Rassegna – 12/12/2025

Giambattista Cadoppi: Dall’Occidente in crisi al modello cinese: la via socialista nel XXI secolo
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Dall’Occidente in crisi al modello cinese: la via socialista nel XXI secolo
di Giambattista Cadoppi
Paolo Botta: Cos’è lo stato. Capitalismo, socialismo e democrazia nel XXI secolo. Rogas, 2025, Prefazione di Thomas Fazi. € 19.70
Il poliziotto del mondo potrebbe essere occidentale, ma il maestro del mondo, come è stato per millenni, risiede ancora in Oriente.
Andrew Hughes (2008)
Il saggio di Paolo Botta “Che cos’è lo stato” analizza con grande lucidità la crisi strutturale del capitalismo contemporaneo e la ridefinizione dello Stato come attore centrale nella regolazione dei processi economici, sociali e tecnologici del XXI secolo. L’autore sviluppa una prospettiva originale che intreccia critica marxiana, analisi geopolitica e riflessione sulle nuove forme di socialismo, ponendo particolare attenzione all’esperienza cinese come paradigma alternativo alla crisi occidentale.
Questo saggio si configura come un’opera di fondamentale importanza per la comprensione delle dinamiche socio – politiche contemporanee. L’autore non si limita a commentare l’attuale crisi dello Stato – nazione, ma procede a una ricognizione teorica radicale dei concetti di Potere, Politica e Stato. Il risultato è una tesi audace e ben argomentata: lo Stato non è affatto in declino, ma ha semplicemente rimodulato la sua sovranità e il suo protagonismo, spesso nascondendoli dietro le narrazioni ideologiche della globalizzazione e del neoliberismo. L’intero impianto logico, che culmina nell’analisi della strategia statale, compresa quella sulle diverse forme di socialismo, è di un rigore ammirevole e di una pertinenza ineguagliabile.
I. Il decostruzionismo metodologico: superamento dei falsi miti. Il fraintendimento dello Stato e il Mito antistatalista
Il punto di partenza è la critica al mito anti – statalista che ha dominato il dibattito occidentale dal Trattato di Maastricht in poi.
Andrea Cengia, Mino Conte, Massimiliano Tomba: Voti di sfiducia. Sul malessere contemporaneo della scuola
Voti di sfiducia. Sul malessere contemporaneo della scuola
di Andrea Cengia, Mino Conte, Massimiliano Tomba
Ogni tanto scuola e università lanciano alcuni segnali di malessere. Il più recente riguarda alcuni studenti che si sono rifiutati di sostenere l’orale della maturità. Ripensando con la giusta distanza temporale quell’accadimento è possibile ricollocarlo in un discorso più ampio di questioni che riguardano il mondo della scuola, la sua storia, la sua funzione e i sempreverdi propositi di riformare la riforma precedente. Le fonti giornalistiche hanno riportato le motivazioni addotte da alcuni di questi studenti in merito al loro rifiuto di sostenere l’intero arco della prova di maturità, in particolare il colloquio orale pluridisciplinare. Alcuni di loro hanno affermato di non essersi trovati a proprio agio «a seguire le regole e ad affrontare la scuola come gli altri». Altri hanno sostenuto che «un’intera carriera scolastica rischia di essere oscurata da tre prove svolte in pochi giorni», per poi aggiungere «i voti non definiscono il valore di una persona». Poche settimane dopo è seguita una pronta contromossa del Ministero volta a scongiurare nuovi casi del genere. Questione chiusa dunque?
Il nostro discorso vorrebbe spostare l’attenzione su altri aspetti, scivolati in secondo piano rispetto all’impatto mediatico generato dal gesto di queste studentesse e studenti. Troppa attenzione è stata posta sui voti. Si è detto: certo i voti non sono cosa piacevole, né per gli studenti né per i docenti che li devono dare; sarebbe meglio fare senza voti. E ancora: i voti, ad un certo punto, devono essere dati, ci siamo passati tutti, basta lamentarsi. Ai tempi del Sessantotto, ricorderete, le pressioni studentesche per il “voto politico” o meglio per il “18 politico”, finirono con l’introdurre una distorsione del diritto allo studio, sacrosanto, mutandolo in diritto tout court alla laurea. La contestazione del voto “di profitto” ha una sua storia, che tocca parimenti il sistema scolastico, e che passa anche dal j’accuse donmilaniano. L’Eldorado di un mondo dell’istruzione senza voti e mai giudicante è ben presente ancora oggi nell’immaginario pseudo emancipativo di chi vede in queste consuetudini la condensazione di ogni male, il sadismo divenuto istituzione, l’arbitrio del potere.
