Alberto Negri: “Perché ci meritiamo il ricatto di Erdogan sui profughi siriani”

L’Europa meno interviene meglio è: nei guai non l’ha messa soltanto l’arroganza di Erdogan. Il ricatto di Erdogan sui profughi lo ha voluto e se lo è cercato. Ha usato per anni la Turchia per abbattere il regime di Assad e adesso si lamenta, dopo avere versato a Erdogan la cifra di 6 miliardi di euro per tenersi in casa oltre tre milioni di rifugiati siriani: un milione di loro, nel 2015, si riversò sulla rotta balcanica accolti in gran parte dalla Germania della cancelliera Merkel, che oggi, con la destra estrema sempre più in ascesa, non può permettersi un altro gesto simile.

La Grecia

Cosa che non puo’ permettersi neppure la Grecia dove i neonazisti di Alba Dorata trovano in questa nuova ondata terreno fertile per la loro propaganda. La Grecia è nel mirino di Erdogan e la tensione è salita di nuovo alle stelle per la questione di Cipro greca dove la Turchia rivendica il diritto a estrarre il gas in una zona economica esclusiva dove opera una joint venture Eni-Total. Erdogan, che tiene in piedi il governo libico di Tripoli sotto botta del generale Khalifa Haftar, ha fatto firmare un memorandum ad Al Sarraj per dare consistenza alle sue rivendicazioni.

Detto per inciso Erdogan anche in Libia può usare contro di noi l’arma dei profughi visto che sostiene militarmente Sarraj e ha inviato sul campo militari turchi e centinaia di mercenari jihadisti reclutati proprio in Siria.

Dietro la nuova ondata di profughi

Dietro la nuova ondata di profughi c’è la feroce battaglia incorso a Idlib tra la Turchia e i suoi alleati di Al Qaida contro siriani e russi ma ci sono anche forti motivazioni economiche. Erdogan prende di mira militarmente Damasco e l’Europa usando l’arma dei profughi per mascherare la sua sconfitta non potendo entrare troppo in rotta di collisione con Putin. E’ il gas della Russia che ha reso la Turchia il principale hub energetico del Mediterraneo e ad Ankara non conviene litigare con Mosca.

Quindi per far sentire le sue ragioni alla Nato e sul piano internazionale “lancia” migliaia di profughi verso i confini. I profughi Erdogan se li è voluti per fare la guerra ad Assad e per cacciare migliaia di curdi siriani dai loro territori. Non sono un evento meteorologico ma fanno parte di una ben precisa strategia di pulizia etnica che adotta anche il regime di Assad nei confronti delle popolazioni sunnite che avevano aderito alla rivolta contro Damasco.

Violati i patti con Mosca

Ora la Turchia, dove la popolazione è sempre più irritata nei confronti dei siriani ma anche delle avventure militari di Erdogan, vorrebbe mantenere la sua presenza a Idlib per scaricare una parte dei rifugiati che ha in casa: né i siriani di Damasco né i russi né gli iraniani, alleati di Assad, hanno intenzione di concedergli questo. Per un semplice motivo: Erdogan ha violato i patti con Mosca e Teheran di due anni fa.

Si era impegnato a disarmare i ribelli e in particolare le milizie jihadiste e quelle di Al Qaida ma non lo ha mai fatto, anche perché voleva continuare a controllare la provincia e i collegamenti autostradali vitali per Damasco. Insomma voleva prendersi un altro pezzo di Siria di valore strategico dopo quello strappato ai curdi.

Finito il Califfato e ucciso Al Baghadi è lui il vero capo dei jihadisti in Siria che manovra a seconda dei suoi obiettivi: li usa contro i curdi, i nostri maggiori alleati nella guerra all’Isis, contro il regime di Damasco, contro i russi e da qualche tempo anche in Libia.

L’Europa

In questa situazione l’Europa ha avuto un ruolo e una grande responsabilità.

Giusto per rinfrescarsi la memoria ricordatevi quando Erdogan nell’ottobre scorso ha massacrato i curdi siriani, provocando un’ondata interna alla Siria di oltre 200mila profughi. La causa immediata fu il vergognoso ritiro degli Stati Uniti dal Rojava, la regione autonoma curda dove Trump avrebbe dovuto contenere la Turchia per salvare i suoi alleati nella guerra contro il Califfato.

Ma anche gli europei si comportarono vergognosamente: promisero di mettere sanzioni sulla vendita di armi alla Turchia ma in realtà non se ne fece nulla. Come oggi vorrebbero fare una missione in Libia per far rispettare l’embargo: ma come credere possibile che fermeremo le armi della Turchia paese della Nato che noi stessi riforniamo? Forse il nostro ministro degli Esteri ignora che egli elicotteri d’attacco Agusta di Leonardo-Finmeccanica che colpirono i curdi noi li assembliamo direttamente in territorio turco.

