ArcelorMittal, una lunga serie di disastri ambientali e sociali

Venerdì alle 18.30 il premier Conte, insieme al ministro dello sviluppo economico Patuanelli e al ministro dell’economia Gualtieri, incontrerà Laskhmi Mittal. Il quale a seguito delle pressioni delle procure di Taranto e Milano ha dato disposizione all’azienda di sospendere lo spegnimento degli altiforni, in attesa della sentenza del ricorso straordinario dei commissari.

Dunque un altro incontro di quella che appare una partita violentissima, giocata a carte impari e truccate tra un colosso privato della produzione di acciaio e uno Stato democratico, in cui la posta in gioco sono l’economia nazionale e le sorti di decine di migliaia di famiglie. Di mezzo, un disastro ambientale che si riversa soprattutto sugli abitanti di Taranto.

Qui, secondo l’ultimo studio epidemiologico Sentieri, «la mortalità generale e quella relativa ai grandi gruppi è, in entrambi i generi, in eccesso», così come è in eccesso del 9% rispetto alla media regionale il numero di bambini nati con malformazioni congenite: 600 casi dal 2002 al 2015.

È il capitalismo, direbbe qualcuno. È il capitalismo che costringe gli uomini a scegliere tra il lavoro e la malattia. E finché le regole sono queste, non smetteremo mai di ascoltare le ancelle di questo mitologico capitalismo ripetere nei talk show e sulle colonne dei quotidiani che «non bisogna fare scappare gli investitori stranieri».

Eppure, pur accettando queste regole, in maniera masochistica finiamo col trovare investitori che non solo tengono i lavoratori sotto tale ricatto, ma si concedono persino la libertà di mandare in rovina oltre a loro anche l’economia nazionale, pur di concentrare la produzione nelle loro mani, spazzando via la concorrenza.

È questa l’accusa mossa dai commissari del governo contro l’ArcelorMittal, i quali parlano di «preordinato disegno illecito» che condurrà alla «morte del primo produttore siderurgico italiano e di uno dei maggiori d’Europa».

Come scrive Marco Palombi sul Fatto Quotidiano, questo tipo di operazione non sarebbe una novità per Mittal, il quale è già noto per aver falcidiato il numero degli operai che lavoravano nel siderurgico di Hunedoara in Romania, dopo aver rilevato l’azienda attraverso un’operazione lobbistica.

L’operazione riuscì grazie all’intervento tempestivo dell’allora premier britannico Tony Blair, al cui partito erano state versate 125.000 sterline proprio dall’industriale indiano. Secondo la ricostruzione di Palombi, è il 2001 quando Mittal punta lo sguardo sull’acciaieria di Hunedoara, che sembrava «destinata ai francesi».

Il leader britannico convince tempestivamente il premier rumeno Adrian Nastase a vendere l’acciaieria di Stato a Mittal, promettendogli in cambio un’agevolazione sulle pratiche di ingresso della Romania nell’Unione Europea.

Al momento dell’acquisto, la fabbrica dà il pane ad 8.000 operai. Nel 2011 soltanto a poche centinaia di loro. «Quell’impianto» scrive Palombi, «è uscito dalla mappa della siderurgia mondiale portandosi dietro quella che fu, negli anni del comunismo, una città industriale».

Tuttavia l’acquisto e la chiusura di acciaierie potenzialmente concorrenziali sul mercato, un vero e proprio modus operandi, non sembra l’unica pratica scorretta esercitata con estrema disinvoltura da Mittal. Il tycoon dell’acciaio, che ha fatto la sua fortuna comprando aziende in difficoltà e rilanciandole, vanta infatti una serie di precedenti che ricordano molto da vicino le vicende di Taranto.

Come scrive Nicola Borzi sul Fatto Quotidiano, oltre alla costruzione di una rete di società offshore attraverso le quali gestisce il colosso, Mittal é responsabile della chiusura dell’acciaieria di Cork, in Irlanda, in cui lavoravano 400 operai finiti per strada; nel 2004 in Kazakistan 23 minatori muoiono nelle sue miniere «per difetti nei rilevatori di gas»; nel 2006 «migliaia di lavoratori si uniscono allo sciopero dei minatori della Arcelor Mittal a Temirtau contro le condizioni di lavoro e l’inquinamento».