Roberto Lampa, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini: Attualità della pianificazione
Attualità della pianificazione
di Roberto Lampa, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini
Produttività e competitività non sono parametri naturali, indicano modelli che hanno mostrato di essere ingiusti e inefficaci. Bisogna invece sceglire collettivamente cosa e come produrre
Produttività e competitività vengono spesso presentate come categorie neutrali, semplici strumenti tecnici per interpretare le prestazioni dell’economia. Questa presunta neutralità è però una costruzione ideologica: serve a trasformare scelte politiche in vincoli oggettivi e a spostare sulle lavoratrici e sui lavoratori il peso degli squilibri macroeconomici.
Per ripensare un’alternativa occorre quindi innanzitutto smontare questi concetti che, sotto una veste tecnico-contabile, reggono l’architettura del capitalismo contemporaneo. In particolare va preso atto che quest’ultimo, dallo shock seguito alla scelta di Richard Nixon, nel 1971, di far saltare il sistema di cambi fissi basati sul dollaro americano in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale, si è caratterizzato per la fortissima apertura commerciale e finanziaria. Solo questa mutazione profonda delle economie di mercato ha posto al centro della scena i concetti di produttività e competitività, dato che in una simile configurazione del capitalismo la crescita economica è stata indissolubilmente legata ai surplus commerciali (neomercantilismo) e finanziari (differenziali dei tassi d’interesse).
Tuttavia, l’ennesima riconfigurazione dei mercati cui stiamo assistendo suggerisce che non si trattava certo di caratteristiche naturali delle economie capitaliste. In questo senso, assumere invece quelle specifiche caratteristiche istituzionali come date una volta e per tutte (e, quindi, insistere aprioristicamente su produttività e competitività) diviene un errore grave per un buon economista, e diventa imperdonabile per un economista «eterodosso» o «progressista».
L’ideologia della produttività
L’indicatore canonico della produttività – il valore aggiunto reale per ora lavorata – viene utilizzato come se misurasse l’efficienza fisica del lavoro. Quest’equivalenza, tuttavia, è un artificio teorico derivato da un impianto concettuale costruito esplicitamente per servire una visione dell’economia centrata sulla massimizzazione del profitto.
Compagno Alceste: Lenin tra Negri e Quadrelli
Lenin tra Negri e Quadrelli
di Compagno Alceste
Introduzione
Per molti autori e filosofi contemporanei che si definiscono “hegelomarxisti” ed esaltano questa tradizione contro le “degenerazioni del postmoderno” pongono i pensatori del “Marxismo classico” (Marx, Engels, Lenin e Mao) come inconciliabili rispetto alla teoresi del “pensiero postmoderno” e della sua filosofia: un percorso che parte dalla disputa tra Badiou e D&G1 e continua con le critiche di Preve e Fusaro come anche con scritti polemici come quello di “organi senza corpi” di Žižek2). Rispetto ai poststrutturalisti, la rottura sembra inevitabile, inconciliabile. La differenza, secondo questi pensatori, resta uno specifico riferimento concettuale e teorico nonché dialettico che viene rifiutato nella teoresi anti-hegeliana:
“decostruzione della realtà“ e del concetto di “negativo” contro invece la tangibile e reale “realtà dialettica marxista.”
Eppure, in questa “teoresi postmoderna” sempre si è cercati di riavvicinarsi alle idee marxiane e ai suoi esponenti più illustri. Emblematici sono la pagina e il giudizio che si dà di Lenin nell’Antiedipo:
“Ma appunto, come definire la vera alternativa senza presupporre risolti tutti i problemi? L’opera immensa di Lenin e della rivoluzione russa fu di forgiare una coscienza di classe conforme all’essere o all’interesse oggettivo, e conseguentemente di imporre ai paesi capitalistici un riconoscimento della bipolarità di classe.”
Eppure avvertono esattamente nella frase dopo:
“Ma questo grande taglio leninista non impedì la resurrezione di un capitalismo di Stato nel socialismo stesso, cosi come non impedì al capitalismo classico di aggirarla continuando il suo vero e proprio lavoro sotterraneo, sempre tagli di tagli che gli consentivano di integrare nella sua assiomatica sezioni della classe riconosciuta, rigettando più lontano, alla periferia o in enclavi, gli elementi rivoluzionari non controllati (non maggiormente controllati dal socialismo ufficiale che dal capitalismo)”3.
