Benetton, le sardine e la foto di famiglia

La foto dei leader delle sardine insieme a Benetton credo che sciolga qualsiasi dubbio sulla vera natura di questo movimento. Certo, chi voleva vedere, chi cioè ha rifiutato di auto illudersi, aveva tutti gli elementi per capire e prendere le distanze. L’attitudine postideologica (no alle bandiere), l’esaltazione della disintermediazione (no ai partiti), la totale assenza di contenuti (vedi alla voce “bambino autistico che gioca a basket”), il giovanilismo (“siamo tanti, siamo giovani, abbiamo organizzato una mega festa”) e il rifiuto di mettersi accanto ai soggetti sociali della sinistra erano segni inequivocabili. Solo la falsa coscienza di un’élite di giornalisti poteva vederci qualcosa di veramente nuovo. Solo la protervia delle solite mosche cocchiere che pensano di saperla lunga poteva spingere a credere che tra quella gente ci fosse qualcosa da pescare.

Non vedrete mai le Sardine accanto agli operai, ai disoccupati, agli immigrati che si spezzano la schiena nei campi. Le Sardine sono l’espressione del capitalismo italiano e della cultura neoliberale che ancora imperversa nel paese. Nell’album di famiglia delle sardine non ci sono grandi leader della sinistra, ma ci sono Benetton, Renzi, Calenda e se fosse vivo anche Marchionne. La loro filosofia è quella delle startup, della competizione, della piena accettazione del capitalismo, non quella delle lotte sociali e del progresso collettivo.

di Paolo Desogus

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-benetton_le_sardine_e_la_foto_di_famiglia/82_32870/

 

Sardine: la ‘rivoluzione’ che piace alla gente ‘per bene’

Fare le pulci alle sardine è diventato uno sport nazionale, da destra come da sinistra. Da sinistra perchè si cerca di giudicare il tasso di rivoluzionarietà espresso dal movimento. Da destra perchè si ha non solo il dubbio, ma la certezza che il fenomeno sia stato partorito da un PD travestito da sardina.

La sinistra, i radikalen per intenderci, cerca in questo modo di giustificare la propria debolezza attaccando un nuovo movimento che minaccia la sua visibilità, senza però darne un giudizio oggettivo. A destra, ovviamente, si attaccano le sardine perchè esprimono, almeno questo, una chiara avversione al salvinismo.

Fatte queste considerazioni preliminari, occorre andare alla sostanza delle cose e capire che cosa è successo veramente.

La partenza è stata molto chiara. In una regione come l’Emilia Romagna assediata dalle truppe salviniane e con il serio pericolo per il PD di venir estromesso dal governo della sua storica roccaforte, le sardine hanno rappresentato un sussulto che esprimeva la forte preoccupazione di settori democratici, in senso più culturale che direttamente politico, di essere governati dalle orde leghiste. Da questo punto di vista dunque la piazza di Bologna, con tutti i suoi limiti, rappresentava un atto autentico di rifiuto del salvinismo. Questo non aveva ovviamente nessun carattere ‘rivoluzionario’, anzi il suo modo di esprimersi andava in tutt’altra direzione.

Come mai a Bologna il movimento antisalviniano non si è espresso direttamente con le bandiere del PD? La risposta è che il partito non avrebbe entusiasmato la sua stessa area di riferimento e avrebbe inoltre limitato la partecipazione della gente che non vi si riconosce direttamente. Il simbolo mediatico delle sardine ha fatto il resto, e certamente il PD ci ha messo del suo nel mobilitare la piazza.

L’estensione del movimento fuori dell’Emilia-Romagna, pur non direttamente legata a questioni elettorali, ha sostanzialmente ricalcato le motivazioni antisalviniane dei bolognesi e, anche se in misura più limitata e a macchia di leopardo, ha seguito lo stesso schema fino alla manifestazione di Roma a piazza San Giovanni. E ora?

