Il 10 ottobre, giornata di mobilitazione globale per la Palestina indetta dalla Global Alliance for Palestine, l’Onorevole Stefania Ascari ha preso parte a un incontro organizzato a Modena intitolato “Voci dalla Palestina”.

Stefania Ascari: “Il dissenso non può essere silenziato”
“Il dissenso non può essere silenziato”
Camilla Costantini* intervista Stefania Ascari su Gaza, Governo e piazze italiane
Il 10 ottobre, giornata di mobilitazione globale per la Palestina indetta dalla Global Alliance for Palestine, l’Onorevole Stefania Ascari ha preso parte a un incontro organizzato a Modena intitolato “Voci dalla Palestina”. “È stato un onore partecipare all’incontro. I dottori che operano sul campo ci hanno parlato di un genocidio che non è finito, ma che sta continuando” mi ha raccontato Ascari. “Per colpa di un’informazione distorta e non corretta, che ha il fine di fermare le manifestazioni, è stato detto che il genocidio si era fermato. Ma chiaramente non è così: si è trattato di una bugia costruita dai media, dietro ai quali ci sono Israele e Stati Uniti. Lo hanno fatto perché le piazze fanno paura: associazioni, ONG, cittadini e cittadine si sono mobilitati, a prescindere dal colore politico, per chiedere ai potenti del mondo di fermare questo orrore che avveniva e continua ad avvenire a Gaza”.
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Pensi che l’attenzione sulla Palestina sia diminuita rispetto all’anno scorso? Se è diminuita, secondo te, da cosa è dipeso e come si può contribuire a rialimentarla?
“Sicuramente l’informazione distorta fornita dai media ha influito molto, ma le piazze non si sono fermate: il dissenso contro i crimini di guerra e contro l’umanità non può essere silenziato. I cittadini e le cittadine che si sono mobilitati non hanno la coscienza sporca di sangue come, invece, chi è al Governo. È evidente che vi sia stato un rallentamento delle piazze, ma a livello nazionale i comitati e i presidi restano attivi. Loro vanno sostenuti. Dobbiamo pretendere il rispetto della nostra Costituzione che, all’articolo 11, recita chiaramente: l’Italia ripudia la guerra. Questo Governo è complice: non ha mai smesso di dare supporto a Israele, nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Gallant e Netanyahu.
Lavinia Marchetti: «Ha stato Putin?». Il Cremlino, i comunisti, i fascisti e gli infiltrati
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di Lavinia Marchetti
La piazza contesa e la gara politica a trovare un colpevole per reprimere ancora
Ieri qualcuno suggeriva ai manifestanti di vestirsi da coloni israeliani per non avere problemi con le forze dell’ordine. Una boutade che coglie benissimo il paradosso del dissenso. Ciò che è permesso e ciò che è proibito. In un mondo globalizzato e connesso diventa complicata «La distinzione» (Bourdieu).
Ma veniamo ai fatti. Una fascia con la svastica, due bandiere della Repubblica Sociale Italiana custodite in automobile e un manganello telescopico infilato nei pantaloni. A Parma, il 17 ottobre, durante i controlli nei pressi di un presidio studentesco, la polizia ha identificato un uomo già noto per la sua appartenenza all’estrema destra. Nell’automobile custodiva anche una pistola a salve e un pugnale lungo ventidue centimetri. Una successiva perquisizione domiciliare ha portato al sequestro di un’altra pistola a salve, utilizzata in un filmato nel quale il nostro camerata sparava dal finestrino di una macchina in movimento. L’uomo è stato denunciato per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e per porto di oggetti atti a offendere. Il corteo del pomeriggio, invece, si è svolto pacificamente.
Curioso, vero? Da giorni assistiamo alla più straordinaria mobilitazione della pubblica indignazione contro l’eversione giovanile, con una quantità di esperti pronti a individuare negli antagonisti, nei comunisti, nei giovani tout court i responsabili del sovvertimento dell’ordine pubblico. Poi, così, d’emblée, a ridosso delle mobilitazioni studentesche, compare un nostalgico del “fascio” quello vero, attrezzato per qualcosa di più di una discussione sulla pressione fiscale durante il ventennio. La circostanza riguarda Parma e quell’individuo, naturalmente. Quello che è accaduto a Milano richiede altri tipi di indagini. Tuttavia, già prima del 17 ottobre, qualcuno aveva avuto il buon senso di sollevare una piccola questione che nessuno dei nostri arditi difensori della patria editorialisti sembra aver notato. Chi stava cercando di entrare nelle manifestazioni?
