[SinistraInRete]Danny Shaw: “L’imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia”

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Danny Shaw, statunitense, con un passato da pugile professionista, è accademico, professore alla New York University (dove è stato sanzionato per il suo sostegno alla causa palestinese), analista di Relazioni Internazionali per Telesur, RT, Hispan TV.

 

Danny Shaw: “L’imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia”

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“L’imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia”

Geraldina Colotti intervista Danny Shaw

jnsdnugfytDanny Shaw, statunitense, con un passato da pugile professionista, è accademico, professore alla New York University (dove è stato sanzionato per il suo sostegno alla causa palestinese), analista di Relazioni Internazionali per Telesur, RT, Hispan TV. A New York partecipa ai movimenti per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores e, sempre l’8 ottobre, in occasione dell’udienza per la concessione degli arresti domiciliari a Flores per gravi motivi di salute, si recherà davanti al tribunale che dovrà decidere se concedere la misura alternativa alla detenzione. Lo abbiamo intervistato su questo tema e sulla situazione internazionale vista dal Nord America.

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Professore Shaw, dal suo osservatorio a New York e dal suo costante attivismo, come analizza l’attuale clima politico negli Stati Uniti di fronte all’avanzata delle destre estreme, alle politiche di persecuzione, deportazione di massa e alla propaganda sulla “remigrazione” che colpiscono milioni di lavoratori migranti?

Qui la repressione contro gli immigrati è fortissima. Fin dall’inizio della campagna di Donald Trump, gli immigrati sono stati usati come capro espiatorio per addossare loro tutta la colpa di un’economia che non risponde ai bisogni della popolazione. Ci sono più di 40 milioni di americani che vivono sotto la soglia di povertà, e questo in un Paese con un’economia, un Prodotto Interno Lordo, superiore a 30 trilioni di dollari.

Diversi miei studenti, mentre andavano a lezione nel Bronx, sono stati fermati e discriminati dall’ICE e, se non riescono a presentare il loro atto di nascita e il passaporto, rischiano persino di essere deportati e separati dalle loro famiglie. Sono già più di 25 mila gli immigrati deportati in Paesi terzi che non hanno nulla a che fare né con loro né con i luoghi in cui sono nati e cresciuti.

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Thomas Fazi: La narrativa della “guerra ibrida russa”: una nuova strategia di tensione della NATO?

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La narrativa della “guerra ibrida russa”: una nuova strategia di tensione della NATO?

di Thomas Fazi

Le prove confermano questa narrativa? Oppure indicano piuttosto che una “guerra ibrida” — una campagna di guerra psicologica — sia condotta proprio dall’establishment UE-NATO contro la propria popolazione?

central park reuters.jpgQuesto è un articolo che avevo intenzione di scrivere da molto tempo, sin dall’isteria sui «droni russi» della fine del 2025, ma gli impegni della vita mi hanno impedito di farlo. L’ultima ondata di affermazioni sulla «guerra ibrida russa» mi ha finalmente spinto a mettermi all’opera. Per quanto ne so, si tratta dell’analisi critica più dettagliata della narrativa della «guerra ibrida russa» pubblicata finora — ed è anche per questo che è piuttosto lunga. Come sempre, commenti, correzioni e integrazioni sono benvenuti.

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Ultimamente, in Europa non passa giorno senza che qualche allarme droni, incendio o blackout venga attribuito alla Russia. Ci viene detto che questi incidenti fanno tutti parte di una implacabile “guerra ibrida” che la Russia sta conducendo contro l’Europa — una guerra che comprende incursioni di droni, violazioni dello spazio aereo, sabotaggi, incendi dolosi, attacchi informatici e altro ancora. Ci viene detto che ciò «comprende complotti per collocare ordigni incendiari a bordo di aerei cargo della DHL, far saltare in aria binari ferroviari in Polonia e incendiare magazzini e centri commerciali in tutta Europa», oltre ad «atti di sabotaggio contro le aziende e l’industria della difesa in Europa», e «attacchi alle infrastrutture critiche europee» — ma anche, a quanto pare, l’invio di agenti segreti incaricati di defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi. Ci viene inoltre detto che «tali attacchi hanno avuto inizio poco dopo che la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022» e si sono intensificati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Secondo Kaja Kallas, «l’Europa sta affrontando una rapida proliferazione di attacchi di sabotaggio e violazioni dello spazio aereo».

