Come è collegato l’omicidio di Soleimani ad Hong Kong?

I rivoltosi di Hong Kong si credono unici, ritengono che l’Occidente li abbia selezionati uno ad uno per quella che identificano come la “nobile lotta per la democrazia” e per i “valori occidentali”.

Il problema è che Hong Kong, a cui piace promuoversi come “la città di mondo in Asia” (almeno questo è ciò che gli annunci pubblicitari e i cartelloni pubblicitari dicevano fino a poco tempo fa) è in realtà molto lontana dall’essere globale, cosmopolita o internazionalista.

Hong Kong è una città cinese e cantonese, ma vive ancora sotto l’enorme influenza della propaganda occidentale / britannica, che si propaga attraverso i mass media, i social media e l’istruzione.

Ex colonia, Hong Kong, è stata condizionata a non simpatizzare con la difficile situazione di paesi che finora sono stati colonizzati dall’Occidente e dai suoi alleati. Ci sono un gran numero di nazioni ancora brutalizzate dal neocolonialismo occidentale, in tutte le parti del mondo, ma molti ad Hong Kong non sembrano accorgersene.

Innumerevoli giovani abitanti di Hong Kong amano percepirsi come membri del club “elitario” dei “governanti del mondo”; come quelli che sono vicini ai potenti a Londra, Washington o Tokyo. E ignorano, spesso addirittura disprezzano quelli che formano la stragrande maggioranza delle persone che vivono sul nostro pianeta: i miserabili, gli umiliati e sfruttati.

Non lo dico solo teoricamente. Ho parlato con il popolo “ribelle” di Hong Kong, per anni. La loro mancanza di conoscenza dell’imperialismo occidentale e degli orrori che sta diffondendo, in tutto il mondo, è notevole. Non sanno quasi niente nemmeno del colonialismo britannico o, concretamente, su ciò che il Regno Unito ha fatto per danneggiare, umiliare e indebolire la Cina.

Mentre i giovani di Hong Kong non sanno quasi nulla dei genocidi commessi dal Regno Unito (e da altri paesi occidentali), ripetono e ripetono tutte le fabbricazioni di propaganda prodotte in serie contro la RPC e contro il suo Partito Comunista. La Cina, che è chiaramente il paese più pacifico della terra; la Cina che ha sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà, viene demonizzata e insultata dalla propaganda britannica e nordamericana; da quei paesi che hanno ucciso a milioni, in Africa, Medio Oriente, America Latina e Asia.

Tutto ciò, mentre i giovani di Hong Kong suonano inni nazionali nordamericani e britannici, sventolano le loro bandiere e li invitano a ri-invadere e “liberare” la loro città “dalla Cina” – intendendo da loro stessi.

*

A Hong Kong, molti giovani vedono paesi che stanno combattendo contro l’imperialismo occidentale – Russia, Repubblica popolare cinese, Iran, Cuba, Siria, Venezuela, solo per citarne alcuni – come alcuni strani mostri, dittature e entità “antidemocratiche” .

È perché sanno molto poco di loro e persino del loro stesso paese – la Cina – che si sono abituati ad osservare attraverso le lenti oscure nichiliste fornite dall’Occidente.

È stato detto loro che sostenere il comunismo, il socialismo, o anche le forze antimperialiste nel 21 ° secolo non è “cool” e fuori moda. E ascoltano queste sciocchezze; vogliono così disperatamente essere “fighi”. In effetti, per molti di loro è tutto ciò che conta davvero.

Hanno pienamente adottato l’egoismo occidentale, l’individualismo e la visione del mondo “me-me”.

Ora leggono dell’omicidio del grande comandante iraniano, il generale Qassem Soleimani. E’ stato assassinato, giustiziato contro tutte le leggi e le norme internazionali, dall’esercito americano, per ordine diretto del comandante in capo degli Stati Uniti, Donald Trump.

Il generale Soleimani ha combattuto contro il terrorismo, ha contribuito a distruggere l’ISIS. Stava difendendo il Medio Oriente dai vassalli della NATO, siano essi cellule terroristiche o gruppi etnici addestrati da quelle cellule.