Andrea Cecchi: Un’umiliazione impensabile
Un’umiliazione impensabile
di Andrea Cecchi
L’accordo “impensabile” che gli Stati Uniti hanno appena offerto a Cina e Venezuela
“Andava combattendo ed era morto” si trova nell’Orlando Innamorato di Boiardo; è una citazione che mostra come Orlando, ferito mortalmente da Agricane durante un duello (dopo averlo decapitato, ma il colpo era stato così veloce che il corpo continuava a combattere), non si accorgesse della propria morte, continuando a lottare finché non cade, un momento che simboleggia la fatalità dell’amore e l’incredibile forza che esso conferisce anche di fronte alla morte.
Nel caso degli USA, la furia cieca è quella dell’innamorato del POTERE. Un potere dato dal monopolio del debito. Un potere “decapitato” che continua ad andare combattendo, ma che è morto!
Con questa newsletter, vorrei condividere la trascrizione di un video di YouTube che ho trovato molto interessante. L’analisi ci pone di fronte a un momento cruciale. Un momento in cui si sta scrivendo la storia. Stiamo vivendo i giorni che segnano il punto in cui il mondo come lo conosciamo non sarà più lo stesso di prima. Ho già approfondito queste tesi nella mia newsletter.
Ma quello che stiamo per apprendere è, a mio parere, la migliore descrizione finora fornita, per il 2025, di ciò che sta realmente accadendo. La struttura del potere mondiale sta cambiando rapidamente, quindi è meglio considerare ciò che sta accadendo, con una mente aperta e con un piano per affrontare al meglio questo sconvolgimento geopolitico globale. Condivido anche le considerazioni finali, ovvero che dopo un periodo di difficoltà, quello del GRANDE RESET, ci attende un nuovo sistema basato su risorse reali. Quindi guardiamo a questa fase come a quella in cui un organismo obeso e aggressivo viene messo a dieta ferrea. All’inizio sarà dura, ma poi si va a stare meglio.
«C’è un vecchio detto in geopolitica: puoi essere un impero o un debitore. Ma non puoi essere entrambi. Per 80 anni, gli Stati Uniti hanno sfidato questa regola.
Angelo d’Orsi: Russofobia, guerra e democrazia illiberale
Russofobia, guerra e democrazia illiberale
di Angelo d’Orsi
Gli storici di domani faticheranno a darsi una spiegazione e a dare una interpretazione convincente degli avvenimenti degli ultimi anni, nello spazio europeo centro-occidentale, con qualche integrazione d’Oltreatlantico. Tutto appare così assurdo, ingiustificato e ingiustificabile, e la narrazione che ne viene fatta è talmente lontana da tutta la documentazione disponibile, e sovente persino rovesciata rispetto alla realtà accertata dei fatti, che soltanto una lettura in termini di psicologia di massa, e di psichiatria relativamente alle élites potrebbe, forse, fornire qualche chiave di lettura.
In particolare della questione – perché ormai tale è, una questione psicopolitica – russofobia, e al suo persistere e dilagare a dispetto della verità accertata, siamo in difficoltà per darne conto. Secondo i russofobi la russofobia non esiste (o è una invenzione dei russofili indicati come agenti del nemico); ma noi caparbiamente dobbiamo ricordare invece che il sentimento antirusso è antico quasi quanto la Russia stessa e che si manifesta almeno dal momento in cui il Principato di Moscovia cominciò ad affermarsi ingrandirsi e rafforzarsi, tra il Cinquecento e il Seicento (basti citare l’ottimo libro di Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Roma, Sandro Teti Editore). E già prima, fin dal Basso Medioevo, verso i popoli dell’Est europeo, si poteva constatare diffidenza, che a volte sfiorava il razzismo “bianco” come se “quelli di là” bianchi non fossero. In fondo la “civiltà” si concentrava nei territori conquistati da Roma; oltre erano le tenebre, l’oscurità, l’ignoto che fa paura e che non si ha desiderio di conoscere. L’oltre a ben vedere includeva Bisanzio, l’erede di Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente.
In ogni caso era il motto romano «Hic sunt leones», riferito all’Africa, a predominare la coscienza euroccidentale verso l’universo eurorientale; il motto valeva anche per le terre dell’Est, ma a differenza del “Continente nero”, in questo caso era la paura a prevalere.
Manlio Dinucci: Ucraina: le prove cancellate
Ucraina: le prove cancellate
di Manlio Dinucci
Di fronte alla dominante narrazione politico-mediatica che fa apparire la Russia bellicista e aggressiva – mentre USA, NATO, UE e Ucraina vogliono porre fine alla guerra – riproponiamo la visione di alcuni brani tratti da puntate di Grandangolo degli ultimi anni. Essi contengono le prove inoppugnabili, cancellate dai “grandi media”, che la realtà è esattamente l’opposto di quella da loro rappresentata. Qui di seguito un filo conduttore della fase preparatoria della guerra, tratto dal libro L’Altra Faccia della Storia edito da Byoblu.
