Fulvio Grimaldi: “A Cuba è rimasta la rivoluzione verde”

La famigerata tassonomia dell’Unione Europea, ha scatenato un vespaio con l’inserimento in prima fila, per la cosiddetta transizione ecologica, del nucleare e del gas. In ogni caso, quella tassonomia molto green e poco verde è sicuramente pseudo- o para-ecologica e, dunque, cripto capitalista; di un capitalismo che cambia modulo, ma non modo. Cuba invece?

A Cuba abbiamo visto un tentativo coltivato ormai da parecchi anni e che è più verde che green. I cubani l’hanno chiamato “El camino del Sol”. Nel viaggio di Fulvio Grimaldi attraverso l’isola si incontrano fattorie solari, cliniche solari, scuole solari, fabbriche solari.

Tra scelta ambientalista, inaugurata dai grandi parchi nazionali voluti dal Che, e capacità di fare di necessità virtù (l’embargo di 60 anni), tra poveri mezzi e grande inventiva, Cuba è diventata primatista ecologica in America Latina. E ci dà pure lezioni.

(EL CAMINO DEL SOL: CUBA ECOLOGIA, DI NECESSITÀ VIRTÙ – Fulvio Grimaldi in O GREEN O VERDE (byoblu.com))

 

 

Che fine ha fatto Cuba?

Il titolo di questo mio intervento nella rubrica “O Green o Verde” su Byoblu sembra implicare che a Cuba, a parte una rivoluzionaria attenzione per l’ambientalismo e la difesa e cura degli ecosistemi, dell’eredità della rivoluzione di Fidel, del Che e di Cienfuegos, ci sia rimasto poco. E comunque meno di altri paesi latinoamericani che si sono dati un obiettivo di cambiamento radicale rispetto al neoliberismo e alla sottomissione all’imperialismo yankee, come Venezuela, Nicaragua, Bolivia, il Messico di Obrador e, ora, l’Honduras di Xiomara Castro.

In effetti, dall’osservazione attenta di Cuba e dalle mie frequentazioni negli ultimi trent’anni, dagli ultimi della vita di Fidel e dai primi e drastici cambi economico-sociali di Raul, dalla massiccia penetrazione delle sette evangeliche amerikane a cui ha provato di rispondere la visita dei papi cattolici, è difficile negare che moltissimo sia cambiato e non in meglio.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nei primi anni ’90 era terminata l’era in cui Cuba poteva fare affidamento quasi totale sugli aiuti – connessi al padrinaggio (lamentato da Che Guevara) – dell’URSS. Questi l’avevano tenuta in una specie di letargo produttivo. Impreparata alla nuova situazione, Cuba ha fatto fatica a rimediare con iniziative economiche alla sua dipendenza e al suo nuovo isolamento. Governo, amministrazione, autorità locali, imprenditori statali, mancavano delle competenze e di un’iniziativa rimasta sopita grazie al sostegno sovietico e agli aiuti internazionali.

Quest’ultimi inquinati all’arrivo da fenomeni crescenti di una corruzione che agevolava i quadri dello Stato e – anche per colpa della scandalosa doppia moneta, tuttora in corso – deprivava e impoveriva la popolazione e tornava a determinare una divisione di classe. Divisione che offriva la sua deprimente visibilità nella distanza tra le villette dei burocrati sulle verdi colline dell’Avana e lo sfacelo sottoproletario di un’Avana nei suoi quartieri non riservati ai turisti.

Tutto questo veniva giustificato, in buona parte a ragione, con il trentennale embargo, il bloqueo, degli Stati Uniti che i governi dell’alleanza occidentale opponevano nel voto all’ONU, ma a cui obbedivano sul piano materiale. In parte una foglia di fico sugli arretramenti, ma anche il corollario di un’ininterrotta campagna di terrorismo che è costata a Cuba migliaia di morti, condotta insieme alla destabilizzazione politica mediante l’infiltrazione di elementi anticubani e facendo leva sul malessere di ceti colpiti dalla povertà, o ansiosi di “democrazia” capital-mercatista.

Il socialismo rivoluzionario si riduceva lentamente a demagogia patriottica, mentre protagonisti politici, come il bravissimo ministro degli Esteri Perez Roque, venivano allontanati e sostituiti da elementi meno rigidi, per non dire coerenti. Con papi agitprop  capaci, come gli evangelici, di reclutare masse e minare alla base la cultura rivoluzionaria, e con Raul che omaggiava presidenti americani in visita, tra i più bellicosi e infingardi (Obama, definito da Raul Castro “uomo onesto”, alla faccia delle sue sette guerre d’aggressione e dei suoi assassinii extragiudiziali di “sospetti”), Cuba cercava di rimediare a una crisi sociale ed economica inarrestabile.

Ne traeva, l’isola, benefici minimali in termini di investimenti privati, soprattutto statunitensi, flussi di turisti americani prima banditi e che ambivano ai piaceri corruttori dei tempi del dittatore Batista, maggiori rimesse dalla cosiddetta mafia cubana di Miami e anche un tentativo di costruire un’imprenditorialità autoctona attraverso leggi che promuovevano l’iniziativa privata. In mancanza storica di un’imprenditorialità statale efficiente e moderna, questa privatizzazione restava affidata ai “cuenta propistas”, famiglie povere la cui “impresa” si riduceva a banchetti di biscotti e bibite realizzati in casa. Concessione dello “Stato Socialista” all’economia di mercato che, in mancanza di sostegni finanziari per iniziative di più larga e sostanziosa portata, mancavano del respiro necessario per qualsiasi forma di ripresa economico-sociale.

Sotto Trump e Biden, Cuba si è vista privare nuovamente delle aperture degli Stati Uniti. Gli alberghi tornano vuoti, le campagne sono ridotte all’arretratezza tecnologica, una industria di base  e le infrastrutture deperiscono, anche per il venir meno dei combustibili offerti a prezzi minimi da un Venezuela sotto assedio USA.

In questo contesto di crescente disfacimento ideologico ed economico e di un autoritarismo mirato a contenerlo, si potenziano le voci dei dissidenti, sempre più sostenute da masse sincere, nostalgiche della fioritura dei primi decenni della rivoluzione e che ormai la vedono riflessa essenzialmente nei murales col Che sugli edifici.

Rimangono i servizi sociali fondamentali, una sanità e un’istruzione assicurati a tutti e senza pari nel continente. Rimangono le brigate dei bravissimi medici cubani che accorrono ovunque vi sia una carenza di efficienza sanitaria, tipo da noi. Rimane “El camino del sol” del geniale ambientalismo cubano, raccontato in questo video. Ma basta, di fronte alla perdita di un faro per gli oppressi e sfruttati dell’umanità?

Fulvio Grimaldi

18/02/2022

MONDOCANE: EL CAMINO DEL SOL — A Cuba è rimasta la rivoluzione verde (fulviogrimaldi.blogspot.com)

 

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