paesi (se ne accorgeranno presto i contribuenti italiani) che ne fanno parte, la NATO potrà proseguire con mezzi poderosi il suo accerchiamento della Federazione Russa e incrementerà la sua presenza in tutti i continenti (dall’Asia all’Africa e all’America Latina, dove Stati, come ad esempio la Colombia, potrebbero essere chiamati ad aderirvi in qualche forma).

Nel Medio Oriente, dove gli USA hanno intenzione di inviare altri 14.000 soldati (altro che ritiro!), si consolida l’alleanza con Israele che sta preparando la “soluzione finale” per i palestinesi (come sta avvenendo nella striscia di Gaza), che incrementa gli insediamenti coloniali e dà una veste formale alla sua occupazione illegale di parti del territorio della Siria, compiendo con sempre più frequenza incursioni in questo paese che provocano decine di morti anche tra i civili.

Ma intanto, da noi tutto questo sembra non interessare affatto l’intero schieramento parlamentare, appiattito nella sua stragrande maggioranza sul consenso alle politiche di aggressione e militarizzazione volute dall’imperialismo (che, a Londra sembra avere composto le sue contraddizioni, soprattutto in funzione anti-cinese e anti-russa).

Mentre il “sovranista di destra” Salvini propone un decreto per criminalizzare chi solo si azzarderà a criticare Israele per le sue politiche scioviniste, espansioniste e di completo disprezzo delle norme più elementari del diritto internazionale, esattamente in linea con la risoluzione parlamentare approvata in Francia, su iniziativa dell’ “europeista” Macron.

Chissà se quelli dell’ “ITALIA SI SLEGA” se ne sono accorti?

di Mauro Gemma

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-nato_prevale_limperialismo_pi_aggressivo_contro_russia_e_cina/82_32032/

 

La NATO compie 70 anni: “Zombi sclerotici e burocratici da mettere in pensione”

Come ogni persona che giunta ai 70 anni è già in pensione, così la NATO raggiunto tale traguardo, dovrebbe fare lo stesso, secondo lo storico e accademico, John Laughland

Segue l’analisi di John Laughland, che ha conseguito un dottorato in filosofia presso l’Università di Oxford e ha insegnato nelle università di Parigi e Roma, è uno storico e specialista in affari internazionali

Settanta è normalmente considerata un’età in cui le persone dovrebbero godere della pensione. L’alleanza NATO, che si riunisce per celebrare il suo anniversario a Londra, avrebbe dovuto essere ritirate molto tempo fa.

Il presidente francese, il quale aveva detto agli economisti all’inizio di novembre che la NATO era “morta cerebralmente”, sembra determinato a scacciare l’alleanza e i suoi membri dal loro coma collettivo. In una conferenza stampa congiunta con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg a Parigi il 28 novembre scorso, Macron ha cercato di iniettare una grande dose di realismo e chiarezza in un corpo che anni fa si era trasformato in uno zombi sclerotico e burocratico.

La terapia d’urto di Macron consiste nel porre l’unica domanda che, secondo il teorico politico tedesco Carl Schmitt (sebbene Macron non lo citasse), costituisce l’essenza stessa della politica stessa: “Chi è il nemico?” Senza una risposta a questa domanda, un’alleanza militare non ha alcuno scopo. Il fatto che Emmanuel Macron abbia dovuto chiederlo a tutti dimostra quanto male la NATO abbia perso la trama; nel teatro dell’assurdo, l’alleanza atlantica è un personaggio alla ricerca di un autore.

La NATO elenca così tante minacce nei suoi Concetti strategici ufficiali del 1999  e del 2010  che sembra Maialino in Winnie the Pooh, spaventato da tutto … il terrorismo; pirateria; violenza etnica; inadeguata riforma economica; minacce alle forniture energetiche; proliferazione delle armi; traffico di droga; attacchi informatici; armi laser; guerra elettronica; rischi per la salute; cambiamento climatico; anche “instabilità” indefinita . Tuttavia, la parola “nemico” non si trova da nessuna parte nella montagna di sfide che la NATO afferma di dover affrontare.