Pensare che le sardine possano avere un ruolo diverso da quello che fino ad oggi hanno avuto è fuori luogo. Non solo perchè l’espressione organizzativa che si sono date sta dentro una logica movimentista che sa di provvisorio, ma anche perchè il programma che vanno definendo è pieno di ovvietà e non coglie nessuno dei nodi politici che sono sul tappeto. Quelli che sono scesi in piazza in cerca di novità per uscire da una situazione difficile resteranno perciò delusi. Il modo movimentista e fantasioso non ha la possibilità di modificare i rapporti di forza, anzi, passata la fase della curiosità, viene alla luce con evidenza che gli organi di informazione sono ben felici che si eviti di descrivere i punti dello scontro politico reale per far credere che ‘un altro mondo è possibile’, quello del buonismo che stabilizza il regime esistente. Parlar male delle sardine è come parlar male di Garibaldi quindi, senza impiantare le solite polemiche per mettere in evidenza chi sia più ‘rivoluzionario’, basta vederci chiaro e non scambiare una pecora per un elefante.

Facciamo come le sardine, non abbocchiamo.

Aginform
17 dicembre 2019

Il populismo antipopulista

Visto lo spazio riservato dai media alle ‘sardine’, e visto che nel mondo odierno i media sono il principale moltiplicatore di attenzione, una riflessione seria sulla varietà di pesce azzurro più amato dagli italiani è opportuna.

Di per sé si tratta di un fenomeno che credo durerà in forma di assembramenti in piazza fino alle prime elezioni in programma, dove si noterà come non abbiano spostato voti, ma semplicemente dato visibilità ad aree note. Quelli che nel frattempo la TV avrà reso riconoscibili si guadagneranno una candidatura, e questo è quanto.

Non è la durata del fenomeno il punto rilevante, ma la sua natura.

E’ infatti interessante vedere come anche persone benintenzionate e in buona fede manifestino qualche simpatia, magari critica, per i nostri giovani eroi.

Ora, le “sardine” sono un movimento populista di tipo paradossale. Si tratta di populismo limitato ad un articolo unico: l’antipopulismo.

E’ una vecchia regola del marketing quella di promuovere i prodotti evitando ogni tema controverso.

Così come è la stessa regola di bon ton quella per cui non si discute di politica a un pranzo nuziale: qualunque cosa abbia a che fare con interessi concreti e opposti muove passioni, irritazioni, turbamenti, e dunque può rovinare la digestione.

C’è chi ha creduto di rilevare un’affinità con il M5S di dieci anni fa, ma questo è un errore. L’unica cosa in comune è l’ingenuità (almeno apparente). Ma il M5S si muoveva davvero lungo le linee del populismo in senso classico: popolare, con obiettivi concreti, basati su bisogni reali, anche se affastellati in modo incoerente e privo di una visione teorica capace di mettervi ordine.

Pregi e limiti di questo formato politico sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Niente del genere invece vale per una ‘sardina’. Naturalmente, dal punto di vista dell’interesse popolare, vista l’offerta politica inguardabile o declinante, si può comprendere come qualcuno voglia curiosare. Quanto maggiore la disperazione politica tanto più si è disposti a dare una chance a quel che capita.

Questa disperazione politica peraltro non è recente, e stava già alla radice dell’exploit del M5S alle ultime elezioni nazionali, così come della crescita vertiginosa della Lega nell’ultimo anno.
In tutti questi casi le adesioni sono mosse prevalentemente da ciò ‘contro’ cui si si pensa che un certo movimento o partito si schieri.
Però sia nel caso del M5S che della Lega alcune linee politiche concrete sono visibili.

Niente di tutto questo avviene per il cosiddetto ‘movimento delle sardine’.

Essi si muovono rigorosamente nell’atmosfera di un sentimentalismo benpensante, lo stesso che adottano appunto gli esperti di marketing per creare uno spazio dove ciascuno possa tessere liberamente il proprio sogno, senza essere turbato dalla realtà, da nessi causa-effetto, dagli oneri dell’analisi.

Se vi andate a vedere l’inno di Forza Italia, potete vedere un esempio, ad alto livello professionale, di tale marketing politico (“Siamo tantissimi e abbiamo tutti un fuoco dentro al cuore, un cuore grande che sincero e libero batte forte per te; il futuro è aperto entriamoci, e le tue mani unite alle mie energie per sentirci più grandi, grandi; Forza Italia mia che siamo in tanti a crederci, nella tua storia un’altra storia c’è, la scriveremo noi con te.”)
Qui il nulla dipinto di niente saccheggia le rime cuore-amore evitando come la peste di dire alcunché di specifico.
Invero nelle “sardine” come nel Berlusconi dei bei tempi l’unico argomento determinato era un argomento contro (“Contro i comunisti!”).

