Fulvio Grimaldi: “Gracias a la vida” (Spallanzani, voi, noi, gli umani)

Termina con la sesta e ultima “Pillola dallo Spallanzani”, il diario della mia degenza di otto giorni nell’ospedale romano omonimo.

Violeta Parra, cantautrice cilena di grande impegno politico e sociale

 

Intervista concessa a Riccardo Rocchesso del portale “100 giorni da Leone”

 

Una panoramica in lungo, in largo, ma anche in profondità, sul contesto occultato dei fenomeni scatenati in Ucraina e dei loro riverberi in tutto il mondo e sulle nostre vite. Un sito, questo, che raccoglie in particolare l’interesse e un seguito di giovani, cosa bella e buona e, soprattutto, necessaria.

Trattandosi di racconto personale che, però, riflette una sconfinata esperienza collettiva, mi sia consentito di partire da me, per arrivare a considerazioni che possano essere condivise da altri. Come ho fatto nelle mie precedenti cinque “Pillole dallo Spallanzani”.

Davide, la fionda, il sasso

Qui si tratta di virtù tanto sorprendenti, alla luce dei tempi che corrono, quanto sommerse da una strategia nichilista che si pone ad autorità morale e scientifica e non vale nemmeno uno dei trenta denari rifilati dal Sinedrio agli Zelensky, Draghi, Speranza, Mentana d’allevamento. Nella mia esperienza di spiaggiato sulla riva della risacca, mi sono visto imbastire sulla scena un paese dei balocchi, dove scienziati, comandanti, ministri, pedagoghi, con le orecchie da somaro nascoste nel cappuccio, si alternano da lustrascarpe al direttore del Circo, e da ratti appesi ai resti di un formaggio nazionale irrancidito.

Cerusici rinnegati, traditori del giuramento a Ippocrate e al prossimo, dall’infima scala dei valori e onori scientifici (vedi Indice Hirsch), strafatti di ego insufflato dai chierici televisivi. Inebriati di potere catodico che li titola a prendere gli umani per la collottola, chiuderli nella camicia di contenzione dell’irrazionalismo, sbatterli al muro della circonvenzione di incapace e consegnarli in stracci ai gestori della discarica.

Questa è la scena disegnata per i passeggeri del carro dell’Omino di burro. Scena frantumatasi in coriandoli all’emergere, dalle ombre di una memoria, dissipata a forza di violento istante, di un’Italia spallanziana, ma anche ippocratea, ma anche garibaldina e galileana, mameliana e giordanobrunesca, ovidiana, dantesca, marcoaureliana e sessantottina. Ed ecco i medici liberi, delle cure domiciliari soppresse, gli amici che ti attorniano e sorreggono, il coraggio, la sapienza e l’anticonformismo di una struttura d’eccellenza come lo Spallanzani. Tutto questo io me lo raffiguro in questo Davide di Bernini.

 

Retorica? Embè? In ogni caso non è quella di un certo capo dello Stato, dai trascorsi che un olocausto serbo ricorda e che ora ci chiama al trionfo del nazismo.

Forse è quella, a me vicinissima, dei miei nonni che stavano alle elementari quando i Mille partivano da Quarto. O quella del mi’ babbo che lanciava granate sul Carso  e ci ha rimediato la promozione sul campo a maggiore, una croce di guerra e una medaglia d’argento e poi è stato richiamato nel 1942 e fatto prigioniero dai tedeschi nel 1943. “Sole che sorgi” la cantavamo prima che i repubblichini ne facessero un inno e “Bella Ciao” la cantavamo prima che sedicenti sinistre la degradassero a inno NATO. Poi ho fatto il ’68-’77 e ci credo ancora, alla faccia di Adriano Sofri e delle BR al merito della CIA. Ognuno è figlio del suo tempo e ne porta ferite e sbraghi. E, dunque, se qui tracima retorica, ricordiamoci che la Storia, checchè ne dicano i linearisti, è circolare e che, attraversando foreste e cespugli, qualche spina, ramo, foglia, ti rimane appiccicata e ti ricorda per dove sei passato, perchè e con chi.