A questa serie di controversie si aggiunge un ulteriore accusa dei commissari, secondo i quali dalle indagini starebbe emergendo «un quadro generale che non può evidentemente che dare fiato a chi, al momento del contratto, aveva prognosticato» che «ArcelorMittal aveva stipulato il contratto al solo fine di uccidere un proprio importante concorrente sul mercato europeo».

Difatti, come si legge dalle carte depositate alle procure di Taranto e Milano citate da Palombi, sin dal momento dell’acquisto ArcelorMittal «ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; ha interrotto i rapporti con i subfornitori; ha interrotto l’avanzamento del Piano Ambientale e sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti)».

Una serie di disastri che dovrebbe – o avrebbe dovuto – allarmare il governo. E che allo stesso tempo dovrebbe essere oggetto di conoscenza anche dell’opposizione, che impegnata in una deplorevole strumentalizzazione politica contro i 5stelle si ostina a sostenere che ArcelorMittal stia fuggendo a causa dell’eliminazione dello scudo penale, mentre un armonico coro mediatico e politico, sfuggendo la nazionalizzazione come la peste, dichiara la necessità di continuare a trattare con i guanti tali onnipotenti multinazionali. Del resto, «non bisogna spaventare gli investitori stranieri». Neanche quando sono sul punto di gettare nel baratro l’economia nazionale con estrema nonchalance.

di Lorenzo Ferrazzano

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-arcelormittal_una_lunga_serie_di_disastri_ambientali_e_sociali/82_31789/

La battaglia sull’ILVA di Taranto

Ci sono vari modi di considerare la questione dell’Ilva di Taranto. Uno è quello prettamente sindacale a cui sono legate le sorti di oltre 10.000 operai più l’indotto che ne occupa 5000 e qui la questione non è solo sindacale, ma coinvolge anche la salute degli operai siderurgici e della città di Taranto, in particolare i quartieri adiacenti lo stabilimento, come quello di Tamburi.

La soluzione di questo diabolico rebus non è stata trovata. E’ prevalsa la logica produttivistica senza un vero progetto di riconversione dell’area industriale che risolvesse realmente, e non con palliativi, le due questioni sul tappeto: l’occupazione e la salute dei cittadini tutti, compresi ovviamene gli operai.

Si è scelta quindi una soluzione pasticciata che, oltre a ridurre il numero degli operai, preteso da Arcelor-Mittal per acquisire l’Ilva, non garantiva né l’occupazione né la salute. Di Maio, allora al MISE e i confederali e i loro associati avevano però fretta di concludere. Il ministro 5 Stelle per portare a casa un risultato che lo salvasse dall’accusa di inerzia e perchè aveva trovato una situazione già predeterminata e i confederali e soci perchè il loro contrattualismo a prescindere fa parte del mestiere di sindacati di sistema.

Tutto questo però non è bastato perchè ha dovuto fare i conti con la logica che sovraintende una multinazionale come Arcelor-Mittal che preferisce magari reinvestire in India, dove questioni ambientali e costo del lavoro non sono un problema, e rileva impianti produttivi anche solo per togliere di mezzo la concorrenza.

Questa dell’Ilva è la storia di una delle tante operazioni a cui le multinazionali ci hanno abituati in questi anni, ma nel contesto italiano la vicenda ha messo in evidenza una necessità di lotta politica e di riaffermazione del ruolo dello stato nell’economia. Perchè, anche se la ‘sinistra’ di varia estrazione non sembra essersene accorta, attorno alla vicenda dell’Ilva si è scatenata una battaglia furiosa tra la corrente liberista e quelli che invece pretendevano che certe regole ai padroni fossero imposte anche se si tratta di una multinazionale.

