Fulvio Grimaldi: “Dalle guerre non vinte al terrorismo”

Fulvio Grimaldi – 23/05/2024

MONDOCANE: DALLE GUERRE NON VINTE AL TERRORISMO (fulviogrimaldi.blogspot.com)

 

DALLE GUERRE NON VINTE AL TERRORISMO

“Spunti di riflessione” Paolo Arigotti intervista Fulvio Grimaldi per il “Ringhio del bassotto”

 

Dove si parte dall’abbattimento dell’elicottero del presidente Iraniano, Ibrahim Raisi, e si finisce nella lunga storia del terrorismo da me raccontato dalle bombe su Napoli del 1942, alle rivoltellate ai manifestanti del ’68-‘77, ai missili su Gaza del 2024, passando per l’equiparazione, all’Aja, di carnefici e vittime e all’allentamento, a Londra, del cappio al collo di tutti noi per interposto Julian Assange.

Ma ripartiamo da Ibrahim Raisi, finito in un recesso montano boscoso, buio di nebbia e pioggia, al termine di un attentato terroristico reso chiaro come un mezzogiorno d’agosto da fatti e ragionamenti.

Prima i ragionamenti. Chi fa questo tipo di guerra, dove si occulta la mano, ma si fa vedere quel tanto di mignolo da far capire il mittente del messaggio? Chi fa saltare i gasdotti inopportuni, la figlia di filosofi irritanti, i blogger russi sconvenienti, i generali dei Pasdaran dei quali hai tanta paura, gli scienziati iraniani che si occupano di nucleare civile, tutti i veri e non veri autori del rapimento degli atleti israeliani a Monaco, la maggior parte delle vittime del 7 ottobre nel nome di “Hannibal”, chI inventa, recluta, addestra, finanzia e manda a fare sfracelli gli invasati dell’ISIS e chi ne cura i feriti nelle cliniche sul Golan occupato? Potrei riempire un rotolo del Mar Morto con la lista di questo tipo di azioni che partono dal 1948, ma il cui padre e padrino vanta un album di ricordi lungo almeno tre secoli.

Il terrorismo è storicamente, ontologicamente ed escatologicamente tutto loro. Tutto.

Ma veniamo ai fatti. Un funzionario israeliano pubblica la notizia che l’elicottero di Raisi è precipitato un’ora prima che il fatto sia avvenuto. Un funzionario israeliano che ha voluto restare anonimo, ha dichiarato che Israele non c’entra- Dunque: la gallina che canta è perlopiù quella ha fatto l’uovo e, quanto al secondo comunicato: la sanno lunga i latini: Excusatio non petita, accusatio manifesta. Così tutti sanno che Israele, Stato strutturalmente fuorilegge, che compie genocidi e a chi protesta fa saltare l’ambasciata, ha fatto il colpaccio.

C’erano tre elicotteri della spedizione del presidente Raisi e del ministro degli esteri Amir-Abdollahian. Due sono arrivati a destinazione. Quello con i due statisti no. Venivano da un incontro con il presidente Ilham Aliyev, dell’omonima dinastia, dittatore dal 2003, proconsole degli USA e di Israele in Caucaso. Grazie alle armi per 10 miliardi ottenuti da Israele e a una flotta di droni israeliani, ha potuto attaccare e sfasciare il Nagorno Karabakh armeno. In compenso fornisce all’obbrobrio sionista la maggior parte del suo petrolio.

Al confine, sudest per l’Azerbaijan, nordest per l’Iran, sorvolato dall’elicottero di Raisi, è situata, ospitata da Aliyev, una base del Mossad, dotata delle più avanzate strumentazioni per sorvegliare quanto accade in Iran.

Pur trovandosi in condizioni meteorologiche pesantemente avverse, che avrebbero imposto un atterraggio d’emergenza su terreno ignoto, quindi nella prospettiva di ottenere immediati aiuti, l’equipaggio dell’elicottero non ha lanciato nessun Mayday, nessun SOS, nessuna comunicazione di alcun genere e, soprattutto, non si è attivato il Radiofaro, le cui comunicazioni scattano al primo segno di allarme.

L’evento che ha fatto precipitare il velivolo è stato improvviso, imprevisto, subitaneo. Del tutto riferibile a un’esplosione.

Fate voi. Gli iraniani non trarranno ufficialmente le conseguenze da questo concorso di indizi (molti di più di quanti occorrevano ad Agatha Christie per arrivare alla sua prova) Li costringerebbe a una risposta, o, del tipo di quella con successo inflitta a Israele, a tre sue basi militari, dopo lo sventramento dell’ambasciata a Damasco; o di tipo terroristico. Di cui, però non sono né pratici, né praticanti. Né loro, né i loro alleati e amici, né tutto il resto del cosiddetto Sud Globale. Il terrorismo è squisita esclusiva occidentale. Fin dalle Crociate, quando Riccardo Cuor di Leone passava a fil di spada tutti gli abitanti di San Giovanni d’Acri e il Saladino, riconquistata la città, non torse capello a nessuno.

