[SinistraInRete] Leo Essen: Plusvalore che grida allo scandalo. Deleuze e Derrida, empiristi raffinati

Rassegna 06/05/2024

Leo Essen: Plusvalore che grida allo scandalo. Deleuze e Derrida, empiristi raffinati

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Plusvalore che grida allo scandalo. Deleuze e Derrida, empiristi raffinati

di Leo Essen

I

Nel 1967 Suzanne de Brunhoff scrive un libricino su Marx e la moneta che cade sotto lo sguardo di Deleuze, il quale ne fa il perno della sua lettura del tramonto dei Trente Glorieuses.

In Francia, negli stessi anni, alcuni economisti, riuniti sotto l’etichetta Circuitistes, cercano di inquadrare in una teoria monetaria moderna l’uso da parte dei governi della leva monetaria e valutaria per sostenere un industrialismo che arranca.

L’inflazione rende obsoleta ogni analisi che ritiene la moneta uno strumento neutro. La moneta ha un potere. Essa non ha solo il ruolo di misurare e quantificare il volare di scambio, ma ha anche un potere performativo.

La moneta non misura allo stesso modo se spesa dal proletario o se spesa dal capitalista, non ha lo stesso potere (d’acquisto), e non lo ha in virtù del fatto che non acquista la stessa merce. Il segno che misura il quanto di merci che posso acquistare non è neutro, non è stabile. Non è un mero metro che funziona allo stesso modo se usato da me o se usato dal mio vicino di casa. Quando si dice che l’inflazione in Italia è al 2%, oppure che lo spread è del 3% si parla come se l’effetto di questo aumento fosse uniforme per tutte le persone. E invece non è così. E lo sappiamo bene.

È l’ingresso del potere – della lotta di classe – nell’analisi della moneta.

Queste analisi, lo dico per inciso, si muovono sul terreno di un raffinato empirismo. Considerano la moneta come oggetto parziale. Non considerano la moneta ideale, la moneta senza corpo (ammesso che una cosa del genere possa darsi), la moneta usata in quanto unità di conto, moneta scritturale dei ragionieri (scontata l’evidenza lampante che anche la moneta scritturale ha una empiricità irriducibile), ma la moneta empirica, individuale, che tengo in tasca, e che nelle mie mani ha un potere diverso da quello che ha nelle mani di un altro individuo.

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Alastair Crooke: L’intreccio dei paradigmi strategici

comedonchisciotte.org

L’intreccio dei paradigmi strategici

di Alastair Crooke – strategic-culture.su

Molti europei vorrebbero un’Europa nuovamente competitiva, che fosse un attore diplomatico, piuttosto che militare

ii24 930x520 1 750x430.jpgTheodore Postol, professore di Scienza, Tecnologia e Politica di Sicurezza Nazionale al MIT, ha fornito un’analisi forense dei video e delle prove emerse dall’attacco dimostrativo dell’Iran con droni e missili del 13 aprile contro Israele: Un “messaggio”, piuttosto che un “assalto”.

Il principale quotidiano israeliano, Yediot Ahoronot, ha stimato il costo del tentativo di abbattere la salva di missili e droni iraniani in 2-3 miliardi di dollari. Le implicazioni di questa cifra sono sostanziali.

Il professor Postol scrive:

“Ciò indica che il costo della difesa contro ondate di attacchi di questo tipo è molto probabilmente insostenibile contro un avversario adeguatamente armato e determinato”.

“I video mostrano un fatto estremamente importante: tutti i bersagli, droni o altro, sono abbattuti da missili aria-aria”, [lanciati per lo più da aerei statunitensi. Secondo quanto riferito, circa 154 velivoli erano in volo in quel momento] che probabilmente usavano missili aria-aria AIM-9x Sidewinder. Il costo di un singolo missile aria-aria Sidewinder è di circa 500.000 dollari”.

Inoltre:

“Il fatto che molti missili balistici non intercettati siano stati visti brillare al rientro nell’atmosfera ad altitudini inferiori [un’indicazione di ipervelocità], fa capire che, in ogni caso, gli effetti delle difese missilistiche David’s Sling e Arrow di [Israele], non sono stati particolarmente efficaci. Pertanto, le prove a questo punto mostrano che essenzialmente tutti o la maggior parte dei missili balistici a lungo raggio in arrivo non sono stati intercettati da nessuno dei sistemi di difesa aerea e missilistica israeliani”.