Il 20 ottobre Paolo Dimalio, sul Fatto Quotidiano, ha pubblicato un’inchiesta sulle discussioni legate alle mobilitazioni del 17 ottobre nei gruppi Telegram. Ve ne consiglio la lettura.
Fabio Mini: La guerra costa, a Trump e a noi
La guerra costa, a Trump e a noi
di Fabio Mini
IL “TRILIONE” Il bilancio del Pentagono per il 2026 si sta chiudendo con un’assegnazione ufficiale di 1.010 miliardi di dollari rispetto ai 903 previsti. Ma il problema sono il debito e le strutture industriali
Era il 5 settembre 2025 e i primi nove mesi di possesso del Pentagono avevano confermato la sua sensazione che la struttura di vertice delle Forze armate statunitensi mancasse di mordente. Nonostante gli show di bullismo del suo predecessore Austin, anche al Pentagono tirava la stessa aria euforica del Dipartimento di Stato: birra e chitarra rock con quattro amici al pub di Kiev. Vinceremo e chi perde paga le consumazioni. Bisognava segnalare al mondo, ma soprattutto alle forze armate stesse, che la musica doveva cambiare. Anche Trump aveva le “sue” ragioni per firmare il decreto: stavano girando pochi soldi attorno al supporto all’ucraina. Entrambi pregustavano e pretendevano i dividendi della guerra. Il decreto era di fatto un maquillage. Il nome ufficiale Dipartimento della Difesa non cambiava. Ci sarebbe voluta una legge del Congresso per ottenerlo. Si consentiva semplicemente, come denominazione secondaria, l’uso dei nomi “storici” e motivazionali dei defunti Department of War e Secretary of War. La parola “guerra” doveva fare il miracolo di svegliare i vertici militari, motivare il personale, agevolare le procedure di reclutamento e finanziamento delle forniture belliche e lanciare un messaggio di forza e determinazione al mondo. L’obiettivo dichiarato era segnalare la prontezza offensiva e la massima letalità strategica degli Stati Uniti nello scenario geopolitico globale.
Alessandro Volpi: Perché serve una proposta davvero alternativa
Perché serve una proposta davvero alternativa
di Alessandro Volpi
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum.
E’ chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa.
Provo a spiegarmi meglio.
La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com’è all’interno di una morsa contabile quasi insuperabile.
Da un lato vi è il Quadro tendenziale, ovvero la proiezione della spesa e delle entrate a legislazione vigente, che assorbe la quasi totalità delle risorse disponibili solo per coprire i costi contratti in passato, l’indicizzazione, in realtà solo parziale, delle prestazioni e la spesa, ormai enorme, per interessi sul debito pubblico.
Dall’altro lato agiscono con forza i vincoli europei, ulteriormente irrigiditi dalle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita, voluto da Paolo Gentiloni e firmato da Giorgia Meloni, che impongono traiettorie severe di rientro dal deficit e dal debito, riducendo al minimo i margini di deficit aggiuntivo.
Dante Barontini: Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla
Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla
di Dante Barontini
Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove…
Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev.
“Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli attacchi in profondità dei droni ucraini, sia per segnalare quelli russi in arrivo.
Elon Musk ha mandato a quel paese Zelenskij ricordando che la gestione di quella parte della sua rete satellitare è stata ceduta per ovvi motivi al Pentagono (si chiama ora StarShield) e che comunque l’ex attore al comando è ora che si faccia da parte, lasciando il posto a qualcuno disposto a trattare.
Discorso simile fa ogni giorno anche Trump, dunque c’è poco da indovinare. Quando il mandante di un conflitto rivede i suoi progetti, per l’esecutore materiale non ci sono altre scelte che obbedire. Anche perché l’illusione che l’Europa – cioè: Gran Bretagna, Francia e Germania – potessero davvero sostituire Washington sul piano militare ed economico, si è rivelata per quel che era.
Che gli Stati Uniti in versione Obama-Biden siano stati “il mandante” della crisi ucraina fin da prima del Majdan (2014) è accertato da anni.
Eros Barone: L’anno che ritorna
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L’anno che ritorna
di Eros Barone
È inutile parlare di libertà ad uno schiavo che pensa di essere un uomo libero.
