Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese.

Domenico Moro: Cosa c’è dietro le rivolte giovanili in Francia e gli altri sommovimenti in Europa?
Cosa c’è dietro le rivolte giovanili in Francia e gli altri sommovimenti in Europa?
di Domenico Moro
Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.
Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico
La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.
In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue.
Vivek Chibber: Shaikh, il più grande economista marxista
Shaikh, il più grande economista marxista
di Vivek Chibber
Scompare uno dei più brillanti studiosi di Marx, capace di aggiornare la sua lettura del capitalismo e di offrire un’analisi rigorosa, completa e utile alle trasformazioni attuali
Con la scomparsa di Anwar Shaikh, la comunità intellettuale di sinistra ha perso uno dei suoi membri più dinamici e brillanti. Anwar non era solo una figura di spicco tra gli economisti eterodossi; era il più brillante economista marxista della sua generazione e probabilmente il più importante dai tempi di Karl Marx stesso. Ha fatto più di qualsiasi altro economista contemporaneo per far rivivere la tradizione classica dell’economia politica, associata ad Adam Smith, David Ricardo e Marx. Ha poi applicato tale quadro teorico alle dinamiche di breve periodo analizzate dalla tradizione keynesiana, dimostrando che la teoria economica classica era in grado di analizzare gli stessi fenomeni e di integrarli in un unico quadro onnicomprensivo. E come se non bastasse, ha portato a termine l’arduo compito di rendere operative le categorie marxiste per mostrare come le regolarità empiriche del capitalismo moderno fossero governate dai meccanismi descritti da Marx nei volumi del Capitale. Nella storia dell’economia marxista, è improbabile che ci sia stata un’altra figura che abbia fatto di più per promuovere il suo programma e consolidarlo.
Shaikh nacque a Karachi, in Pakistan, nel 1945. Tuttavia, poiché suo padre era impiegato nel servizio diplomatico pakistano, trascorse gran parte della sua formazione in Medio Oriente, nel Sud-est asiatico e in Turchia. Completò gli studi superiori negli Stati Uniti, laureandosi in ingegneria a Princeton nel 1965 e conseguendo poi un dottorato di ricerca in economia alla Columbia University nel 1973. Si è quindi trovato al centro dei movimenti studenteschi dell’epoca: pacifisti, per i diritti civili e femministi. Come molti degli studenti più talentuosi della sua generazione, si è radicalizzato politicamente nel marxismo e ha dedicato il suo straordinario talento allo sviluppo della teoria economica marxista.
Al centro del suo progetto di ricerca c’era la tesi che il capitalismo sia alimentato dalla continua ricerca di profitti da parte delle imprese. Questa potrebbe sembrare un’affermazione ovvia, ma i modelli teorici dominanti nell’economia eterodossa alla fine degli anni Sessanta non erano adatti a cogliere le dinamiche fondamentali del capitalismo.
Lavinia Marchetti: Un’Europa che divora i suoi figli
Un’Europa che divora i suoi figli
di Lavinia Marchetti
Cresciuti nell’austerità e nelle politiche panottiche e concentrazionarie, i ragazzi vogliono solo insegnanti e scuole e non morire nelle trincee, ma vengono repressi e mutilati
Abbiamo vissuto decenni, dal dopoguerra fino ai primi anni 2000, in cui i ragazzi entravano nelle piazze chiedendo troppo. L’eccedenza era sul futuro. I ragazzi erano affamati di futuro. Nel 1968 volevano rovesciare i rapporti d’autorità, mettere in discussione chi comandava nelle università e nelle fabbriche, contestavano la società dei consumi, parlavano di autogestione, dignità, eguaglianza. Nel 2001 una generazione ancora pensava abbastanza in grande da prendersela con l’ordine economico mondiale. C’erano errori di eccedenza, succede, i giovani sono vivi, hanno molto tempo davanti, così tanto da pretendere un futuro.
Quello che sta accadendo adesso in Europa ci offre un racconto molto più triste. La misura delle pretese si è abbassata fino quasi alle condizioni elementari dell’esistenza. Cosa chiedono i ragazzi nel 2026? Un professore presente in classe. Un edificio scolastico che non gli crolli addosso, magari un’aula senza topi. La possibilità di andare all’università senza essere eliminati da un algoritmo di selezione. Un affitto che uno stipendio possa pagare. A diciott’anni, magari, il desiderio di ricevere una lettera dall’università prima di un questionario dell’esercito.