Le tensioni si sono intensificate drasticamente il mese scorso dopo che la Germania ha formalmente attribuito alla Russia un tentativo di attacco con un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia/Halle; secondo quanto riferito, le successive indagini hanno ricondotto l’operazione ai servizi segreti militari russi.

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Alessandro Scassellati: Fuggire dal capitalismo con Clara E. Mattei

Fuggire dal capitalismo con Clara E. Mattei

di Alessandro Scassellati

Recensione del libro Fuga dal capitalismo di Clara E. Mattei 

clara 200x300.jpg1. Introduzione e inquadramento editoriale: la genealogia di un’eresia necessaria

Nel panorama asfittico della teoria economica contemporanea, dominato dal monolitismo neoclassico e da un neoliberismo che ha saputo interiorizzare persino le proprie crisi strutturali, il lavoro di Clara E. Mattei si pone come un atto di radicale igiene intellettuale. La traiettoria editoriale di Fuga dal capitalismo testimonia la cogenza e l’urgenza politica del suo nucleo argomentativo. Nato originariamente in Italia nel 2023 con il titolo militante L’economia è politica per i tipi di Fuoriscena, il testo è stato successivamente internazionalizzato ed espanso nella versione in lingua inglese Escape from Capitalism: An Intervention (Simon & Schuster, New York 2026), per poi fare ritorno nel circuito editoriale italiano (pubblicato nel catalogo Fuoriscena RCS nel 2026) in una veste definitiva, ampiamente rivista, aggiornata e strutturata come un vero e proprio manifesto per una economia eterodossa e un socialismo umanistico.

Se già con il seminale The Capital Order: How Economists Invented Austerity and Paved the Way to Fascism (University of Chicago Press, Chicago 2022), che il Financial Times aveva inserito tra i dieci libri di economia più influenti dell’anno — pubblicato in italiano con il titolo Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo (Einaudi, Torino 2022) — Mattei aveva dimostrato come l’austerità sia storicamente nata dall’alleanza tattica tra economisti liberali (figure di rilievo come Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Luigi Einaudi, Umberto Ricci e Alberto De’Stefani) e il regime fascista di Mussolini per blindare la proprietà privata contro la minaccia del Biennio Rosso (1919-1920), in Fuga dal capitalismo questo nesso si fa sistemico. L’autrice svela come il fascismo non sia stato un’eccezione storica, ma il braccio armato e violento di una democrazia liberale pronta a sacrificare se stessa pur di proteggere l’ordine del capitale. Mattei prende di mira l’intera architettura epistemologica della scienza economica dominante, svelandone la natura intrinsecamente ideologica e apologetica. La tesi di fondo, squisitamente materialista, rompe con il fatalismo della sinistra riformista ed è mossa da una premessa analitica netta: l’autrice adotta pienamente la definizione di capitalismo di matrice marxiana, intendendolo non come un mero spazio di scambi commerciali, bensì come un modo di produzione storicamente determinato e fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla separazione strutturale tra la classe proprietaria e i lavoratori salariati.

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Davide Malacaria: 7 ottobre, tre anni dopo

7 ottobre, tre anni dopo

 di Davide Malacaria

I media israeliani vicini alle forze di opposizione, al doloroso ricordo della strage intervallano interrogativi sul perché i responsabili del tragico fallimento della sicurezza, in particolare Netanyahu, siano ancora al loro posto

Il New York Times e il Washington Post, i media dell’Impero, hanno dato un basso profilo all’anniversario del 7 ottobre. Tale la follia del governo di Tel Aviv che, realizzando un genocidio, ha dilapidato l’empatia verso Israele del loro più importante e incondizionato alleato. Restano i legami politici e militari, ma i media non possono più ignorare che l’opinione pubblica americana è sempre più critica di quanto sta avvenendo (vedi Associated Press, in particolare il dato: “il 30%, degli adulti ebrei afferma che Israele ha commesso un genocidio”).

I media israeliani vicini alle forze di opposizione, al doloroso ricordo della strage intervallano interrogativi sul perché i responsabili del tragico fallimento della sicurezza, in particolare Netanyahu, siano ancora al loro posto.

E sul perché non sia stata istituita ancora una Commissione d’inchiesta che indaghi sui fatti (Editoriale di Haaretz) e magari anche sulla portata della Direttiva Annibale – che sollecita a uccidere un prigioniero purché non diventi ostaggio del nemico – applicata quel giorno (vedi Yedioth ahronoth, Haaretz e l’ammissione dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant).

