La Russia pubblica documenti declassificati per il 75° anniversario della liberazione di Budapest dai nazisti

Contro ogni revisionismo. La Russia pubblica documenti declassificati per il 75° anniversario della liberazione di Budapest dai nazisti da parte dell’Armata Rossa

“La capitale dell’Ungheria era di grande importanza strategica per le forze naziste. Pertanto, alla periferia della città furono costruiti numerosi punti di difesa e la città stessa divenne una fortezza inespugnabile”, affermano dal Ministero della Difesa russo

Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato sul suo sito web diversi documenti declassificati in occasione del 75° anniversario della liberazione da parte dell’Armata Rossa della capitale ungherese dagli occupanti nazisti.

Il 13 febbraio 1945, le truppe sovietiche liberarono Budapest, completando l’ offensiva strategica contro i nazisti nelle regioni centrali dell’Ungheria che durò 108 giorni e notti, partita il 29 ottobre 1944.

Tra i vari documenti declassificati unici dei fondi dell’Archivio centrale del ministero russo, che sono presentati in una nuova sezione storica del sito Web, vi è un piano di raggruppamento delle truppe naziste per il 1° dicembre 1944.

“La capitale dell’Ungheria era di grande importanza strategica per le forze naziste. Così alla periferia della città furono costruiti diversi punti di difesa e la città stessa divenne una fortezza inespugnabile”, hanno spiegato dal Ministero della Difesa russo.

Atrocità naziste

Sebbene l’Ungheria fosse un alleato del Terzo Reich nella seconda guerra mondiale, le truppe naziste distrussero le chiese ungheresi, furono imposte ai giovani e ai più anziani i lavori forzati, rendendo impossibile la vita alla popolazione locale, compresi gli ucraini, e gli ebrei sterminati .
I documenti declassificati evidenziano le atrocità commesse dai nazisti contro i prigionieri di guerra e i civili in Ungheria.

“Vengono presentati i protocolli per l’interrogatorio dei prigionieri di guerra, che nelle loro testimonianze mostrano chiaramente che i nazisti trattavano il popolo ungherese come la popolazione di uno stato vassallo”, hanno confermato dal Ministero.

Inoltre, questi documenti descrivono le rappresaglie dei nazisti contro gli ebrei della città ungherese di Szeged, dove 16.000 persone furono ammassate in un ghetto. Quindi, tutta questa popolazione ebraica con il pretesto di un’evacuazione è stata inviata “in direzione della Germania” in carri merci senza cibo e acqua e “nessuno conosce la sua destinazione successiva”, si legge uno dei documenti declassificati.

I documenti evidenziano anche le atrocità delle truppe della Germania nazista nella vicina Ucraina , all’inizio della seconda guerra mondiale. Entro il 1° maggio 1942, i nazisti, in dono per il führer, “ripulirono completamente” il ghetto della città ucraina di Stálino con l’artiglieria antiaerea, il documento cita l’interrogatorio di un prigioniero di guerra che combatté insieme al nazisti sul fronte orientale.

“Ai lavoratori ucraini, i nazisti li colpivano anche per una piccola cosa. Ad  un lavoratore rimase privo di sensi, lo ricoprirono immediatamente di terra. Se un lavoratore voleva opporsi, gli sparavano immediatamente”, il documento cita un prigioniero di guerra. Il numero di persone uccise dai nazisti in questa città ucraina è stimato tra 60.000-80.000, comprese le madri con bambini, donne e uomini di tutte le età.

Nella stessa città i nazisti sterminarono la popolazione in due autobus ermeticamente chiusi, dove i gas di combustione non uscivano all’esterno, ma si fermavano all’interno dei veicoli. I corpi delle persone assassinate furono gettati in una miniera.

Il Ministero della Difesa russo ha indicato di pubblicare questi archivi con l’obiettivo di proteggere la verità storica, contrastando le falsificazioni della storia e tentando di rivedere i risultati della seconda guerra mondiale.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-contro_ogni_revisionismo_la_russia_pubblica_documenti_declassificati_per_il_75_anniversario_della_liberazione_di_budapest_dai_nazisti_da_parte_dellarmata_rossa/82_33050/

 

La battaglia di Stalingrado per spiegare che comunismo e nazismo non sono equiparabili

Il 2 febbraio ricorre l’anniversario della vittoria dell’Armata Rossa a Stalingrado. Con una gigantesca e sbalorditiva manovra a tenaglia, l’esercito sovietico completava l’annientamento della sesta armata nazista del feldmaresciallo Paulus. Read More “La battaglia di Stalingrado per spiegare che comunismo e nazismo non sono equiparabili”

75 anni fa l’Armata Rossa liberava Auschwitz

Nel documento diffuso dal Partito Comunista Portoghese, il lucido ricordo del ruolo fondamentale svolto dall’Unione Sovietica nella liberazione del campo di sterminio di Auschwitz e dei comunisti di tutta Europa nella sconfitta del mostro nazifascista insieme alla denuncia delle vergognose speculazioni che accomunano le destre fasciste e reazionarie e la “sinistra imperiale” (di cui fa parte anche il gruppo europarlamentare del PD firmatario di un’immonda risoluzione all’insegna del più sfacciato revisionismo storico) tendenti a mettere sullo stesso piano le belve hitleriane e i loro collaborazionisti, responsabili della guerra e degli immani massacri di ebrei, rom, soldati dell’Armata Rossa, comunisti e altri oppositori politici, e chi, con il sacrificio di decine di milioni di suoi soldati e civili, ha contribuito in modo decisivo alla vittoria della civiltà contro la barbarie del fascismo e dei suoi crimini. (MG) 

Sono passati 75 anni dalla liberazione da parte dell’esercito sovietico del campo di concentramento nazista di Auschwitz, dove più di un milione e centomila esseri umani furono assassinati sistematicamente – nelle camere a gas, per fame e malattie, con fucilazioni e torture.

Nel celebrare questa data, il PCP ricorda il ruolo decisivo e indimenticabile dell’URSS, del popolo sovietico e della sua Armata Rossa, nella sconfitta di Hitler e del nazi-fascismo, l’espressione storica più violenta e terroristica del capitalismo. Gli epici sacrifici del popolo sovietico nella Seconda Guerra Mondiale – con i suoi oltre 20 milioni di morti -, che portarono alla liberazione dei popoli e dei lavoratori dalla barbarie nazifascista, non saranno mai dimenticati.

Nei campi di concentramento nazisti furono sterminati milioni di esseri umani, per lo più prigionieri di guerra e civili sovietici, ebrei, slavi, tra gli altri. Ma i campi di concentramento nazisti erano anche campi di lavoro forzato al servizio dei grandi monopoli tedeschi – IG Farben, Krupp, Siemens, AEG e altri – che avevano giocato un ruolo decisivo nell’ascesa di Hitler e del nazismo al potere. Campi in cui lo sfruttamento del lavoro umano è stato portato all’estremo – fino alla morte – e dove quelli ritenuti inadatti al lavoro sono stati crudelmente eliminati.

Nessuna campagna di menzogne ??e falsificazione storica potrà mai cancellare il ruolo decisivo dell’Unione Sovietica e dei Comunisti, che hanno guidato la Resistenza e la lotta che ha sconfitto il nazifascismo a costo di indicibili sacrifici.

Lotta contro il fascismo, in cui si inserisce la lotta del Partito Comunista Portoghese per la libertà e la democrazia, contro la dittatura fascista in Portogallo, che ha oppresso il popolo portoghese per quasi mezzo secolo, ha liquidato le libertà più elementari, ha condannato il nostro paese all’arretratezza e alla miseria, ha represso, torturato e assassinato, ha condotto guerre coloniali criminali.

I comunisti furono le prime vittime del fascismo. E’ stato in nome dell’anticomunismo che gran parte della classe dominante ha concepito e sostenuto l’ascesa e la brutalità del fascismo, e non solo, nei paesi – come il Portogallo – dove è salito al potere. Una connivenza che aveva un chiaro segno di classe, inseparabile dal desiderio di vedere il nazifascismo schiacciare il movimento operaio e i partiti comunisti, salvare il capitalismo da una profonda crisi e attaccare e distruggere l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Le responsabilità dei gruppi monopolistici e delle potenze occidentali nell’ascesa del fascismo e nello scoppio della Seconda Guerra Mondiale sono evidenti nel tradimento della Repubblica democratica spagnola, nell’abbandono alla loro sorte dei popoli che furono le prime vittime delle aggressioni fasciste – come l’Etiopia, la Cina e l’Austria – o alla Conferenza di Monaco del settembre 1938, con la collaborazione aperta del Regno Unito e della Francia con Hitler e Mussolini nello smembramento della Cecoslovacchia. Ciò ha avuto una sua espressione anche nella resa e nel collaborazionismo della Francia di Vichy.