Cosa diranno ora gli attivisti per la “democrazia” di Hong Kong?

Questo è il loro gioco. Prendendo i dettami dall’Occidente, dovrebbero essere ritenuti responsabili delle azioni internazionali dei loro gestori.

Dovrebbe essere chiesto, direttamente: “È giustificabile uccidere un uomo; in effetti, il secondo uomo più importante, in un paese che (come la Cina), non ha mai attaccato nessuno, in tutta la sua storia moderna? Potrebbe essere tollerato? È questo che voi chiamate “democrazia”? ”

Solo nell’ultimo mese, l’Occidente ha rovesciato il governo democratico in Bolivia, schiavizzando, ancora una volta, milioni di indigeni. Continua a far a morire di fame decine di milioni, in luoghi come il Venezuela e l’Iran. Continua ad occupare (contro la volontà della grande maggioranza delle persone) paesi come l’Afghanistan e l’Iraq. È così che gli attivisti “pro-democrazia” percepiscono la democrazia?

E cosa sono disposti a tollerare? Sosterrebbero gli omicidi di leader in Russia o persino in Cina?

Queste sono domande serie e devono essere poste.

Hong Kong è solo un pezzo dell’enorme mosaico del “gioco neoimperialista”, che l’Occidente sta portando avanti su tutto il territorio del nostro pianeta.

D’altra parte, la Cina è uno dei paesi che sta difendendo il nostro mondo; facendo in modo che non venga consumato, ancora una volta, dall’avidità e dall’infinita brutalità dell’Occidente.

I giovani che insultano incessantemente la Cina, non stanno solo attaccando Pechino. Si sono schierati, contro il loro stesso paese e contro l’intero mondo oppresso. Stanno commettendo un tradimento e stanno anche tradendo la loro razza e tutti quei miliardi di esseri umani che soffrono sotto la frusta neo-colonialista.

Non c’è contrasto maggiore di quello tra il grande patriota generale Soleimani e i rivoltosi di Hong Kong.

Le persone in paesi come Cina, Russia, Iran o Cuba sanno che la Patria non è mai in vendita. L’Occidente, con la sua strategia di “dividi e governa”, sta perfezionando le tattiche su come incoraggiare le persone a vendere le loro Patrie, in tutto il mondo, sia per soldi che per momenti di fama egoistica.

Per capire quanto sia grottesca la “politica estera” occidentale, basta invertire i lati: immaginate per un momento che Pechino avesse bombardato l’auto di Joshua Wong, da qualche parte vicino all’aeroporto di Haneda a Tokyo, o Incheon, Corea del Sud, uccidendolo insieme alla sua scorta, solo perché i cinesi al governo non piace la sua faccia.

Questo è esattamente ciò che è accaduto pochi giorni fa fuori Baghdad!

Inimmaginabile? Si, sono d’accordo. Questo non è ciò che fa la Cina. E così: chi sta giocando secondo le regole? Chi è più rispettoso del diritto internazionale, Pechino o Washington?

La risposta è ovvia. Ciò che manca è chiedersi: chi è più pericoloso per Hong Kong? Una Pechino contenuta con i suoi obiettivi di una civiltà armoniosa, o i rivoltosi che stanno diffondendo la violenza globale in stile occidentale?

di Andre Vltchek* 

[First published by China Daily Hong Kong]

Andre Vltchek is a philosopher, novelist, filmmaker and investigative journalist. He has covered wars and conflicts in dozens of countries. Five of his latest books are “China Belt and Road Initiative”, China and Ecological Civilization” with John B. Cobb, Jr., “Revolutionary Optimism, Western Nihilism”, a revolutionary novel “Aurora” and a bestselling work of political non-fiction: “Exposing Lies Of The Empire”. View his other books here. Watch Rwanda Gambit, his groundbreaking documentary about Rwanda and DRCongo and his film/dialogue with Noam Chomsky “On Western Terrorism”. Vltchek presently resides in East Asia and Latin America, and continues to work around the world. He can be reached through his website, his Twitter and his Patreon.

