[SinistraInRete] Eros Barone: I BRICS: una risposta capitalista ad un problema del capitalismo

Tra le forze che soggettivamente si ispirano a modelli di carattere socialista è in corso da tempo un dibattito vivace e conflittuale sul significato della “multipolarità” e sul ruolo del raggruppamento denominato BRICS.

 

Eros Barone: I BRICS: una risposta capitalista ad un problema del capitalismo

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I BRICS: una risposta capitalistaa un problema del capitalismo

di Eros Barone

ChatGPT Image 4 gen 2026 01 00 41Tra le forze che soggettivamente si ispirano a modelli di carattere socialista è in corso da tempo un dibattito vivace e conflittuale sul significato della “multipolarità” e sul ruolo del raggruppamento denominato BRICS. Coloro che esprimono un giudizio positivo sulla “multipolarità” valorizzano i BRICS e li considerano una tappa importante in direzione del socialismo. Questi apologeti dei BRICS dividono il mondo secondo uno schema binario basato sulla contrapposizione tra gli Stati Uniti e i loro alleati, da una parte, e i paesi che in varia misura si oppongono agli Stati Uniti, dall’altra. A volte caratterizzano tale schema come un conflitto tra il “Nord globale” e il “Sud globale”, a volte identificano gli antagonisti come “l’Occidente collettivo”.

I sostenitori della “multipolarità” nutrono la convinzione secondo cui, se i paesi che resistono agli Stati Uniti riuscissero a neutralizzare il predominio degli Stati Uniti e dei loro alleati, allora si schiuderebbe per il mondo un avvenire pacifico e armonioso. Secondo i BRICS, infatti, non è il capitalismo che ostacola una pace duratura, ma solo le aspirazioni imperiali statunitensi. Di conseguenza, in questo utopico futuro, la cooperazione amichevole fra tutti gli Stati, fondata su transazioni economiche pacifiche, eque e reciprocamente vantaggiose, condotte all’insegna del principio definito dai leader cinesi come “win-win”, renderà il mondo più armonioso e più ospitale per tutti.

Tuttavia, la realtà storica ci insegna che, per quanto sia importante resistere al predominio e all’aggressività degli Stati Uniti, il declino della superpotenza o la sua sconfitta non metteranno fine all’imperialismo, finché il capitalismo monopolistico continuerà ad esistere. Del resto, è noto che nella storia dell’imperialismo dell’epoca moderna il declino di ogni grande potenza capitalista dominante ha generato l’ascesa di un’altra. La storia dell’imperialismo non ammette vuoti di potere, sicché, quando una potenza va incontro al suo declino e recede, altre potenze avanzano sulla scena mondiale a sfidarne il dominio globale. In tal modo si creano quelle condizioni che spesso portano, attraverso una serie di conflitti locali, regionali e continentali, ad una conflagrazione mondiale.

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Salvatore Minolfi: Sionismo e democrazia: la deriva di un ossimoro

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Sionismo e democrazia: la deriva di un ossimoro

di Salvatore Minolfi

61662cfff4465d273a3de4c209a25753.jpgIncredibile a rifletterci solo un po’, ma c’è un diffuso sentimento di sorpresa (sulla stampa e in giro per il web), per il consenso ancora una volta raccolto dal genocida Netanyahu e per il suo vantaggio elettorale sul suo competitore, il criminale di guerra Eisenkot (autore della famigerata “dottrina Dahiya”). La sorpresa tradisce abbastanza fedelmente la difficoltà che l’europeo medio ancora incontra a fare i conti con la sconcertante realtà dello Stato di Israele, con il suo presente ed ancor più con il suo passato.

Il dispositivo mentale più comune, con cui l’europeo medio (soprattutto quello “colto”) prova a proteggere (a volte a blindare) la sua falsa coscienza, consiste nel raccontare a se stesso che si tratta di una “deriva”: brutta e raccapricciante, senza dubbio, ma pur sempre una “deriva”, una momentanea deviazione dal luminoso percorso del sionismo iniziato più di un secolo fa (e dunque sempre a tempo per ritornare sulla retta via).

Decenni di storiografia e di scienza sociali ci hanno aiutato a comprendere una storia un po’ diversa.

