Fulvio Grimaldi: “Pinocchio in piazza – Quando i ragazzi scrivono il loro romanzo di formazione”

Quello che per gli uni è il Faust di Goethe, per gli altri la Divina Commedia, per altri ancora l’Odissea, per gli Haredim la bibbia, per cristiani vari il vangelo, per i cubani (non solo) il discorso del Che’ all’ONU l’11 dicembre 1964 e per gli italiani dabbene la Costituzione del 1948, per me è Pinocchio.

Senza scherzi. Carlo Lorenzini, datosi il nome de plume “Collodi”, in omaggio al suo bellissimo borgo arrampicato sui contrafforti del pesciatino in provincia di Pistoia, era un militante e combattente del Risorgimento. Protagonista dell’unico momento rivoluzionario a cui, con esito non proprio corrispondente alle aspettative, un popolo abitante per secoli nella serva Italia di dolore ostello aveva saputo dar vita, ha trasfuso la sua coscienza e volontà rivoluzionarie nel capolavoro della letteratura mondiale. Con versioni in circa 260 lingue e il secondo libro più tradotto (il primo essendo l’abbastanza melenso “Piccolo Principe” di Saint Exupéry).

Siamo tutti Pinocchio

Come quello che i ragazzini stanno scrivendo in prima persona in vari paesi del mondo di questi tempi, come in altri delle alte e nobili trasformazioni, Pinocchio è un romanzo di formazione, forse quello che più intimamente si identifica con il percorso dall’infanzia alla maturità e vi riflette fedelmente. Essendo per questo immortale, pur nei mutati luoghi e nomi, rispecchia alla lettera e nello spirito quanto si sta verificando in questi felici giorni nelle piazze del nostro e di altri paesi. Paesi con popoli di colpo ringiovaniti. A dispetto dell’incartapecorita, ma armata, gerontocrazia che pretende di congelare il mondo nel determinismo dell’eterno star fermi.

 Pinocchio inseguito, cane contro Pinocchio, Pinocchio salva cane

  

Un ragazzo e una vetrina rotta, è Pinocchio. Un bambino arrestato dai gendarmi, è Pinocchio. Un gruppo di scapestrati, sono Pinocchio. Un minore davanti al preside, che lo condanna per aver marinato la scuola-lavoro, è Pinocchio nel paese di Acchiappacitrulli, derubato delle monete d’oro dal Gatto e la Volpe, che va a denunciare il fatto al giudice, ma il giudice condanna alla prigione proprio lui. E non è

Youssef il Pinocchio accusato di reati imputabili ai propri accusatori? I ragazzi nella scuola aggiornata dal ministro Valditara, sono Pinocchio asinello nel circo, che viene addestrato a ballare, saltare i cerchi e camminare al trotto, al galoppo e alla carriera.

Un bambino che dice bugie e disobbedisce a tutti, è Pinocchio. Mangiafoco è lo spettacolo TV che divora Pinocchio e poi lo spedisce con due soldi quando si accorge che fa causa comune con gli altri burattini e minaccia di buttargli per aria lo spettacolo. Nel paese di Acchiappacitrulli Pinocchio viene derubato delle monete d’oro dal Gatto e la Volpe, va a denunciare il fatto al giudice (una scimmia), ma il giudice – invece di punire i ladri – condanna paradossalmente alla prigione proprio il povero Pinocchio vittima del furto

Il gatto e la volpe sono tutti quelli che Pinocchio incontra prima di attraversare il mare e salvare il babbo dalla balena. La fatina, come ha ben capito l’impareggiabile “Pinocchio” di Carmelo Bene, è la ricattatrice affettiva riscontrabile nelle procedure di castrazione della famiglia “tradizionale”. Geppetto è il trasformatore che trae dalla natura, di cui è parte perenne, l’essere arboreo che, libero da liberi, percorre e conosce il mondo, inventando apporti e rapporti, scansando decaloghi, catechismi e manuali dell’ordine costituito.

Il Grillo Parlante è tutto il risaputo, stantio, scontato, ordinato, ammuffito e imposto con le manette al cervello, che deve essere schiacciato sul muro da una martellata. Liberando il babbo dallo stomaco della balena in cui è imprigionato e da cui rischiava di essere digerito ed eliminato, Pinocchio nuotando in mare aperto, soccorso dal compagno tonno, trae il passato alla sponda del futuro.