Perché questi ragazzi non sognano in grande? Ma è ovvio! Il futuro sopravvive, ristretto alla manutenzione del presente. Mark Fisher aveva ripreso da Franco “Bifo” Berardi l’espressione: «la lenta cancellazione del futuro». Berardi collocava l’inizio di questa mutazione negli anni Settanta e Ottanta e parlava della scomparsa di una certa percezione psicologica del domani, quella fiducia moderna secondo cui ciò che sarebbe venuto avrebbe potuto essere radicalmente diverso da ciò che già esisteva. Fisher ne fece una delle intuizioni centrali di Ghosts of My Life. Oggi mi è venuto spontaneo pensarci davanti ai licei francesi. Mentre i ragazzi chiedono banchi e insegnanti lo Stato manda CRS, granate assordanti, LBD, taser ed energumeni anfetaminici pronti a spaccare teste. Migliaia di agenti.
Mark Fisher aggiunse all’espressione di Bifo un’altra formula altrettanto utile: la «deflazione delle aspettative». Questo funziona quando la trasformazione sociale perde credibilità. Che cosa resta dei sogni, di quell’eccedenza di futuro da vivere? Beh, l’amministrazione di ciò che esiste. Si può aspirare a un impiego meno precario, a un appartamento accessibile di periferia, a una vita su binari appena appena più stabili. Pensare un ordine completamente diverso appare quasi infantile, oppure estremista.
Alessandro Volpi: Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio
Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio
di Alessandro Volpi*
La folle dipendenza dell’Unione europea dagli Stati Uniti presenta un altro incredibile capitolo.
La precarietà degli stoccaggi di gas in Europa sta rimettendo a nudo l’estrema vulnerabilità del modello energetico continentale, rivelando un quadro politico e commerciale in cui le scelte dell’Unione continuano a essere condizionate dalle decisioni di Washington.
Con l’avvicinarsi della stagione fredda e le riserve europee a livelli di guardia, il fabbisogno di metano rimane elevato, lasciando il sistema energetico privo dei margini di sicurezza necessari per assorbire eventuali choc sulle forniture.
In questo contesto si inserisce la recente Intesa raggiunta dal presidente statunitense Donald Trump con Vladimir Putin, che prevede l’avvio di ingenti forniture di gas russo e gasolio verso gli Stati Uniti. Tale accordo riflette una precisa strategia americana volta a mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti energetici e a mitigare la pressione inflazionistica interna sui carburanti, mantenendo una pragmatica flessibilità negoziale con Mosca.
Tuttavia, mentre Washington stringe intese bilaterali per soddisfare la propria domanda strategica, l’Europa rischia di subire le conseguenze indirette della politica sanzionatoria statunitense.
È infatti al vaglio l’ipotesi dell’inserimento formale del colosso russo Novatek nella lista nera delle sanzioni Usa. Un provvedimento di questo tipo determinerebbe il blocco operativo immediato dell’infrastruttura di export da cui dipendono i terminali che ancora inviano metano liquido al mercato europeo.
Giacomo Gabellini: La “formula magica” con cui l’Iran condiziona gli USA e i mercati
La “formula magica” con cui l’Iran condiziona gli USA e i mercati
di Giacomo Gabellini
Nei giorni scorsi, Kpler ha quantificato in almeno 16,5 milioni di barili al giorno l’ammontare medio raggiunto nel mese di settembre dalle esportazioni di petrolio dalla regione del Golfo, nell’ambito di graduale ritorno dei flussi sui livelli prebellici. Una quota significativa dell’output è transitata attraverso lo Stretto di Hormuz, che la scorsa settimana ha registrato volumi medi di greggio in uscita superiori ai 14 milioni di barili al giorno segando un incremento di oltre il 210% rispetto al minimo di circa 4,5 milioni di barili giornalieri di media toccato nel mese di marzo.
Un risultato strabiliante, ascritto generalmente al danneggiamento e/o distruzione dei radar e dei sistemi di comunicazione iraniani situati nelle zone costiere ad opera delle forze statunitensi. Le operazioni di “bonifica” hanno posto le basi per l’instaurazione di un corridoio di navigazione a doppio senso a ridosso delle coste dell’Oman, di cui i mercantili si sono serviti per entrare nel Golfo Persico, imbarcare petrolio, riattraversare lo Stretto e trasferire il carico su navi in attesa al di fuori del passaggio marittimo, sotto la supervisione della US Navy.