L’origine della guerra

Bisogna anche ricordarsi come è nata questa guerra siriana: una rivolta contro il regime di Bashar Assad che si è trasformata ben presto in una guerra per procura. L’Europa sulla spinta dell’allora segretario di stato Hillary Clinton si allineò nel 2011 alla strategia del “guidare da dietro” la rivola contro Assad accreditando un’opposizione manovrata dalla Turchia che ha fatto affluire dal suo confine migliaia di jihadisti e terroristi provenienti da tutto il mondo musulmano. L’Europa, gli Usa, hanno permesso l’espansionismo della Turchia in Siria, lo hanno incoraggiato e poi accettato dopo il fallito golpe del 2016. E oggi sperano che sia Putin a fermarlo.

di Alberto Negri – Tiscali

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_negri__perch_ci_meritiamo_il_ricatto_di_erdogan_sui_profughi_siriani/82_33391/

 

Yemen, nuovo massacro di bambini a causa di un brutale attacco aereo dell’Arabia Saudita

Ennesimo massacro dell’Arabia Saudita in un bombardamento dello Yemen. 35 morti, tra i quali, 26 bambini

Le forze saudite hanno bombardato il distretto di Al-Maslub nella provincia di Al-Yauf, nel nord dello Yemen, lo scorso venerdì, uccidendo almeno 35 persone – tra cui 26 bambini – e ferendone altre 23, tra cui 18 minori, ha riferito oggi il Ministero della salute yemenita.

Il dicastero yemenita ha chiesto alla comunità internazionale e alle organizzazioni umanitarie di alzare la voce per condannare e denunciare i crimini commessi da Riyad e dai suoi alleati nello Yemen.

La televisione di stato yemenita Al Masirah ha pubblicato lo stesso giorno un video della brutale aggressione dell’Arabia Saudita, che mostra come la popolazione locale rimuove i corpi senza vita dei bambini dalle macerie dopo l’attacco.

Video Al Masirah. Si sconsiglia la visione alle persone sensibili. Link:

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-video_yemen_nuovo_massacro_di_bambini_a_causa_di_un_brutale_attacco_aereo_dellarabia_saudita/82_33139/

Immagini terribili che parlano da sole. I Media mainstream sono tutti concentrati in Siria, in particolare su Idlib dove l’esercito siriano sta conducendo un’operazione per liberare quello che è l’ultimo bastione dei gruppi armati nel paese. E come sempre accade quando Damasco avvia un’operazione anti terrorismo si scatena la propaganda occidentale che accusa Russia e Siria di bombardare case, ospedali, scuole e altre nefandezze. I massacro dell’Arabia Saudita nello Yemen sono completamente ignorati

(Foto di repertorio)

Cargo saudita carico di armi in transito al porto di Genova, Pax Christi: “Non si può tacere!”

Il Presidente di Pax Christi mons.Giovanni Ricchiuti interviene sul caso del cargo Saudita ‘Bahri Yanbu’. Read More “Cargo saudita carico di armi in transito al porto di Genova, Pax Christi: “Non si può tacere!””

Il caso Rwm, i comuni e la regione. Perché un Ricorso al TAR e una denuncia alla Procura

Il caso Rwm è emblematico di come funziona l’economia in assenza di regolazione o in presenza di regole drogate. Forse è più questo il caso. Read More “Il caso Rwm, i comuni e la regione. Perché un Ricorso al TAR e una denuncia alla Procura”

In arrivo a Genova una nave carica di esplosivo e di morte annunciata

La Bahri Yanbu in arrivo nel porto di Genova con un carico di esplosivo e chissà quanti e quali armamenti, diretti in Arabia Saudita per uccidere popolazioni civili nelle sporche guerre del Medio Oriente. Read More “In arrivo a Genova una nave carica di esplosivo e di morte annunciata”

Perchè la lotta dei portuali genovesi va sostenuta e ampliata sul territorio italiano

Intervento all’assemblea indetta dalla Federazione Anarchica Livornese

Da mesi i portuali di Genova sono in lotta contro il commercio di armi e il transito delle stesse lungo le banchine.

I portuali di Genova mostrano una grande sensibilità poltica e sindacale che non ritroviamo tra i colleghi di tante altre città italiane nelle quali le armi transitano senza alcuna protesta.

