Manolo Luppichini racconta l’orrore del blitz israeliano

Manolo Luppichini racconta a Gianluca Cicinelli l’orrore del blitz israeliano contro la Fredom Flottilla e le violenze subite. “Spero che sia servito per rompere il blocco contro Gaza”. (tratto da Radio Rock.to)

Sono passate già diverse ore da quando ci siamo incontrati. Solo alla fine e malvolentieri Manolo Luppichini, l’ultimo dei sei italiani rimpatriati dopo l’assalto israeliano alla Flottiglia carica di aiuti umanitari per i palestinesi della Striscia di Gaza, si toglie la maglietta per mostrare i lividi. Un brutto spettacolo, il colore della schiena ormai è passato dal viola iniziale al giallo sfumato, una costola è incrinata e il respiro difficoltoso. Restiamo qualche minuto in silenzio mentre lo stesso pensiero ci attraversa: e gli altri? Se le autorità israeliane hanno agito con tale disprezzo dei diritti umani verso un cittadino italiano mentre il nostro governo ne chiedeva il rilascio, cosa è avvenuto davvero in quest’ultima settimana?
Poi il desiderio, la necessità addirittura di raccontare riprendono il sopravvento in Luppichini che di mestiere fa proprio questo, raccontare e partecipare del dolore del mondo con una telecamera. Un racconto fatto di immagini, rabbia e dolore, quest’ultimo non solo fisico. Fino allo stupore di essere rimpatriato da solo, gli altri italiani erano gìà stati rimpatriati, sullo stesso aereo che riportava in Italia il sottosegretario Stefania Craxi. Così, agli occhi di chi ha assistito all’atterraggio, si presentava in sintesi lo stesso spettacolo che ha caratterizzato questi giorni del teatrino politico: fischi agli esponenti del nostro governo, ovazioni, di affetto e di sollievo dopo tanta preoccupazione, per i nostri sei connazionali.

