Ad Anguillara “I Favi da Recuperare”

Per Giorniverdi Primavera del Parco di Bracciano-Martignano, il 7 marzo 2010 “Api a rischio: i favi da recuperare”. Incontro di formazione-informazione sul recupero delle api a cura dell’Associazione Culturale Sabate. Relatore Lorenzo Perla. Appuntamento alle ore 10.30 al Museo Storico della Civiltà Contadina e della Cultura Popolare Augusto Montori – Anguillara Sabazia – Giardini del Torrione

Il 2010 è l’Anno Internazionale della Biodiversità. Nell’aprile del 2002 i governi si sono posti l’importante obiettivo di raggiungere entro il 2010 una significativa riduzione della perdita della biodiversità sia a livello mondiale, che nazionale e regionale.
Si apre così domenica 7 marzo 2010 il calendario “Giorniverdi primavera 2010” del Parco di Bracciano-Martignano con un incontro a tema di formazione-informazione sul recupero delle api, specie tutelata al fine di contribuire al mantenimento della biodiversità.
Dal reato di apicidio ai motivi per i quali le api sciamano. Relatore dell’incontro sarà Lorenzo Perla, che opera da tempo nelle attività di recupero delle api. Al termine verrà offerto un dolce a base di ricotta, miele e rum.
L’incontro formativo/informativo, organizzato in collaborazione con l’Associazione Culturale Sabate, è consigliato agli adulti e ai bambini dagli otto anni in su.
Appuntamento alle ore 10.30 al Museo Storico della Civiltà Contadina e della Cultura Popolare Augusto Montori – Anguillara Sabazia – Giardini del Torrione.
L’evento ha un costo di 5 euro per adulti; dagli 8 ai 14 anni gratuito.
La prenotazione è obbligatoria al cell. 360805841 (Graziarosa Villani – Presidente Associazione Culturale Sabate) entro le ore 13 di sabato 6 marzo 2010.