Di questa “rotta sicura” si è avvalsa anche l’Arabia Saudita, specialmente in seguito al danneggiamento in più punti dell’oleodotto East-West ad opera delle milizie irachene. La conduttura aveva assicurato a Riyadh la possibilità di convogliare parte rilevante (4-5 milioni di barili al giorno) della produzione petrolifera verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, così da aggirare lo Stretto di Hormuz.
Alessandro Bartoloni: Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere
Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere
di Alessandro Bartoloni
Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.
A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.
Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.
Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.
L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.
Patrizio Paolinelli: Democrazia liberale e nuova destra
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Democrazia liberale e nuova destra
di Patrizio Paolinelli
Nel panorama politico statunitense le correnti di destra abbondano e, in prima istanza, possono essere divise tra conservatrici e reazionarie. Oggi la corrente reazionaria più aggressiva è rappresentata da figure come Elon Musk, Peter Thiel e Curtis Yarvin. Nel saggio Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Donzelli, 2025, pp. 208, 16,00 euro), Alessandro Mulieri offre una documentata ricostruzione di un fenomeno al contempo politico, economico e tecnologico. L’autore, Direttore di ricerca del Cnrs e docente a Sciences Po di Parigi, osserva criticamente le origini e le idee di un movimento che minaccia le fondamenta della democrazia liberale. La sua prospettiva si mantiene all’interno della stessa democrazia liberale e muove dalla preoccupazione per il radicalismo di alcuni ideologi reazionari legati alla Silicon Valley e vicini al trumpismo.
La tesi di Mulieri è che non stiamo semplicemente assistendo all’assalto contro le istituzioni democratiche da parte dell’attuale amministrazione statunitense, ma a una vera e propria “rivoluzione reazionaria” organizzata da una rete di imprenditori, ideologi e politici etichettati dallo studioso come tecnomonarchi. Gli esponenti della nuova destra presi in esame non costituiscono un blocco perfettamente omogeneo. Condividono però una radicale sfiducia nei confronti della democrazia egualitaria e immaginano forme di governo nelle quali lo Stato è amministrato secondo logiche aziendali. Nel libro compare anche la nozione di “tecnofascismo”. La quale non si riferisce al fascismo storico, ma a un potere assolutistico, fondato sull’incontro tra dominio politico, ricchezza privata e controllo tecnologico.
Alessandro Visalli: Discorsi a New Delhi. Questioni di dipendenza e scontro di Piattaforma
Discorsi a New Delhi. Questioni di dipendenza e scontro di Piattaforma – Parte prima e seconda
di Alessandro Visalli

Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima, parleremo del contesto emerso nei dialoghi tenuti alla riunione Brics di New Delhi. Di seguito presenteremo due casi utili a comprendere il contesto del confronto e scontro tra sistemi diversi che si sta affacciando sulla scena mondiale. Nella seconda ne approfondiremo ragioni e conseguenze.
La prima pubblicazione è avvenuta sul sito on line de La Fionda (https://www.lafionda.org/2026/10/06/discorsi-a-new-delhi-questioni-di-dipendenza-e-scontro-di-piattaforma/)
Parte Prima
Sommario
La trasformazione in corso della struttura dell’economia mondiale può essere descritta attraverso la chiave della transizione tra il modello neoliberale[1] e il potere unipolare occidentale ed un modello che si fa strada dentro gli spazi creato dalla sua estenuazione[2]. Tutto questo incarna la lotta per controllare, ancora una volta, il mutamento della “Piattaforma tecnologica”[3]. Piattaforma mutata nel tempo da quella fordista (dei cosiddetti ‘trent’anni gloriosi’) a quella dell’accumulazione flessibile (neoliberale), verso una nuova dimensione della produzione dell’umano stesso che si affaccia con le recenti e potentissime tecnologie dell’informazione. Provvisoriamente, consideriamo “Piattaforma tecnologica” il complesso delle condizioni e regolazioni, ma anche delle relazioni che integrano e rendono efficaci i diversi “Sistemi tecnici” intorno ai quali si attiva la competizione tra sistemi.
Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni, Roberto Sidoli: Dibattito sulla Cina
Dibattito sulla Cina
La pratica demolisce la tesi putrescente della Cina imperialista
di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni, Roberto Sidoli
La politica internazionale cinese va giudicata attraverso rapporti economici, strumenti coercitivi e proiezione militare, non mediante analogie astratte. I fatti del 2026 confermano una distanza strutturale dall’imperialismo statunitense, pur imponendo di analizzare con rigore le nuove forme della presenza cinese all’estero
È passato circa un mese dalla pubblicazione del nostro articolo intitolato Perché la Cina non è una potenza imperialista[1], testo finalizzato a confutare un articolo apparso sul sito Pungolo Rosso: La Cina ha raggiunto la maturità imperialista? La nostra risposta, sulla traccia di un certo V. I. Lenin.[2]
Ora, anche durante questo breve periodo la praxis globale su scala internazionale ha demolito la teoria sulla presunta equazione tra Cina contemporanea e imperialismo.
Aiuti, sanzioni e cooperazione
Partiamo dai Caraibi: venerdì 7 agosto, protagonisti Cuba e la Cina.
“Il governo cinese ha consegnato a Cuba altri 5.000 sistemi fotovoltaici destinati ai 169 municipi del paese, per elettrificare abitazioni rurali isolate e garantire energia di riserva a strutture sanitarie, servizi per l’infanzia e altre infrastrutture essenziali.
Il Governo cinese ha consegnato ufficialmente a Cuba, questo venerdì, una seconda donazione di 5.000 sistemi fotovoltaici, che interesserà tutti i 169 municipi del paese. Le apparecchiature saranno destinate all’elettrificazione di abitazioni isolate nelle zone rurali e a garantire, attraverso l’energia solare, una fonte di alimentazione di riserva per strutture sanitarie e servizi di emergenza medica, asili nido, case di accoglienza per minori privi di tutela familiare, filiali bancarie e altre strutture, così da assicurare la continuità di questi servizi essenziali alla popolazione cubana.
La cerimonia di consegna si è svolta presso la sede del Ministero del Commercio Estero e dell’Investimento Straniero, dove le autorità dei due paesi hanno sottolineato l’importante impatto sociale della donazione.
Davide Malacaria: Accordo con Putin: la mossa del cavallo di Trump
Accordo con Putin: la mossa del cavallo di Trump
di Davide Malacaria
La distanza tra Kiev, i suoi sponsor e Trump è ormai palese. Il presidente americano, a fronte all’irriducibilità dei suoi interlocutori, ha deciso di forzare la mano, nulla importando della loro resistenza. Meglio, di aggirarla con una mossa del cavallo. Ed è interessante anche la reazione di Trump alle furibonde critiche di Zelensky: interpellato sul tema, si è limitato a rispondere: “Okey”
L’accordo tra Trump e Putin sul gasolio russo, che ne consente l’esportazione, non riguarda le Midterm, di cui a Trump non importa nulla (lo ha pure detto…), quanto la geopolitica globale. Infatti, Trump sa perfettamente che non abbasserà di molto il prezzo del gasolio in America, fattore che dovrebbe condannare il suo partito alla sconfitta, e che l’impatto vero di tale misura, comunque sempre insufficiente a riequilibrare il mercato, inizierà a novembre, quando il voto si sarà consumato.
Per un’analisi dettagliata sul tema rimandiamo al Washington Post, quel che interessa evidenziare, invece, è che la mossa di Trump è Politica, con la P maiuscola (cioè non elettorale) più che economica, e avrà effetti sia nel ristretto ambito del conflitto ucraino sia a livello globale.
Sull’Ucraina è palese che è una mossa contro Zelensky e i suoi sponsor internazionali, che infatti sono furibondi, e per dimostrarlo Kiev ha colpito una infrastruttura petrolifera russa subito dopo l’annuncio dell’intesa.
Roberto Iannuzzi: Le rivelazioni sul 7 ottobre al centro dello scontro elettorale in Israele
Le rivelazioni sul 7 ottobre al centro dello scontro elettorale in Israele
di Roberto Iannuzzi
Le rivelazioni sugli avvertimenti di Emirati ed Egitto al governo Netanyahu prima dell’attacco di Hamas infiammano una campagna elettorale decisiva per il futuro di Israele e della regione
A tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, mentre la regione mediorientale è avvolta da conflitti che rischiano di estendersi ulteriormente, Israele si avvia verso elezioni cruciali in un clima estremamente teso.