Pinocchio, la vita, la nazione

 

Tutto questo pippone, per dire grazie a una polmonite virale, rimediata da contagio in redazione, grazie alla quale ora sto sul campo, spaventapasseri dai panni sbrindellati. O come un Pinocchio scampato agli assassini, alla fatina maligna, al grillo parlante scassaminchia, al domatore del Circo e alle orecchie da somaro coltivate nel Paese dei Balocchi. Cadono e si frantumano, come tessere da un mosaico, i Pregliasco che non ti curano perchè non sei vax, i Galli che traggono terapie dalla manipolazione dei concorsi universitari, i Bassetti dei dileggi e degli anatemi a chi non contribuisce ai 90 miliardi di utili di Pfizer e Moderna. Tutti coloro che dalle onoranze pubbliche ai propri conflitti d’interesse traggono sostentamento, conforto pubblico e scivolina di saliva di Fabio Fazio.

Nel mio caso è andata così. Contagio sul lavoro, febbrone e tampone positivo. Da patologia pregressa, malfunzionamento respiratorio. Nel deserto della sanità territoriale, mi si prescrive RX del torace. Irrealizzabile. Non la fa nessuno. L’eventuale polmonite non si può accertare. Tossicchio e scatarro, a dispetto delle cure domiciliari alternative che una schiera di medici, renitenti al protocollo pandemigenico di Speranza, ai suoi virus e vaccini ingegnerizzati, con grande sensibilità ippocratea mi prescrive. Non succede niente, perchè di altro si tratta e, latitante in fuga il medico “di famiglia”, alla terza settimana chiamo l’ambulanza e finisco al Pronto Soccorso di Civitavecchia. Lastra, polmonite bilaterale interstiziale, evolutasi da un’antica bronchite asmatica cronica, trascurata.

Sanità territoriale del “si fa quel che si può”, in virtù dei tagli lineari degli ultimi vent’anni, con Prodi, Monti, Cottarelli, Gentiloni, Renzi, tutti governi ansiosi di salute pubblica pussa via! Lieve sconcerto per la mia posizione eterodossa sul protocollo vaccinale, ma generoso impegno della dottoressa responsabile del reparto, comunque sempre a debita distanza dalla mia infetta persona, “che fa il giornalista e ha le sue teorie”. Due notti dopo, dandosi da fare, la santa donna, riesce a piazzarmi allo Spallanzani. Quelli che hanno isolato il Sars-Cov-2. Quegli intemerati che hanno osato lavorare sullo Sputnik! Quelli che manco ti chiedono se sei vax, no vax, quasi vax, non ancora vax, per niente al mondo vax…

Vax, No Vax, ma che c’entra…

 

E lì è un altro mondo rispetto al metaverso di quel Salute-Horror-Show allestito tre anni fa da una cosca di virologi radiocomandati dalla cupola della normalizzazione globalista. Dai primari che cacciano chi non è vax a una struttura che supera tutte le altre del continente in virtù della sua indipendenza, multilateralità e polifonia scientifica, disobbedienza alle lobby degli interessi da ergere a Olimpo, eccellenza ed eterodossia geopolitica della ricerca. Dai lecca lecca di Fabio Fazio per i  carcerieri in camice abusivo, a chi va sulla strada di Ippocrate, Galeno, intimità empatica e comunicativa tra paziente e terapeuta.

Se in Germania il Robert Koch Institut, nel Regno Unito l’Imperial College, negli USA, scandalosamente, il CDC, la FDA, il Fauci sino-yankee, hanno piegato agli interessi di dollaro e cannone una scienza, che per sua identità ineluttabile e salvifica, ha da essere multiforme e perennemente socratica nel dubbio e galileana nella ricerca, da noi, allo Spallanzani, si è restati umani. Come perorava Vittorio Arrigoni, volontario a Gaza, assassinato da un pensiero unico.