L’Arte del Recupero Api: Lorenzo Perla al lavoro

Un condominio a Torrevecchia. Un normale giorno di primavera si trasforma per i molti inquilini di un grande stabile in un incubo. Già un’ape fa paura, figuriamoci uno nuvola di api che in poco tempo decide che gli avvolgibili della finestra di casa sono un buon posto per trasferirsi. Ad individuare il luogo ci pensa un ridottissimo manipolo di operaie, al massimo quattro e cinque. Sono le perlustratrici, svolazzano intorno, controllano che non ci siano pericoli e decidono di chiamare lo sciame. Volano via e dopo circa sei ore, dopo una danza che disegnando nell’aria l’infinito indica ad ogni centro i chilometri da fare, ecco che arriva il nuvolone. Decine di migliaia di api tutte insieme, una grande nuvola che atterrisce gli inquilini tra urla e fuggi fuggi generale. Sono situazioni al limite, durante le quali ci si sente impotenti, ci si sente allo stesso tempo atterriti ed affascinati dall’insolito fenomeno della natura.
A casa Lorenzo Perla, 50 anni, ha da poco finito di innaffiare i campi dove coltiva ortaggi. Due ettari in tutto, lungo la Braccianese, dove tira su zucchine, finocchi, fave, prodotti rigorosamente biologici, che poi rivende a gruppi d’acquisto collettivo.
D’improvviso il cellulare squilla. “C’è un intervento da fare” gli dicono dall’altro capo del filo. Lorenzo lascia tutto così com’é e si prepara. Carica l’occorrente sulla sua utilitaria e parte per una nuova avventura da “acchiappaapi”.
Lui, delle api, non ha paura. Non teme il pungiglione di quegli operosi insetti che, innervosite, si suicidano, pungendo spesso attorno all’occhio. Per Lorenzo le api sono ormai delle compagne di vita. Ne conosce i tempi, i ritmi, i numeri, i segreti. Nella sua azienda ha circa 40 arnie. Di sera si documenta. Legge saggi, manuali. Una ricerca che non ha mai fine.
È pomeriggio pieno quando Lorenzo arriva sul posto. Lo accolgono sulla porta casalinghe in grembiule. Quella nuvola d’api comparsa improvvisamente in cucina rischia di mandare all’aria tutto il ragù che bolliva sui fornelli. Tra un vociare continuo, tra domande sempre uguali, Lorenzo si accinge alla sua doppia occupazione, quella di “recupero api in città”.
L’intervento non è dei più semplici. Le api hanno perso la propria “regina”, madre e padrona, e senza di lei non hanno alcun riferimento e vagano senza meta invadendo tutto il palazzo.
Con sapienza e pazienza Lorenzo riesce a recuperare le api, a piccolo gruppi le raccoglie con le mani e le mette in una cassetta che si era portato da casa. E guai se qualcuno nel condominio si fosse azzardato ad operazioni più cruente. Oltre a mettere a repentaglio l’incolumità degli inquilini avrebbe rischiato anche l’accusa di apicidio, una procedura che un tempo era concessa e che invece oggi è vietata.
Lasciando il luogo del soccorso Lorenzo fa sempre le stesse raccomandazioni. “Solo un odore forte quale quello di pillole di canfora messo vicino agli avvolgibili – spiega alle tante casalinghe che lo ascoltano curiose – può servire da prevenzione. Le perlustratici – aggiunge – lo sentono ed escluderanno quel sito”. Prese dalle esperte mani le api lasciano il loro temporaneo domicilio e vanno ad ingrossare il già ricco parco arnie di Lorenzo. Una volta giunto a casa Lorenzo procura loro una nuova e più accogliente casa, un’arnia cosiddetta “razionale” perché permette di raccogliere il miele senza distruggere le api, né danneggiare i favi. Sul fondo è collocato il “nido” o “camera di covata” aperto sopra o sotto e corredato da piccoli telai movibili, in media una decina distanti uno dall’altro 8 millimetri e spessi 4 millimetri, contenenti i fogli cerei sui quali le api costruiscono i favi.
Tra aprile, maggio e giugno è questa la giornata tipo di Lorenzo. La bella stagione è il momento clou delle sciamature e sempre più spesso le api scappano dalle campagne per andare in città ad installarsi abusivamente in soffitte, intercapedini, vani di finestre. Un urbanesimo con le ali dietro il quale si nasconde il declino di campagne che non sono più le stesse e che offrono sempre meno un habitat adeguato allo sviluppo delle api. Un settore specifico della protezione civile coordina così, assieme all’associazione vigili del fuoco in congedo, il recupero api in città. Nella capitale e dintorni con Lorenzo sono in tutto quattro gli acchiappaapi, uno per ogni punto cardinale. E a Lorenzo, è affidato il settore Nord.
A tavola, con un buon bicchier di vino in mano, dopo un pranzo a base dei prodotti biologici da lui coltivati, Lorenzo ci dà lezione di una materia infinita e tremendamente affascinante. Un mondo dove il caso, ma si potrebbe pensare il caos, crea la regina, signora dell’alveare per almeno cinque anni e condanna tutte le altre ad una condizione di operaie per una vita che al massimo raggiunge le sette settimane. Una società femminista dove il maschio, il fuco tozzo e peloso che riesce a raggiungere nel volo nuziale la regina, da lei scacciato subito dopo l’accoppiamento, ne resta mutilato e muore subito dopo. Per le operaie, femmine sterili, una vita grama: dare da mangiare ai fuchi, nutrire la regina, produrre cera e miele. Ma quando l’alveare e sovraffollato e la regina è vecchia è l’ora di migrare. In ballo c’è la sopravvivenza della specie. E così la vecchia regina esce dall’alveare, vola più in alto possibile per selezionare il fuco che in quello stesso volo la feconda e sciama portandosi dietro una nuvola di almeno 30 mila operaie.
“Indietro non possono più tornare” racconta Lorenzo. “Durante la sciamatura – spiega – le operaie continuano ad alimentare la regina a pappa reale come hanno sempre fatto fin dallo stadio di larva ed acquisiscono una sostanza, il ferormone, che è una sorta di odore ascellare. Le api uscite dall’alveare spesso perdono la regina perché è vecchia oppure ammalata. Una volta sperduta la regina le operaie continuano a comportarsi come colonia ma non possono più tramandare la specie poiché, nonostante siano tutte femmine, solo la regina possiede i “gameti” e decide il sesso dei nascituri. Il loro comportamento è alterato e in città – dice Lorenzo – provocano tanto spavento, girando qua e là caoticamente. Ma poi si disperdono e alcune vengono accettate da alveari vicini”. Miliardi di api alla deriva da recuperare. E il lavoro è tanto. Solo nel 2004 Lorenzo ha effettuato almeno 250 interventi ma le segnalazioni erano il doppio. In questo periodo compie in media una decina di interventi a settimana. In genere prende il “glomere” per le mani e lo fa cadere nel cassettino che si è portato con sé.
Da qualche mese il suo lavoro è riconosciuto come “attività di interesse nazionale”. Lo ha stabilito, nel dicembre 2004, la legge quadro sull’apicoltura. La precedente normativa risaliva al 1926. Si è parlato di un trasversale “partito del miele” che ha messo tutti d’accordo dando nuovo nettare ad un settore che, con un milione e 100 alveari e oltre 50mila apicoltori, produce il 50 per cento del fabbisogno italiano. Tutelate inoltre cinquanta miliardi di api che garantiscono l’impollinazione di 22 mila specie di piante selvatiche oltre a quelle coltivate.
Il cellulare “squilla”. Lorenzo risponde. “C’è da fare un intervento”. Questa volta a Sacrofano. E Lorenzo, dopo una grappa, riparte per la sua nuova operazione di interesse nazionale.

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