Dopo aver posto questa domanda fondamentale, Macron ha quindi risposto. Il nemico è la Russia? No. È la Cina? No. Il nemico, ha detto, è il terrorismo. Dicendo che il nemico non è la Russia, Macron si rompe radicalmente con le scelte politiche imposte all’alleanza dalla Polonia, dagli stati baltici e, soprattutto, dallo “stato profondo” di Washington, un’espressione fuorviante perché negli Stati Uniti l’opposizione a qualsiasi riavvicinamento trumpiano a Mosca proviene dallo stato in generale, cioè dal Congresso, dalle forze armate, dal Dipartimento di Stato ecc., E non solo dalla CIA o da altri servizi segreti.

Queste fazioni sono determinate a designare la Russia come nemica, il che è esattamente ciò che il Parlamento europeo ha fatto a marzo quando ha stabilito che il partenariato dell’UE con la Russia era finito .

Tuttavia, Macron ha cercato di ricordare a tutti che la NATO era stata creata per fare in primo luogo, mantenere la pace in Europa. Ha insistito, senza dubbio alle urla di protesta di Varsavia, che la pace in Europa richiede un dialogo con la Russia. Ovviamente ha rassicurato tutti sul fatto che il suo dialogo sarebbe “lucido, robusto ed esigente”, ma i polacchi non vogliono affatto alcun dialogo. In effetti, alcuni politici polacchi – membri del Parlamento europeo, per esempio – hanno descritto Macron come “utile idiota” di Putin per averne addirittura chiesto uno.

A questa opposizione, Macron ha identificato le due principali minacce alla pace in Europa, minacce che dovrebbero essere ovvie per chiunque. Il primo è la crisi in corso in Ucraina, il secondo è la denuncia del trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio, vale a dire missili russi e americani diretti verso l’Europa. Macron ha giustamente affermato che era insopportabile che una questione così importante della sicurezza europea fosse fuori dalle mani degli europei ed è per questo che non solo ha chiesto il dialogo con la Russia, ma ne ha effettivamente avviato uno. Macron ha risposto  a una lettera di Putin che suggeriva una moratoria su questi missili e ha pubblicato la risposta, mentre altri paesi avevano affermato che l’iniziativa russa doveva essere semplicemente gettata nel cestino.

Ho sostenuto per mesi che la decisione degli Stati Uniti di denunciare il trattato INF è uno sviluppo molto importante al quale i media non hanno prestato adeguata attenzione, ma Macron, al contrario, lo ha fatto. Negli anni ’70 e ’80, il movimento pacifista fece una forte campagna nell’Europa occidentale contro questi “euromissili” quando gli americani li dispiegarono. Oggi, non c’è un cigolio sul disarmo, così profondamente le persone sono state convinte della minaccia russa dalla propaganda incessante. Non dovrebbe essere detto che questa è una situazione molto pericolosa, ma lo fa.

Sfortunatamente, sebbene Macron abbia posto le domande giuste e dato le risposte giuste ad alcune di esse, ha sicuramente torto su un punto. Il terrorismo è in effetti la principale minaccia per gli stati dell’Europa occidentale, ma la NATO non è assolutamente l’organismo che se ne occupa. Come hanno dimostrato gli eventi sul London Bridge del 29 novembre, proprio come gli omicidi nella prefettura di polizia dell’Île de la Cité, nel centro di Parigi, il 3 ottobre, non serve altro che un coltello da cucina per commettere un attacco terroristico.

La NATO è un’alleanza gigantesca con carri armati, bombe nucleari, eserciti, aerei, navi e sottomarini. Tutto ciò è totalmente inutile quando si ha a che fare con un singolo terrorista. Le uniche cose che possono affrontare questa minaccia sono l’intelligence nazionale, la politica nazionale e la polizia nazionale. Nessuno di questi può essere fatto da un’organizzazione internazionale perché sono misure che devono essere attuate il più vicino possibile al problema iniziale se vogliono avere successo.

Se Macron riuscirà a stabilire una nuova relazione con la Russia sull’Ucraina e il disarmo nucleare, avrà fatto la sua parte per la pace in Europa. Ma se riuscirà a far concentrare la NATO sul “terrorismo”, possiamo aspettarci altri dieci anni di ciarle burocratiche insignificanti mentre persone innocenti continuano a morire per le strade europee.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_nato_compie_70_anni_zombi_sclerotici_e_burocratici_da_mettere_in_pensione/5871_32008/