Tra le tante tesimonianze sul 7 ottobre quella di Yonatan Zeigen, che su Haaretz traccia un ricordo straziante della madre, Vivien Silver, co-fondatrice di Student Zionist Alliance e attivista per la pace, uccisa nel Kibbutz Be’eri.

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Martino Dettori: Art. 5 NATO. Intervento militare obbligato sì o no?

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Art. 5 NATO. Intervento militare obbligato sì o no?

di Martino Dettori

Molti sono convinti che un attacco russo a un paese NATO comporterà l’inevitabile intervento militare degli altri paesi membri, ai sensi dell’art. 5 del trattato. Ma sarà davvero così?

Una delle ragioni di “conforto” sbandierate dai supporter della NATO come alleanza difensiva, è che il trattato NATO prevede — ex art. 5 — la difesa collettiva del paese membro attaccato. Sicché, chi spera in un attacco russo per vedere la potenza di fuoco della NATO annientare la Russia (cosa alquanto improbabile), è convinto che tutti i paesi, compresi gli USA, interverranno come la Justice League e difenderanno militarmente il paese aggredito dai “villain” russi.

Al contempo è proprio questa eventualità che instilla paura in chi non tifa NATO, ma tifa pace. Egli ritiene che un attacco russo potrebbe, in questo modo, scatenare la terza guerra mondiale e la distruzione dell’Europa. Cioè, intendiamoci, sarebbe di certo un’ottima scintilla, ma sappiamo bene tutti che le scintille non sempre scatenano l’incendio. A volte finiscono per esaurirsi prima.

La domanda dunque è questa: davvero l’art. 5 del trattato NATO obbligherebbe gli Stati membri a intervenire militarmente in difesa del paese aggredito? La risposta è no. E vediamo perché.

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Aurelio Angelini: La città negata, lavoro povero, carovita, riarmo e crisi climatica: è l’alba di un nuovo ’68 contro l’iperliberismo?

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La città negata, lavoro povero, carovita, riarmo e crisi climatica: è l’alba di un nuovo ’68 contro l’iperliberismo?

di Aurelio Angelini

Gli affitti salgono, i negozi di prossimità chiudono, le scuole perdono iscritti. Il centro diventa un albergo diffuso, una vetrina per lo shopping e il consumo. Chi ci viveva da generazioni viene spinto verso le periferie o nei comuni limitrofi. La crisi abitativa pesa di più perché si somma all’erosione dei salari. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da trent’anni e l’inflazione ne ha mangiato un’altra parte. Il lavoro c’è, ma è sempre più spesso povero: contratti a termine, part-time involontario, finte partite Iva, piattaforme che spezzano la giornata in micro-compiti pagati a cottimo. Da qui può nascere un nuovo progetto democratico. Redistribuire ricchezza e potere, sottrarre i beni essenziali alla logica della rendita, rafforzare il lavoro e la partecipazione, governare democraticamente la finanza, affrontare la crisi climatica con la cooperazione anziché con la competizione per le risorse. Lasciare che il mercato sia «l’unico arbitro del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale» porterebbe «alla demolizione della società». Abitando città-albergo governate da pochi o comunità vive, in pace, capaci di costruire futuro?

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Emanuele Maggio: Dialogo tra Calenda e Socrate

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Dialogo tra Calenda e Socrate

di Emanuele Maggio

Stava al margine della piazza, circondato da alcuni giovani Volenterosi, l’Onorevole Carlo Calenda.

C = “Dobbiamo difendere l’Unione Europea dall’attacco russo!”

Giunse Socrate, attirato da quelle parole.

S = “Mi scuso con tutti voi, ma ho sentito parlare di attacco russo all’Unione Europea. Io sono ignorante, dunque concedimi, Onerevole Carlo, alcune domande per aiutarmi a capire”

C = “Prego”

S = “Tu vuoi forse dire che, siccome l’Italia è parte dell’Unione Europea, è doveroso e giusto che contribuisca alla difesa dell’Unione dalle minacce esterne. È corretto?”

C = “Dici benissimo, Socrate”

S = “Ottimo! E dunque, prima ti riferivi all’attacco russo all’Ucraina, per caso?”

C = “Certamente”

S = “E non convieni con me che l’Ucraina non fa parte dell’Unione Europea?”