Traduzione de l’AntiDiplomatico

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-come__collegato_lomicidio_di_soleimani_ad_hong_kong/82_32853/

L’AntiDiplomatico mostra i manifestanti di Hong Kong con le bandiere occidentali

“Traditori della patria ad Hong Kong sventolano le bandiere occidentali, chiedendo di essere colonizzati di nuovo. E i media occidentali supportando le violenze invece di riportare i fatti obiettivamente”. Il video del reporter e giornalista investigativo Andre Vltchek da HK per l’AntiDiplomatico.

Le parole di Andre Vltchek ci aiutano a comprendere perché nonstante la cieca violenza dei manofestanti di Hong Kong questi sono assurti a beniamini della stampa mainstream occidentale. Vogliono la ricolonizzazione. Strappare la città alla Cina e riportarla nelle grinfie di chi l’ha sfruttata in passato sottraendola alla Cina con una guerra.

Ma ancora una volta i fatti hanno la testa dura e smentiscono le tonnellate di fake news propalate dal circuito mainstream senza soluzione di continuità. Altro che lotta per la democrazia. A Hong Kong si gioca una partita volta al contenimento di una Cina in grande ascesa e gli interessi geopolitici delle forze imperialiste.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-video_andre_vltchek_da_hong_kong_in_esclusiva_per_lantidiplomatico_mostra_i_manifestanti_con_le_bandiere_occidentali/82_32279/

 

La Cina risponde alle esternazioni di Mike Pompeo su Hong Kong

Il 3 dicembre, durante una conferenza stampa ordinaria, la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying ha risposto alle affermazioni del segretario di Stato Usa Mike Pompeo sulla Dichiarazione congiunta tra Cina e Gran Bretagna relativa alla questione di Hong Kong. Hua Chunying ha sottolineato che la politica fondamentale e le spiegazioni presentate dal testo della Dichiarazione sulla questione di Hong Kong rappresentano una posizione decisa e assunta unilateralmente dalla Cina su affari puramente interni e non sono il risultato di un negoziato. La Costituzione cinese e la legge fondamentale costituiscono la base su cui poggia la politica di “Un paese due sistemi”, e non la Dichiarazione congiunta.

Secondo le ultime notizie, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha definito la Dichiarazione congiunta di Cina e Gran Bretagna un “Trattato” registrato e autorizzato dalle Nazioni Unite, e ha auspicato che gli impegni elencati nel documento non diventino lettera morta chiedendo alla Cina di rispettare il principio della politica “Un paese due sistemi”. Hua Chunying risposto con queste parole: “Non so se Mike Pompeo abbia letto la Dichiarazione congiunta di Cina e Gran Bretagna, né se sia a conoscenza di quanti e quali siano gli articoli elencati e i contenuti trattati. La base giuridica su cui si fonda l’applicazione della politica di “Un paese due sistemi” a Hong Kong sono la Costituzione e la Legge fondamentale, non la Dichiarazione congiunta. Inoltre ci chiediamo a quale titolo gli Usa parlino di questo documento sottoscritto da Cina e Gran Bretagna”.

La portavoce ha poi ricordato il numero elevato di sparatorie avvenute negli Stati Uniti nei primi otto mesi dell’anno corrente (34.916 con 9.214 morti) affermando che gli Usa sono l’unico Paese industriale sviluppato privo di una legge a garanzia del salario e dei diritti delle donne in maternità e insieme l’unica tra le economie sviluppate che non garantisce ferie retribuite agli operai. “Forse anche i cittadini degli Stati Uniti hanno bisogno di democrazia, libertà e diritti umani? I politici americani dovrebbero riflettere di più sugli affari interni del loro Paese”, ha concluso Hua Chunying.

di Radio Cina Internazionale

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_cina_risponde_alle_esternazioni_di_mike_pompeo_su_hong_kong/82_32026/