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Luca Benedini: Effetti culturali dell’economia neoliberista II

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Effetti culturali dell’economia neoliberista II

di Luca Benedini

(Seconda parte: una forma di patriarcato più sofisticata, oltre che una basilare occasione per rifocalizzarsi sull’incompatibilità strutturale che c’è tra pensiero socialista e cultura patriarcale)*

neoliberismo jacobin italia 990x361.jpgRuoli di genere e neoliberismo

Oltre alla “novità” culturale costituita dalla combinazione tra la precarietà liberista sviluppatasi diffusamente nell’Ottocento e le aspirazioni consumiste divenute popolari in concomitanza col boom tecnologico ed economico novecentesco (boom che non casualmente è maturato proprio con l’allontanarsi dell’economia di mercato dal liberismo ottocentesco e che sempre non casualmente si è in buona parte dissolto proprio col ritornare del liberismo nella sua nuova forma collegata all’“edonismo reaganiano”…), vi è un altro aspetto culturale in cui l’attuale società neoliberista si è mostrata orientata fortemente alla novità: le modifiche che stanno avvenendo nei ruoli di genere sia nel modo di vivere delle classi dominanti sia soprattutto – fatto socialmente più significativo perché riguarda miliardi di persone – nell’ambito della “cultura di massa”.

 

1. Il nòcciolo della questione

Durante l’ultimo paio di secoli, moltissime voci nel movimento femminista hanno sottolineato come per millenni le società organizzate in modo patriarcale abbiano cercato di indurre nelle donne una tendenza alla dipendenza emotiva da figure maschili come il padre inizialmente e il marito poi, tendenza cui si affiancava il contraltare costituito nella vita pubblica da altre figure dominanti tipicamente maschili, come i capi politici, religiosi e militari e in tempi relativamente recenti i dirigenti d’impresa [40]. Nella vita pratica ciò si esprimeva in un’esistenza femminile incentrata sulla vita di famiglia (e in particolare sull’occuparsi dei famigliari, della casa e dei dintorni), mentre nel caso in cui per un motivo o per l’altro una donna operasse anche al di fuori di tale contesto la sua posizione avrebbe dovuto rimanere comunque subordinata – direttamente o indirettamente – a qualche figura solitamente maschile.

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Andrea Zhok: Storm Shadow e servi di bottega di Biden

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Storm Shadow e servi di bottega di Biden

di Andrea Zhok*

Vivendo nella civiltà della trasparenza e delle regole, il pubblico italiano ha appreso della consegna italiana dei missili Scalp Shadow dall’incontinenza verbale del segretario della Difesa britannico.

Qualche giorno dopo, anche il governo italiano ha confermato a mezza bocca la consegna di questi missili, capaci, come si dice con compiacimento, di colpire in profondità il territorio russo.

Ora, anche i più lenti hanno capito che il conflitto in Ucraina è compromesso, salvo un intervento diretto e massivo delle truppe Nato (cioè la Terza Guerra Mondiale). La Russia sta conquistando uno o due villaggi al giorno, l’ultima roccaforte ucraina nel Donbass, Chasov Yar, sta per cadere, e gli ucraini non mancano tanto di armi quanto di truppe, visto che hanno sacrificato al fronte quasi tutta la propria meglio gioventù per difendere gli interessi geopolitici degli Stati Uniti.

Di solito in Italia si è spesso considerato un particolare talento quello di saltare sul carro del vincitore, ma scopriamo che ci sono eccezioni: se una causa è sbagliata, controproducente per il proprio paese, e massimamente sanguinosa, allora in via del tutto eccezionale si può abbracciarla anche se perdente. Lo scopriamo in Ucraina come in Israele.

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Clara Mattei: Colonialismo: come la Palestina divenne dipendente da Israele

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Colonialismo: come la Palestina divenne dipendente da Israele

di Clara Mattei

100 ANNI Dal mandato britannico a oggi: l’estrazione di valore a favore dell’economia israeliana, aiutata da leggi e forza militare, ha impoverito i palestinesi e li ha messi alla mercé del “vicino”

Nel suo magistrale libro J’accuse (Fuoriscena), in cui mette in luce la violenza strutturale della colonizzazione e la violazione di diritti umani perpetrata da Israele, la special rapporteur delle Nazioni Unite Francesca Albanese riproduce la giornata tipo di un lavoratore palestinese: “Alle 7.30 ti svegli, vuoi fare una doccia ma l’acqua la devi comprare da Mekorot, l’azienda idrica di Israele, che ha preso il controllo dell’80% delle risorse idriche della West Bank.