Gianni Rodari
1. Il presente come storia
Il problema a cui intendo dare risposta in questo articolo è quello concernente le ragioni della sconfitta del Sessantotto. Identificare tali ragioni mi sembra particolarmente utile per collocare nella giusta prospettiva il significato dell’attuale movimento di massa studentesco e giovanile. Proverò ad abbozzare una risposta, facendo leva su un aforisma del filosofo Enzo Paci, secondo cui la vera novità è un passo verso il passato e la vera comprensione del passato è un passo verso l’avvenire.
In primo luogo, occorre tenere presente che, dopo il grande ciclo di lotte operaie, popolari e studentesche degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, durissima fu la reazione delle classi dominanti: la trama reazionaria (il ‘filo nero’ che percorre tutta la storia dello Stato italiano) si concretò in stragi (a partire da quella di piazza Fontana, che ebbe luogo a Milano il 12 dicembre 1969), attentati, tentativi golpisti, repressione e intimidazioni senza fine. La sanguinosa “strategia della tensione e del terrore” fu l’arma con cui le classi dominanti cercarono di intimorire e disorientare il proletariato e le masse studentesche per fermarne il movimento di lotta. Il gruppo dirigente del PCI, intimorito dalla reazione borghese e dal colpo di Stato militare in Cile, che aveva dimostrato il fallimento delle teorizzazioni riformiste sulla “via pacifica al socialismo”, elaborò a questo punto, per impulso e sotto la direzione di Enrico Berlinguer, la strategia del “compromesso storico”, cioè del patto di governo con la DC. Da Berlinguer partì la proposta, rivolta alla DC, della politica di “solidarietà nazionale”, che nel triennio 1976-1979 si tradusse dapprima nella “non sfiducia” al governo Andreotti e poi nell’ingresso diretto del PCI nella maggioranza governativa. La politica berlingueriana di “unità nazionale” modificò profondamente i rapporti di forza tra le classi in Italia, indebolendo il proletariato e i movimenti antagonisti, rafforzando lo Stato borghese e la DC, e creando le premesse per la controffensiva reazionaria scatenata dal capitalismo contro il movimento operaio negli anni ’80.
La progressiva trasformazione del PCI in senso revisionista e socialdemocratico (sfociata, da ultimo, nella liquidazione, ad opera di Occhetto e di Napolitano, di quello che passava per “il più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico”) è stata, quindi, un importante fattore soggettivo della involuzione e della sconfitta della “generazione del ’68”, che in tal modo restò priva di un punto di riferimento politico, culturale e strategico essenziale nella lotta rivoluzionaria diretta a trasformare in senso socialista gli assetti sociali esistenti.
Gerardo Lisco: I figli culturali della borghesia perbenista
I figli culturali della borghesia perbenista
di Gerardo Lisco
Mao Tse-tung, che di rivoluzioni se ne intendeva, sosteneva che quando sotto il cielo regna una grande confusione, la situazione può diventare eccellente. Naturalmente, Mao sapeva bene che il caos sociale non produce automaticamente una rivoluzione. Perché le contraddizioni di una società possano trasformarsi in un processo rivoluzionario occorrono una direzione politica, una capacità organizzativa e, soprattutto, una prospettiva alternativa all’ordine esistente. Senza questi elementi, la rabbia può esplodere, manifestarsi attraverso proteste e violenze, ma difficilmente riesce a trasformarsi in un progetto di cambiamento dei rapporti sociali. Non intendo sviluppare un’analisi di sociologia storica sulle cause delle rivoluzioni, ma richiamare alcuni passaggi utili a comprendere il presente. Dalla rivolta dei baroni contro Giovanni Senza Terra alla Riforma protestante, dalle rivoluzioni inglesi del Seicento alla guerra d’indipendenza americana, dalla Rivoluzione francese a quella russa del 1917, fino alle rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana, ci troviamo davanti a processi profondamente differenti per natura e composizione sociale, ma accomunati, nelle loro esperienze più significative, dalla presenza di soggetti politici capaci di interpretare le contraddizioni del proprio tempo e di tradurle in una prospettiva di trasformazione.