La connivenza del grande capitale con il fascismo è continuata, dopo la seconda guerra mondiale, con la promozione di un’alleanza anticomunista guidata dagli Stati Uniti – di cui è esempio la trasformazione del Portogallo fascista in un alleato e membro fondatore della NATO -, con l’obiettivo di contenere e far regredire i progressi storici ottenuti nella liberazione sociale e nazionale dai popoli nel dopoguerra. Migliaia di nazifascisti e di loro collaboratori sono stati messi al servizio di campagne anticomuniste e reti di sovversione e terrorismo – come “Gladio” – create dall’imperialismo statunitense e dai suoi alleati in tutto il mondo. In numerosi paesi, come la Repubblica Federale Tedesca, costoro sono stati collocati in importanti posizioni di potere. È con questi mezzi e con il sostegno aperto e nascosto dell’imperialismo che le forze che emergono oggi, in diversi paesi dell’Europa orientale – come in Ucraina o nelle repubbliche baltiche – riabilitano il fascismo e glorificano apertamente i collaboratori con il nazismo, mentre distruggono i monumenti e la memoria delle truppe sovietiche, mettono fuorilegge i partiti comunisti e perseguitano i comunisti e gli altri democratici.

Come dimostra la storia, dietro l’anticomunismo si nascondono le concezioni e le intenzioni più reazionarie e antidemocratiche.

La riabilitazione del fascismo e dei suoi crimini non è nuova, come attesta, ad esempio, la visita del presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, e del cancelliere della Repubblica Federale di Germania, Helmut Kohl, al cimitero delle “SS” (truppe d’assalto naziste) a Bitburg, nel 1984. Ma le campagne per imbiancare il fascismo, banalizzare l’ideologia fascista, la menzogna e la falsificazione storica, ottengono oggi una dimensione senza precedenti – di cui è parte la vergognosa risoluzione anticomunista adottata dal Parlamento europeo lo scorso settembre o l’inaccettabile iniziativa di creare in Portogallo un “museo” dedicato al dittatore Salazar.

Queste campagne dimostrano che, come nel XX secolo, settori del grande capitale stanno ora scommettendo nuovamente sull’attacco alle libertà, alla democrazia, alla sovranità, con la violenza e la guerra, per cercare di superare la crisi strutturale del capitalismo e fermare l’inevitabile resistenza del lavoratori e popoli di fronte all’assalto di questo brutale sistema di oppressione e sfruttamento. Particolarmente cinica e perversa è la campagna per cercare, in nome della giusta condanna della crudele persecuzione nazista nei confronti degli ebrei, di giustificare i crimini del regime sionista israeliano contro il popolo palestinese e l’occupazione violenta e illegale dei territori palestinesi.

In un momento in cui l’umanità si trova di nuovo di fronte alla minaccia del fascismo e della guerra, il PCP, alzando lo stendardo della pace e della verità, della lotta contro le menzogne ??e la falsificazione storica, contro il fascismo e la guerra, fa appello alla coscienza e alla mobilitazione dei democratici e degli antifascisti perché mai più si ripetano Auschwitz e gli orrori del nazifascismo e della guerra.

Nota dell’Ufficio Stampa del Partito Comunista Portoghese

da http://www.pcp.pt

Traduzione di Mauro Gemma per Marx21.it

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-75_anni_fa_larmata_rossa_liberava_auschwitz/82_32898/

Da dove nasce il falso storico di “Auschwitz liberata dagli alleati”

Pochi giorni fa è stata la ricorrenza del settantacinquesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, giornata universalmente riconosciuta come Giorno della Memoria, celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto.

Esattamente il 27 gennaio del 1945 i soldati russi della 60° Armata del “1º Fronte ucraino” guidati dal maresciallo Ivan Konev, arrivarono per primi presso la città  polacca di Oswiecim (in tedesco Auschwitz), liberando il vicino campo di concentramento. Quanto da loro scoperto e le testimonianze attinte dai sopravvissuti, rivelarono al mondo finora ignaro, le nefandezze perpetrate dal nazifascismo e il genocidio mosso ai danni di ebrei, zingari, omosessuali e minoranze etniche, che non risparmiò nemmeno dissidenti politici e prigionieri di guerra.

L’apporto dell’Armata Rossa in quel frangente fu essenziale, come lo fu per capovolgere le sorti di un conflitto  mondiale che prima della storica battaglia di Stalingrado aveva visto le armate del Führer, sconfiggere uno ad uno e con facilità disarmante gli eserciti dei paesi poi occupati.

Come ricorda Fabrizio Poggi in suo articolo scritto per Contropiano “esattamente un anno prima della liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1944, l’Esercito Rosso era riuscito a rompere completamente l’assedio portato a Leningrado dalle truppe tedesche, italiane e finlandesi che, per 872 giorni, aveva causato tante vittime quante quelle di Amburgo, Dresda, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki prese insieme: gli storici valutano tra 650.000 e 1,3 milioni di morti, il 90% dei quali per fame e freddo. Il 27 gennaio è dunque celebrato in Russia quale Giornata della gloria militare”.

Lo stesso Poggi in un altro suo articolo non manca di interrogarsi su “cosa significano i 26 milioni di cittadini sovietici caduti, civili e militari, a fronte del milione e mezzo di morti di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna prese insieme? Cosa importa che dal 1941 al 1944, quando l’Armata Rossa riuscì infine a portare il fronte al di là del territorio sovietico, le oltre 230 divisioni – da Germania e paesi satelliti, Italia compresa – schierate sul fronte orientale avessero condotto una guerra di sterminio, volta ad annientare la popolazione civile, mentre a ovest 60 divisioni tedesche tenevano impegnati gli Alleati quel tanto che bastava per rimandare fino al 1944 l’apertura del secondo fronte?”.

Le domande all’apparenza retoriche che l’autore pone non sono invece affatto scontate e sottintendono l’obbligo morale di contrastare una mistificazione da tempo ormai in atto, una revisione della storia ormai palese, culminata con l’equiparazione tra comunismo e nazismo, avvallata con una risoluzione votata lo scorso 19 settembre dal Parlamento europeo fatta discendere dalla falsa retrodatazione storica dell’inizio del secondo conflitto mondiale come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939 (il c.d. patto Molotov-Ribbentrop).

L’Unione Sovietica è caduta e con essa il modello socialista che incarnava e le potenze capitalistiche, vincitrici sul piano economico e culturale stanno imponendo una nuova visione dei fatti distorta e rimaneggiata, avvallando la famosa  espressione “la storia la scrivono i vincitori”.

Pertanto non dovrebbe stupire il fatto che finanche la rivista settimanale più letta in Germania, il Der Spiegel, in una sua pubblicazione, abbia recentemente affermato che siano stati gli statunitensi a liberare Auschwitz o che  in Italia la televisione di Stato in un servizio andato in onda per il Tg2,  l’8 dicembre scorso  abbia fatto lo stesso.

Ancora non dovremmo sorprenderci  se in occasione delle celebrazioni di quest’anno,  come sempre lo stesso Poggi  ricorda, “dalla Commissione Europea a Bernie Sanders si è evangelicamente parlato di forze alleate che liberarono il campo di Auschwitz-Birkenau” e di come “Donald Trump, mentre ufficializzava l’obbrobrio anti-palestinese, ha bofonchiato di “forze della libertà”.

Insomma il processo revisionista pare inarrestabile: a livello di immagine in Italia e nel mondo uno dei punti più bassi è stato raggiunto però con la proiezione de “La Vita è bella”, il film diretto e interpretato da Benigni  che candidato all’Oscar vinse tre premi: come miglior film straniero, migliore attore protagonista (Benigni, appunto) e migliore colonna sonora.

Il film fece incetta di numerosi altri prestigiosi riconoscimenti: oltre agli oscar venne infatti presentato in concorso al 51° Festival di Cannes, dove vinse il Grand Prix Speciale della Giuria. Conquistò poi 9 David di Donatello, 5 Nastri di Argento, finanche un premio medaglia a Gerusalemme e la lista sarebbe ancora lunga, risultando in definitiva uno dei film italiani più visti di sempre.

Eppure proprio in questa sua opera Benigni compie la celebre “ mascalzonata” come ricorda  il celebre  regista Mario Monicelli “quando alla fine fa entrare ad Auschwitz un carro armato con la bandiera americana. Quel campo lo liberarono i Russi, ma… l’oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà”.