Col tempo, però, molto lentamente, non serviranno più le lauree e i PhD in “Colonial and Post-Colonial Studies” per capire una realtà elementare: basterà il puro e semplice buon senso a riconoscere che non poteva non finire così; che non poteva andare diversamente da come poi è effettivamente andato. L’ovulo del sionismo, fecondato dal colonialismo e dal razzismo europei, avrebbe generato la creatura destinata a infliggere un secolo di disumane sventure e di tormenti senza fine alle popolazioni native, la cui stessa esistenza era stata negata, sin dal principio, dal macabro adagio che accompagnò l’avventura e la promessa del sionismo: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”.   

Pur all’interno dei limiti appena segnalati, fa una certa impressione osservare come i dubbi comincino ad insinuarsi anche nelle menti dei custodi più gelosi dello Stato di Israele: in particolare di coloro che devono constatare quanto lontana si sia spinta nei fatti la terrificante “deriva” dello Stato genocida e quanto scarse siano le tracce che quel percorso ha lasciato sulla trama della coscienza pubblica.

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Angela Lano: Colonialità di potere, islamofobia e cittadinanza sotto sospetto: una lettura decoloniale del caso Youssef Siher

Colonialità di potere, islamofobia e cittadinanza sotto sospetto

Una lettura decoloniale del caso Youssef Siher

di Angela Lano*

hjkajvbfyeh.jpgIl caso di Youssef Siher richiede una riflessione sui rapporti tra potere istituzionale, razzializzazione e criminalizzazione del dissenso nell’Italia contemporanea. Il ricercatore italiano di origine marocchina, trentenne, è stato fermato il 24 ottobre 2026 nell’ambito di un’indagine relativa ai canali digitali del Movimento 17 ottobre. Le notizie riportano accuse di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Le indagini sono in corso, pertanto le ipotesi accusatorie non equivalgono a fatti giudizialmente accertati.

 

Il contesto delle mobilitazioni e della risposta statale

Il fermo di Siher è avvenuto in uno scenario di mobilitazioni giovanili e di intensificazione delle misure securitarie del governo italiano. Il 17 e il 18 ottobre 2026, il centro di Milano è stato teatro di scontri e saccheggi, nel contesto di manifestazioni contro il carovita, i finanziamenti alle guerre e i tagli di spesa destinati a scuola, università, sanità, ecc. La presenza di partecipanti molto giovani, provenienti soprattutto dalle periferie, e la circolazione di appelli alla mobilitazione attraverso i social network sono diventate elementi centrali del dibattito pubblico. Allo stesso tempo, esponenti del governo hanno iniziato a discutere di possibili “interferenze esterne” e forme di manipolazione digitale. Queste interpretazioni devono essere identificate come ipotesi, senza sostituirsi all’indagine sulle condizioni sociali e sulle responsabilità individuali.

È fondamentale distinguere questi avvenimenti dalla successiva nascita delle pagine del Movimento 17 ottobre: la pagina attribuita a Siher è stata creata dopo le proteste. Nei manifesti diffusi, il movimento adottava un linguaggio di rottura con la rappresentanza politica tradizionale, rivendicava autonomia ed esprimeva sfiducia nei confronti del governo e delle istituzioni. Questa dimensione permette di collocare la sua comunicazione nell’ambito di una contestazione generazionale.

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Geraldina Colotti: La vittoria studentesca in Serbia e i limiti della transizione

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La vittoria studentesca in Serbia e i limiti della transizione

di Geraldina Colotti

Il trionfo della Studentska lista: il primo capitolo di una contesa ben più profonda

Le cronache della stampa borghese internazionale si sono affrettate a utilizzare i loro soliti stampini concettuali per spiegare la giornata elettorale del 25 ottobre nella Repubblica di Serbia. Per le cancellerie occidentali e i grandi conglomerati mediatici, il netto trionfo della Studentska lista (Lista degli Studenti) — che ha ottenuto oltre il 52% dei suffragi e una comoda maggioranza assoluta di 140 seggi nell’Assemblea Nazionale — rappresenta una semplice “rivoluzione democratica” o l’inevitabile inclinazione di una nazione balcanica verso il modello di governance dell’Unione Europea. Questa lettura trascura deliberatamente le condizioni materiali della lotta di classe, omette la genesi della protesta sociale e occulta i feroci appetiti geopolitici che si contendono l’egemonia nella Penisola Balcanica.

