Pierluigi Fagan ci consiglia la lettura di un libro di mondologia scritto da un finanziario americano

Ray Dalio è figlio di un clarinettista jazz italiano trasferitosi a New York. La sua biografia vanta precoci investimenti all’età di 12 anni, un già ricco portafoglio al liceo e conseguente carriera con alti a bassi (i bassi sono una garanzia nel biografismo americano, denotano capacità di rischiare, perdere, rialzarsi ed infine vincere) fino a fondare, nel 1975, la Bridgewater che è oggi il principale hedge fund del mondo nonché variamente consulente di varie istituzioni.

Ma Dalio non si accontenta di esser un miliardario, si capisce dal libro che ha anche ambizioni intellettuali, nello specifico capire “come funziona il mondo”. Autore di vari libri, molti bestseller (tipicamente americani), questo l’ha pubblicato l’anno scorso ma è uscito lo scorso aprile in Italia. Unendo utile e dilettevole, facendo soldi sugli andamenti delle varie economie mondiali, Dalio ha potenziato un reparto ricerche della sua azienda che scandaglia il mondo analizzando dati ed indici sociali, politici, geopolitici, tecnologici, culturali oltreché economici e finanziari. In più, ha studiato per conto suo queste materie (soprattutto storia il che è raro dalle sue parti) ed ha avuto la fortuna di poter andare in contatto con studiosi, intellettuali, politici, economisti, generali ed analisti di mezzo mondo (tra cui molte vere e proprie “amicizie” cinesi di lunga data) e quant’altro, per verificare le sue intuizioni e ricevere correzioni e consigli. Alla fine, s’è creato una mente tipicamente americana quindi ultra-determinista, che si appoggia alla potenza di calcolo dei supercomputer per maneggiare le tante variabili, tesa a distillare i pochi principi fondamentali che rendono la sua teoria sul come funziona il mondo, secondo lui, un eterno universale fatto di cicli. Entro questi accennati confini, ci sono i meriti ed i demeriti della sua trattazione.

Il motore della storia, secondo lui, è fatto della interrelazione tra tre variabili: a) un ciclo a lungo termine del debito e dei mercati di capitali; b) il ciclo interno (interno ai singoli Paesi o Imperi) dell’ordine e del disordine; c) il ciclo esterno (geopolitico, ordine mondiale) dell’ordine e del disordine. Il ciclo si arrampica su una diagonale di crescita tendenziale, a mo’ di dialettica hegeliana. Storicamente, segue la sequenza ormai nota che va dalle repubbliche italiane alle Province Unite, alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti per l’occidente, mentre una sezione a parte segue la successione delle dinastie cinesi dai Tang a Xi Jinping. Non ha dubbi sul fatto che oggi gli USA sono al quinto di sei livelli di dinamica (il quinto è l’inizio avviato della fine che conclama nel sesto), mentre la Cina è al terzo (appena prima del quarto che è il picco di benessere e potere). In America non l’hanno presa bene, ma lui che pur lo sapeva (e l’ha scritto nel libro), preso dal fuoco sacro dello studioso di verità, l’ha detto, ripetuto e tentato di dimostrare, indomito.

Ogni ciclo di potere e benessere di ogni impero ha una dinamica a curva su otto items, il ciclo è il tipico “ascesa e caduta degli imperi” già ampiamente noto, sebbene variamente descritto nelle cause-effetti. Ascesa, vetta, declino che inizia prendendo il posto di un vecchio ordine mondiale e termina lasciando spazio ad un nuovo ordine mondiale. Istruzione, commercio, innovazione e tecnologie, produzione economica, competitività, centralità finanziaria, potenza armata, status di valuta di riserva gli otto indicatori. In ambiente pacifico e ricostruttivo (dopo la caduta del precedente ordine), l’impero guida della nuova fase è poco indebitato, corto socialmente (ovvero con una ampia e bilanciante classe media), unito e collaborativo, creativo con una leadership riconosciuta e funzionante. Poi cresce l’indebitamento, si creano forti divari di ricchezza, la società si spacca e si contorce in contraddizioni, declina l’istruzione, si diventa dogmatici, le élite resistono al loro ricambio essendo sempre più inadeguate, gli imperi tendono a sovradimensionarsi. Arriva così il declino ed il crollo tra guerre civili, rivoluzioni, sconfitte militari mondiali, default vari e poi inizia un nuovo ciclo. Questo ciclo imperiale è analizzato più nello specifico seguendo ben 18 item, sei per ogni fase. Fino ad oggi, pare, nessuno ha avuto capacità e saggezza di capire che giunti alla vetta, le ragioni che lì ti hanno portato vanno abbandonate perché si è finiti in una nuova configurazione che va governata diversamente.

Tutto il modello è corroborato da dati storici quantitativi e correzioni qualitative sulla cui epistemologia ci sarebbe ovviamente da indagare, ma che ci sono. Non è solo una narrazione in libera uscita, ma non è certo un fondamento della nuova World History, sebbene io l’abbia trovato più sensato e ben meno presuntuoso di Harari.
Dalio non lo dice apertamente più di tanto, ma sembra pensi che questo “diversamente” debba contenere almeno due principi. Il primo è la citata idea aristotelica della società con una sezione sociale mediana anche il doppio della somma della sezione alta più quella bassa, ma ci si potrebbe accontentare anche della parità, per iniziare. La seconda è che il capitalismo è l’unica forma di economia possibile, ma la società dovrebbe esprimere una saggezza politica in grado di gestirne gli esiti, postivi quanto a fatti economici e finanziari, spesso negativi quanto a fatti sociali, politici e geopolitici. Dalio non fa mistero del suo sostanziale accordo con il padre fondatore del moderno Singapore, quel Lee Kuan Yew che riteneva Deng Xiaoping il più grande leader del Novecento. Capirete bene il disagio dei commentatori americani, ovviamente inorriditi da queste idee ma nell’impossibilità di fare il “character assassination” (da noi, “argumentum ad hominem”) con il loro principale gestore di ricchezza, spesso anche quella personale del critico.