 

Hong Kong e i lupi. La risposta di Pino Cabras a Quartapelle

Ieri la collega deputata Lia Quartapelle Procopio, capogruppo PD in commissione esteri, in un’intervista su “La Stampa” sui fatti di Hong Kong mi ha definito «il capo della linea di non ingerenza». Lei la posizione dei M5S la vede così: «Ho avuto l’impressione che per loro sia difficile ammettere o capire la posta in gioco». Quartapelle vuole mettere davanti al governo di Pechino, a mani nude, «dei paletti invalicabili». Perché ritiene che la politica estera si faccia «imponendo i propri principi».

Così parlerebbe, suppongo, un capo della linea dell’ingerenza.

Ma immagino che Lia non voglia questo titolo, perché anche lei avrà notato come negli ultimi 16 anni, dall’Iraq in poi, in decine di casi, gli «esportatori di democrazia» abbiano esportato soprattutto caos, grandi conflitti, guerriglie urbane e drammatici peggioramenti dei diritti umani. L’Occidente – o almeno la sua versione più incauta che vorrebbe insegnare a vivere agli altri popoli – è diventato una macchina freudiana della “coazione a ripetere”: in parole povere è incorreggibile e si mette sempre negli stessi guai. Magari a Hong Kong è diverso, stavolta, e perciò Quartapelle insiste perché si voti la mozione di condanna delle autorità cinesi presentata dal collega dell’opposizione Maurizio Lupi. Magari siamo in una stagione mondiale in cui presso tante piazze in contemporanea si confrontano con durezza idee diverse di Stato. L’ho già ricordato: sta avvenendo a Hong Kong come a Santiago, a Bogotà come a Barcellona, a Teheran come a Baghdad, a Beirut come a Caracas, al Cairo come a La Paz. E ce ne sono altre ancora. Tipo Gaza, dove cadono bombe sui bambini, senza che se ne parli troppo.

In Cile decine di giovani manifestanti sono stati accecati con i proiettili di gomma della polizia, in Bolivia e Colombia decine di morti, idem in Iran e in Iraq, il Libano una polveriera, i selciati francesi lasciano ogni sabato diversi “gilet jaunes” a rantolare, pronti a ingrossare le fila dell’associazione dei mutilati. Ne avete sentito parlare? Ovunque vediamo situazioni controverse, in cui si affiancano manifestazioni pacifiche, atti sediziosi, tumulti e cicli di repressione delle autorità.
Abbiamo visto pochi sopraccigli sollevarsi quando il presidente francese Emmanuel Macron annunciava una dura repressione di chi protestava con l’uso della violenza. Quando invece il presidente cinese Xi Jinping, quasi in fotocopia, invita la magistratura di Hong Kong a punire “coloro che hanno commesso violenti crimini”, secondo la mozione Lupi si tratta nientemeno che di «una specie di “licenza di uccidere”» nonché del «“preludio per un massacro” dalle parole di un giovane cinese studente». Dovremmo dunque farci buttare senza indugio da Lupi nel tritacarne delle polemiche hongkonghesi, facendoci trascinare dalle aspettative pessimistiche espresse da persone coinvolte nella controversia politica locale, prendendole come oro colato. L’ipotesi che ci siano anche ingerenze forestiere che contaminino la lotta politica in loco viene liquidata come «senza prove evidenti», anche se poi si citano gli interventi di numerosi parlamentari britannici che sollecitano gli Stati del Commonwealth a concedere la doppia cittadinanza ai sette milioni di residenti di Hong Kong (l’equivalente di una bomba atomica da scagliare sulle relazioni diplomatiche).
Ecco, la non ingerenza, in un simile quadro, è per lo meno un atto di elementare prudenza, di capacità di non farsi imporre l’agenda da nessuno, di non far strumentalizzare il Parlamento di un paese come l’Italia nell’indirizzare l’evoluzione costituzionale di un paese straniero, o addirittura nella ricerca di un “regime change”.
La rappresentante del PD insiste sullo schema Lupi e chi non lo firma sarebbe solo uno che si mette dalla parte del più forte. Noi crediamo invece che dovremo sì esprimere una posizione italiana su questa vicenda, ma che non ci dovremo far torcere il braccio da nessuno né farci imporre interpretazioni preconfezionate.