Vale ricordare le coordinate basilari di questo scenario: sebbene la Serbia si trovi fisicamente racchiusa nel cuore del continente europeo, nella regione strategica dei Balcani occidentali, essa opera fermamente al di fuori dell’architettura istituzionale dell’Unione Europea e dell’eurozona, nonostante si trascini da anni la condizione formale di paese candidato. Questa periferia subordinata la rende un terreno di scontro conteso dal capitale transanzionale e dalle direttive della NATO, il cui sfondo storico rimanda direttamente allo smantellamento programmato della vecchia federazione jugoslava.

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Pino Arlacchi: La sicurezza globale in un mondo multipolare e post-americano

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La sicurezza globale in un mondo multipolare e post-americano

di Pino Arlacchi

Negli ultimi decenni si sono affermate due concezioni della sicurezza globale. La prima si incarna nella potenza militare americana, che pretende di garantire la sicurezza su scala planetaria attraverso una macchina bellica senza precedenti nella storia. La seconda risiede nella “potenza civile” del resto del mondo, fondata su accordi politici e commerciali, aiuti economici, promozione dello sviluppo e missioni multilaterali di pace.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i governi e i media occidentali hanno creduto di agire a nome del mondo intero nell’ingaggiare uno scontro estremo con la Russia per difendere regole di sicurezza e di giustizia internazionale condivise dall’intero pianeta.

Purtroppo il resto del mondo non la pensava così. I fatti hanno dimostrato che ad essere isolato era il blocco euro-americano, non la Russia. Dopo aver condannato all’ONU la violazione della sovranità ucraina, quasi il 90 per cento degli Stati membri si è rifiutato di schierarsi con la NATO in una crociata antirussa.

A inquadrare la questione in termini apocalittici, come una lotta tra valori supremi e tra civiltà e caos, sono rimasti soltanto i paesi dell’Alleanza atlantica e pochi altri.

Al di fuori dei membri della NATO e dei partner tradizionali dell’America in Asia orientale, nessun paese ha accettato di inviare armi e aiuti militari all’Ucraina o di imporre sanzioni alla Russia.

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Sebastiano Taccola: La scienza critica del presente

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La scienza critica del presente

di Sebastiano Taccola

Roberto Fineschi, A tu per tu con Il capitale, Laterza, 2026, pp. 184. 18€

Roberto Fineschi è uno studioso che da più di due decenni ha dedicato i suoi lavori a Marx. In particolare, Fineschi ha messo a più riprese in rilievo l’importanza della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels (la “seconda” Marx-Engels-Gesamtausgabe, nota con l’acronimo di MEGA2, la cui pubblicazione, ancora in corso, è iniziata nel 1975) nel far emergere una nuova lettura di Marx, al di là delle vecchie formule dottrinarie ancora diffusa nel senso comune. In effetti, se c’è un classico del pensiero che, per usare una celebre espressione hegeliana, è “noto, ma non conosciuto”, quello è proprio Marx: “classe”, “capitale”, “ideologia”, “materialismo storico”, ecc. sono categorie diffuse nella galassia dei marxismi, ma spesso assunte in maniera dogmatica, per non dire feticistica (come se fossero formule magiche in grado di evocare soluzioni semplici per un presente quanto mai complesso).

In questo modo, però, si finisce per elidere uno degli aspetti che, in base a quanto testimoniato dai materiali messi a disposizione dalla MEGA2, caratterizza la teoria di Marx, e cioè la sua natura problematizzante. Per più di trent’anni (dal suo trasferimento a Londra nel 1850 fino alla sua morte, nel 1883), Marx ha lavorato per districare ed esporre in maniera adeguata (scientifica) la realtà del modo di produzione capitalistico e le forme della sua riproduzione.

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Michele Prospero: La rivolta nel mondo delle merci e del consumo

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La rivolta nel mondo delle merci e del consumo

di Michele Prospero

Il saccheggio come pratica di rifiuto per il rifiuto. Minorenni mettono in piazza la loro condizione di privazione, di esclusione, di ghettizzazione. La politica si occupa di loro solo come oggetto della fabbrica inesauribile del diritto penale

Non solo il capitale si presenta come una immane raccolta di merci, ma dalle vetrine, diceva Marx, le offerte più accattivanti per farsi notare, con una civettuola complicità, ti fanno l’occhiolino perché vogliono indurti in tentazione. Nel cellulare, che è la finestra principale dello stare nel mondo, è ormai diventata un’impresa proibitiva quella di muoversi tra inserzioni pubblicitarie infinite e ovunque infiltrate. Con una imposizione irresistibile a essere guardate, inondano ogni contenuto informativo, che intendi penetrare. La parola, che vanamente insegui cliccando, è affogata nelle trappole del prodotto commerciale, che in assetto imperiale resiste a ogni volontà di saltarlo per andare diritti alla frase.