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Dal 1991, l’anno in cui l’Ucraina diviene repubblica indipendente dopo lo scioglimento dell’URSS, la NATO tesse una rete di legami all’interno delle forze armate ucraine. Contemporaneamente, attraverso la CIA e altri servizi segreti, vengono reclutati, finanziati, addestrati e armati militanti neonazisti. Una documentazione fotografica mostra giovani militanti neonazisti ucraini di UNO-UNSO addestrati nel 2006 in Estonia da istruttori NATO, che insegnano loro tecniche di combattimento urbano e uso di esplosivi per sabotaggi e attentati. È la struttura paramilitare neonazista che entra in azione il 20 febbraio 2014 in piazza Maidan a Kiev, nel corso di una manifestazione politica in cui si confrontano fautori e oppositori dell’adesione dell’Ucraina alla UE.
Andrea Zhok: L’epoca del Virtue Signalling
L’epoca del Virtue Signalling
di Andrea Zhok
Oggi il Teatro Grande Valdocco di Torino ha negato la sala, preventivamente noleggiata, al prof. Angelo D’Orsi che insieme al prof. Alessandro Barbero e a una pluralità di altri intellettuali avrebbero dovuto dar vita all’evento “Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la cultura e la scienza, censurare l’informazione”.
Simultaneamente si è infiammata ulteriormente la polemica per la presenza della casa editrice “Passaggio al Bosco” alla kermesse libraria “Più libri, più liberi” di Roma. Dopo Zerocalcare oggi è la volta di Corrado Augias ad annunciare la propria assenza dalla manifestazione per protesta contro il fatto di aver dato ospitalità a una casa editrice di estrema destra.
Questi due eventi hanno qualcosa di profondo in comune, qualcosa, vorrei dire, di epocale. Per metterlo in evidenza bisogna fare due osservazioni, la prima intorno alla temperie ideologica e la seconda intorno allo stile.
Sul piano ideologico, osserviamo innanzitutto come i posizionamenti di autori come D’Orsi e Barbero da un lato e dell’editore “Passaggio al bosco” dall’altro non potrebbero essere più diversi. Essi hanno una sola cosa in comune: testimoniano di narrazioni divergenti rispetto al conformismo perbenista sedicente “liberaldemocratico” che domina i centri di potere e di informazione in tutta Europa.
Questo conformismo, originariamente nato come frutto del trionfo neoliberale, oggi è ideologicamente immensamente flessibile, annacquato, ma è tenuto assieme, più che da qualche idea definita, dall’identificazione “virtuosa” con le preferenze dei “ceti erogatori di prebende”.
Guido Salerno Aletta: La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania
La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania
di Guido Salerno Aletta*
L’importanza di una ottima capacità di analisi si vede a distanza di tempo, non nella rissa da talk show, dove tutti cercano di prevalere in quell’ora e il giorno dopo dicono il contrario con altrettanta sicumera. Questo articolo, comparso ormai quasi nove mesi fa, su un giornale da noi distante ma obbligato a dare “notizie sicure” agli investitori, altrimenti chiude, conferma questa regola aurea.
Come sempre, ricordiamo che lo spazio “Interventi” è dedicato a quei contributi che risultano utili per la comprensione del mondo a prescidere dalle opinioni degli autori da noi selezionati oppure che si sono proposti. “La verità è rivoluzionaria“, sempre. E’ un criterio epistemologico, oltre che un’affermazione materialista…
Va dato atto a Guido Salerno Aletta, fra le altre cose ex Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, di essere uomo libero e di grande esperienza, “una risorsa di questo paese” a prescindere dal governo in carica e dal regime in vigore.