Alle 8.30 sali in auto per andare al lavoro, in un percorso simbolico, come può essere quello da Betlemme a Ramallah. In Cisgiordania, l’esercito israeliano ha una rete di 97 check-point fissi e centinaia di posti di blocco ‘volanti, che compaiono e scompaiono senza preavviso.

Lunghe code, controllo documenti, spesso chiusure — collettive o verso singole persone senza spiegazioni. Ogni lavoratore palestinese deve muoversi da casa con largo anticipo.

In pausa pranzo, per comprare un panino o fare la spesa, si usa solo lo shekel israeliano, non avendo Mai avuto una moneta palestinese.

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Alessandro Visalli: Enrique Dussel, “Marx e la modernità”

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Enrique Dussel, “Marx e la modernità”

di Alessandro Visalli

Nelle Conferenze di La Paz, nel 1995, il teologo e filosofo argentino, tra i pionieri della Teologia della Liberazione[1] e in esilio dalla sua patria durante il regime fascista sviluppa la sua attentissima lettura di Marx dal punto di vista rivendicato dell’esternità e del lavoro ‘vivo’; ovvero della persona effettiva, reale, completa[2].

Questo, declinato nelle sue diverse forme, marginali e ‘poveri’, stati subalterni e periferici, è il tema centrale della filosofia e della prassi politico-culturale ed etica di Dussel. Proviamo, dunque, a ripercorrere i temi principali che ancora ci parlano del testo. Intanto cosa è, nella sua essenza al tempo pratica e onto-teologica il “capitale”? per il Marx di Dussel: “il capitale è lavoro morto che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo, e più vive quanto più ne succhia[3]. In questa frase di Marx (dal Capitale[4]), che ha in sé il risuono di motivi ebraici, quello che chiama “l’istinto vitale” del capitale, che ha un’anima la quale sovrascrive quella del temporaneo agente possessore (ma che è, al più ed al contrario posseduto), si manifesta come istinto a valorizzarsi. Tecnicamente ad assorbire con l’azione della sua parte costante tanto più pluslavoro possibile (in modo da incarnarsi nel plusvalore che poi può, o meno, ‘realizzarsi’). Si tratta, ancora una formula evocativa, di una “cosa [che non] ha cuore che le batta in petto”[5].

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Pasquale Cicalese: Sussidi pubblici: l’ipocrisia occidentale verso la Cina è nuda

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Sussidi pubblici: l’ipocrisia occidentale verso la Cina è nuda

di Pasquale Cicalese

Notizia del 15 aprile sia di Milano Finanza che de Il Sole 24 Ore. Il governo americano dà 6,4 miliardi di sussidi a Samsung per costruire una fabbrica di chip in Texas.

Sappiamo quanti miliardi ha avuto Stellantis dal governo italiano negli ultimi 2 anni (6 miliardi, quanto il costo del reddito di cittadinanza ora abolito) per non parlare del passato. Vi è una lunga lista di sussidi pubblici in Germania, Francia, Inghilterra, Spagna, Polonia ecc. ecc. Ma la Yellen accusa la Cina di sussidiare le sue industrie. Ora, a parte che almeno il 30% della produzione industriale cinese è pubblica (proprio come da noi nella Prima Repubblica, eravamo visti come un Paese “comunista”, ma eravamo moderni e il benessere c’era), faccio una domanda provocatoria. Perché l’Ocse non fa uno studio comparato di quanti miliardi di sussidi pubblici concedono i paesi occidentali e quanti la Cina?

Si scoprirà che il rapporto è inverso, quindi la Cina non ci sta a essere cornuta e mazziata e giustamente manco risponde alla Yellen o alla Von der Leyen. Semplicemente la Cina è un paese “socialista” con forte apporto di banche pubbliche, imprese pubbliche, servizi pubblici (proprio come eravamo noi, ve li ricordate gli anni settanta od ottanta, per non andare dietro ancora?). Ciò portava gettito fiscale al governo.