Qui di seguito, per i pazienti e indulgenti, qualche idea del tipo di quelle qua sopra, tradotte in stampa nel mio libro edito dalla LAD dell’AntiDiplomatico “Uno sguardo dal Fronte”. Ciò che è successo nelle giornate di questo ottobre, tumultuose, vituperate e pienamente determinate dallo stato attuale delle cose, con il loro protagonismo giovanile, addirittura infantile, e le risposte ottuse e metalliche che non ha saputo non dare la malapianta degli attempati e gerontocrati, riporta a uno scontro generazionale che pare riproporsi quasi con la regolarità delle stagioni. Fenomeno opportuno, costruttivo, benefico. Inesorabile come lo vive Pinocchio, anche a costo di strappi e lacerazione. Non si fanno rivoluzioni con le posate d’argento. Quella di Collodi e quella che abbiamo sotto gli occhi.

Punti di riferimento, a partire da Pinocchio

Credo che siano vari e molteplici, perfino contradditori, i punti di riferimento ai quali, nel corso di una vita, si fa riferimento e, a volte, ci si aggrappa, tra i tanti percorsi, lungo rettilinei e tornanti, che uno deve fare. Per me ci sono il Che Guevara più di Marx, Marx più di Mazzini, Anita Garibaldi più di Rosa Luxemburg, Rosa Luxemburg più di Malcolm X, Malcolm X più di Luther King, Bartali più di Coppi, Foscolo più di Leopardi, Garibaldi più di Lamarmora, Lamarmora più di altri generali (ha inventato i bersaglieri e, al posto degli scontro frontali a file serrate, causa di ecatombi, l’attacco in piccoli gruppi che utilizzino le coperture del terreno). Ma il primo è stato Pinocchio, l’Odissea domestica, il Faust degli italiani.

Ha rappresentato il fulcro di una battaglia che vorrebbe restituire a questa epopea che è la giovinezza e l’identità originaria, con tutti i diritti assenti, negati, da inventarsi, tutto ciò che spetta alla vita prima dell’età adulta e in vista di questa, che non sia necessariamente conforme alle attese ufficiali.  E’ tutto questo ha messo in grembo alla sua storia Carlo Collodi. Come Dante, come Omero, cantori come lui dell’iniziazione. Che passa inevitabilmente per lo scontro. Come loro penetrò nel profondo del nostro archetipo e cercò di rivelarlo-liberarlo prima della sua metamorfosi, l’iniziazione fino all’evoluzione del burattino in essere umano, dal bimbo che cerca, scopre, all’adulto che trova. Kafka, col suo infelice Gregor, l’ha vista all’incontrario, da umano a insetto. Da noi capita a volte lo stesso, visto chi comanda la nave.

L’opera di Collodi, s’è detto, è un romanzo di formazione. Mette in scena un individuo costretto a combattere le numerose restrizioni che, in un mondo di classi e del dominio dei pochi sui tanti, vengono fin dalla nascita imposte a ogni umano (come alle creature non umane finite a disposizione degli umani). Pinocchio si difende da questi cunei inquinanti introdotti nella sua verginità e dalle barriere che vorrebbero sbarrargli vista e cammino. Si rivolta contro di esse per costruirsi in libertà, prendendo e rigettando, con l’unica arma che un bambino, totalmente inerme, possiede per sapere di sé e per difendersi: la disobbedienza, la bugia. Affronta una battaglia dopo l’altra per opporsi con gli strumenti che la sua sostanza arborea, la sua condizione e l’età gli forniscono, strumenti che spesso coincidono, appunto, con la bugia.

Pinocchio non utilizza la menzogna per manipolare, ma per difendersi, per procurarsi spazi di crescita, di consapevolezza. Grazie a essa va di conoscenza in conoscenza. Del consueto e del meraviglioso, del pane al pane e della fantasia. Questo è il grandioso fenomeno Pinocchio, umano di legno.

Qualcuno ha applicato al romanzo un’interpretazione cristologica, tracciando una corrispondenza tra il materiale di cui è fatto il burattino e il legno della croce di Cristo, la sua impiccagione per mano del gatto e della volpe (il console romano e il Sinedrio) e la crocifissione di Gesù. Non saprei se l’accostamento funziona. Pinocchio è la figura che non prefigura niente, tantomeno un altro mondo perfetto. In tutte le sue trasmigrazioni resta con i piedi ancorati alla realtà e a questa terra. È la rivolta intima e necessaria di ogni essere umano la cui individualità entra in uno schema prefissato, da conoscere, disintegrare e, se del caso, in cui riconoscersi.

Ma non senza un confronto, inevitabilmente duro, perché altrimenti non formativo. Si tratta dei legacci che vengono imposti: quelli dell’educazione concepita e impartita da chissà chi, in chissà quali tempi e mondi, da noi diversi, dal gioco in cui inserirsi alla pari, da quel tanto di cultura che gli può arrivare, spesso inquinata e inquinante, dai rapporti che gli vengono imposti, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro. Confronto, emulazione, scontro, solidarietà, amore, amore-possesso-ricatto (la famigerata fatina), il modo di affrontare il mondo e di conquistare sé stessi rivedendosi negli occhi degli altri, passo dopo passo.