Nel film infatti  il protagonista Guido Orefice, interpretato proprio da Benigni, è un italiano di origine ebraica che insieme al figlio e allo zio Eliseo viene catturato dai nazisti. Entrambi finiscono caricati su un treno e dalla Toscana vengono condotti in un campo di concentramento. L’epilogo è arcinoto, col finale in cui  il bambino riesce a sopravvivere e ricongiungersi alla madre, preceduto dalla  celebre scena del carro armato da cui fa capolino il soldato americano liberatore.
Io stesso a sedici anni quando in un’arena d’estate vidi il film, all’asciutto  di conoscenze storiche e politiche sul tema, mi convinsi che a liberare il campo di concentramento che seppur nel film non era esplicitamente menzionato, ma che nell’immaginario collettivo passò come quello di Auschwitz, fossero stati gli statunitensi.

E qui veniamo alla conclusione che quello di Benigni è un falso storico volutamente commesso, che  indubbiamente gli spianò la strada per gli oscar e per il successo internazionale.

Di questa affermazione siamo pienamente convinti, perché Benigni non poteva non sapere che quello di  Auschwitz oltre a essere stato  il campo di sterminio più grande, quello nel quale persero la vita oltre un milione e centomila persone, al contempo fu quello dove venne deportata la quasi totalità di ebrei italiani, come quello di fantasia, quel Guido che impersonava lo stesso Benigni nel suo film.
*Su un totale di 6806 ebrei italiani arrestati e deportati infatti,  ben 6007 finirono proprio ad Auschwitz ( e di questi solo 363 sopravvissero) e se a fronte di 189 persone di cui si ignorano le sorti, solo 610 finirono negli altri lager sparsi per l’Europa (e in questi 170 morirono e 440 sopravvissero).

Se poi consideriamo che in questi altri lager delle 170 morti stimati tra gli ebrei italiani, ben 82 avvennero nel  campo di Ravensbrück, ubicato a circa  90 km da Berlino, liberato anch’esso dalle forze sovietiche il 30 aprile del 1945, è chiaro che ogni difesa di Benigni appare vana quanto priva di senso.

Parafrasando lo storico Alessandro Berbero: è anche  importante che quando si celebra la memoria o si sceglie quale memoria ricordare e si fanno le giornate della memoria si sappia sempre che si sta individuano un pezzetto del passato, su quello si fa la dichiarazione politica: “noi lo vogliamo ricordare stando dalla parte di chi aveva ragione” e quindi nel giorno della memoria, nel giorno della liberazione di Auschwitz lo ricordiamo stando dalla parte delle vittime e esecrando i colpevoli; sarebbe poi anche bene se diversamente da Roberto Benigni nel suo film ci ricordassimo che a liberare Auschwitz e le sue vittime sono stati i “malvagi comunisti sovietici” e non i “buoni americani”, ecco vedete come si sfuma tra la memoria vera, la memoria ricostruita; quanta gente ha visto il film e si ricorderà per sempre che Auschwitz è stata liberata dagli americani, no? Ecco, la storia è un’altra cosa!.

  • *I dati in questione che  riguardano  la deportazione degli ebrei dall’Italia sono consultabili sul sito della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica  al link che si riporta di seguito:

http://www.cdec.it/home2.asp?idtesto=594.&fbclid=IwAR2-e-xuD6OGnNeqXsiByBvD8C2oVEhPmKTbBpJrjnpCYvovb8VgpCRiGkA#

di Francesco Fustaneo

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-da_dove_nasce_il_falso_storico_di_auschwitz_liberata_dagli_alleati/82_32844/

18 Gennaio 1943. L’Armata Rossa rompe l’assedio della Germania nazista

I soldati sovietici riuscirono a espellere le truppe naziste durante l’Operazione Spark, l’offensiva che si rivelò essere il punto di svolta nella lotta per liberare Leningrado e durante la Grande Guerra Patriottica

Il 18 gennaio è una delle date più importanti legate alla Grande Guerra Patriottica, poiché 77 anni fa, nel 1943, grazie all’operazione Spark, fu sollevato l’assedio nazista su Leningrado.

Un anno e mezzo prima, nel luglio 1941, le truppe tedesche entrarono nel territorio della regione di Leningrado (ora San Pietroburgo) e alla fine di agosto occuparono la città di Tosno, situata a 50 chilometri da Leningrado.

Nonostante gli sforzi dell’Armata Rossa, il nemico continuò a restringere il recinto attorno alla città e il 2 settembre i tedeschi tagliarono l’ultimo binario ferroviario che collegava Leningrado con il resto del paese. Meno di una settimana dopo, l’8 settembre, Leningrado era già completamente circondata e l’unico filo che lo collegava al resto del mondo era lo stile di vita, che raggiungeva l’area urbana attraverso il ghiaccio del lago Ladoga. A Leningrado c’erano oltre 2,5 milioni di abitanti, di cui 400.000 erano bambini.

La città trascorse 872 lunghi giorni nel mortale accerchiamento del nemico e secondo alcune stime più di 1,2 milioni di persone morirono  di fame, freddo e bombardamenti.

Per liberare Leningrado, il comando sovietico combinò i colpi simultanei di due fronti (quello di Leningrado e Voljov) e durante l’operazione Scintilla, a costo di enormi sforzi, riuscirono a espellere il nemico.

Operazione Spark

Le truppe sovietiche fecero quattro tentativi falliti per rompere l’assedio. Solo nel gennaio del 1943, quando le principali forze tedesche erano concentrate a Stalingrado (ora Volgograd), lo raggiunsero grazie all’operazione Spark.

Secondo una versione storica, durante le discussioni per scegliere il nome dell’operazione, l’allora leader dell’Unione Sovietica, Iósif Stalin, ricordando i fallimenti precedenti e, nella speranza che il quinto tentativo avrebbe permesso di unire i due fronti e raggiungere successo, disse “Possa la scintilla dare fuoco!” .

L’offensiva iniziò la mattina del 12 gennaio ed è durata diversi giorni. La buona pianificazione dell’attacco diede i suoi frutti. Il 18 gennaio, l’Armata Rossa, che avanzava lungo la riva del lago Ladoga, riuscì ad aprire un corridoio largo 10 chilometri che consentì di ripristinare la fornitura della città.

E sebbene ci sia voluto ancora un anno intero prima che l’assedio fosse completamente rimosso, questo evento rappresentò una svolta nella lotta per Leningrado e durante la Grande Guerra Patriottica.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-18_gennaio_1943_larmata_rossa_rompe_lassedio_della_germania_nazista_dopo_872_giorni_di_terribili_sofferenze/82_32658/

 

Polonia: Proibita per legge “l’interpretazione russa” della storia della II guerra mondiale

Con l’approssimarsi del 75° anniversario della vittoria sul nazismo, ci saranno infinite occasioni e necessità di tornare sul tema dello scatenamento della Seconda guerra mondiale.
Facendo seguito alle polemiche Varsavia-Mosca, per le parole di Vladimir Putin, che il 19 dicembre aveva definito l’ambasciatore polacco in Germania dal 1934 al 1939, Józef Lipski, “canaglia e porco antisemita”, giovedì 9 gennaio il Sejm polacco (la Camera bassa del Parlamento) ha adottato una risoluzione che eguaglia responsabilità naziste e sovietiche per lo scoppio della guerra.

E lo ha fatto a tempo di record: appena un paio di giorni prima, la proposta era stata avanzata da una dei cinque vice-Marescialli del Sejm, Ma?gorzata Kidawa-B?o?ska, di Platforma Obywatelska (Piattaforma Civica), il partito di Donald Tusk. Giustappunto in coincidenza col 75° dell’inizio dell’operazione “Vistola-Oder”, che portò alla liberazione della Polonia, al prezzo di 600.000 caduti sovietici, e alla vigilia del 75° della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, per la quale ricorrenza il presidente polacco Andrzej Duda pare deciso a rifiutare l’invito israeliano a Gerusalemme del prossimo 21 gennaio, offeso dal fatto che Putin sia presente quale “ospite principale”.

Dunque, cosa dice, in sostanza, la risoluzione, dal titolo Sejm przeciw manipulacji i zak?amywaniu historii przez polityków Federacji Rosyjskiej (Il Sejm contro manipolazioni e menzogne sulla storia dei politici della Federazione Russa), un calco, forse anche un po’ sbiadito, dello scandaloso obbrobrio del parlamento europeo del 19 settembre?