Mesi fa un coro si levava affinché l’Italia riconoscesse come unico presidente del Venezuela Juan Guaidó, un politico oggi già ampiamente screditato. Sono orgoglioso di aver perorato e vinto la linea della «non interferenza»: ci saremmo ritrovati in un vicolo cieco diplomatico. Facevamo bene a invocare meccanismi di mediazione, approvati dall’ONU in ossequio all’ordinamento internazionale, con l’obiettivo di una via pacifica e democratica alla crisi. Se avessimo sostenuto le forzature istituzionali per il “regime change” avremmo rischiato di facilitare la guerra nelle case dei venezuelani. Tra muoversi purchessia e muoversi con un potente “calm down” preferiamo la seconda. Ce lo dicono tante cose: l’esperienza internazionale di questi anni, il ruolo dell’Italia, la corretta valutazione degli interessi in campo, la consapevolezza delle ingerenze che tirano la giacca alle priorità dei media, tra megafoni su Hong Kong e silenziatori sulla Bolivia e il Cile.

Sul caso di Hong Kong, la proposta è semplice. La mozione Lupi va riscritta da cima a fondo nelle premesse. Per quanto riguarda gli impegni, niente fughe in avanti sui media, non serve a nulla. Discutiamone in modo più equilibrato, come è successo altre volte, senza pistole alla tempia. Il diritto internazionale è già fonte di ispirazione formidabile per guardare a quel che sta accadendo nelle piazze di mezzo pianeta, per valutare e appoggiare i diritti di espressione, per tener conto della delicatezza della «non interferenza» dove migliora le relazioni internazionali. Noi ci siamo, dalla parte della libertà e della pace. Dovremo lanciare una nuova stagione dei diritti umani nel mondo. In questo l’Italia ha una fantastica tradizione: penso ai convegni degli anni cinquanta in cui il sindaco di Firenze, La Pira, in piena Guerra Fredda, invitava i sindaci di città dell’Est, dell’Ovest, del Sud del mondo e anticipava i tempi della fine del colonialismo.

L’angolo visuale dell’umanità, non quello della CNN.

di Pino Cabras

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-hong_kong_e_i_lupi_la_risposta_di_pino_cabras_a_quartapelle/82_31930/

 

La crisi del Politecnico di Hong Kong è stata una pura provocazione

La drammatica crisi del Politecnico di Hong Kong è stata una pura provocazione da parte dei radicali influenzati dall’estero, intenti a rilanciare il violento movimento di protesta incitando la polizia della città a intraprendere azioni drastiche contro di loro. Ma è una trappola che i rappresentanti delle forze dell’ordine hanno evitato attraverso la loro dimostrazione di professionalità di livello mondiale.

Invece di reagire come molti altri omologhi avrebbero fatto in circostanze simili, la polizia ha scelto di rispondere in modo molto calmo e con la massima cautela.

La polizia di Hong Kong è consapevole del fatto che quei rivoltosi sono stati indottrinati da forze straniere e, sebbene ciò non assolva coloro che hanno commesso crimini, ha fatto capire alle autorità che non tutti i partecipanti avevano ragione.

Inoltre, sono anch’essi residenti di Hong Kong, che è un altro motivo per cui la polizia non ha voluto ricorrere all’uso di misure violente che sarebbero state completamente giustificate se ne avessero avuto assolutamente bisogno.

Ciò di per sé sminuisce i report guidati dall’agenda dei media stranieri sulla crisi, che ha prodotto la narrazione sull’imminente bagno di sangue come unico risultato della presunta repressione della polizia.