Quando tutto ciò che ti circonda è ridotto sempre più sfacciatamente a merce, il denaro è la sola grammatica che ti consente di decifrare il linguaggio delle cose e afferrare il senso dei rapporti. Dopo aver delocalizzato la produzione in Asia per occultare il soggetto del rapporto di produzione, la città si presenta ovunque solo come un infinito non-luogo del consumo. Esaurita la fase per cui la ristrettezza del salario veniva surrogata dalle agenzie del prestito facile, arduo è diventata l’impresa di trovare il mediatore tra le tue disponibilità effettive e il desiderio di beni, in ogni istante stuzzicato dai cinici esperti in marketing, che vendono prodotti e servizi come pregiudizievole condizione del riconoscimento.

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Fabrizio Poggi: Terrorizzati dalla pace

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Terrorizzati dalla pace

di Fabrizio Poggi

Il piano disperato dell’UE per costringere il mondo alla guerra totale

Dalle 4 del mattino del 27 ottobre, le forze russe hanno dato avvio a un “regime del silenzio”, interrompendo il fuoco sulla direttrice di Kherson, per consentire operazioni umanitarie nell’area di Alëški, come il transito di convogli con prodotti alimentari e medicinali e l’evacuazione di coloro che desiderano lasciare la città.

Ma, intanto, i droni ucraini continuano a colpire ?r?l, Belgorod, Voronež, provocando altre vittime civili; l’obiettivo di Zelenskij, osserva il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, è quello di alzare la posta in vista dei colloqui trilaterali di metà novembre a Abu Dhabi. Guardate il calendario, dice Kots: in vista ci sono le trattative negli Emirati e questa settimana Zelenskij incontrerà a Bruxelles americani, europei e Mark Rutte. Dato che sul campo è in ritirata e, quindi, non ha nulla da offrire, l’unica risorsa è quella di mostrarsi “forte” colpendo le retrovie; quasi a dire “Riusciamo ancora a raggiungere Orël e Voronež, fare pressione su di noi è inutile”, puntando così ad alzare la posta: cessate il fuoco sull’energia, accordi sul mar Nero, compromessi sul grano.

Il cambiamento di tattica, nota il colonnello Anatolij Matvijchuk su Moskovskij Komsomolets, indica che Kiev è completamente passato al terrore e all’intimidazione della popolazione civile e concentra tutte le forze su città specifiche, invece di distribuirle su vari fronti

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Mario Ricciardi: Bartov, la sconfitta morale di Israele

Bartov, la sconfitta morale di Israele

di Mario Ricciardi

Screenshot 2026 10 29 alle 07.22.43.pngCiò che accade a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Sul piano personale è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con un fatto storico che mette in discussione le nostre certezze e stana i nostri pregiudizi. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che lo sterminio di un popolo avviene “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti. Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è tornato a casa perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.

Tutto questo è terribile, e provoca in alcuni una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. Mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Una volta che abbiamo appreso non possiamo scegliere di non sapere. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo rendere testimonianza di ciò che accade alle vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare ad altro. La testimonianza è essenziale – come lo è stata in passato per il genocidio degli armeni e per la Shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul “perché” tutto questo sta accadendo. Comincia tutto il 7 ottobre 2023? Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente?

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nlp: Yuossef Siher, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana

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Yuossef Siher, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana

di nlp

minority Sahir2 768x420.jpgL’ordinamento penale costituzionale italiano si fonda sul principio di materialità e di offensività del fatto (artt. 25, comma 2, e 27 della Costituzione): il soggetto può essere assoggettato a sanzione o a restrizione della libertà personale esclusivamente in ragione di una condotta che leda o ponga in pericolo concreto un bene giuridico tutelato. Tuttavia, quando si tratta di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”, si assiste a una progressiva, perversa torsione del paradigma punitivo e cautelare.

