La condanna di Mimmo Lucano, roba di un altro mondo

Tredici anni e due mesi. Tanto un tribunale di questo disgraziatissimo Paese ha ritenuto di dover comminare a Mimmo Lucano, tre volte sindaco di Riace, ritenuto colpevole di “associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, peculato e abuso d’ufficio”.

Una sentenza così abnorme da sembrare scritta in trance dal Matteo Salvini di questi giorni – alle prese con la vicenda del suo “guru” dei social media, inchiodato a una sordida vicenda di festini gay e droghe varie (decisamente agli antipodi dell’immaginario trash idealizzato dalla sua creatura,  “la Bestia”).

Il processo “Xenia” messo in piedi dalla procura di Locri – cui pure non dovrebbe mancare autentica “materia criminosa” da trattare – era partito fin dall’inizio con il piede sbagliato, mettendo al centro presunte “irregolarità nell’utilizzo dei finanziamenti governativi per la gestione dei migranti”, sotto la pressione dei ministri dell’interno d’allora (Marco Minniti, del Pd, anche lui calabrese, e poi Matteo Salvini, che non ha bisogno di ulteriori specificazioni).

Già allora, infatti, l’Italia ebbe modo di mostrare la propria indignazione per un arresto alquanto immotivabile, visto che il “modello Riace” era diventato in tutta Europa un parametro di riferimento per l’accoglienza e l’integrazione dei profughi di mille disavventure in altri continenti.

Un’accoglienza “spartana”, fatta con pochissime risorse, all’interno del “modello Sprar”, che i governi di quel periodo – di centrosinistra e a maggior ragione di centrodestra – andavano eliminando a favore di una prassi semi-carceraria degna della Gestapo.

Le “irregolarità” addebitate a Mimmo Lucano, fin dal primo momento, erano apparse per quel che erano: fantasiose improvvisazioni amministrative sul filo di leggi e regolamenti fatti per non funzionare, come gli affidamenti diretti (ad una cooperativa di profughi) di servizi comunali ben poco appetibili per una “gara d’appalto internazionale” – la raccolta rifiuti fatta con gli asini, per le vie scalinate del vecchio paese – o un paio di matrimoni celebrati per “sistemare” problemi di cittadinanza altrimenti irrisolvibili.

Una destinazione di fondi scarsi, per cui Lucano venne comunque accusato di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazione pubbliche ai danni dello Stato e dell’Unione Europea”, oltre che di “concussione e abuso d’ufficio”.

Una prosopoea tribunalizia decisamente fuori misura per cose da far sorridere, in una regione infestata da ben altri “fenomeni criminosi”, dove persino il cartello di ingresso al Comune sede della Procura figura, ancor oggi, crivellato di proiettili.  Mimmo sarebbe convenuto intavolare una “trattativa con la Mafia”, avrebbe rischiato certamente di meno…

Per Mimmo furono invece due anni di arresti domiciliari, seguiti da “divieto di dimora” nel Comune di residenza, di cui era stato sindaco, ma anche di manifestazioni di solidarietà nazionale e internazionale, di cortei e quasi “pellegrinaggi” per testimoniargli solidarietà.

Una popolarità immutata, da quattro anni a questa parte – tanti ne sono passati dal momento dell’arresto – che ne ha giustificato in qualche misura la candidatura nella lista di De Magistris per le elezioni regionali di domenica prossima. Al contrario della vicenda Morisi, però, questa “giustizia ad orologeria” avrà probabilmente effetti benefici, anziché invalidanti.

La pena erogata in primo grado appare talmente insensata, anche ad un primo sguardo, da sembrare proveniente da un altro pianeta. La Corte di Cassazione, nel 26 febbraio 2019, ritenne di dover revocare il divieto di dimora per l’assenza di indizi di “comportamenti fraudolenti” dello stesso Mimmo “per assegnare alcuni servizi”.

Ciò nonostante il Tribunale di Locri ci mise ben sette mesi per dar seguito a quella sentenza, applicando la decisione di revoca solo nel settembre dello stesso anno. Un segno evidente di contrarietà che non trovava giustificazione “nelle carte giudiziarie”, ma anticipava in qualche modo l’abnorme verdetto di oggi.

Peggio ancora. La sentenza supera di quasi il doppio la richiesta del Pubblico Ministero (ossia dell’accusa). Quest’ultimo aveva richiesto infatti una condanna a “soli” 7 anni e 11 mesi.

Inutile, per pura mancanza di spazio, dar conto di tutte le reazioni indignate esplose immediatamente in ogni ambito della società civile e persino dell’ignobile “classe politica” che vive sulle nostre spalle.

Vedremo appena possibile, come si dice, “le motivazioni della sentenza” (al momento abbiamo solo “il dispositivo”: 30EFE226-6C83-4B0B-9F78-1FEA078408BF-unito), ma già ora appare chiaro che l’eccesso di zelo persecutorio di questa Corte gioca a favore di una revisione radicale in sede di giudizio d’appello. Quando si esagera fino a questo punto, si può solo raggiungere un risultato opposto a quello voluto.

Gli avvocati Pisapia e Daqua hanno scritto in una nota:

«Una sentenza lunare e una condanna esorbitante che contrastano totalmente con le evidenze processuali: oltre tredici anni di carcere  per un uomo come Mimmo Lucano che vive in povertà e che non ha avuto alcun vantaggio patrimoniale e non patrimoniale dalla sua azione di sindaco di Riace e, come è emerso nel corso del processo si è sempre impegnato per la sua comunità e per l’accoglienza e l’integrazione di bambini, donne e uomini che sono arrivati nel nostro Paese per scappare dalle guerra, dalle torture e dalla fame.

È difficile comprendere come il Tribunale di Locri non abbia preso nella giusta considerazione quanto emerso nel corso del dibattimento, durato oltre due anni, che aveva evidenziato una realtà dei fatti ben diversa da quella prospettata dalla pubblica accusa. Per ora purtroppo possiamo solo sottolineare che non solo la condanna, ma anche l’entità della pena inflitta a Mimmo Lucano sono totalmente incomprensibili e ingiustificate  e aspettare le motivazioni della sentenza per poter immediatamente ricorrere in appello nella convinzione che i successivi gradi di giudizio modificheranno una decisione che ci lascia attoniti».

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