E, dunque, il borgo e il circo e il mare, e la foresta e l’illusione, e il lavoro e i giudici e i gendarmi. Via via incontrando chi approfitta della sua sconoscenza e nativa buonafede, e, per come è fatta la società, lo deruba dei suoi zecchini d’oro, o di sé, provando a farne ciuchino da circo equestre. O perfino di ucciderlo., per seppellirlo bambino. Come usa con i bambini di Gaza. Pinocchio fa i conti con altri archetipi: gli assassini, il gatto e la volpe; i finti amici, i rompiballe saccenti lungo una linea retta che ritorna da dove è partita come il grillo parlante, che lo vuole instradare nel ruolo del perfetto borghesuccio.

La fata turchina, che un po’ è madre, un po’ fidanzata, soprattutto manipolatrice, un po’ insegnante e che poi diventa fredda, indifferente, gli fa sbattere la porta in faccia mentre è a rischio di impiccagione: il perfetto esempio, di un’attualità oggi raggelante, della ricerca del dominio sotto false spoglie di nobiltà. Pensiamo al disciplinamento sociale con il pretesto del terrorismo, della pandemia, della guerra, all’allarme climatico, alle guerre per la democrazia, ai diritti umani nelle migrazioni, a una magistratura che, da Zelensky a Netanyahu, da Biden a Trump, deve piegare il diritto alla forza, si vuole corrotta, obbediente e di classe.

Pinocchio deve affrontare l’intero mondo e i suoi protagonisti archetipici, subendoli, ma anche trovando una propria identità culturale e politica attraverso il confronto con essi. È una figura meravigliosa, un capolavoro col quale si può colloquiare continuamente, a cui viene da volere un sacco bene. Non c’è spazio nella mia casa dove lui non incomba, o da un angolo non mi osservi di sottecchi.

 

Degenerazione autobiografica

 

Detto, all’inizio del capitolo, dei nomi d’ordinanza che, nel fluire dei giorni, delle incombenze e degli eventi, richiamano a doveri, responsabilità, coraggio, ammetto che il mio secondo punto di riferimento sono i bassotti. Cani bassotto. Gente di branco, di comunità, di famiglia. Il primo, Lumpi, bassotto ragazzino con me ragazzino, mi accompagnò negli ultimi anni della guerra, quando lo scoprimmo in mezzo a un bosco durante i bombardamenti. Condivise fame, esplosioni, spaventi, solidarietà. Digrignava i denti ai ragazzi che mi sfottevano dandomi del “Badoglio” (si era in Germania, dopo l’8 settembre).

Per le loro caratteristiche di mente e di cuore, ho un rapporto molto intimo con i bassotti. Una razza che mi ha fatto conoscere e comprendere il cane che è in me, mi ha di fatto caninizzato, più di quanto io non possa avere umanizzato i miei bassotti. Figlioli, fratelli, compagni, portatori fermi di dignità, e offerenti di amore disinteressato, assolutamente privi di cattiveria, mi hanno morso quando era giusto farlo, maestri che, meglio di noi, sanno equilibrare affetto e autonomia, mantenendo rigorosamente la loro consapevole e validissima diversità.

Un rapporto che è una fonte di apprendimento continua, della tenerezza di cui parlava il Che, di curiosità e di costante invito a rivedere la natura delle cose, natura rerum, soprattutto di mettere in discussione il proprio atteggiamento di padrone. Non si capisce mai quanto ingiusto e crudele.  Se rinasco vorrei rinascere bassotto a pelo duro, ma a condizione di finire una famiglia come quella in cui sono finiti Lumpi, Guru, Rambo, Nando ed Ernesto.

Tra tutte queste stelle che dell’alto illuminano il mio quasi secolo, c’è anche un sole, punto di riferimento primo e fondamentale e sempre insufficientemente onorato. E’ uno spirito paziente, profondo, benevolo e benefico, con cui mi accompagno da mezzo secolo. E’ la condizione dell’esistenza come dovrebbe essere vissuta. Sta a me come il mare sta al torrente. Ho tanto pensato, parlato, sognato di comunismo. Grazie a questo spirito, il comunismo mi vive accanto.

 

Fulvio Grimaldi (per L’AntiDiplomatico) – 03/11/2026

Fulvio Grimaldi – PINOCCHIO IN PIAZZA. Quando i ragazzi scrivono il loro romanzo di formazione – Attenti al Lupo – L’Antidiplomatico

MONDOCANE: PINOCCHIO IN PIAZZA — Quando i ragazzi scrivono il loro romanzo di formazione