Infatti, nei procedimenti per reati associativi o istigatori aggravati dalla finalità di terrorismo, il trattenimento in custodia cautelare in carcere cessa di dipendere dalla gravità oggettiva e dalla consistenza offensiva del fatto commesso, per ancorarsi in via preminente alla potenzialità lesiva ed eversiva della persona, estesa dagli organi inquirenti fino al massimo grado consentito dall’interpretazione prognostica della biografia, del capitale culturale e delle competenze tecniche dell’indagato.

Il caso giudiziario di Youssef Siher — sottoposto a fermo di indiziato di delitto dalla Procura della Repubblica di Milano il 24 ottobre 2026 in seguito alla creazione dei canali social denominati “Movimento 17 ottobre” — costituisce un caso di studio paradigmatico. L’esame congiunto degli atti d’indagine, della costruzione mediatica del caso, dell’evoluzione legislativa del decennio 2015–2026 e dell’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale dimostrano come l’apparato repressivo tenda oggi a neutralizzare preventivamente la capacità intellettuale e relazionale del soggetto, surrogando con essa la mancanza di offensività materiale della condotta. In poche parole, la magistratura sanziona perché si fa predittiva e, in materia di “terrorismo”, Youssif Siher segna il non invidiabile record di primo detenuto politico di questo genere di magistratura.

1. Youssif Siher, il profilo

Youssef Siher è un cittadino italiano di 30 anni, cosiddetto di seconda generazione, nato nel bresciano da famiglia di origini marocchine, anagraficamente residente a Mazzano (Brescia) e domiciliato di fatto nell’area metropolitana milanese. Sotto il profilo linguistico e culturale, è bilingue (madrelingua italiano e arabo) e parla fluentemente inglese e spagnolo.

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Andrea Fumagalli: Il paradigma dell’IA e la nuova lotta di classe

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Il paradigma dell’IA e la nuova lotta di classe*

di Andrea Fumagalli

Marx e IA 800x450.png1. Premessa

Spesso ci si domanda se, con l’avvento dell’Intelligenza artificiale generativa, si possa parlare della nascita di un nuovo paradigma tecnologico, in grado di sviluppare traiettorie del tutto inedite nel contesto economico contemporaneo.

Parliamo di un nuovo paradigma tecnologico quando più o meno in simultanea siamo in presenza di innovazioni radicali (ovvero non generate dall’evoluzione di tecnologie precedenti) nel campo dell’attività di produzione (innovazione di processo), nel campo delle abitudini di consumo (innovazione di prodotto) e nel campo dell’organizzazione del lavoro e della produzione (innovazione di organizzazione).

In queste brevi note vorremmo verificare se l’Intelligenza artificiale generativa apre effettivamente un nuovo paradigma tecnologico e quali possono essere le nuove modalità per organizzare una forza sindacale in grado di fare lotta di classe. Con l’avvento del paradigma fordista, infatti, il nuovo modello organizzato della grande fabbrica aveva comportato il passaggio dall’operaio di mestiere (che aveva dato origine alle prime forme embrionali di sindacato con le società di mutuo soccorso) all’operaio massa, con una strutturale modificazione della composizione tecnica del lavoro. Ciò aveva portato alla necessità di rifondare l’azione rappresentativa e conflittuale del sindacato, come l’esperienza IWW ha ben mostrato.

Poiché il tema è di vasta portata, in questa sede ci limiteremo a evidenziare alcuni fatti stilizzati, che dovranno successivamente essere meglio approfonditi. Possiamo dire che quello che andiamo a presentare è una sorta di progetto di ricerca e conricerca futura.

 

2. Intelligenza Artificiale e il rapporto capitale-lavoro

Il sistema innovativo alla base dell’intelligenza artificiale generativa presenta una caratteristica che non è unica nella storia del progresso tecnologico capitalistico, ovvero alterare il rapporto sociale tra macchina e lavoro.