Marx aveva individuato nei rapporti materiali di produzione il fondamento delle contraddizioni sociali; Lenin aveva posto al centro della propria elaborazione il problema dell’organizzazione e della coscienza rivoluzionaria; Gramsci avrebbe successivamente approfondito una questione decisiva per comprendere le società capitalistiche avanzate: il potere delle classi dominanti non si fonda esclusivamente sulla coercizione e sul controllo dei mezzi di produzione, ma anche sulla capacità di costruire un’egemonia culturale, di far apparire i propri valori, i propri interessi e la propria concezione del mondo come naturali, universali e condivisi.
È proprio partendo da questa considerazione che vorrei interpretare quanto sta accadendo nelle società europee. Francia, Germania, Belgio, Spagna, Italia e altri paesi sono attraversati da proteste che coinvolgono agricoltori, autotrasportatori, lavoratori, studenti, settori impoveriti del ceto medio e giovani delle periferie. Si tratta di fenomeni differenti, che non possono essere ricondotti meccanicamente a un’unica causa.
Gianandrea Gaiani: Trump, l’Europa e il gas russo: pesa più il danno o la beffa?
Trump, l’Europa e il gas russo: pesa più il danno o la beffa?
di Gianandrea Gaiani
Il 17 ottobre, pochi giorni dopo l’accordo per le forniture di gasolio russo agli Stati Uniti, l’Amministrazione Trump avrebbe suggerito agli europei di tornare ad acquistare energia da Mosca.
Secondo quanto riferito dal New York Times, i negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff hanno lanciato la proposta a funzionari europei e ucraini, incluso il presidente Zelensky: per spingere la Russia a porre fine alla guerra, Kiev dovrebbe prendere in seria considerazione la riattivazione dei gasdotti che trasportavano gas naturale russo verso l’Europa, flusso interrotto alla fine del 2024 con decisione unilaterale di Kiev accolta con favore dall’Europa nonostante la grave crisi energetica che attraversa.
Secondo le fonti, i due inviati di Trump impegnati a trovare una soluzione negoziata al conflitto in Ucraina, vedono nella ripresa delle esportazioni di energia russa un elemento rilevante di un possibile accordo di pace: l’Europa tornerebbe ad avere flussi di gas a buon mercato in quantità garantite e l’Ucraina tornerebbe a incassare miliardi preziosi per la ricostruzione post-bellica per i diritti di transito.
La proposta statunitense si presta a diverse valutazioni. Innanzitutto rappresenta un rovesciamento totale delle posizioni sostenute dagli USA da almeno 12 anni poiché già nel 2014, subito dopo il cambio di regime a Kiev sostenuto da Washington, l’Amministrazione Obama esortò l’Unione Europea a rinunciare al gas via tubo fornito da Mosca per acquistare, a prezzi ben più alti e in quantità insufficienti e non garantite, il gas liquido (GNL) dagli Stati Uniti.
Le reiterate pressioni americane continuarono in tal senso con la prima presidenza di Donald Trump e con quella guidata da Joe Biden che, con dichiarazioni dello stesso presidente e del sottosegretario Victoria Nuland, minacciò di “eliminare” i gasdotti Nord Stream che attraversavano il Mar Baltico diretti in Germania in caso di invasione russa dell’Ucraina, che infatti esplosero il 26 settembre 2022.
Domenico Moro: Da Parigi a Milano: infiltrati o azioni spontanee?
Da Parigi a Milano: infiltrati o azioni spontanee?
di Domenico Moro
Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il ministro Crosetto e in Albania il presidente Rama, che ha accusato esplicitamente i soliti noti, Iran e Russia.
In effetti, la pratica di impiegare agenti provocatori è vecchissima, ne parla in diversi racconti anche Joseph Conrad, in particolare nell’”Agente segreto” (pubblicato nel 1907 ma ambientato nella Londra anarchica del 1894). Molti, in questi giorni, hanno rispolverato il presidente Cossiga e le sue dichiarazioni sull’opportunità di favorire la diffusione della violenza per poter poi avere la legittimazione ad una stretta repressiva su tutti quelli che fanno lotte sociali e politiche. Altri hanno ricordato l’impiego documentato di poliziotti travestiti da “compagni” nelle manifestazioni degli anni ’70, come quando fu assassinata Giorgiana Masi. Dopo il Social Forum di Genova del 2001, dove fu ucciso Carlo Giuliani e molti partecipanti pacifici furono picchiati brutalmente dalla polizia alla Diaz, circolarono foto di incappucciati vestiti di nero, nascosti dietro ai furgoni della polizia.
