Amazzonia: muore un uomo, scompare una tribù

30 agosto 2022 – Elisabetta Intini – Focus

Amazzonia: muore un uomo, scompare una tribù – Focus.it

L’indigeno della Buca, ultimo membro di un popolo incontattato dell’Amazzonia brasiliana, era scampato a un massacro dettato dalla sete di suolo.

Aveva circa 60 anni e da 26 non comunicava con altri esseri umani. L’ultimo abitante del Territorio Indigeno di Tanaru, nello Stato di Rondônia, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, è stato trovato morto il 23 agosto. I rappresentanti della FUNAI (Fundação Nacional do Índio), l’agenzia che in Brasile si occupa della protezione delle terre e dei diritti dei popoli indigeni, lo hanno rinvenuto su un’amaca fuori da una delle sue capanne di paglia, coperto di piume come se si fosse preparato alla sua morte, avvenuta – sembra – per cause naturali.

Con la scomparsa di quest’uomo, di cui nessuno conosce il nome, si è estinta un’intera popolazione – il primo genocidio ufficialmente documentato di una tribù di questo Stato, di certo non l’unico.

UNA VITA IN FUGA

Il deceduto era stato soprannominato “l’indigeno della Buca” per l’abitudine che aveva di scavare profonde buche nel suolo, talvolta inserendovi una lancia per cacciare animali, spesso per nascondersi. Negli ultimi cinquant’anni aveva assistito al massacro di tutta la sua gente da parte di chi voleva appropriarsi di questo territorio per farvi terreno da pascolo – allevatori illegali, spesso (come ora) spalleggiati da una politica connivente.

Parenti e amici dell’uomo erano stati uccisi in almeno due occasioni, una volta con trappole a base di zucchero avvelenato e un’altra, negli Anni ’90, con armi da fuoco. Non stupisce che il superstite non volesse essere avvicinato: nell’ultimo contatto diretto, nel 1996, i membri della Funai lo avevano avvicinato con discrezione mentre si trovava nascosto nella sua capanna; avevano offerto mais e frecce, ma l’uomo li aveva respinti con fare aggressivo. Da allora è stata rispettata la sua volontà di isolamento.

LE COLPE DELLA CARNE

Gli attivisti di Survival International (il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni) spiegano che il territorio di Tanaru è una delle sette aree protette in Brasile in cui vivono popolazioni non ancora entrate in contatto con l’esterno e nelle quali è vietato disboscare e svolgere attività estrattive, anche se, come ha spiegato Fiona Watson, direttrice delle ricerche dell’organizzazione, «guidando nel territorio di Tanaru dove viveva l’uomo, ciò che mi ha colpito è quanto fosse ormai completamente spoglio di alberi, con enormi aree destinate all’allevamento di bestiame». Gli esperti di Funai hanno parlato della scomparsa di questa popolazione come di un genocidio e del fallimento della nostra società.

CANCELLATI DALLE MAPPE

Secondo Survival International oggi la maggior parte dei popoli incontattati del pianeta vive in Brasile, e circa un’ottantina di questi si troverebbe Amazzonia. In alcuni casi si tratta di pochi individui sopravvissuti allo sterminio della loro tribù per l’espansione dell’agricoltura, dell’allevamento e del commercio della gomma, molti sono divenuti nomadi per fuggire ai taglialegna e agli allevatori che invadono la loro terra e uccidono per il suolo. La maggior parte di queste tribù sulla carta non esiste e non gode di alcuna protezione governativa.

Anzi il governo di Jair Bolsonaro ha appoggiato le aziende responsabili della distruzione della foresta amazzonica indebolendo le leggi che regolano disboscamento, allevamento ed estrazioni nella regione, e togliendo fondi federali ai gruppi che difendono i popoli nativi. Se con la morte dell’indigeno della Buca si aprisse lo sfruttamento incontrastato del suo territorio passerebbe un messaggio pericolosissimo.

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