Il Sejm della Repubblica di Polonia condanna le dichiarazioni provocatorie e non corrispondenti a verità dei rappresentanti di organi supremi della Federazione Russa, che tentano di far ricadere sulla Polonia la responsabilità per l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. La dignità di una nazione e le relazioni tra Stati non possono essere costruite su bugie e falsificazioni della storia”. Inoltre: “due regimi totalitari dell’epoca” portarono all’inizio della Seconda guerra mondiale, “Germania nazista e Unione Sovietica stalinista e, dopo la conclusione del vergognoso Patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, la Polonia e i Paesi dell’Europa centrale e orientale furono le prime vittime” dei due regimi totalitari. “Il Sejm rende onore alle vittime del totalitarismo nazista e sovietico ed esprime l’auspicio che la storia del loro martirio non venga mai falsificata o sia oggetto di approcci strumentali”.

Questo il succo. Tra il 19 dicembre, allorché Putin aveva dato quel lusinghiero giudizio su Józef Lipski, e il 9 gennaio, c’era stato uno scambio “diplomatico” serrato tra ambasciata russa a Varsavia, Primo ministro polacco Mateusz Morawietskij e la cosmetista Georgette Mosbacher, oggi ambasciatrice USA in Polonia.

Mosca afferma che “alcuni paesi europei stanno cercando di riscrivere la storia”, e Putin cita documenti comprovanti la collusione di Polonia e Germania nazista. Morawietskij dichiara che il Patto Molotov-Ribbentrop non era un “patto di non aggressione“, bensì il “prologo di crimini inimmaginabili commessi negli anni successivi da entrambe le parti“: in pratica, accusa l’URSS, al pari della Germania hitleriana, per lo scoppio della guerra.

L’ambasciata russa risponde che Morawietskij “non dice nulla di nuovo. Non dice nulla sulle affermazioni del Presidente russo, sulla politica di pacificazione con la Germania hitleriana, perseguita dalle potenze occidentali e dalla Polonia fino a 1939, sul rigetto – con l’attiva partecipazione della Polonia – degli sforzi dell’URSS per la sicurezza collettiva di fronte alla minaccia fascista; nulla sulla vergognosa cospirazione di Monaco, dopo la quale Polonia e Germania si spartirono il territorio cecoslovacco; nulla, sugli atteggiamenti antisemiti nella Polonia anteguerra“.

Per quanto riguarda i twitteraggi della Mosbacher, su “Hitler e Stalin che cospirarono per iniziare la Seconda guerra mondiale“, dall’Ambasciata russa twittano “Spettabile signora ambasciatrice, pensa davvero di saperne più di storia che di diplomazia?“.

Ora, davvero non mancheranno occasioni di tornare sul tema. Per limitarsi allo specifico della risoluzione del Sejm e dell’ambasciatore polacco nella Germania nazista, Józef Lipski, pare sufficiente dire che Lipski e il suo Ministro degli esteri Józef Beck, d’accordo con Hitler, avevano lavorato sulla questione della deportazione degli ebrei dalla Polonia, in Africa continentale o in Madagascar.

Come ricorda Valerij Usa?ëv su news-front.info, nello stenogramma della conversazione tra Beck e Hitler è detto: “È possibile che il Führer, per la soluzione della questione ebraica, possa provvedere a un territorio in Africa, che potrebbe essere usato per insediarvi non solo gli ebrei tedeschi, ma anche quelli polacchi“.

Lo stesso Lipski, nelle sue memorie Diplomatico a Berlino: documenti e ricordi, scrive: “Hitler fu colto dall’idea di risolvere il problema ebraico per mezzo dell’emigrazione nelle colonie, d’accordo con Polonia, Ungheria e forse anche Romania (a questo punto, risposi che se ciò aiuterà a risolvere la questione, gli dedicheremo un bellissimo monumento a Varsavia)”.

Appunto, “canaglia e porco antisemita”.

Per quanto riguarda il documento del Sejm del 9 gennaio e il conseguente divieto “di interpretazione della storia”, Stanislav Stremidlovskij sostiene su Vzgljad che questo può sfociare in “un procedimento penale contro chi metta in discussione il punto di vista ufficiale di Varsavia sulla guerra”, e ricorda come, a suo tempo, si fosse cercato di modificare la legge “Su l’Istituto della memoria nazionale“, per perseguire penalmente chi parlasse delle responsabilità polacche nella persecuzione degli ebrei.

Sempre su Vzgljad, il presidente dell’Associazione russa di studi baltici (RAPI) Nikolaj Meževi?, dice che “Fino a non molto tempo fa, nelle discussioni scientifiche polacche erano presenti punti di vista alternativi. Oggi non più. Non possono ammettere che il governo polacco abbia commesso una serie di errori nel 1939. I russi possono commettere errori; possono commetterli i tedeschi; ma i polacchi non possono sbagliare. Da qui, il desiderio di vietare tutto per legge“.

Per il polacco moderno, dice Meževi?, la negazione di un certo insieme di valori rappresenta un crimine di pensiero. “Affermare che Mosca nel 1939 aveva le proprie ragioni, equivale a estraniarsi dalla società, perdere il lavoro, essere estromessi dalla chiesa, dalle amministrazioni locali. E’ peggio che rubare o non andare a messa la domenica”.

Naturalmente, tanto la “risoluzione” del parlamento europeo, quanto quella del Sejm – daltronde, non erano stati forse proprio polacchi e baltici gli ispiratori “ideali” di quell’obbrobrio di quattro mesi fa? – con il pretesto della “verità storica” perseguono obiettivi molto attuali: il primo, la messa al bando del comunismo; il secondo, dato che quel bando già ce l’ha, trova un alibi in più per reprimere le manifestazioni di protesta contro l’ennesima “riforma” giudiziaria” volta, come dichiarato da Morawietskij a Die Welt, a fare come in Germania dopo il 1989, quando furono estromessi il 30% dei giudici della DDR, perché “troppo strettamente legati al regime totalitario”. In Polonia, “negli anni ’90 i giudici comunisti hanno modellato i loro successori”.

Dunque, vanno estromessi. Glielo chiede l’Europa?

di Fabrizio Poggi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-risoluzione_shock_nel_parlamento_polacco_proibita_per_legge_linterpretazione_russa_della_storia_della_seconda_guerra_mondiale/82_32581/

 

Foibe: lettera dell’ex senatore Stojan Spetic al Presidente della Repubblica Mattarella

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione. Read More “Foibe: lettera dell’ex senatore Stojan Spetic al Presidente della Repubblica Mattarella”

18 Dicembre 1940. Come Hitler voleva sterminare i russi e come l’URSS cancellò i nazisti

Il 18 dicembre 1940, il leader della Germania nazista, Adolf Hitler, autorizzò l’operazione Barbarossa, una campagna per conquistare la parte europea dell’Unione Sovietica

Fin dall’inizio l’Unione Sovietica voleva evitare una guerra. Negli anni precedenti l’invasione nazista, Mosca e Berlino avevano firmato una serie di accordi politici ed economici. Pertanto, nel paese comunista molti credevano che un conflitto armato su larga scala tra i due paesi fosse quasi impossibile. Tuttavia, l’alto comando dell’esercito tedesco iniziò a elaborare meticolosamente un piano di aggressione contro l’URSS già nell’estate del 1940 .

Le peggiori aspettative si realizzarono il 22 giugno 1941 quando i nazisti iniziarono l’operazione Barbarossa. Le forze dei paesi dell’Asse – quasi tre milioni di truppe – invasero il territorio dell’URSS aprendo il fronte orientale della seconda guerra mondiale . La lotta della popolazione del paese comunista per la sua indipendenza, e persino la sua sopravvivenza, divenne nota come la Grande Guerra Patriottica . In quella guerra, l’URSS avrebbe poi perso 27 milioni di cittadini , molti dei quali civili.

I nazisti avevano in programma di raggiungere la linea Arjánguelsk-Astrakhan spostando le forze sovietiche verso gli Urali. Le battaglie che hanno avuto un ruolo decisivo nell’incapacità di raggiungere quella linea includono la difesa della fortezza di Brest – nell’odierna Bielorussia – che distrasse una quantità significativa di forze della Wehrmacht e rifiutò di capitolare per più di Un mese, ha spiegato lo storico russo e professore all’università europea di San Pietroburgo, Nikita Lomaguin.

Altre importanti battaglie che impedirono ai nazisti di raggiungere i loro obiettivi nell’ambito dell’Operazione Barbarossa includono la battaglia di Leningrado – ora chiamata San Pietroburgo – che si concluse con un assedio che causò la morte tra 600.000 e 1,5 milioni. La battaglia di Mosca e la battaglia di Stalingrado furono due momenti chiave che cambiarono il corso della guerra, ha aggiunto.