Per me lo Spallanzani è lunghi corridoi, qualche ascensore, un’ampia stanza da isolamento, una finestra, un balconcino appositamente costruito, dal quale fare incontrare sorrisi e i voti di amici e congiunti (pensate!) e, al di là di quella, un intreccio di rami di bellissimi pini mediterranei, sullo sfondo di una tardiva, ma sempre solare, architettura razionalista italiana.

Per me lo Spallanzani il rifiuto sdegnoso e generoso di ogni discriminazione, come detta Ippocrate e come è stata irrisa e dileggiata nel nome di un mondo di buoni contro un sottomondo di cattivi.

Per me lo Spallanzani si chiama Prof. Francesco Vaia e la sua impronta di buonsenso, dirittura morale, serietà scientifica, osteggiata dai lenoni del lupanare sanitario globalista, la si ritrova nel fluttuare premuroso, accattivante, cordiale, alla materna, o paterna, o alla fratello maggiore, di puffi bianchi. Puffi come stormi di rondini. Puffi incartati, ma dai cui occhi brillava sempre qualcosa che  dava la sensazione del cambiamento dell’aria, da una finestra spalancata sulla primavera.

 

Ricordo Antonietta, dagli occhi verdi, rapida, efficiente, un’eruzione lavica di buon umore, partecipazione, incoraggiamento. Ricordo Gaetano, il medico che una ruota della fortuna logistica  è riuscita a farmi arrivare ripetutamente al capezzale, con i suoi occhi negli occhi, la sua mano sulla mano, il contatto ribadito e coltivato, le nocche sulla schiena ad auscultare, la capacità di entrare, negli organi come negli affannati bisogni della psiche. Alla faccia dei distanziamenti, sentenziati a prescindere e a priori, finalizzati a disseminare monadi nell’universo dei rapporti, degli spazi, degli affetti.

E ricordo un agile e possente ponte tibetano, lanciato tra malattia e guarigione da Mariano oncologo, che, sulla passarella ondeggiante tra vita e qualcos’altro, mi ha tenuto per mano, fino all’altra sponda, rubando attimi e pensieri preziosi alla sua opera di medico umanista. E tuttora veglia su di me e sul risanamento da custodire.

Questa settimana allo Spallanzani mi ha fatto riflettere che, mai, al di là di tutti i draghi, ci si deve rammaricare di essere nati e rimasti italiani. Che la forza dell’umanesimo come  tessuto affettivo a garanzia dei rapporti nella comunità tra il singolo e gli altri, tiene. A dispetto di tutte le lacerazioni che si tentano a forza di dissonanze e manipolazioni cognitive. Questa mesata di polmonite virale ha fatto da setaccio. Il morbo gli ha dato uno scossone e nella polvere dell’irrilevanza sono piovuti scarti di transumanesimo robotico, da remoto, da paura, da opportunismo. Il famoso transumanesimo a forza di reductio ad machinam, promessa, minacciata, ma addirittura anelata con ottuso anticipo da chi il peso dell’umanesimo lo ritiene troppo impegnativo. Meglio Alexia. Uno scossone, un soffio e nel setaccio sono rimasti a brillare le pietre d’inciampo dell’umanità che non si arrende.

Tra queste anche Ennio, infermiere che, stupefacentemente, tra mille trasporti, mi ha espresso la sua gioia per essere stato colui che allo Spallanzani mi ci aveva portato e, ora, mi si portava via da lì, a casa.  E’ con un bellissimo ghigno che mi ha sussurrato ” Daje Fulvio! Ci hanno ragione i russi…” .

Qui non conta se avessero ragione Ennio, i russi, o addirittura gli antifascisti con le loro nuvole d’incenso a un regime, un’alleanza, uno sterminio, orgogliosamente nazisti. Qui conta la voce fuori dal coro. Voce più forte dei muscoli di Sansone. Tanto che in quel preciso momento Zelenskij, Fauci, Draghi, Bill Gates ed Enrico Mentana si disintegrarono in sincrono. Puff! e via. Dei loro nanetti da giardino e dei loro soldatini di piombo non rimasero che coriandoli da nutrire i polli.

 

Fulvio Grimaldi

23/04/2022

GRACIAS A LA VIDA — Spallanzani, voi, noi, gli umani

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