UN GOVERNO CHE DECIDE DI NON ASCOLTARE I CITTADINI NON PUÒ STUPIRSI SE METÀ DI LORO SMETTE DI VOTARE
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A Milano si protestava contro il carovita, al Sud i Tir bloccano porti e autostrade. E un ministro spiega alla BBC che l’opinione pubblica, quando sbaglia, si può ignorare.
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Sabato 17 ottobre, in piazza del Duomo a Milano, cinquemila persone protestavano contro il carovita e i salari bassi. Poi sono arrivate le pietre.
C’è qualcuno, in giro, che approva il lancio di pietre, la devastazione dei negozi, il ferimento dei poliziotti, l’incendio dei cassonetti, l’intimidazione dei passanti, la trasformazione dei centri urbani in campo di battaglia? O che si rallegra di fronte a famiglie convocate in questura, minori fermati, giovanissimi destinati a finire sotto processo e magari in carcere? La risposta è ovvia: no. Ed è per questo che le lamentazioni post-scontri di piazza, da Milano a Parigi a Tirana e prima ancora a Madrid, e ancor prima a Milano per la marcia contro il genocidio di Gaza, hanno una caratteristica comune: suonano terribilmente scontate. Persino rituali. E dunque inutili.
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Milano, piazza del Duomo: gli scontri del 17 ottobre
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Le ragioni sono tante. La prima e più evidente è che la violenza si insinua sempre nelle grandi manifestazioni di piazza. Una volta i black bloc, l’altra i maranza, va sempre a finire così. E a trarne profitto sono i governi di turno che, giustamente prendendosela con i violenti, riescono a far dimenticare per un po’ che non tutti erano violenti e che per le proteste una ragione c’era, magari bella grossa. Basta guardare a quel che succede in Italia: i negozi del lusso saccheggiati in piazza del Duomo a Milano “valgono” di più, sui giornali, nelle parole dei politici e nelle invettive da bar, spesso equivalenti, della crisi feroce che morde i trasportatori del Sud, e non solo loro.
Ma la ragione più profonda, almeno secondo noi, è che istituzioni che politicamente tollerano, anzi sdoganano, volumi incredibili di violenza non riescono poi a risultare credibili quando se la prendono con violenze che sono intollerabili ma che hanno una scala ridicola se paragonate alle altre.
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Milano, piazza del Duomo: il corteo contro il carovita del 17 ottobre
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La violenza che non si condanna
In concreto: se domani le proteste dei trasportatori che bloccano porti e autostrade contro il caro gasolio dovessero (non è una previsione, solo un’ipotesi) degenerare, sentiremmo discorsi analoghi a quelli ascoltati per Milano, ma da una classe politica e mediatica che, nella sua parte preminente, ha passato mesi a fare qualunque acrobazia linguistica pur di non dire che la guerra di Donald Trump contro l’Iran era una follia di stampo imperialistico destinata a finire male. Pur di non dirlo alla gente e, soprattutto, a lui.
E questa è la classe che troveremmo in prima fila a predicare contro eventuali violenze di chi protesta perché costretto a subire, senza colpa, quelle follie che le nostre istituzioni non riescono, non si dice a fermare, ma nemmeno a condannare.
Un Paese che, tra una metafora e un’idiozia, ha mobilitato la Tv di Stato e fior di firme per sdoganare come una “guerra” quello che a Gaza è un progetto di genocidio, vuole ora farci credere che la violenza più temibile, quella su cui occorre intervenire con fermezza, sia quella dei maranza. Senza ovviamente spendere una parola sui costi dello studio e degli affitti nelle grandi città universitarie, e men che meno sui provvedimenti utili a ridimensionarli. Vadano a vedere quanto costa un posto letto a uno studente fuori sede a Milano o a Bologna: 800-1000 euro al mese per una cameretta. E facciano la proporzione con lo stipendio medio dei lavoratori italiani, che secondo l’Inps è di 27.649 euro l’anno.
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Milano e Bologna, un posto letto: quasi due terzi di uno stipendio netto
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Il 5% delle famiglie italiane possiede quasi metà della ricchezza nazionale. E il CNEL ci informa che tra il 2011 e il 2024 sono emigrati dall’Italia 630 mila giovani in cerca di futuro, spesso di un futuro qualsiasi.
630 mila.
Sono i giovani che, al posto di sfasciare vetrine, fanno la valigia e se ne vanno all’estero, colpendo così il Paese al cuore assai più di quattro vandali di periferia.
Il ministro e l’opinione pubblica
Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, di fronte ai disordini di Milano, la butta là: colpa della guerra ibrida. Gli piace vincere facile: la frase “guerra ibrida” è diventata come i jeans, si porta su tutto e non passa mai di moda.
Nel vocale su WhatsApp ti spiego perché “guerra ibrida” è diventata la parola buona per tutto, dalle vetrine di Milano al prezzo del gasolio, e che cosa sparisce dal discorso ogni volta che qualcuno la tira fuori.
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Nel vocale su WhatsApp, Fulvio Scaglione sulla «guerra ibrida»
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Nei giorni scorsi lo stesso ministro, intervistato dalla BBC sugli aiuti all’Ucraina, ha ammesso che la maggioranza degli italiani è contraria e ha spiegato che “non possiamo cedere all’opinione pubblica quando riteniamo che l’opinione pubblica abbia torto”. Sembra una rivendicazione di responsabilità ma è il suo esatto contrario. Opinione pubblica è un modo lievemente spregiativo per dire “cittadini”. E dunque chiediamo: fino a che punto il parere dei cittadini può essere ignorato? Ciò che pensano, e magari anche ciò che sentono, giusto o sbagliato che sia, è materia della politica.
O dovrebbe esserlo.
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Roma, Defence Procurement Forum: il ministro della Difesa Guido Crosetto
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Se questi sono i principi, lo stentato cinquanta per cento di affluenza delle ultime europee, e il 64% delle politiche del 2022, il minimo nella storia della Repubblica, sono già fin troppo (non parliamo poi dei referendum). Chi si dovrebbe sforzare di partecipare al voto, se in coda c’è la constatazione che, una volta deposta la scheda nell’urna, non conti più nulla? Che tanto ci pensano loro a pensare per te?
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Italia, elezioni politiche: dal 1948 al 2022 l’affluenza è scesa fino al 63,9%
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Ha ragione Crosetto quando dice che un governo, a volte, deve andare contro l’opinione pubblica?
Se sì, su cosa?
Rispondimi: leggo tutto.
Fulvio Scaglione
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Fulvio Scaglione è giornalista professionista e direttore di InsideOver. Racconta gli scenari internazionali con competenza, autonomia e ironia, smascherando le ipocrisie della politica e dell’informazione europee. È stato vicedirettore di Famiglia Cristiana e corrispondente da Mosca, Afghanistan e Medio Oriente. È autore di saggi sulla Russia, il Medio Oriente e i conflitti internazionali, tra cui Il patto con il diavolo e Zelens’kyj, l’uomo e la maschera.
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