Piazze sorde, futuro in rovina: perché l’Albania dei giovani urla ciò che l’Europa finge di non sentire

136 giorni di silenzio istituzionale: quando la pazienza si esaurisce

Esiste un limite oltre il quale l’indifferenza delle istituzioni si trasforma in una forma di violenza pura e sistemica. È esattamente ciò che è accaduto in Albania, dove le proteste giovanili e studentesche hanno assunto contorni profondamente diversi rispetto ad altre realtà. Non si è trattato di un moto improvviso o di una scintilla estemporanea: i giovani albanesi hanno manifestato pacificamente per ben 136 giorni.

Qual è stata la risposta del potere? Nella migliore delle ipotesi, il silenzio; nella peggiore, la derisione, lo sbeffeggiamento dell’intelligenza e la sistematica svalutazione delle loro capacità e delle loro speranze. Quando la voce del dialogo viene ignorata in modo così ostinato, la frustrazione sociale si accumula inevitabilmente.

Quando i giovani hanno tirato fuori questa rabbia, ribellandosi a una realtà che li relega ai margini, la risposta dello Stato non si è fatta attendere: manganelli, lacrimogeni e una sproporzionata violenza fisica che non ha risparmiato nessuno, arrivando persino a inseguire ragazzini di dodici anni per le strade e a colpirli mentre tornavano semplicemente a casa. E sono due settimane di scontri violenti tra la polizia e i manifestanti

Il prezzo del dissenso e il paradosso dei media

Le immagini che arrivano dalle piazze raccontano una deriva pericolosa. Tra i feriti si contano giovani colpiti al volto da proiettili di gomma e lacrimogeni, ragazzi che rischiano di perdere la vista per sempre solo perché si trovavano in una piazza a manifestare pacificamente.

 

Viviamo in un paradosso sociale grottesco: se si rompe una vetrina o si rovina un pezzo di marciapiede, l’indignazione è unanime e immediata. Si alzano scudi, si riempiono i palinsesti e i giornali di condanne morali. Ma chi ha il coraggio di parlare del futuro di un’intera generazione mandato in rovina?

La violenza invisibile: quando una società nega il proprio domani

È urgente dirlo con chiarezza, chiamando le cose con il loro nome. La violenza non è solo quella fisica delle cariche di polizia o degli scontri di piazza. C’è una violenza strutturale e psicologica ben più grave, ed è quella perpetrata da un sistema che nega ai ragazzi il diritto allo studio, alla stabilità e alla realizzazione personale.

Come ci ricordano i grandi maestri dell’educazione e della sociologia, la vera tirannia si combatte negando l’ascolto e pretendendo un’obbedienza silenziosa. Ma i giovani non ci stanno: un grande educatore come Don Milani ci ha insegnato che l’obbedienza non può essere trasformata nella più subdola delle tentazioni per soffocare la coscienza.

Impedire ai ragazzi di studiare, di esprimersi e di sperare è una violenza che lascia segni indelebili sul futuro di un Paese. Una società che non investe nell’istruzione è una società che sta fallendo senza accorgersene, una struttura che muore stando in piedi. I giovani rifiutano l’educazione al silenzio di fronte all’ingiustizia. Quale futuro vogliamo costruire per loro? Chi si fa carico del loro domani: la forza cieca del potere o la forza generativa del dialogo e della ricerca condivisa di soluzioni?

L’orba indifferenza internazionale e il ruolo dell’informazione

In Albania si manifesta per emanciparsi dai residui di un passato oppressivo, cercando quella democrazia autentica che il popolo non ha ancora visto compiersi pienamente. I giovani la pretendono e la invocano, ma non è giusto che debbano pagare questo desiderio con il sangue. Devono essere ascoltati e lasciati liberi di esprimere le proprie idee e il proprio potenziale.

Geograficamente e storicamente, l’Albania è a un passo dall’Italia. È lo stesso mare, la stessa sponda della mappa che in altri contesti storici ha riempito le prime pagine dei telegiornali, tirata in ballo a seconda delle convenienze politiche o delle emergenze del momento. Come quando sono stati fatti i progetti per trasferire gli immigrati, allora sì che si parlava dell’Albania nei TG. Oggi, però, di fronte a ciò che accade là, cala un silenzio assordante. Nessuno ne parla.

E allora sorge spontanea una domanda radicale: a cosa servono i giornali? Esistono per fare da eco a ciò che fa comodo al potere, oppure la loro missione originaria è la libertà di parola, l’essere al servizio del popolo, della verità e della difesa dei diritti umani? Ignorare i giovani oggi significa soltanto scavare la fossa del domani di un’intera nazione. Ma i giovani non acceteranno più di rovinarsi per dei interessi politici.

Valentina Nika – 31/10/2026

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