C = “Assolutamente”

S = “Oh, si preannuncia una conversazione piacevole. E dunque, se la Russia ha attaccato l’Ucraina, ma l’Ucraina non è in Unione Europea, non trovi che sia errato concludere che la Russia ha attaccato l’Unione Europea?”

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Olessia Kirtchik: Dalla pianificazione alla previsione algoritmica: quale visione del futuro?

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Dalla pianificazione alla previsione algoritmica: quale visione del futuro?

di Olessia Kirtchik*

18ekth 960x600 2.jpgGrazie al suo potere predittivo, l’IA trasforma le scienze economiche in una scienza comportamentale – al tempo stesso strumento di comprensione dei comportamenti e leva per agire su di essi. Ma un modello addestrato sui dati di mercato precedenti al 2008 avrebbe potuto prevedere la crisi? L’IA non «prevede» il futuro, ma effettua proiezioni sulla base di dati storici e non cerca i meccanismi sottostanti. Non essere in grado di anticipare: è questa l’innovazione?

Anticipare gli eventi, immaginare un futuro diverso, modellare scenari di sviluppo, valutare i rischi, pianificare azioni, programmare flussi: tutte queste attività, dalle pratiche divinatorie ai calcoli assistiti dal computer, riflettono la stessa volontà: proiettarsi nel futuro per controllarlo meglio.

La definizione stessa di potere include questa capacità di anticipazione che permette di influenzare il corso degli eventi. Tuttavia, i concetti e gli strumenti attraverso i quali si esercita questo potere non smettono di trasformarsi nel tempo. Nel corso del XX secolo, l’economia nazionale è diventata oggetto di studio e di intervento per gli Stati, la cui legittimità è ormai legata alla loro capacità di garantire crescita e prosperità. A tal fine, gli Stati si sono dotati di autorità economiche e finanziarie, centri di ricerca specializzati e agenzie statistiche che elaborano modelli, misure e stime destinati a sostenere l’azione pubblica. Al centro di questa attività si trovano le pratiche di pianificazione e previsione.

I piani quinquennali furono introdotti nell’Unione Sovietica già alla fine degli anni ’20 per guidare l’industrializzazione e, successivamente, coordinare l’intera economia in modo presumibilmente razionale. L’economia di guerra ha contribuito a diffondere la pianificazione all’interno delle nazioni belligeranti, favorendo lo sviluppo di strumenti matematici sempre più sofisticati, supportati dalla tecnologia digitale (programmazione, ricerca operativa, ottimizzazione). In Europa, e più in particolare in Francia, la pianificazione economica ha vissuto il suo momento di gloria nei decenni del dopoguerra: il Commissariato generale al Piano era allora un’istituzione potente incaricata di garantire la ricostruzione e lo sviluppo del Paese.

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Antonio Martone: Il sintomo Vannacci

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Il sintomo Vannacci

di Antonio Martone

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9q01. Non porta più la divisa: l’ha appesa al chiodo nel febbraio 2025. Eppure, resta, in ogni apparizione pubblica, “il generale” — un titolo che sopravvive al congedo burocratico e certifica un’autorità posturale ben oltre la sua fonte istituzionale. Il corpo che oggi lo mette in scena non è più quello disciplinato dall’uniforme ma quello esibito sulla battigia di un Capodanno balneare, muscoli in mostra, o avvolto in una vestaglia domestica che il web trasforma in meme: un corpo civile, virile, sovraesposto, che comunica per accumulo iconico più che per contenuto. Quando la vecchia foto in divisa torna non riappare come abito quotidiano ma come icona clandestina, riesumata per l’alone di autorità che ancora trattiene.

È un dettaglio che la cronaca registra e rapidamente dimentica, come un tratto folkloristico ma, in realtà, è la cifra più esatta del fenomeno: un corpo che comunica prima di argomentare, che rivendica disciplina e gerarchia proprio nel momento in cui se ne è formalmente congedato.

 

2. Il sintomo Vannacci non è un fenomeno soltanto italiano. Ciò che lo rende possibile attraversa da anni l’Occidente. Il caso italiano ha una genealogia precisa: nasce dalla mutazione di forme partitiche che erano, alle origini, rivendicazione di autonomia territoriale contro un centro percepito come estraneo, e si è poi trasformato in rivendicazione nazionale contro un’estraneità pensata su scala più larga.