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Paolo Arigotti: Le tante faglie che attraversano gli Stati Uniti d’America

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Le tante faglie che attraversano gli Stati Uniti d’America

di Paolo Arigotti

dsbiycffniyLa Treccani definisce[1] faglia la “frattura in un corpo roccioso, caratterizzata dal movimento relativo fra i blocchi adiacenti che essa separa”. Ma non siamo qui per parlare di geologia, bensì di un altro tipo di fratture, intese in senso politico e sociale, che da tempo interessano gli Stati Uniti d’America. Non ci occuperemo, pertanto, di questioni collegate alla politica internazionale, ma a una serie di criticità interne alla federazione a stelle e strisce.

Ai primi di novembre, precisamente il giorno 5 – come da tradizione il primo martedì dopo il primo lunedì del mese – gli statunitensi saranno chiamati per la sessantesima volta nella loro storia a scegliere (con un elezione di secondo grado) il prossimo Presidente, e stando così le cose la sfida sarà la stessa di quattro anni fa: Joe Biden contro Donald Trump, anche se a parti invertite, visto che stavolta è il primo a occupare la prestigiosa residenza al numero 1600 di Pennsylvania Avenue, Washington D.C. Se l’attuale Amministrazione sembra ancora proiettata alla politica internazionale – ricordiamo il recente voto della Camera dei rappresentanti, col contributo decisivo della maggioranza repubblicana guidata dallo Speaker Mike Johnson, che ha approvato un nuovo pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan (con qualche briciola destinata agli aiuti umanitari, magari per le stragi provocate dalle stesse armi incluse nelle misure licenziate)[2], che finirà per lo più appannaggio dell’apparato militare industriale a stelle e strisce[3] – sembrano ben altri i problemi coi quali deve fare i conti l’americano medio.

Per introdurne uno, particolarmente avvertito in “casa repubblicana”, pensiamo all’immigrazione clandestina, che solo pochi mesi fa rischiava (e non è detto che non lo possa fare ancora) di innescare un vero e proprio scontro istituzionale tra centro e periferia: ci stiamo riferendo al Texas[4].

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Gianmarco Pisa: L’Unione europea, tra mito e realtà

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L’Unione europea, tra mito e realtà

di Gianmarco Pisa

pisa
ue.jpgComprendere l’Unione europea significa comprendere il processo storico e le basi materiali della sua costituzione, la sua configurazione politica e la sua proiezione internazionale: un compito al quale i comunisti e le comuniste in Europa, e segnatamente in Italia, non possono sottrarsi.

Definire la natura, oggi, dell’Unione europea, la sua configurazione politica e la sua proiezione internazionale, e, all’interno di questa, mettere a fuoco il ruolo che svolge nel mondo contemporaneo, in cui si muove come organizzazione regionale di Stati e nel quale svolge un ruolo come attore politico, è, senza dubbio, un impegno al quale i comunisti e le comuniste in Europa, e segnatamente in Italia, non possono sottrarsi.

Va dunque, in premessa, impostata la definizione del perimetro, a partire dalla essenziale distinzione tra Europa e Unione europea: vale a dire tra Europa, come spazio geografico e culturale significativamente articolato, plurale e complesso (46 Stati, oltre 700 milioni di persone, oltre 200 lingue parlate, una composizione politica e culturale peculiare e composita), e Ue, come organizzazione istituzionale sovranazionale, di carattere politico ed economico, costituita a partire dalle Comunità europee venutesi formando negli anni Cinquanta (che conta oggi 27 Stati membri, una popolazione di meno di 450 milioni di persone, 24 lingue ufficiali). Comprendere l’Unione europea significa cioè comprendere il processo storico e le basi materiali della sua costituzione e della sua configurazione.

 

Le basi materiali dell’Ue

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Pierluigi Fagan: Democrazia o barbarie: perché una prospettiva di democrazia radicale è indispensabile (3/3)

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Democrazia o barbarie: perché una prospettiva di democrazia radicale è indispensabile (3/3)

di Pierluigi Fagan

Diritto o barbarie 10.jpgTutti gli uomini sono intellettuali, si potrebbe dire perciò;
ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione degli intellettuali.
A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Quaderno 12 (XXIX) § (1)

Noi esseri umani viviamo su un pianeta. Negli ultimi settanta anni, ci siamo triplicati e lo abbiamo fatto partendo già dalla ragguardevole cifra di 2,5 miliardi di persone. Un evento del genere non è mai avvenuto nella storia umana, per dimensione e velocità del fenomeno. Nel 2050 ci saremo quadruplicati e quindi il fenomeno sarà ancora più denso e veloce, un solo secolo per quadruplicarci.