In campo sono scesi, sul versante liberista, la destra al completo, uno scatenato Renzi, il presidente di Confindustria Boccia, i giornaloni e le televisioni di regime nonchè, con una posizione ipocritamente centrista, il PD e i sindacati confederali che volevano a tutti i costi ripristinare lo scudo penale dando così ragione, contro ogni buon senso, ad Arcelor-Mittal.

I fautori della soluzione liberista – produrre a tutti i costi, accettare di ridurre la manodopera e continuare a inquinare – per ora sono stati sconfitti, salvo colpi di scena che sono possibili data la posta in gioco. Il fronte liberista non può accettare facilmente una sconfitta così cocente, magari facendo ricorso a Mattarella.

Se le cose non sono andate finora nel senso voluto da Arcelor-Mittal e dai liberisti di casa nostra dobbiamo darne atto al movimento 5 Stelle che ha mantenuto il punto sullo scudo penale e all’intervento tempestivo e deciso della magistratura non appena si sono scoperte le carte. In questo contesto hanno brillato per la loro assenza gli antiliberisti ideologici, come avevamo già potuto registrare del resto a suo tempo per quota 100 e il reddito di cittadinanza.

La questione dell’Ilva pone però un altro problema di fondo che è di politica economica e di indirizzo strategico dell’economia italiana. Come abbiamo sovente sostenuto, non è possibile difendersi solo stando nella trincea del modo di impostare le leggi di bilancio. Non basta questo per superare i problemi di uno sviluppo equilibrato e per difendere i lavoratori. Ci vuole un governo dell’economia che non sia legato agli interessi delle multinazionali e a un indirizzo di politica internazionale che blocca le relazioni dell’Italia col mondo e impone la condivisione imperialista degli embarghi. Lotta contro l’ideologia liberista, indirizzo dell’economia italiana non dominato dal profitto, nuove aperture a relazioni internazionali non legate alla logica imperialista sono le coordinate di un nuovo progetto a cui dovrebbe corrispondere la nascita di una forza politica che lo sappia gestire. Questo è il compito che spetta ai comunisti.

Aginform
19 novembre 2019

La verità? Ilva “perde soldi” per il saccheggio della Arcelor-Mittal

Lascia davvero esterrefatti leggere dell’ispezione in corso della Guardia di Finanza all’Ilva. Da quello che si apprende i militari starebbero indagando sul fatto che l’azienda comprasse a prezzi maggiorati le materie prime di lavorazione (non è chiaro se attraverso intermediari situati in paradisi fiscali, chiaro segno questo della costituzione di fondi neri) e svendeva il prodotto finito a prezzi stracciati ad aziende del gruppo Arcelor-Mittal. Sulla scorta di queste sole notizie credo che il Governo dovrebbe interrompere qualsiasi contatto con l’azienda franco-indiana perchè non ci sono le condizioni minime per parlare. Uno stato democratico non parla con dei banditi.

Bisognerebbe aprire oltretutto una riflessione più amplia, innanzitutto sulla qualità dell’informazione fornita dai nostri mass media che da giorni urlano che l’Ilva non si può nazionalizzare “perchè perde soldi”. Bene, ora sappiamo perchè perde soldi: non perchè non crei valore aggiunto, ma perchè il management agiva affinchè nel bilancio questo valore aggiunto non fosse posto in evidenza come imposto dal Codice Civile e dalle leggi Tributarie (sto usando un garbato eufemismo).

Qualunque ragioniere sa che soprattutto quando si parla di grosse aziende collegate a grandi gruppi che sono dei reticoli di società si generano dei trasferimenti infragruppo la cui contabilizzazione nei libri lascia il tempo che trova. Sarebbe bene che i giornalisti prima di parlare a vanvera di perdite si informassero in tema di contabilità perchè i bilanci non sono le tavole della legge del Monte Sinai.

Altro tema fondamentale sul quale bisognerebbe riflettere è l’attività dei troppo mitizzati “investitori internazionali”, troppo spesso dei banditi dediti al saccheggio del tessuto industriale italiano (e speriamo non finanziario, visto che ormai gli stranieri hanno messo sotto assedio le nostre banche).