In Germania questa frattura ha trovato una delle sue espressioni politiche nell’ascesa di Alternative für Deutschland; in Francia ha assunto altre forme, così come negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Non si tratta di sovrapporre esperienze nazionali differenti ma di riconoscere una matrice comune: la difficoltà delle forze politiche tradizionali nel dare una rappresentazione convincente a una trasformazione sociale che ha modificato contemporaneamente lavoro, territorio, identità, mobilità e rapporto con le istituzioni.

Il caso italiano va allora letto dentro questa mutazione.

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Alfonso Gianni: Il “rivolgimento” necessario e urgente

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Il “rivolgimento” necessario e urgente

di Alfonso Gianni

GettyImages 1398845180Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine. Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile.

Luigi Pintor

Il vero guaio è che forse ci stiamo abituando. O meglio che non stiamo facendo abbastanza per evitarlo. E non è un pericolo da poco, perché toglie la capacità di opporsi e di reagire, sostituendo all’indignazione e alla rivolta morale uno stato di inerte sofferenza. Conviviamo con un sistema di guerra nel quale è direttamente impegolato anche il nostro paese, senza neppure l’avvertenza di nasconderlo. Le parole di papa Francesco sulla guerra mondiale a pezzetti ci sembrano persino ovvie, al punto da risultare depotenziata la forza della denuncia in esse contenute. Il fatto che la durata del conflitto russo-ucraino abbia superato quello tra l’Urss e il Terzo Reich sembra non stupire né impressionare più di tanto. Che il genocidio e la pulizia etnica continui, seppure con diverse e variabili intensità, a Gaza e in Cisgiordania, o che l’Iran sia oggetto di un’aggressione continua e addirittura minacciato apertamente di una sua integrale distruzione, pare un’afflizione biblica cui è impossibile sfuggire. Che si moltiplichino i campi di internamento dei migranti con decisione europea non costituisce più una notizia sconvolgente. Certo il tycoon straparla in un crescendo di delirio di onnipotenza, ma le bombe che scaricano i suoi aerei sulle popolazioni civili sono reali.

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Peter Oborne: Gaza, le prove della complicità britannica e il trucco contabile per negare i crimini d’Israele

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Gaza, le prove della complicità britannica e il trucco contabile per negare i crimini d’Israele

di Peter Oborne* – Middle East Eye

Sono trascorsi venticinque anni da quando il sociologo Stanley Cohen si è posto una domanda che rimane urgente oggi quanto allora: come è possibile che istituzioni, governi e persone comuni siano a conoscenza di atrocità, stermini di massa e violazioni dei diritti umani, ma allo stesso tempo riescano a rimuoverli dalla propria mente?

Il suo brillante studio, States of Denial: Knowing About Atrocities and Suffering, si basava sulle sue stesse inchieste relative a insabbiamenti, sparizioni e torture nella sua terra natale, il Sudafrica. Tuttavia, l’esame dei modi in cui fingiamo a noi stessi che certi eventi terribili non stiano accadendo era più ampio, abbracciando l’America Latina, il genocidio in Ruanda, l’Olocausto, il Medio Oriente e altri esempi.

Cohen ha distinto i diversi modi in cui politici, giornalisti e altri soggetti hanno soffocato la conoscenza della verità. Ha identificato ciò che ha definito “negoziazione letterale” (o literal denial): la sfacciata affermazione che i crimini non stiano avvenendo.

Il recente discorso del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite ha fornito numerosi esempi di negoziazione letterale. Ha sostenuto che il rapporto tra vittime civili e combattenti a Gaza fosse eccezionalmente basso, che Israele non stesse bloccando gli aiuti umanitari e che Hamas fosse da ritenere responsabile delle carenze. Ha inoltre reso la tesi assurda secondo cui la violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata sia da attribuire a una “manciata di giovani delinquenti”.

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Marco Veronese Passarella: Il Nobel per l’economia e l’equivoco della scienza

Il Nobel per l’economia e l’equivoco della scienza

di Marco Veronese Passarella

Come ogni ottobre, con l’assegnazione del “Nobel per l’economia” si ripropone l’annosa disputa sulla scientificità della disciplina: non è una scienza, usa troppa matematica, non sa prevedere le crisi, e il suo non è nemmeno un vero Nobel. Sono critiche mosse in buona fede, ma mancano il bersaglio. E una critica ben più radicale è possibile.

