Striscia di Gaza: un po’ di storia a beneficio dei più giovani (e dei più distratti)

Bruno Steri – Marx21 – 23/10/2023

Striscia di Gaza: un po’ di storia a beneficio dei più giovani (e dei più distratti) – Marx21

 

L’espressione “territori occupati” (da Israele) è stata usata in primis dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (risoluzione 242) subito dopo la cosiddetta “guerra dei 6 giorni” (5-10 giugno 1967), incursione bellica israeliana giustificata con motivi di sicurezza nazionale e condotta contro Egitto e Siria, a seguito della quale Israele occupava appunto dei nuovi territori: il Sinai e Gaza, la Cisgiordania, le alture del Golan. Con la suddetta risoluzione, l’Onu chiedeva all’occupante il ritiro delle sue forze armate.

In particolare, la Striscia di Gaza, da cui è partita la recente operazione militare di Hamas ai danni di civili, è un territorio di 360 chilometri quadrati (per 2 milioni e 200 mila abitanti), situato lungo il Mediterraneo a Nord-Est della penisola del Sinai, confinante a Ovest con l’Egitto e a Sud-Est con Israele. Si tratta di una delle zone più densamente popolate al mondoPer 20 anni, fino alla guerra dei 6 giorni, l’Egitto era stato responsabile della Striscia, dopo averla occupata nel 1948 in concomitanza con la creazione dello Stato di Israele e la fine del mandato britannico. La risoluzione 242 è comunque restata lettera morta: infatti dal 1967 in poi Gaza è rimasta sottoposta all’amministrazione militare israeliana.

Il 1993 è l’anno della storica stretta di mano tra il premier laburista israeliano Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), avvenuta a Washington davanti al presidente Usa Bill Clinton e al ministro degli Esteri russo Andrei Kozirev: per la prima volta, israeliani e palestinesi si sono riconosciuti come interlocutori. L’evento è venuto a sancire emblematicamente gli accordi di Oslo, siglati due settimane prima, in cui è stata stabilita per Gaza la giurisdizione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Purtroppo le vicende successive hanno frustrato le speranze suscitate ad Oslo di una rapida e positiva evoluzione. E la giurisdizione dell’ANP è risultata null’altro che un assetto puramente formale. Nel 2004, con la morte di Arafat, Mahmud Abbàs (più noto col nome di Abu Mazen) è divenuto presidente dell’ANP. Egli subito dichiarava: ”Non è cambiato lo stato generale delle aree che avrebbero dovuto essere evacuate”.

L’anno dopo, la pressione della comunità internazionale induceva il premier israeliano Ariel Sharon a ritirare le basi militari e gli insediamenti coloniali. Ma la Striscia restava in realtà sotto il ferreo controllo di Israele: che manteneva la vigilanza sugli attraversamenti dentro e fuori Gaza e sul valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, controllava lo spazio aereo, le acque territoriali, il movimento di persone e merci per via aerea e marittima. Non a caso l’Onu continuò a considerare Israele una “potenza occupante”: Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite, e Christopher Gunner, portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati e la Palestina, in attuazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale dichiararono Gaza parte del territorio palestinese occupato.

Nel 2006, sono stati chiamati al voto i palestinesi residenti a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est: contrariamente a quanto previsto, l’organizzazione islamista Hamas ha vinto le elezioni col 44,5% dei voti, superando Fatah (41,3%), fino a quel momento guida dell’ANP, e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), partito di orientamento marxista-leninista che ha raccolto il 4,25% dei voti. Soprattutto i voti della Striscia di Gaza hanno assicurato ad Hamas la vittoria elettorale; e sempre nella Striscia ha preso piede a quel punto un duro scontro (non semplicemente elettorale) tra Hamas e Fatah, al termine del quale Hamas ha assunto il definitivo controllo politico del territorio.

Occorre aggiungere che lo scontro tra le due suddette organizzazioni palestinesi, nonchè il suo esito, sono spiegabili a partire dalle loro diverse impostazioni ideologiche. Hamas nasceva sotto l’influenza dell’ideologia islamista dei Fratelli Musulmani, organizzazione politico-religiosa che all’epoca governava al Cairo (dove aveva studiato per due anni lo stesso fondatore di Hamas, Ahmad Yasin). I suoi obiettivi principali erano e sono rimasti la distruzione di Israele e la creazione di uno stato islamico in Palestina. Tali posizioni sono entrate in contrapposizione con gli accordi stipulati da Fatah e con il riconoscimento dello stato di Israele implicito nella parola d’ordine “Due popoli, due Stati”. Inutile sottolineare che il cieco e unilaterale sostegno ad Israele di Stati Uniti ed Europa non ha certo favorito gli sforzi di Fatah in vista della creazione di uno Stato palestinese.

Nel 2007 Israele ha inasprito l’embargo di Gaza, con il controllo di persone e beni in entrata e in uscita: le persone ivi residenti non potevano varcare i confini se non in casi estremi. Condizione dichiarata illegale dalla Croce Rossa internazionale: “una punizione collettiva per le persone che vivono nella Striscia di Gaza”, attuata in violazione della quarta Convenzione di Ginevra la quale ha lo scopo di proteggere i civili che si trovano in mano nemica o in territorio occupato. Stesso giudizio formulato dall’organizzazione non governativa Human rights watch, che ha definito Gaza “una prigione a cielo aperto”.

