Alessandro Di Battista: “Libero Grassi osteggiava la mafia, Berlusconi la finanziava”

Il 29 agosto del 1991 veniva assassinato Libero Grassi. Venne ucciso per non aver pagato la mafia, a differenza di Berlusconi. Ed oggi gli alleati dell’ex cavaliere osano ricordare il suo esempio. Maledetta ipocrisia! (Alessandro Di Battista).

 

E LUI PAGA

Il 29 agosto del 1991, in via Alfieri, a Palermo, Libero Grassi venne assassinato mentre si recava al lavoro. Grassi era un imprenditore di sessantasette anni. Su internet si trova facilmente la foto del suo corpo disteso in terra in una pozza di sangue, con gli occhi aperti. «Non ho paura e non pago il pizzo», soleva ripetere. In effetti paura non ne ha mai avuta. Grassi fu uno di quegli imprenditori che si ribellò alla sciagura del racket. Sosteneva che pagare la mafia fosse una rinuncia alla sua dignità di imprenditore. Il 10 gennaio del 1991, trent’anni fa, «Il Giornale di Sicilia» pubblicò una lettera scritta da Grassi e indirizzata ai mafiosi che lo stavano minacciando. La lettera si intitolava Caro estorsore.

“Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto No al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.

Grassi, oltre a non pagare il pizzo, decise di rendere pubblica la sua battaglia, nonostante i rischi che ne sarebbero scaturiti. L’11 aprile partecipò alla trasmissione Samarcanda e venne intervistato da Michele Santoro. Oltre a ribadire il suo categorico No al pagamento del pizzo, denunciò le influenze mafiose alle elezioni. Il reato di scambio elettorale politico-mafioso, l’Articolo 416 ter del codice penale, non esisteva ancora. Venne introdotto l’anno successivo. Grassi disse a Santoro: «La mafia in Sicilia è il maggior interlocutore della politica in quanto dispone del voto, dispone dei soldi e ha inserimenti nell’amministrazione perché ormai è diventato ceto dominante». È diventata ceto dominante grazie al denaro. Denaro proveniente dalla vendita della droga, dal commercio di armi, dalla prostituzione e dal pizzo. Ovvero da tutti coloro che hanno pagato. Berlusconi incluso.

Mentre Libero Grassi si opponeva ai ricatti mafiosi, Berlusconi pagava. Pagava mentre Cosa nostra assassinava Piersanti Mattarella. Pagava mentre veniva freddato Pio La Torre. Pagava mentre il generale Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela e l’agente di scorta Domenico Russo venivano crivellati dai colpi di kalashnikov, pagava mentre Beppe Montana cadeva sotto i colpi dei corleonesi, mentre Ninni Cassarà spirava tra le braccia della moglie sulle scale di casa. Pagava mentre Vincenzo Miceli, un altro imprenditore che aveva deciso di non pagare, veniva ucciso a Monreale. Pagava, eccome se pagava, e anche grazie a quel fiume di denaro Cosa nostra si stava via via trasformando in “ceto dominante”.

Nella sentenza di condanna di Dell’Utri, la Cassazione riporta quanto aveva in precedenza affermato la Corte d’Appello:
“Berlusconi, infatti, aveva costantemente manifestato la sua personale propensione a non ricorrere a forme istituzionali di tutela, ma ad avvalersi, piuttosto, dell’opera di mediazione con Cosa nostra svolta da Dell’Utri. L’imputato, a sua volta, aveva provveduto con continuità a effettuare, per conto di Berlusconi, i versamenti delle somme concordate a Cosa nostra e non aveva in alcun modo contestato le nuove richieste avanzate da Totò Riina”.

A suggellare il patto tra B. e Cosa nostra, patto pro- seguito anche quando Capo dei Capi divenne Totò Riina, vi fu l’approdo di Vittorio Mangano ad Arcore. Mangano, mafioso e pluriomicida, era stato arrestato già tre volte quando venne assunto da Berlusconi. Nell’intervista che Borsellino rilasciò a due giornalisti francesi due giorni prima della strage di Capaci, si parlò anche di lui. Il giudice raccontò di averlo conosciuto tra il 1974 e il 1975 perché Mangano fu coinvolto in un’indagine che si occupava delle estorsioni a danno di alcune cliniche palermitane. Borsellino, anni dopo, incontrò nuovamente il nome di Mangano quando istruì il maxiprocesso a Cosa nostra. In quel caso erano stati i due super pentiti Buscetta e Contorno a indicare Mangano come uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò. Borsellino aggiunse che Mangano, quando risiedeva a Milano, costituiva il terminale dei traffici di droga delle famiglie palermitane.

Scrivono i giudici di Cassazione:
“L’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore nel maggio-giugno del 1974, costituiva l’espressione dell’accordo concluso, grazie alla mediazione di Dell’Utri, tra gli esponenti palermitani di Cosa nostra e Silvio Berlusconi ed era funzionale a garantire un presidio mafioso all’interno della villa di quest’ultimo”.

Un presidio mafioso all’interno della villa di Arcore.

(tratto dal mio libro “Contro. Perché opporsi al governo dell’assembramento”)

Alessandro Di Battista

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