Infine bisogna domandarsi che cavolo fanno i nostri politici. Per esempio chi ha ceduto l’Ilva a dei banditi stranieri (tali sono) sono degli sprovveduti o c’è dell’altro? Da strani scambi di battute tra chi all’epoca gestì la gara (Renzi e Calenda) il sospetto è legittimo.

di Giuseppe Masala

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-inizia_ad_emergere_la_verit_ilva_perde_soldi_per_il_saccheggio_della_multinazionale_arcelormittal/29296_31768/

 

“ILVA va nazionalizzata, agli operai va garantito lavoro e salute!”

Newsletter n.16/2019 – Nazionalizzare ILVA!

[Taranto] ILVA va nazionalizzata, agli operai va garantito lavoro e salute!

Prosegue lo squallido teatrino dei sindacati di regime, della politica borghese, dei padroni e i loro giornalisti lacchè sul caso ILVA, promuovendo diversione e intossicazione, alzando un polverone utile soltanto allo scontro tra bande ai vertici della Repubblica Pontificia e nel governo M5S-PD, alle passerelle sindacali, a imporre ai lavoratori ILVA un futuro ancora più misero, precario, insalubre.

La dimostrazione è il fatto che ancora si discute dello “scudo penale” e di “non dare la scusa alla proprietà per andare via” quando Arcelor-Mittal ha detto chiaramente che dello scudo penale non se ne fa nulla se lo Stato Italiano non le garantisce la possibilità di mandare a casa 5000 operai. Questa è la verità che sottende le scuse e le diversioni che politici e sindacalisti ben pagati usano per non mettere in discussione il ruolo dei padroni e nel caso specifico della multinazionale Arcelor-Mittal, che ha il solo interesse di chiudere ILVA e sottrarla ai concorrenti dell’acciaio, non certo di fare un favore agli italiani e ai tarantini.

Sulla pelle dei lavoratori si gioca il teatrino della politica borghese: operai, non fatevi fregare!

Si parla di tante soluzioni per l’ILVA, fior fior di esperti si spendono ogni giorno per trovare creative e fantasiose prospettive che hanno al centro sempre e comunque o il passaggio dell’azienda da un padrone all’altro, oppure il far ingoiare agli operai misure peggiorative. Ma non c’è alternativa valida se si resta in mano alle multinazionali come Arcelor-Mittal che possa tenere insieme la salvaguardia dello stabilimento e dell’ambiente con i posti di lavoro: l’ILVA va nazionalizzata sotto il controllo degli operai e dei comitati cittadini! Nessuno dica che “non si può fare”!

Il governo Conte ha ampie possibilità d’intervento, dipende se ne ha la volontà. Non a caso non se ne parla sui giornali di regime, ma l’ILVA prima di passare in mano agli affaristi e speculatori quali la famiglia Riva prima e Arcelor-Mittal poi, era una azienda pubblica! Nazionalizzare ILVA significa però intaccare la libertà d’azione dei grandi gruppi imperialisti tutelata dalla UE, dal governo USA e dalla NATO. Questi faranno il possibile e l’impossibile per impedirne la nazionalizzazione, ma con un vasto appoggio di organizzazioni operaie e popolari il governo è in grado di far fronte a ogni aggressione.

Bisogna mettere il governo M5S-PD con le spalle al muro: deve nazionalizzare subito tutti gli impianti ILVA a partire da quello di Taranto perché è l’unica via per continuare a produrre quello di cui la popolazione e il paese hanno bisogno. Se non lo fa, le sue promesse di cambiare il paese si rivelano essere la maschera del suo asservimento ai gruppi imperialisti europei, USA e sionisti: bisogna cambiare il governo!

Operai siderurgici, portate nelle assemblee sindacali, nelle piazze, nelle iniziative di lotta la parola d’ordine della nazionalizzazione di ILVA: questa è possibile così come è stato possibile negli scorsi anni spendere milioni di euro di soldi pubblici per i commissariamenti dello stabilimento, per le commesse, per dare soldi alle banche e alle finanziare piuttosto che mettere mano al tessuto produttivo del paese in rovina. Serve la volontà politica, volontà che gli operai devono imporre. Lo Stato deve prendere in mano lo stabilimento per garantire gli attuali posti di lavoro e iniziare le operazioni di bonifica impiegando i disoccupati locali!