Dentro la definizione collettiva di umanità, ci sono le civiltà. La nostra, la civiltà occidentale ed europea in particolare, è passata dal pesare circa un terzo dell’umanità di inizio XX secolo, a un sesto. Ha cambiato in suoi pesi interni visto che gli europei si sono maggiormente contratti in favore dell’area anglosassone. È precipitosamente invecchiata. Oggi il quarto dei duecento stati nei quali è ripartito il mondo in sistemi giuridico-politici statali, mostra indici di riproduzione men che dimezzati, sono tutti paesi sviluppati e ipersviluppati, c’è dentro tutta l’Europa, inclusa la parte orientale che mostra tali indici per ragioni diverse dall’ipersviluppo sebbene di pari intensità negativa.

La nostra metafisica influente si è molto concentrata sull’essere e gli enti, ma ogni ente è ontologicamente fatto e dedito a relazioni o -a due vie- interrelazioni. Ci è tornato utile semplificare e bloccare l’essere e gli enti come in uno scatto fotografico. Se avessimo considerato, come avremmo dovuto fare, l’essere in sé e l’essere in relazione, la questione si sarebbe di molto complicata. Oggi, realisticamente, non possiamo più fare a meno di non considerarlo.

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Alessandro Visalli: Intervista Ottolina TV su “Classe e Partito”

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Intervista Ottolina TV su “Classe e Partito”

di Alessandro Visalli

Il seguente testo è la traccia, domande e risposte, dell’intervista che il 26 aprile del corrente anno ho avuto con Ottolina RV sul mio libro Classe e partito[1], per Meltemi.

Link all’intervista

Prima domanda: In che senso il capitalismo ha un aspetto religioso?

Intanto bisogna chiedersi cosa è il capitalismo; noi tendiamo a vederlo come ‘natura’, un insieme di modernità e industrializzazione; invece è qualcosa di nuovo nella lunghissima storia dell’umanità ed è un’insorgenza storicamente verificatasi al contempo per effetto di mutamenti nel potere (la svolta geopolitica Cinquecentesca[2]), nelle tecniche (vele e cannoni[3], vapore e aratro[4]), nello spirito (individualismo[5] e illuminismo). Svolte che nel loro insieme hanno conseguenze nel sociale e in quello che chiamiamo l’economico, a partire però dalla cultura e dalla stessa antropologia. L’uomo nella modernità capitalista è diverso da quello che lo precede (o che vive in aree nelle quali non è presente o dominante). La sua misura è l’illimitatezza di un desiderio disperato.

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Fulvio Grimaldi: Dal Vietnam alla Palestina, la sveglia al mondo

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Dal Vietnam alla Palestina, la sveglia al mondo

di Fulvio Grimaldi

Byoblu/Mondocane 3/22. In onda domenica 21,30. Repliche, salvo imprevisti, lunedì 9.30, martedì 11.00, mercoledì 22.30, giovedì 10.00, sabato 16.30, domenica 9.00

Cosa ci occulta la bolsa retorica che ci ha intossicato in occasione del 25 aprile e del 1.maggio? Forse non tanto l’abbandono, la violazione, il tradimento di tutto ciò che queste date erano state chiamate a ricordare e proiettare, quanto il futuro a cui ci sollecitano. Ne siamo in gran parte consapevoli. Lo dimostra il significato che vi hanno dato gli studenti del mondo nelle strade e nelle università. I demagoghi e imbroglioni delle alte sfere, i corifei e sicofanti della bassa forza, ce l’hanno messa tutta, con trombe e corone, inni stazzonati e sepolcri imbiancati, a oscurare l’unica bandiera che, nella contingenza, ha celebrato il senso universale di quelle due date. La bandiera che sta quissù, nel titolo e che svetta in cima alla guerra mondiale che nessuno si aspettava, quella di liberazione.

Un nuovo ’68? Popoli come quelli che gridavano Giap-Giap-Ho Ci Minh e marciavano per schiantarci? Sono terrorizzati. Il ricordo di un decennio nel corso del quale una generazione in quasi tutto l’Occidente ha messo in forse la prosecuzione delle gerarchie abusive e dello sfruttamento nelle sue infinite forme, alimenta la ferocia di un establishment in tutte le sue espressioni: politiche, accademiche, militari, mediatiche.