L’avanzata massima delle forze tedesche e delle truppe dei loro paesi complici fu nel fiume Volga a Stalingrado . Speravano anche di avanzare ulteriormente nella parte settentrionale del paese comunista, ma le truppe finlandesi non agirono così attivamente come voleva Berlino. Questo è uno dei motivi per cui l’assedio di Leningrado non è culminato nella capitolazione della città. Helsinki era sotto la pressione anglo-americana, quindi non partecipò debitamente alla battaglia, ha ricordato Lomaguin.

Cosa sarebbe successo se il piano Barbarrossa avesse avuto successo?

Se l’offensiva fosse stata conforme al piano Barbarossa, le seguenti azioni della Germania nazista nei territori conquistati sarebbero regolate dal Piano generale orientale . L’obiettivo era quello di sradicare una parte considerevole della popolazione dell’Europa orientale , compresa la parte europea dell’URSS. La portata dello sterminio deliberato comprendeva il 75% della popolazione. La maggioranza sarebbe stata soppressa fisicamente, mentre il resto sarebbe stato deportato in Siberia.

I nazisti credevano che i popoli slavi appartenessero a una razza inferiore ai tedeschi. L’intera strategia del nazismo si concentrò sulla vittoria in quella guerra e sulla distruzione dell’Unione Sovietica come Stato. Nel frattempo, Berlino voleva sfruttare la ricchezza naturale del paese comunista come petrolio e risorse minerarie.

La politica di sterminio dei popoli dell’Unione Sovietica faceva parte dei piani del Terzo Reich di espandere lo spazio abitativo – Lebensraum – del popolo tedesco. Coloro che evitavano la morte sarebbero stati germanizzati e sarebbero diventati schiavi della razza superiore. Coloro che appartenevano all’etnia tedesca avrebbero popolato le aree conquistate. L’espansione nei territori di Polonia , Cecoslovacchia e URSS era conosciuta come la spinta verso est – Drang nach Osten -.

Durante l’occupazione nazista dell’Unione Sovietica, il Terzo Reich ha attuato il ‘Piano di fame’ che mirava a privare del cibo cittadini e prigionieri di guerra sovietici. L’esercito nazista avrebbe dovuto alimentare la produzione locale, privando la popolazione delle aree occupate di cibo. Un altro modo per sterminare i civili sovietici era il massacro. I nazisti riuscirono a portare a termine il loro piano vile solo parzialmente prima di essere espulsi dal territorio dell’URSS.

Perché l’operazione Barbarossa fallì?

“Il fallimento del piano Barbarossa era principalmente dovuto al fatto che i nazisti sottovalutavano l’Unione Sovietica come un avversario militare. I guerrafondai del Terzo Reich credevano che il popolo non avrebbe sostenuto il governo sovietico. In breve, i tedeschi hanno sopravvalutato le loro possibilità nell’offensiva contro il paese comunista”, ha evidenizato Lomaguin.

I nazisti erano così arroganti perché avevano appena raggiunto i confini dell’URSS subito dopo la loro marcia trionfale attraverso l’Europa in cui ogni paese cadde nell’avanzata nazista quasi senza resistere.

Credevano che sarebbero emersi vittoriosi in questa nuova offensiva, ma non potevano nemmeno immaginare cosa li aspettasse una volta varcato il confine dell’Unione Sovietica. Non si aspettavano di affrontare una resistenza così feroce , ha spiegato lo storico.

“Il piano era di lanciare una guerra lampo contro il paese comunista, ma in realtà la Wehrmacht non era preparata né per le grandi distanze né per le condizioni meteorologiche avverse dell’inverno russo o per una nuova situazione con la logistica” , ha precisato.
Un altro grosso problema per gli invasori era la guerriglia che formavano i partigiani alle loro spalle con il sostegno di Mosca. I partigiani iniziarono a svolgere operazioni all’interno delle linee nemiche, il che peggiorò la situazione per l’esercito nazista.

I guerrafondai di Berlino, inoltre, non si aspettavano che Mosca entrasse a far parte di una coalizione insieme ai paesi occidentali. I nazisti, sicuramente, credevano che i bolscevichi non avrebbero cooperato con paesi come il Regno Unito o gli Stati Uniti . L’unica cosa che potevano presumere è che questa cooperazione sarebbe molto limitata, ha sottolineato. Tutto ciò spiega perché il piano Barbarossa fin dall’inizio era destinato a fallire.

“Il fatto che Mosca sia riuscita a consolidare le forze all’interno del paese è dovuto al fatto che evidentemente i soldati sovietici furono disposti a combattere per la propria patria e determinarono il vantaggio dell’URSS nel conflitto contro la Germania nazista”, ha concluso Lomaguin.

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Ripetete con noi: il campo di Auschwitz è stato liberato dall’URSS

La mega fake news dell’anno che impazza tra i liberali ‘competenti’. Ripetete con noi: il campo di Auschwitz è stato liberato dall’URSS

Il liberale e liberista fino al midollo Stefano Parisi, con un passato dove si dichiarava socialista, ha deciso di mostrare a tutti la sua crassa ignoranza in materia storica affermando tramite Twitter che “questa sera a Milano qualcuno ha cantato Bella Ciao. Dopo l’Inno di Mameli intonato a gran voce da tutti. Nulla contro Bella Ciao ma forse bisognava intonare l’inno USA. Sono gli americani che hanno liberato gli ebrei dai campi di concentramento”.

Non è il primo, Parisi, a voler ribaltare la verità storica deliberatamente o mostrare ignoranza in merito alla liberazione degli ebrei dai campi di concentramento. Ad esempio, il più ‘famoso’, quello di Auschwitz è stato liberato dall’Armata Rossa.

Anche il Tg2 ha deciso di riscrivere la storia al pari di Parisi affermando che il campo dove fu imprigionato Pietro Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti allo sterminio nazista scomparso nei giorni scorsi, era stato liberato dall’esercito degli Stati Uniti.

In merito alle menzogne sulla liberazione del principale campo di concentramento giova ricordare il giudizio del regista Mario Monicelli sul film ‘La vita è bella’ diretto da Roberto Benigni dove il toscano fa liberare il campo dagli statunitensi.

“…quella mascalzonata di Benigni in La vita è bella, quando alla fine fa entrare ad Auschwitz un carro armato con la bandiera americana. Quel campo, quel pezzo di Europa lo liberarono i russi, ma… l’Oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà”.


Questo affermare in continuazione una falsità, in spregio alla verità storica che tutti dovrebbero conoscere, ci ricorda un’affermazione dove si sosteneva che ripetendo una bugia all’infinito questa finirà per affermarsi come realtà.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_mega_fake_news_dellanno_che_impazza_tra_i_liberali_competenti_ripetete_con_noi_il_campo_di_auschwitz__stato_liberato_dallurss/82_32104/

 

Assad: La politica degli USA “è paragonabile a quella dei nazisti”

Il presidente siriano Bashar al-Assad ha dichiarato oggi che il “regime” americano è simile a quello della Germania nazista, ricordando come Hitler invase l’URSS per il petrolio, e adesso per lo stesso motivo gli Stati Uniti hanno invaso la Siria

Gli Stati Uniti possono essere paragonati al regime nazista in quanto introduce truppe in altri paesi e viola il diritto internazionale “solo per il petrolio”, ha dichiarato il presidente siriano Bashar al-Assad in un’intervista rilasciata oggi a Sputnik e al canale televisivo Rossiya 24.

“Il petrolio è stato uno degli elementi più importanti che hanno spinto Hitler ad attaccare l’URSS durante la seconda guerra mondiale. Oggi gli Stati Uniti fanno la stessa cosa: imitano i nazisti. Pertanto, possiamo semplicemente paragonare l’attuale politica americana con quella dei nazisti: espansione, invasione, attacco agli interessi di altri popoli, violazione del diritto internazionale, dei principi umanitari, ecc., Solo per il petrolio”, ha affermato Assad.

Regime politico statunitense “basato su gruppi criminali”

Secondo il presidente siriano, gli Stati Uniti possono essere considerati un bandito “perché rubano petrolio” e anche perché è uno “stato fondato, come regime politico, su gruppi criminali “.

“Il presidente americano non rappresenta uno stato, è piuttosto il direttore esecutivo di una società, dietro la quale c’è un consiglio di amministrazione, che rappresenta le grandi compagnie americane, che sono i veri proprietari del paese. Queste sono compagnie petrolifere, industria delle armi, banche e altre lobby”, ha spiegato Assad, rispondendo affermativamente se ha preso in considerazione la politica Stati Uniti come banditismo statale.

