“I lavoratori tra l’incudine e il martello”

Aginform – 9 Ottobre 2022

La manifestazione indetta dalla CGIL per l’8 ottobre, come ormai tradizione di questo sindacato, è il risultato di una mobilitazione di facciata, ambigua nei contenuti e priva di quella partecipazione militante che oggi dovrebbe essere alla base della lotta contro la guerra e le sue conseguenze per i lavoratori. In una situazione drammatica come l’attuale vale dunque riaprire una polemica a tutto campo, che non si limiti agli anatemi, ma ci porti a ragionare in modo nuovo ed efficace su come sbloccare una condizione dei lavoratori che peggiora di giorno in giorno.

Partiamo innanzitutto da questa condizione. Si afferma, senza che questo scandalizzi più di tanto, che i salari italiani sono diminuiti negli ultimi anni del 3%, ben prima che scattasse l’inflazione al 10%, mentre in Europa nello stesso periodo sono sensibilmente aumentati. La domanda da porre, e da ripetere continuamente in ogni posto di lavoro, è allora questa: di chi è la responsabilità? Dei padroni cattivi o di chi non ha difeso il potere d’acquisto delle buste paga? C’è qualcuno che ricordi in questi anni che le confederazioni sindacali, che peraltro si arrogano il diritto esclusivo alla contrattazione, abbiano condotto lotte dure per modificare il livello degli stipendi e dei salari?

La risposta è ovvia, ma non per questo la questione va data per scontata e archiviata. Oggi, col riaprirsi di una questione sociale enorme, il problema della rappresentanza sindacale dei lavoratori va posto in primo piano se si vuole puntare a quegli obiettivi di recupero salariale e di lotta al carovita che sono all’ordine del giorno.

Per cambiare lo stato di cose presente bisogna misurarsi con due precondizioni che viaggiano in parallelo, il monopolio della contrattazione in mano ai confederali e il rapporto privilegiato ed esclusivo che essi hanno con i datori di lavoro e gli organi di governo. Se non salta questo tappo non avremo mai una contrattazione basata sugli interessi dei lavoratori. La gabbia che è stata costruita in decenni di arretramento di fronte all’offensiva padronale coniugata con la politica liberista dei governi impedisce che in Italia avvenga ciò che è alla base di ogni azione sindacale degna di questo nome e che consiste nell’esprimere gli interessi reali dei lavoratori e non condizionare questi interessi al modo con cui padronato e governi liberisti hanno impostato la contrattazione. La diminuzione del valore reale di salari e stipendi è conseguenza diretta di queste scelte scellerate e la situazione nelle circostanze attuali non può cambiare se non si affronta il problema della rappresentanza e del potere contrattuale dei lavoratori.

I fatti ci stanno dimostrando invece che ancora una volta si è partiti col piede sbagliato. Di fronte all’aggravamento della crisi economica conseguente alla guerra in Ucraina che ha portato l’inflazione a ridosso del 10%, con le materie primi e i prodotti energetici alle stelle, l’unica cosa che i confederali, a partire dalla CGIL, hanno saputo fare è stato rispettare un ‘doveroso’ silenzio di fronte a Draghi e poi per tutto il tempo della campagna elettorale. I prezzi salivano, ma non bisognava disturbare i manovratori. La guerra è sparita dall’orizzonte come se la cosa non interessasse i lavoratori. In modo indecente Landini ha dichiarato più volte che l’azione sindacale prescinde dalle scelte politiche dei governi e soprattutto dalla natura dei governi, come se la guerra e le sue conseguenze non fossero intimamente connesse a chi ci governa.

E’ a partire da questa responsabilità che bisogna analizzare il comportamento confederale rispetto alla richiesta di trattative con quello che sarà il nuovo governo. Per cominciare, perchè solo il governo? Non esiste una questione salariale che chiama in causa i datori di lavoro? Si può accettare l’idea che rispetto all’aumento dell’inflazione non si debba porre il problema dell’adeguamento salariale? E’ vero che la scala mobile fu abolita proprio per questo, ma ciò conferma che CGIL e soci non hanno cambiato linea: il salario è visto come una variabile dipendente dalle scelte padronali e non esiste per i lavoratori autonomia contrattuale. Bisogna dunque rovesciare questo paradigma se vogliamo cambiare le cose in Italia.

La crisi economica sarà lunga e le variabili molte, per questo serve un movimento di lavoratori che sia all’altezza della situazione. Per arrivare a questo però bisogna avere ben chiare alcune questioni di fondo. La prima l’abbiamo già indicata: bisogna mettere in crisi la pretesa dei confederali di rappresentare i lavoratori con le posizioni con cui Landini e soci vogliono gestire la fase che stiamo attraversando. L’obiettivo non può essere quello di sedersi al tavolo delle trattative, dopo mesi di inerzia, per compiere scelte consociative di politica economica. Gli obiettivi sono altri. Prima di tutto bisogna parlare della guerra perchè senza affrontare questo nodo, che significa sganciare l’Italia dalla deriva degli embarghi e dall’invio di armi, le prospettive non potranno sostanzialmente migliorare e questo bisogna dirlo chiaramente ai lavoratori e su questo chiamarli alla lotta: uscire dalla guerra per uscire dalla crisi.

Su questa linea va collegata anche una piattaforma rivendicativa che tenga conto della devastazione che l’inflazione sta producendo su salari e pensioni e dei costi energetici che vanno collegati direttamente alle sanzioni, di cui bisogna chiedere la fine e non limitarsi, come compiacentemente fanno i confederali, a chiedere la tassazione dei superprofitti.

La subalternità confederale alla logica della guerra deve dunque lasciare il posto a una discussione aperta sul che fare, evitando anche la deriva delle azioni virtuali e prive di incidenza a cui da anni ci ha abituato un certo sindacalismo di base che guarda il dito per non vedere la luna. Oggi si può fare un passo di avanti solo se si sviluppa una coscienza di massa che individui il nemico, definisca gli obiettivi veri ed eviti di cadere nella trappola del sindacalismo consociativo. Per lavorare a questo progetto bisogna aprire una nuova fase di sviluppo del movimento dei lavoratori che sappia tenere insieme l’autonomia contrattuale, la capacità unitaria, e la gestione di una battaglia politica su diritti sindacali e libertà di sciopero.

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