Roberto Paura: La filosofia del rottame: Napoli vista da Sohn-Rethel
La filosofia del rottame: Napoli vista da Sohn-Rethel
di Roberto Paura
Napoli è una città che tende alla sineddoche, alla mise en abyme, alla generalizzazione: lo dimostra il suo stesso nome, perché nel chiamarsi “città nuova” tende a considerarsi città par excellence, sottolineando quella sua irriducibilità che in tanti nel corso del tempo hanno provato a rivendicare. Prendiamo un esempio paradigmatico: diceva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista (1977) che l’uomo produttivo, ossia “il milanese”, preferisce la doccia perché consuma meno acqua, meno tempo e si lava meglio, campione di efficientismo. “Il napoletano invece, se si decide, preferisce il bagno: s’intallea come si dice a Napoli, cioè si attarda e tiene tutto il tempo che vuole per pensare” (De Crescenzo, 2019). Così, nel quotidiano, ogni piccolo episodio che può verificarsi nel corso della giornata, anziché restare chiuso in sé stesso, si trasforma in una favola di Esopo, con tanto di metafora finale sulla natura del napoletano; una tendenza di cui soffrono non solo gli autoctoni, ma anche – forse soprattutto – i forestieri, che magari gliel’hanno trasmessa. Dai tempi del Grand Tour, in effetti, il desiderio dei viaggiatori europei di vedere soddisfatte le proprie aspettative è sempre stato assecondato dai napoletani, che vi hanno intravisto la possibilità di guadagnarci semplicemente calcando un po’ la mano sull’inveterata attitudine alla teatralità, cosicché ancora oggi, nell’era dell’overtourism, la città diventa un teatro a cielo aperto a uso e consumo, soprattutto, dei suoi turisti.
Carlotta Benvegnù: Il movimento che non ci aspettavamo più. Appunti sulla mobilitazione degli studenti francesi
Il movimento che non ci aspettavamo più. Appunti sulla mobilitazione degli studenti francesi
di Carlotta Benvegnù
Pubblichiamo la traduzione di un’analisi che ci è sembrata tra le migliori delle lotte degli studenti delle scuole francesi, anche se ormai la situazione si è andata via via sviluppando fino alla grandiosa manifestazione di sabato 17 ottobre, sulla quale abbiamo raccolto le prime impressioni di chi l’ha vissuta. Era stata indetta da tempo e aveva come ragione di fondo l’aggravarsi della condizione di vita a seguito dell’inflazione. Nel frattempo però scoppia, inattesa e soprattutto imprevedibile nelle modalità e nella composizione, la lotta nelle scuole e per la scuola, contro un sistema d’istruzione scandalosamente classista. La violenza con cui la polizia si scaglia contro ragazzi tredicenni fa scattare la reazione d’insegnanti e genitori, con un fronte che si allarga e un’eco internazionale che si estende da Bruxelles alla Spagna all’Italia. Terzo passaggio: entrano in scena gli studenti universitari. A differenza delle lotte degli scolari, che colgono forze dell’ordine e sistema politico impreparati, l’università offre metodi di reazione collaudati, almeno dal 2018, per impedire le occupazioni: la serrata. Appena i rettori vedono delle mobilitazioni di studenti dichiarano sospese le attività didattiche.
Francesco Piccioni: Esercito e coprifuoco, ammazza che “dialogo”…
Esercito e coprifuoco, ammazza che “dialogo”…
di Francesco Piccioni
Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito…
Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori.
Hanno solo un martello in mano, lo usano per tutto, tranne che per se stessi (per il momento…). Quindi il ministro della difesa Crosetto, in attesa della dotazione necessaria condurre la guerra contro la Russia (bum!), invia 500 soldati a Milano per “rafforzare l’ordine pubblico”.
Non con compiti di “sorvegliare obiettivi sensibili” – fin qui sono state toccate solo vetrine e scaffali di negozi “alla moda”, e mettere un paracadutista a guardia di Gucci o Vuitton sarebbe un messaggio sociale un po’ troppo esplicito – ma per dare man forte a polizia, carabinieri, finanza e “ghisa”.
Non serve un esperto per capire che “il nemico” di questa classe dirigente è soprattutto in casa, anzi sono proprio quei giovani che – nei piani onirici dei guerrafondai – dovrebbero ingrassare la massa della carne da cannone per la guerra.