Il capo del Pentagono Mark Esper aveva precedentemente affermato che gli Stati Uniti avrebbero difeso i giacimenti petroliferi siriani e usato la forza per contrastare i tentativi di coloro che vogliono prendere il controllo.

“Questo è, ovviamente, il risultato del fatto che questo sistema americano è gestito da aziende che lavorano a proprio vantaggio […].

Qual è la differenza tra questa politica e i metodi dei nazisti? Qualcuno del sistema americano può darci una risposta a questa domanda? Non credo “, ha ribadito Assad.

La morte del capo dei ‘Caschi bianchi’, “un lavoro di un servizio segreto”

Il presidente siriano ha evidenziato una connessione tra la recente morte del sostenitore principale dei caschi bianchi e l’eliminazione del leader del Daesh-ISIS Abu Bakr al-Baghdadi.

“Credo che dopo la liquidazione di Bin Laden e al-Baghdadi, tutte queste persone siano a loro volta liquidate, prima perché conoscevano segreti importanti. Sono diventati un peso e il loro ruolo è finito. Una volta che il loro ruolo è finito, ora è necessario liberarsen “, ha detto.

La morte di James Le Mesurier è “opera dei servizi segreti”.

“Quali servizi? Quando parliamo di servizi occidentali in generale, di servizi turchi o di altri nella nostra regione – questi non sono i servizi di uno stato sovrano, ma rami del principale servizio di intelligence, vale a dire la CIA “, ha ricordato Assad.

Giulietto Chiesa: “Chi ha costruito il muro di Berlino?”

Il Muro di Berlino costituisce la metafora e la sintesi dell’intera Guerra Fredda. E’ uno dei principali fondamenti della sconfitta definitiva del socialismo reale, di fronte alla straordinaria capacità affabulatrice del capitalismo nella sua fase matura. Read More “Giulietto Chiesa: “Chi ha costruito il muro di Berlino?””

Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”

Dott. Vladimiro Giacché, Lei è autore del libro Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa edito da Diarkos: a trent’anni dal crollo del Muro di Berlino, la riunificazione tra le due parti della Germania può dirsi compiuta?

No. Sussistono tuttora marcate differenze sotto il profilo economico e sociale: basti pensare che un lavoratore dell’Est riceve uno stipendio pari a poco più dell’80 per cento di un lavoratore dell’Ovest e che la disoccupazione è tuttora superiore del 50 per cento a quella dell’Ovest, nonostante un’emigrazione che ha interessato milioni di cittadini della ex Germania Est. Molte città e paesi, soprattutto nelle aree rurali, si sono spopolati. Una ricerca dell’istituto di ricerca tedesco Ifo uscita nel luglio scorso ha reso noto che, mentre la parte occidentale della Germania ha oggi più abitanti di quanti ne abbia mai avuti, la parte orientale è tornata ad avere gli abitanti che aveva nel 1905. Queste differenze si riflettono anche in un voto molto differente da quello espresso nei Länder dell’Ovest, e che penalizza in particolare i partiti di governo.

Ancora di recente un sondaggio ha evidenziato che i cittadini dell’Est si sentono cittadini di serie B. È difficile dar loro torto. Ma soprattutto, col passare del tempo, è sempre più difficile addebitare quelle differenze a “quello che c’era prima”. Non soltanto perché dalla caduta del Muro sono ormai passati 30 anni, e perché Kohl aveva promesso “paesaggi fiorenti” all’Est in due-tre anni. Ma per un motivo più sostanziale: perché gran parte del fossato che non si chiude tra Est e Ovest è stato scavato con l’unificazione, per il modo in cui essa è stata realizzata. L’unificazione politica è del 3 ottobre 1990. Essa era stata preceduta, il primo luglio 1990, da un’unione monetaria affrettata e mal congegnata. Affrettata, perché avveniva in assenza di una convergenza economica (per questo motivo gli stessi esperti economici del governo di Bonn l’avevano sconsigliata); all’obiettivo politico di “fare presto”, di giungere quanto prima possibile all’unità politica tra le due Germanie, veniva di fatto sacrificata la possibilità di un’unione economica più equilibrata e meno traumatica per le regioni dell’Est. Ad aggravare le cose, l’unione monetaria è stata anche mal congegnata: infatti essa stabiliva un cambio alla pari tra due monete tra le quali i rapporti di cambio a fine 1989 erano regolati secondo un rapporto di 1 a 4,44 (ossia, 1 marco ovest equivaleva a 4,44 marchi dell’est). Apparentemente, si trattava di un regalo ai consumatori dell’Est. In realtà rappresentò la rovina per le imprese dell’Est, in cui prezzi conobbero automaticamente un aumento del 350 per cento circa. Il risultato fu l’immediato crollo della produzione industriale dell’Est (-35 per cento nel solo mese di luglio 1990), licenziamenti di massa e il fallimento di fatto di gran parte delle imprese della Germania Est. Queste imprese furono poi tutte privatizzate nel giro di pochi anni a prezzi irrisori, o semplicemente liquidate, da un organismo, la Treuhandanstalt, che operò in modo a dir poco discutibile. Queste vicende sono raccontate con qualche dettaglio nel mio libro, e sorprenderanno chi sia abituato ad associare la Germania all’etica degli affari e all’assenza di corruzione e di pratiche commerciali scorrette. Il risultato fu in ogni caso un processo di deindustrializzazione senza precedenti in Europa, le cui conseguenze si continuano a pagare oggi. Anche in termini politici.

Cosa ha significato per la Germania e per l’Europa intera la riunificazione dei due paesi?

L’unificazione tedesca è stata un elemento fondamentale del crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo e quindi del ridisegno dell’assetto geopolitico in Europa rispetto all’ordine postbellico. In un certo senso, è l’evento che chiude simbolicamente il Novecento, e comunque uno spartiacque decisivo al suo interno. La stessa nascita dell’Unione Europea col trattato di Maastricht, come pure il suo allargamento a Est, sarebbero assolutamente inconcepibili senza questo evento. Lo stesso si può dire dell’espansione della Nato a Est nel continente europeo. In un certo senso, è stata la vittoria dell’Europa Occidentale e del suo sistema sociale sul suo antagonista storico, il comunismo sovietico, che si era imposto a Est. Al tempo stesso, paradossalmente, proprio questa vittoria ha alterato profondamente gli equilibri all’interno della stessa Europa Occidentale, trasformandola in qualcosa di molto diverso da quello che era in precedenza.

Quali conseguenze ha prodotto la riunificazione tedesca in Europa?

Per quanto riguarda l’Europa Occidentale, l’unificazione della Germania ha significato in primis una sostanziale alterazione dei rapporti di forza. La Germania si è ritrovata con 16 milioni di abitanti in più ed è diventata il paese europeo con la popolazione di gran lunga più numerosa. Dal punto di vista economico, ha potuto realizzare quello che non era mai riuscito alla sola Germania Ovest: assumere una centralità nel continente e riprendere l’espansione economica verso Est delle proprie imprese e dei propri capitali che si era interrotta nel 1945. In effetti, in pochissimi anni l’export della Germania Est verso gli altri paesi del Patto di Varsavia è stato pressoché interamente sostituito dall’export da parte di aziende dell’Ovest. Ma – cosa ancora più importante – la Germania ha potuto acquisire all’Est non soltanto clienti, ma anche subfornitori per i suoi prodotti. Questa riconfigurazione delle filiere produttive nell’Europa Centro-Orientale attorno alla Germania ha dato senz’altro un contributo significativo ai successi della Germania come paese esportatore, ma ha anche spostato verso Est il baricentro economico e della produzione manifatturiera in Europa. Questo ha tra l’altro accresciuto le difficoltà dell’Italia, da sempre subfornitore privilegiato della Germania. Dal punto di vista geopolitico, l’alterazione dei rapporti di forza in Europa, in particolare rispetto alla Francia, ha indotto quest’ultima a tentare di “ingabbiare” la Germania attraverso la moneta unica europea. Questa operazione ha condotto al trattato di Maastricht, in cui però la Germania ha ottenuto che le regole della banca centrale europea fossero esemplificate su quelle della Bundesbank. Il risultato è stato il contrario di quanto i francesi si ripromettevano dall’operazione: anziché una “Germania europeizzata”, un’“Europa germanizzata”, ossia un’Europa egemonizzata dal modello economico e istituzionale tedesco.

In che modo la storia della riunificazione tedesca parla direttamente al nostro presente?