C’è stata sicuramente molta distruzione, ma a causa dei rivoltosi e non ha avuto nulla a che fare con la reazione della polizia alla loro provocazione. Invece di mordere l’esca, le autorità sono rimaste indietro e hanno lasciato che gli eventi si svolgessero naturalmente, il che alla fine ha visto la crisi esaurirsi da sola.

Questo saggio approccio ha dato ai rivoltosi relativamente “moderati” coinvolti nella situazione l’opportunità di arrendersi pacificamente, cosa che molti di loro hanno fatto dopo aver realizzato la disperazione di ciò che stavano cercando di ottenere.

Se in anticipo avessero pensato seriamente alla crisi che stavano innescando, si sarebbero resi conto dell’impossibilità per un gruppo di rivoltosi di tenere in ostaggio la loro città di oltre sette milioni di persone.

Le forze straniere e i loro quadri locali di collaboratori che hanno incoraggiato i rivoltosi a scatenare la crisi e portarla avanti per tutto il tempo in cui sono stati pienamente responsabili di tutto ciò che è accaduto di conseguenza.

Apparentemente intendevano che le persone venissero uccise al fine di ritrarre alcuni dei ribelli caduti come “martiri” per ri-energizzare la loro crociata politica, che è stata condannata dal get-go ma non sembrava così a coloro che erano stati indottrinati da parte di influenze straniere nel pensare diversamente.

D’altro canto, la professionalità della polizia di Hong Kong è responsabile del motivo per cui la crisi non si è intensificata e mostra anche che i rappresentanti delle forze dell’ordine non hanno una “sete di sangue” come hanno sostenuto alcuni media stranieri. La narrazione armata della guerra delle informazioni secondo cui la polizia “opprime i cittadini innocenti” è stata screditata da tutto il mondo per il fatto stesso che la polizia era responsabile della prevenzione dello spargimento di sangue, non della sua causa.

Ciò non significa che non avessero il diritto di rispondere più forzatamente alla situazione, ma solo che decisero di non farlo in quel momento per i motivi che erano stati spiegati. Il popolo cinese è unito come uno, che comprende sia persone normali che coloro che lavorano con lo stato. A meno che non ci sia altro modo per risolvere una crisi di sicurezza, la polizia cercherà sempre di farlo nel modo più pacifico possibile perché nessun cittadino patriottico vuole danneggiare i propri compatrioti.

Mentre alcuni media stranieri stanno tentando di descrivere la crisi del Politecnico di Hong Kong come una “lotta eroica” di un gruppo di “combattenti per la libertà”, è stata in realtà una lotta veramente eroica combattuta dai residenti di Hong Kong che si sono offerti volontari per proteggere lo stato di diritto in la loro città diventando poliziotti. Questo è ovvio per chiunque valuti obiettivamente ciò che è emerso nel corso di questa crisi, ed è solo una questione di tempo prima che il resto del mondo se ne accorga.

di Andrew Korybko – CGTN

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_crisi_del_politecnico_di_hong_kong__stata_una_pura_provocazione/82_31813/

 

Hong Kong e la stampa italiana

A leggere diversi articoli/commenti sulla stampa italiana delle vicende di Hong Kong si ha la netta sensazione che si speri, ci si auguri persino, un intervento diretto delle truppe di Pechino con conseguente spargimento di sangue per poi procedere alla definitiva condanna della Cina popolare e organizzare il “fronte interno” sulla minaccia cinese.

Si è così costretti a parlare di un intervento della polizia di Hong Kong alla stregua di una repressione senza precedenti nell’Occidente liberale.
Ci basterebbe Genova 2001 per smentire una simile ricostruzione. Ma stiamo nel cuore, nell’anima, di tale Occidente: nel 1970 alla Kent State University in Ohio LA Guardia nazionale Usa interviene e apre il fuoco su studenti che stanno protestando da quattro giorni contro i bombardamenti sulla Cambogia: una scarica di 13 secondi, per un totale di oltre 60 proiettili, porta alla morte di quattro studenti e al ferimento di altri nove.

di Diego Bertozzi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-hong_kong_e_la_stampa_italiana/6123_31767/