“Lotte, parate e sciopericchi”

“Ci ha pensato Marchionne, amministratore delegato FIAT, a porre in modo brutale una questione che da tempo veniva messa in ombra….”

“…e, a onor del vero, in questo l’amministratore delegato FIAT è stato anche anticipato dal governo con i noti provvedimenti contro i pubblici dipendenti.

In ambedue i casi si è presa di petto una questione che la divisione sindacale tra concertativi e non di fatto mascherava. Sembrava ancora di essere nel solco della tradizione confederale italiana, una tradizione di tipo contrattualisto, mentre invece oggi governo e FIAT hanno posto le questioni in modo qualitativamente nuovo. Non si discute più contrattualmente sul quantum, ma sulla sostanza del rapporto di lavoro. E in modo particolare con la vicenda Pomigliano si è arrivati alla giapponesizzazione di questo rapporto.

Le tappe precedenti, è bene ricordarlo, a livello qualitativo furono legate alla definizione della dipendenza del lavoro dalle esigenze aziendali, cioè alla compatibilità, all’ instaurazione della precarietà sotto forma di decentramento, appalti di manodopera cosiddetti interinali, contratti a termine e di collaborazione continuativa. Ora si entra nel merito del modo di stabilire le relazioni tra impresa – pubblica e privata – e dipendenti colpendo direttamente il nodo storico di queste relazioni. Come dire, si riparte da zero come nèl gioco dell’oca.

Su questa base oggi si può decidere di non rinnovare i contratti dei pubblici dipendenti e di introdurre un modello produttivo che fa piazza pulita di decenni di conquiste e di diritti sindacali. La non reazione dei pubblici dipendenti e il risultato del referendum di Pomigliano danno la misura della crisi di cui, come si è detto all’inizio, nessuno parla.

I confederali non parlano di questo perché vogliono continuare, come le vecchie signore, a usare il belletto per nascondere la crisi di rappresentanza e di potere contrattuale, mentre gli emuli basisti delle neoconfederazioni si accontentano di qualche sciopericchio per dimostrare che ancora esistono. Si passa cioè dalla parata confederale senza effetto agli scioperi dimostrativi dei settori radicali che lasciano il tempo che trovano.

E le lotte, quelle che lasciano il segno e modificano i rapporti di forza? Se c’è stato un esempio negli ultimi tempi di lotte cha hanno dato un segnale nuovo è quello della salita sui tetti delle aziende in crisi che ha dimostrato che il sindacalismo non paga è c’è bisogno invece di inventarsi un modo nuovo di lottare.

In altri casi, come l’Alitalia e Pomigliano, dove si è applicato il metodo sindacalese, sia di stampo confederale che di tendenza radicale, si è finiti per accettare la logica dell’avversario.

Certamente a determinare l’attuale condizione del lavoro dipendente concorrono potenti condizionamenti internazionali e politici, ma è appunto con questi fattori che bisogna fare i conti per impostare nuovi modelli di azione che contrastino le tendenze dominanti. Il resto è ritualità e imbroglio.”

Erregi
23 giugno 2010

 

http://www.aginform.org/gabri174.html

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