Credo che purtroppo la riunificazione tedesca parli al nostro presente soprattutto per quanto riguarda la sua parte meno riuscita, ossia l’unione monetaria. In effetti anche l’unione monetaria europea, così come quella tedesca, è stata un’unione mossa da un obiettivo politico (incorporare per così dire la Germania e al tempo stesso accelerare e rendere irreversibile l’integrazione europea); e anche in questo caso è stato compiuto l’errore di osare tale passo in assenza di una sufficiente convergenza delle economie. Il risultato è che la convergenza delle economie non si è prodotta neppure dopo. Si è avuta per un certo periodo l’impressione che essa stesse verificandosi. Ma si trattava di un’illusione. Alcuni paesi periferici effettivamente crescevano, ma indebitandosi nei confronti di altri paesi dell’eurozona, e in particolare di Germania e Francia: questi flussi di capitale in entrata occultarono di fatto gli squilibri che si stavano creando. Poi con la crisi del 2008/2009 tutto il meccanismo è saltato.

Quale ruolo ha svolto la moneta unica europea nella crisi dell’ultimo decennio?

La moneta unica non è stata la causa della crisi europea. Però in sua assenza gli squilibri commerciali tra i paesi membri – una delle cause principali della crisi – sarebbero stati corretti attraverso aggiustamenti del cambio prima di diventare esplosivi. Inoltre, dopo lo scoppio della crisi, l’impossibilità per i paesi membri di effettuare politiche monetarie autonome hanno reso l’uscita dalla crisi più lunga e dolorosa in termini sociali, in particolare per i più deboli tra essi. In effetti c’è uno studio dell’economista De Grauwe che, confrontando le reazioni alla crisi da parte di Spagna e Regno Unito (in entrambi i paesi la crisi fu legata allo scoppio di una bolla immobiliare, quindi si tratta di un confronto sensato), evidenzia come la possibilità di effettuare una politica monetaria autonoma da parte del Regno Unito, che non fa parte della moneta unica, abbia contribuito a una sua uscita più rapida dalla crisi.

La rigidità rappresentata dalla moneta unica costituisce tuttora uno dei principali fattori di vulnerabilità dell’eurozona nel suo complesso. Essa va posta in relazione con l’insufficiente convergenza delle economie dell’eurozona: se le economie vanno a velocità diverse, se alcune sono in espansione mentre altre annaspano intorno alla crescita zero o sono addirittura in recessione, è evidente che il tasso d’interesse stabilito dalla BCE (che ovviamente è unico) non potrà essere adatto alle condizioni dell’economia di tutti i paesi che fanno parte dell’area monetaria.

Quale futuro a Suo avviso per la Germania e l’Unione Europea?

La Germania appare sempre più chiaramente come vittima della sua stessa strategia. È il grande beneficiario della moneta unica. L’ha utilizzata per fare una politica mercantilistica aggressiva, che le ha consentito di espandere in misura notevole le esportazioni nell’eurozona a scapito dei competitori. A questo fine ha tenuto bassi i salari e quindi compresso la domanda interna; non ha fatto sufficienti investimenti. In una parola: ha puntato tutto sulle esportazioni. Ha imposto politiche di austerity ai paesi europei in crisi verso i quali esportava, e al conseguente indebolimento della loro domanda di prodotti tedeschi ha reagito spostando le proprie esportazioni verso altri paesi (Cina e Stati Uniti). Adesso però il primo di questi mercati è interessato da una guerra commerciale con gli Stati Uniti, e questi ultimi stanno cominciando a rispondere al surplus della bilancia commerciale tedesca nei loro confronti con dazi alle importazioni. La Germania così si trova in un vicolo cieco e vede profilarsi ormai chiaramente lo spettro di una recessione. Ci vorrebbe un cambiamento di politiche, ma non è scontato che ci sarà.

Lo stesso, in fondo, vale per l’Unione Europea. I segnali che indicano la necessità di un cambiamento delle politiche sono molteplici: dalla Brexit a un voto europeo che non ha davvero premiato i partiti “tradizionali”, da una crescente ostilità di larghe fette dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni europee all’approssimarsi di una recessione alla quale con gli strumenti di cui l’Unione si è dotata appare impossibile reagire efficacemente. Ma non si avverte una reazione all’altezza dei problemi. Neppure sugli strumenti più sbagliati messi in campo durante la crisi, e in particolare il cosiddetto fiscal compact, si registra alcun ripensamento. È un grave errore. Il maggior problema per l’Unione europea è il fatto che essa non è stata in grado di mantenere la promessa di una maggiore prosperità per i suoi cittadini. Al contrario, in particolare l’eurozona, ha evidenziato una crescita deludente rispetto al resto del mondo. Se non si saprà invertire questa tendenza, non vi sono troppi motivi per essere ottimisti sul futuro dell’Unione.

Vladimiro Giacchéè nato a La Spezia nel 1963. È stato allievo della Scuola Normale di Pisa, dove si è laureato e perfezionato in Filosofia. Da venticinque anni nel settore finanziario, è presidente del Centro Europa Ricerche e consigliere di amministrazione di Banca Profilo. Negli ultimi anni ha pubblicato Titanic Europa (2012; ed. tedesca 2013), Costituzione italiana contro trattati europei(2015), La fabbrica del falso (2016). Ha curato edizioni degli scritti economici di Karl Marx (Il capitalismo e la crisi, 2009) e Lenin (Economia della rivoluzione, 2017).

Dott. Vladimiro Giacché, Lei è autore del libro Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa edito da Diarkos: a trent’anni dal crollo del Muro di Berlino, la riunificazione tra le due parti della Germania può dirsi compiuta?

No. Sussistono tuttora marcate differenze sotto il profilo economico e sociale: basti pensare che un lavoratore dell’Est riceve uno stipendio pari a poco più dell’80 per cento di un lavoratore dell’Ovest e che la disoccupazione è tuttora superiore del 50 per cento a quella dell’Ovest, nonostante un’emigrazione che ha interessato milioni di cittadini della ex Germania Est. Molte città e paesi, soprattutto nelle aree rurali, si sono spopolati. Una ricerca dell’istituto di ricerca tedesco Ifo uscita nel luglio scorso ha reso noto che, mentre la parte occidentale della Germania ha oggi più abitanti di quanti ne abbia mai avuti, la parte orientale è tornata ad avere gli abitanti che aveva nel 1905. Queste differenze si riflettono anche in un voto molto differente da quello espresso nei Länder dell’Ovest, e che penalizza in particolare i partiti di governo.

Ancora di recente un sondaggio ha evidenziato che i cittadini dell’Est si sentono cittadini di serie B. È difficile dar loro torto. Ma soprattutto, col passare del tempo, è sempre più difficile addebitare quelle differenze a “quello che c’era prima”. Non soltanto perché dalla caduta del Muro sono ormai passati 30 anni, e perché Kohl aveva promesso “paesaggi fiorenti” all’Est in due-tre anni. Ma per un motivo più sostanziale: perché gran parte del fossato che non si chiude tra Est e Ovest è stato scavato con l’unificazione, per il modo in cui essa è stata realizzata. L’unificazione politica è del 3 ottobre 1990. Essa era stata preceduta, il primo luglio 1990, da un’unione monetaria affrettata e mal congegnata. Affrettata, perché avveniva in assenza di una convergenza economica (per questo motivo gli stessi esperti economici del governo di Bonn l’avevano sconsigliata); all’obiettivo politico di “fare presto”, di giungere quanto prima possibile all’unità politica tra le due Germanie, veniva di fatto sacrificata la possibilità di un’unione economica più equilibrata e meno traumatica per le regioni dell’Est. Ad aggravare le cose, l’unione monetaria è stata anche mal congegnata: infatti essa stabiliva un cambio alla pari tra due monete tra le quali i rapporti di cambio a fine 1989 erano regolati secondo un rapporto di 1 a 4,44 (ossia, 1 marco ovest equivaleva a 4,44 marchi dell’est). Apparentemente, si trattava di un regalo ai consumatori dell’Est. In realtà rappresentò la rovina per le imprese dell’Est, in cui prezzi conobbero automaticamente un aumento del 350 per cento circa. Il risultato fu l’immediato crollo della produzione industriale dell’Est (-35 per cento nel solo mese di luglio 1990), licenziamenti di massa e il fallimento di fatto di gran parte delle imprese della Germania Est. Queste imprese furono poi tutte privatizzate nel giro di pochi anni a prezzi irrisori, o semplicemente liquidate, da un organismo, la Treuhandanstalt, che operò in modo a dir poco discutibile. Queste vicende sono raccontate con qualche dettaglio nel mio libro, e sorprenderanno chi sia abituato ad associare la Germania all’etica degli affari e all’assenza di corruzione e di pratiche commerciali scorrette. Il risultato fu in ogni caso un processo di deindustrializzazione senza precedenti in Europa, le cui conseguenze si continuano a pagare oggi. Anche in termini politici.

