La rivista inglese “The Lancet” sulla seconda ondata di contagi e la Cina

Mentre la pandemia di coronavirus imperversa nel nostro e negli altri paesi imperialisti, la Cina è riuscita ad abbattere la curva dei contagi e ha così evitato la seconda ondata. Ma come ha fatto?

Newsletter n.30/2020: La rivista inglese “The Lancet” sulla seconda ondata di contagi e la Cina

[Internazionale] La rivista inglese “The Lancet” sulla seconda ondata di contagi e la Cina

Mentre la pandemia di coronavirus imperversa nel nostro e negli altri paesi imperialisti, la Cina è riuscita ad abbattere la curva dei contagi e ha così evitato la seconda ondata. Ma come ha fatto?

Un articolo pubblicato su The Lancet – Infectious Diseases intitolato China’s successful control of Covid-19illustra le ragioni per cui la Cina è riuscita a tenere sotto controllo la pandemia nonostante fosse stata l’epicentro del virus e il Paese inizialmente con più malati e morti. Questo è stato possibile soprattutto grazie a:

  • un sistema centralizzato di risposta alle epidemie

  • restrizioni molto severe (durante il lockdown solo un membro della famiglia era autorizzato a uscire di casa per comprare beni di prima necessità, per esempio)

  • un efficace sistema nazionale di contact tracing (tracciamento dei contagi)

  • la capacità di aumentare la produzione di mascherine e camici clinici

  • l’accettazione dell’uso obbligatorio della mascherina da parte della popolazione senza polemiche o esitazioni

  • un controllo della trasmissione locale che ha lasciato poi il posto alla prevenzione della diffusione del virus dai casi importati.

La maggior parte degli adulti cinesi ha vissuto la SARS e ciò ha fatto sì che la società fosse molta attenta e consapevole di ciò che può causare un’epidemia di coronavirus. “Altri Paesi non hanno ricordi così freschi di una pandemia”, dice Xi Chen della Yale School of Public Health.

Un’altra differenza con l’Europa è che solo il 3% della popolazione anziana cinese vive in case di riposo, luoghi ad alto rischio. “La rapidità di risposta della Cina è stata cruciale”, aggiunge il dott. Gregory Poland, direttore del Vaccine Research Group della Mayo Clinic di Rochester, USA.

In Cina hai una combinazione tra una popolazione che prende sul serio le infezioni respiratorie ed è disposta ad adottare interventi non farmaceutici, con un governo che può imporre forti limitazioni alla libertà individuale, che non sarebbe considerato accettabile nella maggior parte dei Paesi occidentali”, riporta l’articolo. “L’impegno per il bene superiore è radicato nella loro cultura; non c’è l’iperindividualismo che caratterizza gli Stati Uniti e che ha guidato gran parte della resistenza alle contromisure contro il coronavirus”, continua il dott. Poland. A fine agosto Wuhan ha ospitato un mega evento musicale in piscina, con migliaia di persone. L’evento è stato preso di mira dai media stranieri, ma il Global Times – media di proprietà statale – ha detto che l’evento “era un promemoria per i Paesi alle prese con il virus per ricordare che le misure preventive rigorose hanno una ricompensa”.

quello che The Lancet non dice (continua a leggere)

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[Italia] Gli operai Whirlpool e il giornalino Spunta verde

“Gli operai della Whirlpool di Napoli non possono più aspettare, devono usare la lotta dei prossimi giorni per rafforzare la loro organizzazione e costituire un consiglio di fabbrica che vada al di là di ogni tessera sindacale e promuovere anche l’unità sindacale contro la chiusura; c’è bisogno dell’intelligenza, delle idee e delle proposte di tutti per alzare il livello di questa lotta che rappresenta un esempio per la classe operaia di tutto il paese. Non possono più aspettare soluzioni che vengono dall’alto, ma devono dotarsi di un piano preciso per la Whirlpool; e per farlo possono avvalersi del sostegno e del contributo di docenti, tecnici, ingegneri, come già fatto con la proposta di fare dello stabilimento luogo di ricerca e sviluppo per la facoltà di ingegneria e quindi per il settore degli elettrodomestici in Italia.
Nel percorso per imporre la nazionalizzazione e non far chiudere la fabbrica gli operai della Whirlpool di Napoli non sono soli e devono innanzi tutto promuovere il coordinamento con gli altri stabilimenti Whirlpool e del suo indotto. In questo senso il foglio “Spunta Verde” ha un importante ruolo di connessione e organizzazione. Attraverso la rivista gli operai dello stabilimento di Napoli possono arrivare agli operai degli altri stabilimenti e trattare i tentativi dei padroni di spezzare il fronte degli operai con assunzioni e la prospettiva che la chiusura dello stabilimento di Napoli significhi più lavoro e sicurezza per gli altri stabilimenti. Il foglio è strumento anche per chiamare alla solidarietà e all’unità di classe; perché la vittoria alla Whirlpool di Napoli non è in contrasto con il lavoro degli altri stabilimenti, ma anzi rappresenterebbe una vittoria per tutta la classe, una vittoria che rafforzerebbe il campo degli operai in lotta indebolendo quello dei padroni! La diffusione nazionale di Spunta Verde, in tutti gli stabilimenti, è quindi funzionale al coordinamento, alla solidarietà e all’unità. Noi, come Partito dei CARC contribuiremo alla diffusione del foglio negli stabilimenti Whirlpool in cui interveniamo in tutta Italia, promuovendo l’organizzazione e il coordinamento tra stabilimenti.” (Leggi tutto l’articolo)

Scarica qui il giornalino n.0 Whirlpool “Spunta verde”

Leggi ancora:

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Interviste sui Consigli di Fabbrica

CdF della Belleli Industrie Meccaniche SpA di Mantova – Intervista a Dante Goffetti

“L’aspetto quotidiano del lavoro del comitato ambiente era quello del “pronto intervento”, cioè la visita nei reparti se ci venivano segnalati problemi a cui far fronte. Inoltre, raccoglievamo sistematicamente le segnalazioni provenienti dai reparti riguardo nocività ambientali, andavamo nei reparti interessati a verificare come stavano le cose, poi redigevamo documenti in cui esponevamo il problema e le nostre richieste per risolverlo e lo consegnavamo all’ufficio del personale. Poi invitavamo gli operai a segnalarci eventuali progressi e periodicamente chiedevamo spiegazioni all’ufficio del personale sui ritardi delle bonifiche e chiedevamo tempi certi minacciando blocchi delle lavorazioni pericolose e scioperi.

Le lotte per l’ambiente e per la sicurezza alla Belleli erano di casa: ricordo 60 ore di sciopero per ottenere il libretto di rischio bio-sanitario (una sorta di cartella clinica per ciascun lavoratore esposto a rischi specifici per la salute), lotte per ottenere visite audiometriche pagate dall’azienda per i lavoratori della caldareria e l’insonorizzazione dei macchinari più rumorosi, lotte per ottenere aspiratori portatili contro i fumi della saldatura (in Belleli i saldatori erano tanti), lotte per far avere tute protettive dalla sabbia che veniva sparata ad alta velocità nel reparto decapaggio per levigare le aste per la trivellazione petrolifera, ecc. Salvo che per il libretto di bio-rischio sul quale l’azienda si impuntò sostenendo che non competeva a lei ma alla USL, sulle lotte per obiettivi concreti, con molta pazienza e insistenza e minacce di bloccare le lavorazioni, riuscivamo pian piano a ottenere non tutto ma importanti risultati concreti.”

Leggi tutta l’intervista cliccando qui.

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