Operai siderurgici, chiamate in causa tutte le forze politiche, in particolare quelle che si dichiarano comuniste e promotrici della sovranità nazionale, i sindacalisti dei sindacati di regime che dichiarano di essere al servizio dei lavoratori e ai sindacati di base, agli organismi operai e ai comitati popolari del paese per sostenere la battaglia per la risoluzione positiva della vertenza ILVA promuovendo la parola d’ordine della nazionalizzazione dello stabilimento sotto il controllo degli organismi operai e dei comitati cittadini!

Non lasciamo la decisione del futuro dell’ILVA in mano a chi ha fatto di tutto per affossarla, a chi non ha fatto nulla finora per difendere i posti di lavoro e l’ambiente!

***

Presentazione di Resistenza 11-12/2019:

Whirlpool, ex-Embraco, Alitalia, ILVA, FCA, IVECO, CNHI… Difendere i posti di lavoro con ogni mezzo necessario!

Portando al governo il PD, il M5S si è lasciato ingabbiare dalle Larghe Intese e ha offerto loro una via privilegiata per tentare di riportare il paese nel solco dell’attuazione del programma comune della borghesia imperialista. L’operazione è complicata: le masse popolari non sono più disposte ad accettare il programma lacrime e sangue della borghesia. Dopo neanche due mesi di esercizio, alla presentazione della Legge di Bilancio (quella che una volta era chiamata manovra finanziaria) la continuità con le Larghe Intese è evidente: il governo Conte 2 spaccia piombo per oro e intossica l’opinione pubblica con una sceneggiata, tipica del teatrino della politica borghese, con infinite discussioni sulla lotta all’evasione fiscale e sulla riduzione delle tasse (vedi articolo “Il punto sulla crisi politica italiana”).

La Legge di Bilancio elude tutte le emergenze che stanno rendendo la vita impossibile ai lavoratori e alle masse popolari: le grandi e medie aziende del paese che i padroni stanno chiudendo, delocalizzando, licenziando una dopo l’altra, i servizi – quelli rimasti ancora pubblici – che sono spolpati dalle privatizzazioni e dall’equiparazione delle aziende pubbliche ai ritmi e ai risultati di quelle capitaliste, la scuola pubblica che cade a pezzi, il servizio sanitario nazionale diventato un colabrodo e terreno di enormi speculazioni, i terremotati che aspettano da anni una casa, le strade, le autostrade, le ferrovie in dissesto, ampi territori lasciati al degrado e alla speculazione, tanto nelle zone periferiche che nelle grandi città.

Anche delle tanto sbandierate politiche in favore dell’ambiente si sono perse le tracce… (Continua a leggere)

CCNL dei metalmeccanici: un campo di battaglia per difendere i posti di lavoro

Operai metalmeccanici!

Il vostro settore è ancora il cuore pulsante, la spina dorsale, di un paese che vuole conquistare la sua sovranità, la sua dignità, la sua indipendenza. La lotta per il vostro contratto nazionale non può essere slegata da quella per il mantenimento della produzione nel nostro paese.

FIM–FIOM–UILM hanno presentato la loro piattaforma, il sindacato di base USB ne propone un’altra alzando l’asticella delle rivendicazioni.

È giusto rivendicare e mobilitarsi per riguadagnare parte di quello che vi è stato tolto da almeno trent’anni a questa parte con continui passi indietro sul fronte dei salari che non reggono all’aumento dei prezzi, degli orari e dei contratti sempre più deregolamentati, della sicurezza e di tutte le altre condizioni di lavoro che via via peggiorano.

Sappiamo quello che pensano tanti di voi, perché è vero: nella situazione odierna, come può essere efficace una lotta per il rinnovo del contratto senza affrontare il problema dello smantellamento in atto di interi settori produttivi? (Continua a leggere)

***

[Italia] Salvare il M5S si può?