Il dibattito tende sempre più a polarizzarsi. Da un lato si colloca la maggioranza degli economisti, i quali assimilano l’economia a una scienza naturale, adottano il linguaggio matematico come criterio di scientificità e giustificano i recenti insuccessi previsionali invocando la natura stocastica delle crisi. Dall’altro lato vi sono quanti negano alle discipline economiche ogni statuto scientifico, condannano l’uso della matematica tout court e brandiscono quegli stessi fallimenti previsionali come prova inoppugnabile di non-scientificità. Nessuna delle due posizioni è, a ben vedere, interamente persuasiva. Tuttavia, è sulla seconda che conviene soffermarsi, perché, mentre muove dalla comprensibile esigenza di sottoporre a critica il pensiero economico dominante e le sue roccaforti, i suoi tre argomenti più popolari non reggono.

Il primo è quello del “falso Nobel”. È vero: il cosiddetto “Nobel per l’economia” non figurava fra i riconoscimenti istituiti da Alfred Nobel nel suo testamento del 1895. Fu creato solo nel 1968 dalla Banca Centrale Svedese e porta il nome di “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. Questa origine posticcia viene talora invocata a dimostrazione del fatto che l’economia si sarebbe indebitamente arrogata una patente di scientificità. Si tratta, a mio avviso, di una critica benintenzionata ma fallace.

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Alessandro Volpi: La finanza elimina il lavoro

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La finanza elimina il lavoro

di Alessandro Volpi*

A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone impiegate.

La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando l’esistenza di una profonda e pericolosa scissione tra la forza lavoro e la produzione di valore.

Sulle schermate di Borsa, la capitalizzazione di mercato misura la ricchezza finanziaria attribuita dagli investitori a una società, rispondendo a logiche del tutto avulse dall’impatto occupazionale diretto, come emerge chiaramente dall’analisi dei colossi del listino milanese FTSE MIB, dove il divario tra il valore di Borsa e il numero di dipendenti assume dimensioni vertiginose e dimostra quantitativamente la frattura in atto.

Il caso più emblematico del listino italiano è rappresentato da Ferrari, la cui capitalizzazione di Borsa sfiora i 60 miliardi di euro a fronte di un organico di poco superiore ai 5.200 dipendenti, il che significa che in termini finanziari ogni singolo lavoratore “incarna” o sostiene una quota di valore aziendale pari ad oltre 11,5 milioni di euro.

All’estremo opposto si colloca Poste Italiane, che rappresenta il principale datore di lavoro privato del Paese con circa 118.000 lavoratori ma registra una capitalizzazione di mercato di circa 37 miliardi di euro, facendo scendere il valore di Borsa per singolo addetto a poco più di 313.000 euro, ovvero meno di un trentaseiesimo rispetto a Ferrari pur garantendo un assorbimento occupazionale immensamente superiore.

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StoriaSegreta: Gli Usa lasciano l’Iraq: la guerra è finita?

storiasegreta

Gli Usa lasciano l’Iraq: la guerra è finita?

di StoriaSegreta

Il 30 settembre 2026, con uno stringato comunicato, il portavoce del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Sean Parnell, ha annunciato il ritiro da Erbil, l’ultima base americana in Iraq (qui).

Si chiude un capitolo lungo decine di anni che si può far risalire all’attacco alla Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, al di là del comunicato ufficiale che dichiara chiusa un’operazione Inherent Resolve iniziata nel 2014: l’ISIS è stata finalmente sconfitta e la presenza USA non è più necessaria.

Il ritiro delle truppe era stato concordato da Biden nel 2024 e Trump, ufficialmente, non ha fatto altro che rispettare un accordo firmato dal suo predecessore, nonostante il permanere dello stato di guerra con l’Iran. Il comando delle operazioni statunitensi è già stato trasferito in Giordania.

Al di là delle versioni ufficiali, il completamento del ritiro USA è una pietra miliare nella storia del Medio Oriente le cui conseguenze hanno portata globale.

Anche un osservatore distratto fatica a non mettere in relazione questo ultimo atto con la recente visita di Xi negli Stati Uniti.

Questo sito sostiene da tempo che per capire quello che sta succedendo nel mondo bisogna partire dalla convinzione di gran parte dell’establishment statunitense che mantenere l’egemonia globale è impossibile e che, per evitare guai maggiori, sia urgente adesso definire i confini del futuro impero americano, invece che disperdere le risorse in modo velleitario e inconcludente (si veda qui).

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