A fine dicembre 2008 è scattata la famigerata operazione Piombo Fuso: una campagna militare lanciata dall’esercito israeliano con l’intento di “colpire duramente l’amministrazione di Hamas e generare una situazione di migliore sicurezza intorno alla Striscia di Gaza, attraverso un rafforzamento della calma e una diminuzione dei lanci di razzi, nella misura del possibile”. L’azione militare era infatti descritta come una risposta all’intensificarsi del lancio di razzi Qassam che avevano provocato 15 morti e decine di feriti tra la popolazione civile israeliana. Per parte sua, Hamas imputava ad Israele la rottura della tregua, con l’uccisione a novembre 2008 di alcuni suoi militanti e il blocco di convogli umanitari. In generale, tutte le organizzazioni palestinesi accusavano Israele delle decine di vittime provocate dagli attacchi aerei di inizio novembre. L’operazione Piombo Fuso si protrasse fino al gennaio del 2009, con il seguente esito: 1.417 morti palestinesi, 15 morti israeliani. Difficile pensare che un tale tragico esito abbia potuto favorire una “migliore sicurezza” e un “rafforzamento della calma”.

Per anni si è andati avanti con risoluzioni dell’Onu che nessuno si incaricava di concretizzare e con le reazioni di Israele tanto irritate quanto incuranti. Tra le tante: la risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza (1980) che dichiarava nulla l’annessione israeliana di Gerusalemme Est, chiedendone la revoca. Nel merito, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese, insieme alla Corte Internazionale di Giustizia, all’Assemblea Generale dell’Onu, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite considerava Gerusalemme Est “parte della Cisgiordania occupata”, lo Stato ebraico continuava a considerare l’intera Gerusalemme come sua capitale e suo territorio sovrano.

Del resto i governi israeliani avevano sempre negato e hanno continuato a negare che gli insediamenti fossero in violazione di una qualsiasi legge internazionale. Negli anni la musica non è cambiata. Ad esempio, nel marzo 2012 la Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti umani aveva deciso di istituire un gruppo incaricato di indagare “sulle implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese in tutto il territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est”. Per reazione, il governo israeliano ha cessato di collaborare con l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani e ha boicottato la Commissione per i Diritti umani delle Nazioni Unite. Il governo degli Stati Uniti, dal canto suo, ha invece aderito alla richiesta del governo israeliano nel tentativo di ostacolare la formazione di un tale gruppo di lavoro.

Analogamente, quando la Commissione Europea ha emanato le linee guida del programma finanziario 2014-2020 distinguendo, come possibili beneficiari di un sostegno Ue, tra Stato di Israele e territori occupati, si è attirata la replica indignata di Benjamin Netanyahu: “Come primo ministro di Israele, non permetterò che le centinaia di migliaia di israeliani che vivono in Cisgiordania, alture del Golan e nella nostra capitale unita di Gerusalemme vengano danneggiati. Non accetteremo alcun diktat esterno ai nostri confini”.

Riassumendo. Dopo decenni di segregazione e di condizioni di vita disumane, i palestinesi hanno accumulato una rabbia che oggi è tornata a esplodere tragicamente. La violenza genera violenza. La politica dell’Olp, dell’Autorità Nazionale Palestinese e di organizzazioni palestinesi non violente non ha dato purtroppo risultati politici significativi. In parte per loro responsabilità (inclusa la denuncia di casi di corruzione), ma soprattutto perché i governi israeliani che in questi anni si sono succeduti hanno spinto per la radicalizzazione dello scontro, favorendo una reazione violenta dei palestinesi alla loro violenza di Stato. Vi sarebbero prove sul fatto che Israele abbia tollerato l’islamismo fondamentalista, nonché incoraggiato e finanziato Hamas per indebolire l’Olp. E c’è chi si chiede come sia stato possibile che Israele sia stata colta di sorpresa: in proposito, circola la notizia che i servizi segreti egiziani avessero avvertito quelli israeliani sul fatto che in Palestina si stava preparando qualcosa di grosso. Non sono stati ascoltati. Per negligenza? Per scelta? Eppure il pericolo è venuto da Gaza, dove non vola una mosca senza che gli israeliani vogliano. Non possiamo e non intendiamo arrivare a tali paradossali conclusioni. Resta il fatto che Israele non ha costruito una politica estera tesa a normalizzare i rapporti con il mondo arabo ed anzi ha affidato la sua sicurezza alle armi e alla protezione degli Usa. Certamente, supportata in questo dall’Occidente: con in testa gli Stati Uniti, ma anche con un’Europa, Italia compresa, che non ha mai riconosciuto lo Stato palestinese ed ha lasciato che gli accordi di Oslo e le risoluzioni delle Nazioni Unite divenissero carta straccia.

In questa tragica congiuntura, occorrerebbe comunque cogliere oggi l’occasione per rilanciare una prospettiva di pace. In una tale prospettiva appare equilibrata la posizione della Russia e della Cina, su cui si è sin qui attestata tutta la Lega araba assieme all’Iran; ma anche l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Turchia: una posizione che ripropone l’attuazione delle risoluzioni Onu e il rilancio degli accordi di Oslo. Pare evidente che tale politica non possa essere lasciata nelle mani di Netanyahu (che oggi a Gaza bombarda ospedali causando centinaia di vittime) o solo in quelle di un indebolito Abu Mazen. Il rilancio di un nuovo negoziato non può non presupporre un accordo di massima tra le grandi potenze: Russia e Cina ci sono; purtroppo gli Usa lavorano in direzione opposta. Ma occorre insistere, facendo crescere nel mondo la volontà di pace e rendendo egemone il riconoscimento del diritto di esistere sia del popolo israeliano sia di quello palestinese. Nonostante le grandi difficoltà storico-politiche, non c’è alternativa alla ripresa di negoziati sulla base della parola d’ordine “due popoli, due Stati”.

 

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