La crisi economica aggravata da una mobilitazione militare permanente, la collera diffusa per l’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare, le violenze dei coloni in Cisgiordania, lo scontro fra governo e magistratura, compongono una miscela esplosiva potenzialmente in grado di affossare il paese.
Gran parte della campagna elettorale ruota attorno alla polemica su cosa accadde realmente il 7 ottobre. Accuse reciproche vengono scambiate fra gli apparati di sicurezza e il governo riguardo alle responsabilità per la reazione tardiva e scomposta all’attacco di Hamas e delle altre fazioni palestinesi.
In questo quadro, hanno avuto un impatto dirompente le rivelazioni apparse su giornali israeliani ed americani, secondo cui Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Egitto avrebbero preavvertito il premier Benjamin Netanyahu su una possibile minaccia proveniente da Gaza nei giorni precedenti l’attacco.
Tali avvertimenti si sommano a un insieme già cospicuo di indizi che erano in possesso dei vertici israeliani nelle settimane e nei mesi che precedettero il 7 ottobre, mettendo così in discussione la narrazione dell’attacco “inaspettato”.
Alberto Comparini: Anne Carson Nobel unanime
Anne Carson Nobel unanime
di Alberto Comparini
Ogni anno, quando a Stoccolma viene annunciato il premio Nobel per la letteratura, ho l’impressione di assistere a una messa in scena sorprendentemente fedele dell’Antigone di Sofocle. Ma più che un nome – Eteocle o Polinice, Philip Roth o Bob Dylan – gli attori in scena sembrano essere disposti a sacrificarsi per difendere un principio: un’ideologia, ora più ora meno conservatrice, di che cosa il Nobel dovrebbe essere e rappresentare. E come Antigone e Creonte, ciò che si contende non è tanto il corpo esamine (del fratello e del nipote) quanto la legge che dovrebbe stabilirne il valore reale, di ciò che è e rappresenta la letteratura, oggi.
Da questo punto di vista, il 2016 è forse l’anno che più di ogni altro ha acceso gli animi e le tastiere di critici, aspiranti tali e lettori – attenti, curiosi, ma anche occasionali. Tutti si sentirono coinvolti e chiamati in causa per difendere o contestare la legittimità letteraria delle canzoni – o poesie? – di Dylan, un po’ come era accaduto nel 1997 con Dario Fo e il teatro. Un caso tebano forse ancora più calzante è quello del 2019, quando fu premiata la straordinaria opera di Peter Handke, mentre al centro della discussione finirono le sue posizioni extra-letterarie (politiche), in un dibattito – a mio avviso particolarmente sterile – che ancora oggi non sembra essersi esaurito.
Del resto, come scriveva Giorgio Caproni a proposito di un poeta genovese trapiantato a Milano e insignito del Nobel nel 1975, “ciascuno ha il suo Montale, ritagliato a misura. / Vale quello che vale, / secondo natura e misura”.
Emiliano Brancaccio: Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo
Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo
di Emiliano Brancaccio
La morte dell’economista britannico di origini pakistane. Pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica
«Non si vedeva un libro simile da 150 anni»: James Galbraith salutò così Capitalism: Competition, Conflict, Crises, il monumentale trattato di Anwar Shaikh. Un’opera che tenta di costruire una teoria generale del capitalismo, contro le micragnose parzialità del pensiero economico contemporaneo. Di origine pakistana, nato a Karachi nel 1945, scomparso in questi giorni, Shaikh ha insegnato per mezzo secolo alla New School for Social Research di New York. Un eterodosso capace di mettere all’angolo i più eminenti custodi della dottrina neoclassica dominante. Nel 1974 pubblicò sulla Review of Economics and Statistics un esperimento provocatorio, con cui mostrava alcuni limiti della celebre teoria neoclassica della crescita, elaborata dal futuro premio Nobel Robert Solow.
QUESTI REPLICÒ in modo frettoloso e sprezzante. E la rivista negò a Shaikh il diritto di controreplica. Due icone del pensiero critico, Joan Robinson e Geoffrey Harcourt, denunciarono la censura: «Un trattamento insolitamente scorretto di un giovane studioso da parte di uno affermato». Shaikh raccontò che quell’articolo lo aveva praticamente «espulso dalla professione» per lungo tempo. Non bastò a fermarlo.