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Geraldina Colotti: L’onda incandescente e la paura del potere

L’onda incandescente e la paura del potere

di Geraldina Colotti

Disciplinare gli insofferenti, premiare i rassegnati: il caso Siher e la criminalizzazione preventiva di una generazione non prevista

Per decenni la narrazione dominante, supportata da una sociologia da salotto e dai media padronali, ha liquidato la rabbia delle periferie attraverso lo stigma della criminalità o del degrado giovanile. I ragazzi delle banlieue francesi o delle nostre periferie metropolitane — adesso etichettati sprezzantemente come «maranza» — sono stati confinati nel perimetro del rifiuto sistemico, descritti come elementi sradicati, incapaci di visione politica. Ora, l’irruzione nelle piazze di un protagonismo giovanile slegato dai vecchi rituali ha spezzato questo “equilibrio” d’argilla. C’è un magma incandescente che attraversa i territori urbani, cresciuto nel silenzio della segregazione spaziale e della precarietà sistemica, che oggi rifiuta sia il paternalismo delle integrazioni di facciata sia la disciplina della delega politica. Di fronte a questo affacciarsi improvviso di una generazione non prevista, la risposta dello Stato è stata immediata e prevedibile: la profilassi giudiziaria e la criminalizzazione preventiva. Disciplinare gli insofferenti, premiare i rassegnati: è questo il doppio dispositivo con cui il potere cerca di gestire la fine della coesione sociale e il crollo della credibilità istituzionale.

Quanto accaduto attorno alla figura del giovane Youssuf Siher non è un semplice incidente di percorso, né un banale fatto di cronaca poliziesca legato alla gestione dell’ordine pubblico. È un sintomo rivelatore della vertigine che attanaglia le istituzioni del capitale quando si trovano a fronteggiare una forza sociale che non è stata contemplata nei codici della politica ufficiale.

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Carlo Formenti: Il coro vergognoso di media e politici contro la rabbia giovanile

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Il coro vergognoso di media e politici contro la rabbia giovanile

di Carlo Formenti

Molti amici si saranno stupiti del mio silenzio sugli eventi degli ultimi giorni (mi riferisco ovviamente alle manifestazioni studentesche). Il motivo è semplice e può essere sintetizzato con uno dei detti che ritengo più azzeccati del presidente Mao: “chi non ha fatto inchieste non ha diritto di parola”. Data la mia età (fra un anno saranno ottanta) e dato che la mia esperienza di docente è stata esclusivamente universitaria, oltre che lontana nel tempo, mentre quella attuale riguarda università popolari che non coinvolgono adolescenti e post adolescenti ma adulti già formati e politicizzati, non ne so abbastanza dei ragazzi scesi in piazza. Non ho studiato i loro problemi, la loro condizione, i loro bisogni tanto da poter abbozzare un’analisi sensata.

Certo posso facilmente intuire le radici di una rabbia alimentata dagli effetti di decenni di politiche neo liberali che hanno fatto strame della scuola, come di tutti gli altri servizi pubblici, dei redditi e dei diritti sociali delle classi subalterne (e quindi delle famiglie di quei ragazzi). Di questo hanno parlato ovviamente molti amici e compagni sui mezzi a loro disposizione , tuttavia, nel leggerli, non ho potuto fare a meno di notare la genericità delle argomentazioni: mancavano analisi approfondite della specificità di questo movimento, dei suoi caratteri inediti, del perché è scoppiato in modo così imprevedibile e in apparente assenza di preparazione e organizzazione, della sua estraneità a ogni soggetto politico strutturato (movimenti della sinistra radicale e centri sociali compresi).

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Clara Statello: La doppia morale del governo Meloni

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La doppia morale del governo Meloni

di Clara Statello

Mentre le forze dell’ordine fanno irruzione nei licei e fermano quattordicenni per due petardi, il Ministero della Difesa stacca un assegno da 3,7 miliardi per i blindati italo-tedeschi di Leonardo e Rheinmetall

“Sta mano po’ esse’ ferro e po’ esse’ piuma”. Come nella battuta cult dell’iconico Mario Brega, nel celebre film Bianco Rosso Verdone, lo Stato con una mano agita il bastone contro studenti, famiglie, lavoratori e imprese, con l’altra allenta i cordoni del borsello e sgancia miliardi di euro alle industrie di armi.

In difesa delle vetrine di via Montenapoleone e del diritto delle ‘Sciure di prendere il tè macrobiotico nei migliori bar delle nostre città, senza proteste o movimenti che possano turbare la sensibilità dei turisti stranieri, la Polizia ha iniziato una vera e propria caccia ai bambini.  Nel mirino della repressione, infatti, non sono finiti semplicemente studenti, ma adolescenti, anche di età inferiore ai 14 anni. Italiani e non.