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Massimiliano Cannata: Nietzsche e il transumanesimo
Nietzsche e il transumanesimo
di Massimiliano Cannata*
Nel ponderoso e impegnativo saggio Nietzsche l’iperboreo (ed. il melangolo), Paolo Ercolani, filosofo dell’Università “Carlo Bo” di Urbino, ricercatore presso il “Dipartimento di scienze dell’uomo” traccia un percorso molto preciso mettendo in guardia il lettore dalla pericolosa prospettiva, alimentata da una significativa schiera di cantori acritici della potenza tecnologica, che vede come attuabile il sogno dell’uomo di ogni tempo: essere immortale. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: Ercolani non è certo un “apocalittico”, conosce bene il digitale, lo adopera nelle sue lezioni quotidiane, se ne serve per rendere più capillare ed efficace il suo insegnamento, frequenta i Social dove instaura un vivace dialogo con colleghi, studenti, fruitori dei suoi scritti. Dove sta allora il problema, verrebbe da dire? Il problema esiste perché viviamo in un tempo ricco di opportunità, come dimostrano le straordinarie applicazioni dell’IT e delle reti neurali: promettono un allungamento della vita, un potenziamento delle capacità diagnostiche, persino la possibilità di regolare il traffico liberandoci da questa “prigione” della modernità, ma non tutto converge verso un reale progresso della condizione umana. Qualcosa non funziona se si guarda all’innalzamento dei rischi fisici e informatici, al generale male di vivere che coglie le generazioni trasversalmente, al solipsismo tecnologico nuova malattia del nostro tempo, all’emersione dell’homo stupidus stupidus, contraltare di quella specie sapiens che sembrava inattaccabile, come ben tratteggiato da un celebre saggio di Vittorino Andreoli (ed. Rizzoli).
Giuseppe Masala: Eurosuicidio: lo spengleriano tramonto dell’Europa
Eurosuicidio: lo spengleriano tramonto dell’Europa
di Giuseppe Masala
Gabriele Guzzi, Eurosuicidio, Fazi Editore (2025)
È di questi giorni l’uscita di un’opera di importante respiro culturale scritta dal giovane economista Gabriele Guzzi. Si tratta del libro Eurosuicidio che tenta di fare luce sull’integrazione europea, vista da un’ottica non consolatoria, non retorica, ma improntata sulla realtà dei fatti.
L’integrazione europea, la nascita della moneta unica, è stata lo snodo storico più importante del continente degli ultimi cinquanta anni e sta comportato il completo sgretolamento – quasi una dissoluzione secondo l’autore – dei paesi europei, delle loro democrazie, delle loro economie e delle loro società. Appunto, per dirla con le parole dello stesso Guzzi, si è trattato di un vero e proprio suicidio, anzi di un eurosuicidio, come viene definito in maniera emblematica e quasi riecheggiando (forse inconsciamente) Oswald Spengler.
La tesi di fondo dell’opera è che l’attuale crisi dell’Unione Europea non sia figlia di un accidente della storia, ma sia dovuta a cause strutturali – intrinseche – al progetto stesso nato sulle macerie della seconda guerra mondiale.
Non saprei come dare torto all’autore. L’Europa è solo un trattato (come autorevolmente sostiene la stessa Corte Costituzionale tedesca) dunque non ha costituzione, e conseguentemente è priva di democrazia. Ma allo stesso tempo, vorrebbe ergersi a faro mondiale delle democrazie del mondo.
Emiliano Brancaccio: I sedicenti patrioti che non difendono l’acciaio italiano
I sedicenti patrioti che non difendono l’acciaio italiano
di Emiliano Brancaccio
Affrontare le crisi senza uno straccio di coordinamento internazionale affidandosi ai soli capitalisti privati. Potremmo chiamarlo “sovranismo padronale” e sintetizza bene le compulsioni del governo italiano in tema di ristrutturazioni
Affrontare le crisi senza uno straccio di coordinamento internazionale affidandosi ai soli capitalisti privati. Potremmo chiamarlo “sovranismo padronale” e sintetizza bene le compulsioni del governo italiano in tema di ristrutturazioni industriali. Il caso dell’acciaio è emblematico.
Quando si dice che di necessità si può fare virtù: l’eredità storica di paese carente di materie prime ci ha resi virtuosi nella produzione di acciaio. La siderurgia italiana è tra le più efficienti dal punto di vista del riciclo: circa l’85 percento del prodotto deriva da rottame ferroso, a fronte di una media europea del 60 e una media mondiale di appena il 30 percento. Per questa ragione, l’industria italiana è complessivamente anche la più pulita in assoluto: rispetto alla media mondiale, emettiamo meno della metà di tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di acciaio realizzata. Inoltre, a riprova del fatto che il problema principale non riguarda la quantità di occupati, l’acciaio italiano viene realizzato con livelli di produttività senza pari in larga parte del mondo: dal 25 al 35 percento di valore aggiunto in più per addetto rispetto ai principali concorrenti Ue.
Certo, la crisi in corso riguarda principalmente gli impianti ex-Ilva, che sono produttori della quota residua di acciaio primario, ossia non riciclato, di poco superiore al 10 percento nazionale.