Interessanti i capitoli finali. Il 12 sulla Cina contiene spunti analitici sulla cultura e mentalità cinese così aliena per gli americani per molti versi, tra cui spicca l’ignoranza del tempo come variabile dinamica di fondo. Dalio si districa tra confucianesimo, taoismo, legismo, marxismo ed a proposito di marxismo ammette di esser stato prevenuto, prima di studiarlo. Poi dice di averlo studiato (chissà come) ed è praticamente divenuto un fan del materialismo dialettico. Convinto anche che Marx, pragmatico e legato al risultato finale concreto di ogni progetto filosofico, se avesse potuto osservare quanto il “comunismo” come forma economica ha mostrato di non funzionare affatto, si sarebbe convertito ad una qualche forma di regime misto, appunto alla Deng. Citando la “terza crisi di Taiwan” del ’96 e conoscendo abbastanza la storia di Taiwan e la mentalità storico-politica cinese, scriveva un anno fa di quanto assolutamente da evitare fosse una eventuale quarta, quella che poi abbiamo visto svilupparsi di recente. Taiwan lo preoccupa, la vede come possibile innesco della temuta IIIWW. Giustifica anche Tienanmen, seguendo la logica di Deng. Dal segretario di Zhou Enlai, ai più stretti collaboratori di Deng, al poco conosciuto ma molto importante Zhu Rongji, Dalio conosce cose sia dai libri, sia dai prolungati e qualificati contatti diretti. Mandò lì perfino il figlio a studiare ai tempi in cui non c’era il riscaldamento e la doccia calda.

Il capitolo 13 va al cuore del problema della transizione tra il ciclo americano in declino conclamato e l’ascesa certa della Cina. In breve, gli Stati Uniti hanno fretta di intralciare il crescente competitor perché più passa il tempo più procede l’inesorabilità delle due curve, ascendente quella cinese, discendente quella americana. Si va così a vari tipi di conflitto. Dal decoupling ai dazi e vari tipi di restrizioni commerciali e sanzioni, dirette ed indirette ovvero verso i partner della Cina (vedi Russia). Poi ce la guerra sulle nuove tecnologie tra cui la questione chip-Taiwan. Poi c’è quella geopolitica, BRI ed Africa, stretti e Mar Cinese, infastidire i cinesi con le questioni Xinjiang, Hong Kong, Tibet, Taiwan, centro-Asia, Pacifico, nonché riquadrare i propri alleati e disturbare quelli avversari in molti modi. Poi c’è la guerra dei capitali e delle valute. Su quella militare avverte (e direi che ha ragione) che noi di certo, ma forse neanche i due contendenti sanno bene dell’altro cosa ha e cosa non ha in termini di nuovi armamenti (cibernetici, elettronici, spaziali, biologici, atmosferici, chimici ed ovviamente nucleari). Infine, c’è la guerra culturale, di egemonia e legittimità, di modello (individualista dal mercato allo Stato vs socio-comunitario dallo Stato al mercato). Il conflitto è dialetticamente normale, si tratta però di valutarne l’intensità, il rischio di salto di livello, l’incognita sull’esito della eventuale guerra totale conclamata.

Il libro chiude tentando lo sguardo al futuro sezionandolo con molte variabili qui non riassumibili. La posizione Stati Uniti preoccupa per l’ingente debito che con la monetizzazione tenderà a svalutarsi trasferendo il problema ai creditori ma con riflessi sul ruolo di riserva di valore del dollaro, preoccupa l’allarmante polarizzazione interna ormai alla soglia del rischio “guerra civile”, preoccupa la scarsa attrattiva nelle relazioni internazionali visto che il competitor ha i soldi e la promessa commerciale mentre gli USA per lo più solo le armi. Preoccupa che la M.A.D. che termoregola le relazioni competitive nel mondo, sfugga di mano. Si potrebbe fare meglio, ma Dalio è abbastanza pessimista sulle reali possibilità di inversione di alcuni cicli.

Chiudo. Comprimere 500 pagine di analisi multifattoriale in un post non si può più di tanto. Aggiungervi anche la critica metodologica o entrare in dettagli di precisazione, men che meno. Dalio è self made man americano con tutti i pregi ed i difetti del caso. Però non ha foga ideologica sovrastante una sostanziale ignoranza non avvertita, ciò che non sa lo studia e sa di non sapere più di tanto. In più, su queste analisi -diciamo così- ci campa e sulle scommesse relative ci fa i soldi. Su ciò che non era proprio del suo know how si vede che ha studiato, si notano tracce di molte letture proprie di chi si occupa di queste cose, oltre ad averle messe nella voluminosa bibliografia e datografia (che non è nel libro ma on line). Quindi la lettura vale il prezzo del libro per acquisire metodo di visione larga e complessa, su alcuni contenuti e le stesse metodologie, si possono avere più o meno riserve.

La mondologia è una disciplina nascente, siamo ai primi passi, questo è uno e di buona volontà, ce ne dovrebbero esser molti altri se vogliamo adattarci ad un mondo che stiamo rapidamente e profondamente trasformando con confusa intenzione ed ancor più scarsa attenzione accompagnata però da crescente preoccupazione.

Ray Dalio: “I principi per affrontare il Nuovo Ordine Mondiale”

Pierluigi Fagan

14/08/2022

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