Che ne dite che l’ennesima High Court inglese ha accettato l’appello di Julian Assange e ora si tirerà avanti un altro po’ con lo stillicidio cinese della goccia sulla libertà di stampa, salvando la faccia e oscurando quella di Assange, fino a farla diventare nera da necrosi?

Hanno detto che le autorità statunitensi non hanno fornito, l’assicurazione che per il giornalista australiano varrà il “Primo Emendamento”, quello che garantisce la libertà di parola, di stampa, di opinione. Dicono, a Washington, che quell’emendamento vale solo per i cittadini USA. Comunque sia, è la sollevazione in tutto il mondo contro il silenziamento, l’incarcerazione, dopo il tentativo CIA di assassinio, di Julian Assange e, con lui, di chiunque racconti le cose fuori dai binari tracciati dai poteri, che ha costretto questa masnada di terroristi giudiziari di traccheggiare ancora. Tocca insistere. Ne va del pensiero libero e della lingua non mozzata.

Karim Khan, procuratore ha chiesto l’arresto, per crimini di guerra e contro l’umanità, di Benjamin Netaniahu Yoav Gallant. Premier e ministro della Difesa dello Stato sionista, criminale fin dalla sua progettazione, fondazione, conduzione. Ma anche dei palestinesi di Hamas, Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh. Tutti sullo stesso piano, con le stesse imputazioni. Decideranno tre giudici che esamineranno la richiesta. Poliziotti che eseguirebbero l’ordine di cattura non ce ne sono.

L’equiparazione tra i due con la stella di Davide, sostenuti dalla potenza militare, economica, finanziaria e, ahimè, culturale atlantista mondiale, e i tre di Gaza sostenuti neanche più dall’UNRWA, è davvero immaginifica.

Da un lato, quello dei terroristi, chi conculca da ottant’anni la terra, i beni, le case, i corpi, le vite, i diritti di un popolo, millennario titolare di quella terra, dopo averne cacciato nel vuoto metà. Chi incarcera senza processo e tortura, chi distrugge gli strumenti basilari per la sopravvivenza, case, habitat, fonti e falde, coltivi, ulivi, luce, energia, cultura, formazione, scambi con il mondo. Chi scende da enormi e orrendi nuovi insediamenti, che devastano ambiente e storia, per rapire, rapinare, incendiare, bastonare, ferire, uccidere, distruggere impunito.

Chi a Gaza assalta una popolazione inerme, povera, rinchiusa, assediata, privata di tutto, una volta, due volte, sei volte, un’ultima volta definitiva per farla sparire dalla faccia della Terra, scagliando su bambini, donne, inermi quanto di più perfetto sia stato inventato per compiere genocidi, soluzioni finali, olocausti. Chi viola ogni legge e convenzione di guerra attaccando ospedali e sedi umanitarie e ONU, uccidendo medici e pazienti, seppellendoli a centinaia in fosse comuni dopo averne prelevato gli organi.

Chi ha incendiato e raso al suolo centinaia di centri abitati palestinesi per insediarvi colonie di immigrati da ogni parte del mondo con nessun diritto o legame con quella terra. Chi ha ucciso più bambini e donne di qualsiasi forza aggressiva e occupante nella storia del mondo. Chi a Gaza ha ucciso oltre 100 giornalisti e più di 250 operatori umanitari.

Chi nei suoi centri di detenzione in Cisgiordania e nel Negev tortura sistematicamente i prigionieri come documentato dall’emittente statunitense CNN sulla base di testimonianze di medici israeliani attivi in quei luoghi e di detenuti palestrinesi rilasciati. Chi nel corso dell’occupazione dal 1967 ha imprigionato o preso in ostaggio più di 750.000 palestinesi, con migliaia detenuti senza processo per anni.

Chi è protetto da una muraglia più che cinese di pregiudizi positivi fondati su vittimismo da Shoah e da presunto antisemitismo, e presunti valori democratici ineguagliati nella regione.

Dall’altro lato, chi si è difeso a termini dello statuto dell’ONU e del diritto di guerra che alle lotte di liberazione consente l’utilizzo di ogni mezzo di resistenza.

Il tribunale dell’Aja può fare le equiparazioni che vuole. Il mondo sa assegnare vizi e virtù. Lo Stato Sionista è moralmente e politicamente morto.

Qualche spazio nell’intervista è riservato a una panoramica sul mio libro “Uno sguardo dal Fronte”, a cura di Leonardo Rosi, uscito in questi giorni e che verrà presentato al Teatro Flavio, Roma, sabato 1.giugno, dalle 17.00.

 

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