Andrea Zhok: “Considerazioni sulla ‘strategia astensionista’”

Andrea Zhok – 11/09/2022

 

Ho appena visto un video, tecnicamente curato, che raccoglie con cura ed esaustività tutte le voci più autorevoli a favore dell’astensionismo e tutti gli argomenti in questa direzione.

Ringrazio gli autori di questo lavoro perché permettono così di fornire una risposta sintetica, e spero definitiva, sul tema.

Ho raccolto tutti gli argomenti che vengono portati dalle varie voci pro-astensione; essi sono i seguenti:
1) le elezioni sono un gioco del sistema, se sei antisistema non devi prestarti a ciò;
2) le forze antisistema si schianteranno e non supereranno la soglia del 3%;
3) non dobbiamo essere complici del sistema, votando si legittima il sistema;
4) non bisogna votare perché il parlamento non conta nulla, i poteri forti stanno altrove;
5) bisogna organizzare un movimento di resistenza al di fuori delle elezioni;
6) noi ci dobbiamo dedicare ad altro, dove siamo liberi, sfuggendo al potere, dedichiamoci a diventare più maturi;
7) votare non ha mai cambiato nulla;
8 ) lo Stato, il Deep State, il Leviatano non è riformabile;
9) in alternativa al voto potete rifiutare la scheda, registrandosi però come votanti, per simbolizzare il proprio dissenso;
10) in alternativa al voto è possibile cambiare lo stato con dei referendum propositivi (senza valore istituzionale);
11) in alternativa al voto si possono organizzare gli astenuti in una costituente, strutturandoli in un corpo politico per opporsi al governo.

Provo a rispondere sistematicamente, raggruppando i punti per analogia.

A) Gli argomenti 1) e 3) dicono che per essere davvero antisistema non bisogna giocare con le carte che il sistema stesso ci fornisce, ma bisogna rifiutare completamente il gioco.

Brillante.

Nella stessa ottica suggerirei di rifiutare la complicità con il sistema capitalistico non ritirando lo stipendio; di rifiutare di sostenere la globalizzazione non frequentando più negozi, ma fabbricandosi in casa tutto ciò di cui abbiamo bisogno; di rifiutare l’organizzazione statale curandoci in casa se ci spacchiamo una gamba per non dimostrare complicità col sistema recandoci ad un Pronto Soccorso, ecc. ecc.

Questo tipo di argomenti è semplice retorica spicciola. Quando sei all’interno di un sistema non puoi mai uscirne con un semplice salto di lato. Questo è materia per romanzi e film di fantascienza. Il sistema puoi solo provare a cambiarlo dall’interno, o, se esiste la possibilità, puoi fuggire in un altro sistema (se ritieni sia migliore). Tertium non datur. Le elezioni sono una delle pochissime leve rimaste in cui esiste un meccanismo di trasmissione dal basso all’alto (mentre ogni giorno dell’anno subiamo i molteplici meccanismi di trasmissione dall’alto in basso.) Rinunciarvi perché è un meccanismo ormai debole mi sembra come spararsi quando si è malati, perché alla lunga la malattia potrebbe ucciderci.

B) Gli argomenti 2, 4, 7, e 8 sono variazioni dell’argomento che possiamo chiamare “sconfittista”: “è tutto inutile, tutto fallirà, il sistema è inscalfibile, dominano i poteri forti, votare non ha mai cambiato nulla”. Naturalmente questo tipo di posizioni sono semplicemente tesi autorealizzantesi: se vi aderisci contribuisci a rendere le loro previsioni vere. Sono espressioni umorali, depresse, di autocompatimento, che hanno il grande vantaggio di non dover fare assolutamente nessuno sforzo per sostenere le proprie ragioni. Se tutti fanno come me, la sconfitta è sicura.

E avrò avuto ragione!

Con la stessa forza e legittimità vale però la conversa: se tutti invece si sbattono perché le cose cambino puoi stare sicuro che cambieranno.

Ognuno poi può scegliere lo scenario su cui scommettere, ma qui siamo nel campo della psicologia, non nella politica.
C) Veniamo ora alla dimensione propositiva. I punti 5) e 6) evocano come alternativa la creazione di movimenti di resistenza esterni, estranei alle istituzioni, dove far maturare socialmente le persone.

Questo punto è, credo perfettamente condivisibile salvo per un punto decisivo, ovvero l’idea di potersi tenere estranei alle istituzioni. Qui di nuovo c’è un grande equivoco. La coltivazione dell’associazionismo radicato territorialmente è la base fondamentale per ogni seria attività politica e pensare che spedire qualche singolo individuo all’interno delle istituzioni sia in qualche modo sufficiente a “cambiare le cose” è una perfetta assurdità. La rappresentanza istituzionale si chiama “rappresentanza” non a caso, il rappresentante “sta per” altri, li rappresenta, e può farlo efficacemente solo se dietro c’è un retroterra di associazioni strutturate con cui potersi consultare. Dunque la creazione di movimenti di resistenza al sistema è la carne e il sangue di un’attività politica istituzionale funzionante.