Cosa ha significato per la Germania e per l’Europa intera la riunificazione dei due paesi?

L’unificazione tedesca è stata un elemento fondamentale del crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo e quindi del ridisegno dell’assetto geopolitico in Europa rispetto all’ordine postbellico. In un certo senso, è l’evento che chiude simbolicamente il Novecento, e comunque uno spartiacque decisivo al suo interno. La stessa nascita dell’Unione Europea col trattato di Maastricht, come pure il suo allargamento a Est, sarebbero assolutamente inconcepibili senza questo evento. Lo stesso si può dire dell’espansione della Nato a Est nel continente europeo. In un certo senso, è stata la vittoria dell’Europa Occidentale e del suo sistema sociale sul suo antagonista storico, il comunismo sovietico, che si era imposto a Est. Al tempo stesso, paradossalmente, proprio questa vittoria ha alterato profondamente gli equilibri all’interno della stessa Europa Occidentale, trasformandola in qualcosa di molto diverso da quello che era in precedenza.

Quali conseguenze ha prodotto la riunificazione tedesca in Europa?

Per quanto riguarda l’Europa Occidentale, l’unificazione della Germania ha significato in primis una sostanziale alterazione dei rapporti di forza. La Germania si è ritrovata con 16 milioni di abitanti in più ed è diventata il paese europeo con la popolazione di gran lunga più numerosa. Dal punto di vista economico, ha potuto realizzare quello che non era mai riuscito alla sola Germania Ovest: assumere una centralità nel continente e riprendere l’espansione economica verso Est delle proprie imprese e dei propri capitali che si era interrotta nel 1945. In effetti, in pochissimi anni l’export della Germania Est verso gli altri paesi del Patto di Varsavia è stato pressoché interamente sostituito dall’export da parte di aziende dell’Ovest. Ma – cosa ancora più importante – la Germania ha potuto acquisire all’Est non soltanto clienti, ma anche subfornitori per i suoi prodotti. Questa riconfigurazione delle filiere produttive nell’Europa Centro-Orientale attorno alla Germania ha dato senz’altro un contributo significativo ai successi della Germania come paese esportatore, ma ha anche spostato verso Est il baricentro economico e della produzione manifatturiera in Europa. Questo ha tra l’altro accresciuto le difficoltà dell’Italia, da sempre subfornitore privilegiato della Germania. Dal punto di vista geopolitico, l’alterazione dei rapporti di forza in Europa, in particolare rispetto alla Francia, ha indotto quest’ultima a tentare di “ingabbiare” la Germania attraverso la moneta unica europea. Questa operazione ha condotto al trattato di Maastricht, in cui però la Germania ha ottenuto che le regole della banca centrale europea fossero esemplificate su quelle della Bundesbank. Il risultato è stato il contrario di quanto i francesi si ripromettevano dall’operazione: anziché una “Germania europeizzata”, un’“Europa germanizzata”, ossia un’Europa egemonizzata dal modello economico e istituzionale tedesco.

In che modo la storia della riunificazione tedesca parla direttamente al nostro presente?

Credo che purtroppo la riunificazione tedesca parli al nostro presente soprattutto per quanto riguarda la sua parte meno riuscita, ossia l’unione monetaria. In effetti anche l’unione monetaria europea, così come quella tedesca, è stata un’unione mossa da un obiettivo politico (incorporare per così dire la Germania e al tempo stesso accelerare e rendere irreversibile l’integrazione europea); e anche in questo caso è stato compiuto l’errore di osare tale passo in assenza di una sufficiente convergenza delle economie. Il risultato è che la convergenza delle economie non si è prodotta neppure dopo. Si è avuta per un certo periodo l’impressione che essa stesse verificandosi. Ma si trattava di un’illusione. Alcuni paesi periferici effettivamente crescevano, ma indebitandosi nei confronti di altri paesi dell’eurozona, e in particolare di Germania e Francia: questi flussi di capitale in entrata occultarono di fatto gli squilibri che si stavano creando. Poi con la crisi del 2008/2009 tutto il meccanismo è saltato.

Quale ruolo ha svolto la moneta unica europea nella crisi dell’ultimo decennio?

La moneta unica non è stata la causa della crisi europea. Però in sua assenza gli squilibri commerciali tra i paesi membri – una delle cause principali della crisi – sarebbero stati corretti attraverso aggiustamenti del cambio prima di diventare esplosivi. Inoltre, dopo lo scoppio della crisi, l’impossibilità per i paesi membri di effettuare politiche monetarie autonome hanno reso l’uscita dalla crisi più lunga e dolorosa in termini sociali, in particolare per i più deboli tra essi. In effetti c’è uno studio dell’economista De Grauwe che, confrontando le reazioni alla crisi da parte di Spagna e Regno Unito (in entrambi i paesi la crisi fu legata allo scoppio di una bolla immobiliare, quindi si tratta di un confronto sensato), evidenzia come la possibilità di effettuare una politica monetaria autonoma da parte del Regno Unito, che non fa parte della moneta unica, abbia contribuito a una sua uscita più rapida dalla crisi.

La rigidità rappresentata dalla moneta unica costituisce tuttora uno dei principali fattori di vulnerabilità dell’eurozona nel suo complesso. Essa va posta in relazione con l’insufficiente convergenza delle economie dell’eurozona: se le economie vanno a velocità diverse, se alcune sono in espansione mentre altre annaspano intorno alla crescita zero o sono addirittura in recessione, è evidente che il tasso d’interesse stabilito dalla BCE (che ovviamente è unico) non potrà essere adatto alle condizioni dell’economia di tutti i paesi che fanno parte dell’area monetaria.

Quale futuro a Suo avviso per la Germania e l’Unione Europea?

La Germania appare sempre più chiaramente come vittima della sua stessa strategia. È il grande beneficiario della moneta unica. L’ha utilizzata per fare una politica mercantilistica aggressiva, che le ha consentito di espandere in misura notevole le esportazioni nell’eurozona a scapito dei competitori. A questo fine ha tenuto bassi i salari e quindi compresso la domanda interna; non ha fatto sufficienti investimenti. In una parola: ha puntato tutto sulle esportazioni. Ha imposto politiche di austerity ai paesi europei in crisi verso i quali esportava, e al conseguente indebolimento della loro domanda di prodotti tedeschi ha reagito spostando le proprie esportazioni verso altri paesi (Cina e Stati Uniti). Adesso però il primo di questi mercati è interessato da una guerra commerciale con gli Stati Uniti, e questi ultimi stanno cominciando a rispondere al surplus della bilancia commerciale tedesca nei loro confronti con dazi alle importazioni. La Germania così si trova in un vicolo cieco e vede profilarsi ormai chiaramente lo spettro di una recessione. Ci vorrebbe un cambiamento di politiche, ma non è scontato che ci sarà.

Lo stesso, in fondo, vale per l’Unione Europea. I segnali che indicano la necessità di un cambiamento delle politiche sono molteplici: dalla Brexit a un voto europeo che non ha davvero premiato i partiti “tradizionali”, da una crescente ostilità di larghe fette dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni europee all’approssimarsi di una recessione alla quale con gli strumenti di cui l’Unione si è dotata appare impossibile reagire efficacemente. Ma non si avverte una reazione all’altezza dei problemi. Neppure sugli strumenti più sbagliati messi in campo durante la crisi, e in particolare il cosiddetto fiscal compact, si registra alcun ripensamento. È un grave errore. Il maggior problema per l’Unione europea è il fatto che essa non è stata in grado di mantenere la promessa di una maggiore prosperità per i suoi cittadini. Al contrario, in particolare l’eurozona, ha evidenziato una crescita deludente rispetto al resto del mondo. Se non si saprà invertire questa tendenza, non vi sono troppi motivi per essere ottimisti sul futuro dell’Unione.

Vladimiro Giacchéè nato a La Spezia nel 1963. È stato allievo della Scuola Normale di Pisa, dove si è laureato e perfezionato in Filosofia. Da venticinque anni nel settore finanziario, è presidente del Centro Europa Ricerche e consigliere di amministrazione di Banca Profilo. Negli ultimi anni ha pubblicato Titanic Europa (2012; ed. tedesca 2013), Costituzione italiana contro trattati europei(2015), La fabbrica del falso (2016). Ha curato edizioni degli scritti economici di Karl Marx (Il capitalismo e la crisi, 2009) e Lenin (Economia della rivoluzione, 2017).

 

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