Il dibattito che si sta alimentando sulle testate giornalistiche nazionali e negli ambienti del teatrino della politica borghese si divide in due filoni principali:

  • chi afferma che serve il cambio di struttura, o ne fa una questione di alleanze o meno con altri partiti e liste elettorali per recuperare il consenso;
  • chi afferma che è una questione di singoli, di dirigenti, di facce vecchie e nuove.

Nulla di più diversivo rispetto alla realtà dei fatti. (Leggi tutto)

***

Ancora da Resistenza 11-12/2019:

Giù le mani dalla Siria! Morte all’imperialismo! Il socialismo è il futuro dell’umanità

Da quasi 8 anni la Siria è terreno di guerra e bersaglio della Comunità Internazionale degli imperialisti USA, UE e sionisti, poiché non si è piegata alle decennali manovre di spartizione e saccheggio del Medio Oriente e ha storicamente contribuito alla resistenza del popolo palestinese (fu definito dagli USA “Stato canaglia” fin dal 1979). Gli imperialisti USA hanno condotto un’articolata manovra di aggressione fin dal 2011 (l’epoca delle “Primavere arabe”), prima cavalcando le proteste popolari contro il governo di Assad e conducendole verso la guerra civile (2012), poi ricorrendo alla mobilitazione delle bande mercenarie terroriste (ISIS, Al-Nusra, FSA), che hanno invaso il paese fino a controllare grandi parti di territorio, poi, manovrando e cavalcando la decennale lotta per l’autodeterminazione nazionale che parte del popolo curdo conduceva, in particolare in Turchia, sotto la direzione del PKK e, infine, con lo schieramento sul campo di eserciti appartenenti alla NATO. (Leggi tutto)

“Ho partecipato alla manifestazione della Lega del 19 ottobre a Roma”

Cari compagni, sono un compagno umbro, comunista da sempre, fregato come tanti dal PRC e alla ricerca come tanti di un partito serio… (leggi tutto)

***

Le Feste della Riscossa Popolare

Nella scorsa primavera si sono svolte le Feste della Riscossa Popolare di livello federale (Lombardia, Toscana, Campania), lo scorso agosto si è svolta con grande successo la Festa nazionale a Massa, nelle prossime settimane si svolgono le feste di Sezione. Di seguito la lista delle Feste per cui è già fissata la data ed è definito il luogo. Fra di esse segnaliamo quella di Colle Val d’Elsa (SI) del 16 novembre: con la presenza del Segretario Nazionale del P.CARC, Pietro Vangeli, sarà inaugurata la sede del Partito.

10 novembre – Abbadia San S. (SI) – Centro giovani – carcabbadia@inwind.it

15 novembre – Pisa – Circolo Halambra – carcsezionepisa@gmail.com

15 novembre – Napoli – Associazione Mani Tese, Piazza Cavour – carccampania@gmail.com

16 novembre – Reggio Emilia – Centro Sociale Foscato – carc.reggioem@gmail.com

16 novembre – Colle Val d’Elsa, SI, via San Sebastiano n.8 – carcsienavaldelsa@gmail.com

17 novembre – Siena – circolo ARCI Ravacciano – carcsienavaldelsa@gmail.com

16-17 novembre – Milano – Casa del Popolo, Via Padova (MI) – carcsezmi@gmail.com

21 novembre – Quarto (NA) – pcarcquarto@gmail.com

22 novembre – Firenze – Circolo SMS di Peretola – pcarcperetola@gmail.com

23-24 novembre – Cecina – Casa del Popolo Dario – Via Pilo, 49

23-24 novembre – Prato – pcarcprato@gmail.com

26 novembre – Firenze – Circolo Il Campino – Firenze Rifredi – carc.firenze@libero.it

29 novembre – Napoli – Galleria Principe di Napoli – carcnapoli@gmail.com

Altre Feste in via di definizione si svolgeranno a Sesto San Giovanni (MI), Brescia, Lecco, Torino, Massa, Viareggio, Piombino (LI) e Roma.

 

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)

Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454

e-mail: carc@riseup.net – sito: www.carc.it