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Sergio Fontegher Bologna: Resistenza una tantum?

effimera

Resistenza una tantum?

di Sergio Fontegher Bologna

Quest’anno il 25 aprile acquista un significato particolare perché vuole gridare in faccia a un governo – che in parte si richiama idealmente all’esperienza di Salò – che l’Italia non è fascista. Giorgia Meloni è stata eletta – lo ricordiamo – con il 16% dei voti degli aventi diritto. Se nel frattempo si è rafforzata si deve a una sua indubbia abilità di comunicare e a scelte di governo che potevano essere peggiori dato il quadro geopolitico. Ma soprattutto alla desolante e perdurante mancanza di un progetto di opposizione e di alternativa.

Questo però non esaurisce il discorso sul 25 aprile e sulla Resistenza, dovessero anche le manifestazioni ottenere successo di popolo.

Non mi riferisco al legame che questa scadenza inevitabilmente rimanda alla tragedia palestinese, mi riferisco all’elaborazione della memoria della Resistenza, anzi più in generale all’elaborazione del passato fascista. Un problema dal quale né l’Italia né la Germania riescono a liberarsi e che ritorna periodicamente ogniqualvolta esso ricompare come passaggio ineludibile della coscienza collettiva, se non dell’identità stessa di una nazione.

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Iain Chambers: I ragazzi lo sanno: la ricerca va decolonizzata

manifesto

I ragazzi lo sanno: la ricerca va decolonizzata

di Iain Chambers

Libertà accademica. In questo momento, l’ideologia sionista e la sua occupazione militare della Palestina stanno perseguendo, come in tutti i colonialismi, l’eliminazione dei nativi, proprio come in precedenza nell’imperium anglofono del Nord America, dell’Australia e del Sudafrica

Forse, di fronte a uno Stato che persegue la pulizia etnica con intenzioni genocide, che rifiuta il diritto internazionale e si considera al di sopra delle decisioni delle Nazioni unite comportandosi come uno «Stato canaglia», è giunto il momento di parlare di come affrontare direttamente Israele. Se appartiene all’Occidente moderno e democratico, come sostiene, ha bisogno di una seria riforma o altrimenti di essere messo in quarantena.

La questione non deve essere semplicemente dominata dalle relazioni internazionali, richiede una risposta etica e democratica. Siamo chiari. Il sionismo, in quanto impresa esplicitamente coloniale – e i suoi fondatori non hanno avuto remore a riconoscerlo – non può essere democratico nelle sue intenzioni. La protezione del suo dominio etnocratico richiede la purezza razziale e l’apartheid, ora incarnati nel suo apparato giuridico e nella sua costituzione. L’opposizione a questa critica di Israele, invariabilmente etichettata come antisemitismo, è essa stessa un attacco alla democrazia e alla ricerca della giustizia storica nell’analisi sociale e politica.

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Giuseppe Spedicato: Il colonialismo fascista come modello per l’apartheid sudafricano

sinistra

Il colonialismo fascista come modello per l’apartheid sudafricano

di Giuseppe Spedicato

Nei lavori preliminari alla mia pubblicazione, La maledizione della violenza Se vogliamo la pace dobbiamo osteggiare le condizioni che la impediscono (Youcanprint, 2022), vi sono i testi di Angelo Del Boca sul colonialismo italiano, in particolare sul terribile esercizio della violenza dell’Italia fascista ai danni di popolazioni, che non si erano rese colpevoli di alcun atto ostile contro il nostro Paese. Decisi poi, forse sbagliando, di non riportare le vicende di questa epoca. Decido ora di farne qualche cenno perché siamo in un’epoca dove si vuole dimenticare o, peggio ancora, riscrivere la storia del ventennio fascista, le vicende della Resistenza e trascurare del tutto le nostre vicissitudini coloniali. Si vuole cancellare la memoria storica dell’era coloniale e ciò avviene senza particolari difficoltà perché è una storia che interessa poco anche agli antifascisti.

Tale cancellazione storica è resa possibile anche perché, come scrive Angelo Del Boca, per molti anni, dopo la seconda guerra mondiale, il solo libro che circolava in Italia sulla nostra nefasta avventura coloniale, era Storia coloniale dell’Italia contemporanea. Da Assab all’Impero, di Raffaele Ciasca, pubblicato nel 1938.

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