Luppichini era a bordo della nave greca “8.000”, che si trovava ad appena 400 metri dalla Mavi Marmara assaltata dagli israeliani. Le botte le ha ricevute dopo: ”Mi hanno picchiato perché mi rifiutavo di andare in Turchia, dove erano stati fatti arrivare con un volo predisposto dalle autorità israeliane altri attivisti bloccati durante il blitz. Mi hanno colpito con il calcio dei fucili, sono stato picchiato dagli agenti israeliani all’interno del complesso aeroportuale Ben Gurion di Tel Aviv”.
All’aeroporto della capitale il videomaker era giunto insieme agli altri attivisti per i quali Israele aveva deciso l’espulsione dopo averli trattenuti nella nuova struttura del carcere di Beersheba, nel deserto del Negev. ”Non mi hanno visitato, il modo in cui sono stato trattato insieme ai compagni della Flottiglia è contrario a qualsiasi convenzione internazionale. Mi sono sentito sequestrato due volte, prima dai commando che con la violenza hanno preso il comando della nave e ci hanno portato ad Ashdod e poi agli agenti israeliani, che ci hanno trattato in modo disumano”. Gli chiediamo conferma del fatto che alle autorità diplomatiche italiane a Gerusalemme sia stato inizialmente negato di entrare in contatto con un cittadino italiano: ”Volevo parlare con il console italiano che era a due metri da me ma non me lo hanno permesso. Mi hanno picchiato. Mi hanno rapito una seconda volta personaggi in borghese che mi hanno portato al terminal civile”. Ma era solo l’inizio: “Sono stato trasferito con un ragazzo scozzese di origini palestinesi in una struttura del complesso aeroportuale Ben Gurion. In carcere, a Beersheba, non ci hanno picchiato. Ci hanno malmenato solo in aeroporto. Mi hanno tenuto sempre ammanettato. Chiedevo di parlare con il console. Un poliziotto ha iniziato a spingermi e io gli ho dato del nazista. La mia famiglia è anti-fascista. Mia nonna durante il periodo delle leggi razziali ha nascosto gli ebrei. Non sono anti-semita e sentirmi trattato così, così come i nazisti trattavano loro mi offendeva. In massa hanno iniziato a picchiarmi. E mi hanno sequestrato per una seconda volta”.
Per sei ore, denuncia Luppichini, al prigioniero è stata negata l’acqua e nessuno ha ascoltato la sua richiesta di andare in bagno. Unico compagno di cella uno scarafaggio: ”Non mi hanno fatto telefonare, un vero incubo, l’unica fortuna è stata che alcuni greci che si sono rifiutati di andare in Turchia sono stati portati nella struttura in cui stavo anch’io. Così sono riuscito a farmi sentire dagli altri attivisti, e alla fine i greci hanno richiesto alle autorità diplomatiche di Atene in Israele di mettersi in contatto con quelle italiane”. E poi? <”Solo allora sono diventati gentili, così dopo mi hanno portato dell’acqua e mi hanno fatto anche fumare”.
Unica eccezione allo spirito antimilitarista di Luppichini la vista dell’aereo italiano circondato da carabinieri. Sorride ricordandolo: “Sì, quando ho visto l’aereo italiano ho pensato che finalmente ero davvero in salvo”. Per ore, da quando si era diffusa la notizia dell’arresto degli italiani con gli altri attivisti, dopo l’atto di pirateria internazionale compiuto dai commando israeliani nelle acque internazionali turche e, soprattutto delle numerose vittime, il telefono di Manolo Luppichini e degli altri ha squillato a vuoto. L’angoscia che cresceva, tra i familiari, tra i suoi compagni, lo sgomento tra i colleghi della redazione di Presa Diretta, il programma di Riccardo Iacona con cui collabora, che da subito ha chiesto al governo italiano di accertare la sorte dei nostri connazionali. Solo molte ore dopo il sanguinoso blitz israeliano contro la flotta umanitaria Freedom Flotilla hanno cominciato a filtrare le prime informazioni su quel che avveniva. Picchiati, umiliati, trattati come animali e privati del bene più prezioso, la libertà, ma soprattutto testimoni forzati di una violenza tanto agghiacciante quanto gratuita che rimarrà a lungo impressa nei loro occhi.
Ora è arrivato il momento di raccontare, anche se per correttezza dobbiamo aggiungere che per quanto riguarda il momento della sparatoria sia Luppichini che gli altri italiani riportano informazioni acquisite da altri prigionieri. Per esempio quella agghiacciante di Jenny Campbell, infermiera australiana di 25 anni, incinta, che a Luppichini ha raccontato di aver visto sulla nave Mavi Marmora 19 morti, non nove, come quelli che il premier turco Erdogan ha confermato dopo i controlli effettuati sulla lista passeggeri della nave teatro dell’aggressione. Luppichini e gli altri hannno raccolto voci secondo cui le vittime sarebbero una ventina, mentre molti dei pacifisti, non solo tra gli italiani, sostengono che gli israeliani avrebbero buttato a mare dei corpi.
La stessa Jenny Campbell ha riferito di aver trovato all’interno dei bagni della Mavi Marmara più di un cadavere con colpi di arma da fuoco alla nuca. Resta il mistero sul bimbo di 13 mesi, figlio del macchinista della nave greca “8000” che sarebbe stato usato come ostaggio, con un’arma puntata alla tempia per convincere il comandante della nave a cedere il comando ai soldati israeliani, che negano l’accaduto.
Manolo Luppichini non ha nessuna intenzione di dimenticare e vuole documentare quanto accaduto affinchè il mondo conosca la realtà di Gaza: “Mi hanno detto che sono stati trovati dei cadaveri in bagno con un foro di pistola alla testa”, afferma, una testimonianza agghiacciante come il racconto del giornalista algerino Hamid Zaatchi, testimone terrorizzato, che così ha riferito al quotidiano El Khabar: “Tra noi c’erano dei feriti che sanguinavano. Uno di questi era disteso e aveva il piede ferito. Gli è stato ordinato di alzarsi, ma lui non è stato in grado di farlo. Allora un soldato gli si è avvicinato e gli ha sparato alla testa, uccidendolo davanti a tutti”.
Anche per questo, sostiene Luppichini, hanno voluto tenere separati il più possibile tra loro i pacifisti, per impedire che comunicassero e diffondessero ai media ciò che era davvero accaduto a bordo della Fredom Flottilla. L’ultima domanda, prima di salutare Luppichini è d’obbligo e gli chiediamo se rifarebbe il suo viaggio sapendo come va a finire. La risposta ci ricorda che anche se ad essere colpiti in questa occasione sono stati dei nostri connazionali, c’è un popolo dimenticato da tutti e affamato a poche centinaia di chilometri: “Sono stato sequestrato, fatto ostaggio dal governo di Israele, spero che questa azione sia servita e che altre navi riusciranno ad arrivare a Gaza”.

Gianluca Cicinelli

 

l’articolo è disponibile sul sito di www.radiorock.to

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