L’equivoco però è di pensare che queste forme di associazionismo territoriale siano esentate dall’onere di rapportarsi alle istituzioni e di obbedire alle loro ingiunzioni. Per fare un esempio, nel luglio dell’anno scorso in Francia, nel bel mezzo della situazione emergenziale “anticovid”, il sistema delle scuole parentali è stato stroncato con una legge del Parlamento che di fatto ha abolito il “sistema dichiarativo di educazione familiare” (IEF, Instruction En Famille) sostituendolo con un sistema di autorizzazione preventiva, subordinata a condizioni estremamente restrittive e arbitrarie. Di fatto il sistema delle scuole parentali è stato decapitato da un giorno all’altro.

Il punto è che senza voci di difesa solide nelle istituzioni la capacità di autoorganizzazione dal basso è sempre sotto la spada di Damocle di interventi ostativi che possono vanificare gli sforzi di anni.

D) Il punto 9) che riporto per mero scrupolo di completezza, è nel migliore dei casi una protesta simbolica ininfluente, nel peggiore un assist agli avversari. Registrarsi come elettori al seggio, ma senza ritirare la scheda per protesta sono certo che metterà una paura fottuta a Draghi e compagnia, ma a parte questo presenta possibilità di brogli simili al caso della scheda bianca (una scheda inutilizzata può essere votata a posteriori da qualche compiacente membro della commissione scrutinante).

E) L’idea del referendum propositivo (punto 10) come modalità di cambiare le cose è un’idea, mi perdoneranno i promotori, senza né capo né coda.

In primo luogo, a scanso di equivoci, bisogna ricordare che in Italia non esiste l’istituzione del referendum propositivo, ma solo quello abrogativo o consultivo. Dunque parliamo di un’operazione del tutto priva del benché minimo valore legale.

Ergo, alla fine di cosa si tratta?

Si tratterebbe di una raccolta privata di opinioni, ottenuta con campionatura sparsa, a seconda di dove si hanno le risorse per sondare le preferenze, e priva di ogni garanzia pubblica di non manipolabilità. Insomma un po’ meno che un sondaggio su Facebook.

Come esattamente si ritiene che ciò possa incidere sul “Leviatano”, di cui si ha appena detto che raccoglie tutti i “poteri forti” e che non è scalfibile neanche col voto elettorale, boh, rimane un mistero.

F) Ultima formula magica: l’Astensione Costituente, che, ci si dice, non è banale astensione, ma un’astensione propositiva, costruttiva, germe futuro di un corpo politico.

In sostanza si tratta di cercare di fare di tutti gli “astensionisti consapevoli” una nuova organizzazione politica. Ottimo, un’organizzazione accomunata da cosa?
Dall’adozione della strategia di astenersi?

Di tutto il resto si dovrebbe iniziare a discutere dopo, magari per scoprire che di concretamente comune non c’è nient’altro o quasi.

Dunque l’argomento in definitiva è: “Respingiamo i corpi politici esistenti, liste, partiti, ecc. perché, fidatevi, poi ne faremo uno noi di ben altra qualità.” Ma, costruire un corpo politico organizzato (che è assolutamente cruciale) presenta una principale difficoltà, non da oggi: bisogna trovare una linea comune sulla pluralità di temi che rappresentano la realtà delle decisioni politiche (quelle su cui si fanno i programmi politici). Qui si assume, per ragioni misteriose, che le persone che adottassero quella strategia elettorale astensionista avrebbero anche magicamente in futuro un’affinità politica, e capacità organizzative, tale da consentire senz’altro la costruzione di un partito.

Siamo al puro wishful thinking.

Conclusioni.

La strategia astensionista non è una strategia politica. È tutt’al più l’espressione psicologica della rassegnazione per una sconfitta anticipata.

Certo, se ritengo che tutte le alternative a disposizioni siano repellenti, non votare è l’unica opzione (se mi dicessero di scegliere tra Letta e Meloni io voto Paperino, siamo d’accordo). Se uno è convinto che tutte le opzioni disponibili siano inaccettabili, ok, quello fa bene a non votare.

In tutti gli altri casi, non votare è precisamente solo un favore all’establishment, a quegli stessi che hanno fatto tutto il possibile per mettere in difficoltà le forze antisistema costringendole ad una raccolta firme in condizioni assurde e storicamente senza precedenti. Non capire a chi questa strategia giova mi pare grave.

Senza un’organizzazione politica non si fa niente. Non si fanno riforme, non si fanno rivoluzioni, non si esercitano pressioni coordinate, non si organizzano scioperi, non si mobilita l’opinione pubblica. Qui siamo all’ABC della politica. L’analfabetismo politico degli ultimi trent’anni ci ha fatto dimenticare le basi.

L’ingresso nelle istituzioni non è decisivo per le persone, poche o tante, che vengono inserite nelle istituzioni stesse. Questa è solo una piccola parte. È decisivo perché si entra così in una dimensione costituzionalmente garantita e finanziata, che permette di organizzarsi meglio, di avere sedi, luoghi di ritrovo, di avere spazio nei mezzi di comunicazione, di venire a conoscenza del contenuto di atti pubblici, di dare voce alle esigenze dal basso dell’associazionismo, ecc. ecc.

Le elezioni non sono la meta. Se va bene sono l’inizio.

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