Una volta ottenuto il supporto politico sulla base di una non-agenda come questa, lo si può indirizzare a piacimento.

Per le sardine il target polemico, l’unico fattore che ne qualifica il messaggio, è l’anti-populismo. Ciò che c’è di problematico nel populismo in senso classico è l’appellarsi impetuoso, e spesso confuso, a urgenze e bisogni che non possono essere tacitati. Di questo impeto fanno strutturalmente parte la rabbia, lo sdegno, l’avversione allo status quo, e talvolta un linguaggio forte e plebeo.

Precisamente questa componente di rabbia e potenziale volgarità è ciò che viene rilevato come bersaglio principale delle istanze sardiniche, che si soffermano su istanze formali, espressive e sentimentali (odio, violenza verbale).

La loro posizione è dunque precisamente quella di populisti dell’antipopulismo. Ma un populista dell’antipopulismo è semplicemente, che lo sappia o meno, una stampella dello status quo, essendo un dispositivo volto a disinnescare il dissenso.

E ciò spiega naturalmente il trattamento privilegiato che viene loro riservato dall’establishment mediatico (e dall’alta borghesia che lo possiede).

 

di Andrea Zhok (Professore di Filosofia Morale a Milano)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_populismo_antipopulista/82_32181/

 

La peggio gioventù: le sardine rappresentano la parte più reazionaria del paese

Le sardine, oggi, rappresentano la parte più reazionaria del paese. Quella che ha completamente introiettato il neoliberismo nella sua variante più estrema, ovverosia quella europea: da qui il sostegno acritico (anzi entusiastico) all’“Europa” nonostante le drammatiche ricadute economiche, sociali, politiche e democratiche che abbia comportato l’integrazione economica europea, e la palese incompatibilità dell’assetto europeo con i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione; l’accettazione della necessità di spoliticizzare la politica economica, di cui si devono occupare i “tecnici” e i “competenti” (vedasi le dichiarazioni del fondatore sul MES); una lettura puramente moralistica della realtà, per cui i politici non devono essere giudicati tanto in base ai loro orientamenti e alle loro scelte di politica economica (sebbene siano queste in ultima analisi a determinare le condizioni materiali di vita di tutti), quanto piuttosto in base alla posizione da essi adottata nei confronti di certe minoranze, alla vivacità della loro retorica (non bisogna gridare, odiare ecc.); la totale incapacità di tracciare un rapporto causale tra le politiche liberiste che (più o meno consapevolmente) sponsorizzano e l’ascesa delle destre che vorrebbero arginare, per non parlare dell’incompatibilità tra quelle politiche e i valori professati dalle sardine (l’amore per il prossimo, la solidarietà ecc.).

Ora, il fatto che le sardine si considerino di sinistra e anzi non perdano occasione di ostentare tutta una serie di simboli della tradizione operaia e socialista (“Bella ciao” ecc.) – cioè di quel movimento che la destra l’ha combattuta tanto nelle sue declinazioni fasciste quanto in quelle liberal-liberiste (la Costituzione è antifascista perché antiliberista, cioè perché finalizzata ad evitare che si ricreassero le condizioni sociali che avevano condotto al fascismo), e che ha gettato le basi per lo Stato sociale che oggi viene smantellato sotto i colpi dell’integrazione europea, che infatti fu fortemente contrastata da socialisti e comunisti, in nome della difesa della sovranità nazionale, per tutta la prima repubblica – è, oltre che tragicomico, la dimostrazione della sconnessione totale che esiste tra quella tradizione politico-culturale e coloro che oggi professano, più o meno consapevolmente, di esserne gli eredi (“la sinistra” largamente intesa), mentre nella pratica si fanno portatori di una visione del mondo e sostenitori di politiche che sono agli antipodi di ciò per cui (e contro cui) quel movimento ha combattuto. Siamo, in ultima istanza, di fronte a una vera e propria forma di psicopatologia politica. Il paradosso è che i socialisti gli elettori della Lega possono recuperarli, se riescono a darsi una forma politica degna di questo nome; recuperare le sardine, invece, temo sia quasi impossibile.

di Thomas Fazi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_peggio_giovent_le_sardine_rappresentano_la_parte_pi_reazionaria_del_paese/82_32025/