A Padova, sabato, la polizia ha portato in Questura quattro ragazzini di età compresa tra i 14 e i 17 anni che si recavano ad una manifestazione. Per loro, è stato disposto il fermo preventivo e attivato l’Anticrimine. Il reato: portavano con sé due maschere di V per Vendetta e Art the Clown, due passamontagna e dei miniciccioli.

I miniciccioli sono dei petardi a carica ridotta la cui vendita è perfettamente legale, sostanzialmente innocui. Il reato di questi adolescenti sarebbe dunque quello di andare in giro mascherati con l’intenzione di sparare petardi per la festa dei Morti/Halloween?  

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Sergio Fontegher Bologna: Lo stigma del “maranza”

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Lo stigma del “maranza”

di Sergio Fontegher Bologna

L’altro giorno uno di quei personaggi che da veri sono più grotteschi di quando Crozza ne fa l’imitazione, faceva vedere sul suo canale dove i poliziotti dovrebbero dare la manganellata ai “maranza” per rieducarli; nel video lo si vede spostare il colletto della camicia per mostrare il punto preciso dove il manganello deve colpire. Non sulla testa, sulla cervicale.

Insomma, bisogna che i giovani re-imparino le buone maniere. E che gli adulti diano l’esempio. Il Presidente dello stato più potente del mondo dal punto di vista militare, la cui moneta è ancora il principale mezzo di pagamento internazionale, si sveglia un mattino e dice: “Ok, mi prendo la Groenlandia”. E pare normale. Un ragazzo di tredici anni, figlio d’immigrati, spacca una vetrina e si prende una felpa… il Consiglio dei Ministri si riunisce d’urgenza, 500 paracadutisti vengono fatti partire in gran fretta, il Ministro della giustizia vara un piano straordinario di costruzione di carceri minorili, il Presidente della Repubblica firma un decreto che infligge alla famiglia del ragazzino una multa di 20 mila euro per il vetro rotto… Nemmeno se ci fossero le truppe di Putin alle porte di Trieste ci sarebbe tanta agitazione.

La coppia Netanyahu-Trump, sta facendo il possibile perché il carburante ci costi il triplo e intanto, con gli stretti di Hormuz bloccati e Suez dove si passa a singhiozzo, gli armatori fanno soldi a palate e gli assicuratori ne fanno ancora di più. Ma nessuno dice che la crisi di Hormuz ha peggiorato la condizione dei lavoratori marittimi rimasti intrappolati sulle navi, “come non si era mai visto dalle seconda guerra mondiale in poi” (parole di un dirigente IMO, l’Organizzazione marittima internazionale).

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Martino Dettori: Quando gli americani volevano invadere Mosca

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Quando gli americani volevano invadere Mosca

 di Martino Dettori

Dopo la fine della seconda guerra mondiali, Washington iniziò a studiare un piano militare per invadere l’Unione Sovietica e suddividerla in aree di occupazione

Se pensavate che il sogno degli Stati Uniti di avere una Russia suddivisa in cento Stati, da poter controllare e influenzare per acquisirne le risorse naturali, fosse di questi anni, vi sbagliate. Non lo è. Tutto non nasce con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, né nasce con il crollo dell’Unione Sovietica. Nasce molto prima: con la fine della seconda guerra mondiale.

Esatto. All’epoca, gli Alleati uscivano vittoriosi dalla guerra. La Germania e il Giappone (con Italia al seguito) erano stati sconfitti, ma restavano al mondo due colossi ideologicamente “pericolosi” per il Capitalismo americano, uno dei quali — l’Unione Sovietica — aveva le sufficienti potenzialità per confrontarsi direttamente con gli USA, sia sul piano militare e sia su quello economico, fino a contestarne l’emergente leadership globale. Inoltre, l’Unione Sovietica propugnava un’ideologia che predicava la distruzione del Capitalismo. Sicché, per le élite capitaliste americane, era considerato ancor più pericoloso. Metteva in discussione le stesse fondamenta sulle quali erano sorto il sistema dominante USA: la predazione e il profitto.

All’epoca gli Stati Uniti pensavano di avere un vantaggio tecnologico ineguagliabile sul piano bellico: la bomba. Del resto, lo avevano gratuitamente dimostrato al mondo, quando — senza alcuna giustificazione militare — la usarono sul Giappone già sconfitto.

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