L’importanza di questi scioperi è dimostrata anche da altri fatti oltre a quelli legati alla guerra sui quali torneremo piu’ avanti. Ci rifeferiamo alla catena logistica che attraversa i porti, la logistica è sempre più un fattore di produzione, per questo motivo ha poco senso escludere questa categoria dai lavoratori dall’industria poichè innumerevoli settori terziari rispondono da tempo a regole e modalità organizzative analoghe a quella della fabbrica.
E non è casuale che le associazioni datoriali vogliano escludere dalle materie negoziabili nel nuovo contratto nazionale proprio l’organizzazione del lavoro nei porti, gli orari e i tempi, le modalità con le quali il lavoro viene gestito. E proprio l’automazione è organizzazione del lavoro nel senso più puro e preciso del termine
Per queste ragioni i padroni del porto non ne vogliono parlare con il sindacato, liberi di portare avanti processi di ristrutturazione che modificheranno radicalmente il modo di lavorare nei porti abbattendo il numero della forza lavoro e costruendo meccanismi di controllo che si ripercuoteranno negativamente su noi tutti, con aumento dei carichi di lavoro e con l’uso delle tecnologie a fine capitalistico, non certo per migliorare le condizioni di vita, lavorative, contrattuali e retributive, men che mai per creare nuova occupazione.
Nel corso del tempo il lavoro portuale ha subito alcune trasformazioni diventando sempre meno lavoro portuale tradizionale.
La posta in gioco è elevata, non ultima i processi di automazione e di riorganizzazione della logistica attorno ai poli portuali e aeroportuali, la frammentazione della forza lavoro tra differenti datori e molteplici contratti determina crescenti difficoltà a costruire una vertenza comune che metta insieme lavoratori e lavoratrici uniti da rivendicazioni comuni.
L’importanza dei porti è dimostrata da quanto accade anche sul nostro territorio con il collegamento via acqua della Base militare Usa di Camp Darby al Porto di Livorn, analogo discorso vale per il potenziamento della stazione di Tombolo, abbandonata da lustri, in funzione del trasporto di armi via ferrovia.
Non essere riusciti a costruire un movimento sindacale e popolare contro il potenziamento della base Usa di camp darby è stato un grave limite, l’ insuccesso è anche riconducibile  all’approccio ideologico di molti ad un problema che poi è legato alle crescenti servitu’ miliari, ai processi di ammodernamento delle basi stesse rese piu’ funzionali al trasporto di armi e truppe, al supporto nevralogico verso le aree di guerra che vedono sempre piu’ impegnate Usa e Nato.
La radicalità della azione intrapresa dai portuali genovesi, a partire dagli scioperi contro la nave saudita nella primavera scorsa, dimostrano concretamente che la forza lavoro puo’ esercitare un ruolo dirimente e di forte impatto sull’opinione pubblica, se sappiamo unire istanze di lotta legate ai contratti, alla salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori rifiutando il concetto che ogni opportunità occupazionale debba essere valorizzata, anche quando si tratta del trasporto di armi ad alimentare conflitti contro i popoli con stragi, devastazione dei territori e la catena di servitu’ , miseria e carestie che i conflitti bellici determinano da sempre.
Da anni ormai non si parla piu’ di riconversione dell’industria di guerra, se ne parla solo in termini strumentali e mai come elemento portante di una rivendicazione complessiva, tanto che la perdita di memoria e di coscienza finisce con il giocare brutti scherzi anche agli smemorati politici locali che anni fa votarono ordini del giorno nei consigli degli enti locali per la riconversione delle basi militari salvo poi, negli ultimi anni, accordare favori, aiuti, supporti tecnici e logistici, finanziamenti al potenziamento delle basi militari in territorio italiano.
Per queste ragioni crediamo che la lotta intrapresa dai portuali di Genova sia da esempio per i portuali di tutte le altre città italiane e l’occasione per rilanciare le parole d’ordine antimilitariste antimperialiste un tempo patrimonio del movimento operaio.

In alcuni porti, come in tanti territori italiani, l’arrivo di finanziamenti da parte di multinazionali, è avvenuto di pari passo alla militarizzazione dei territori, sindacati complici ed enti locali hanno accolto a braccia aperte i cosiddetti salvatori dei posti di lavoro, salvo poi scoprire che i posti di lavoro non sono stati salvati e al contempo abbiamo sostenuto tacitamente i processi di privatizzazion e di militarizzazione dei nostri territori anche quando hanno portato malattie (come in Sardegna attorno al famigerato poligono militare), servitu’ e la debacle politica e sindacale

Sindacato Generale di Base Toscana

08-02-2020

http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2020/02/perche-la-lotta-dei-portuali-genovesi.html?m=1

Nuovi impianti a Salto di Quirra per le Star War made in Italy

Altro che programmi di bonifica e disinquinamento, risanamento socio-ambientale e riconversione a scopi civili di una delle più devastate e devastanti infrastrutture di guerra della Sardegna. All’interno del maxi Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze di Salto di Quirra (PISQ), utilizzato da oltre 60 anni dalle forze armate nazionali, Nato ed extra-Nato e dal complesso militare industriale transnazionale per le “prove sperimentali” di sistemi missilistici e sofisticati armamenti, saranno insediati due nuovi impianti per testare motori a liquido (LRE – Liquid rocket engines) e realizzare componenti in carbon-carbon per i vettori aerospaziali.

Il progetto SPTF – Space Propulsion Test Facility è stato presentato ieri in Sardegna nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato i manager della società proponente, Avio S.P.A., e le maggiori autorità militari e civili dell’Isola. “SPTF prevede il coinsediamento degli interventi denominati Banco prova LRE e Impianto CC presso il sito Sa Figu, in un’area di 6,5 ettari posta all’interno del poligono sperimentale del Salto di Quirra, nel comune di Perdasdefogu (Nuoro)”, ha spiegato l’amministratore delegato di Avio, Giulio Ranzo. “I due impianti, pur risultando coinsediati sotto il profilo squisitamente dell’occupazione del territorio, sono distinti dal punto di vista industriale e di processo, e non risultano tecnicamente connessi tra loro in quanto operano in ambiti tecnologici, di prodotti e di servizio differenti. La necessità di avere un tale impianto di prova entro i confini nazionali permetterà di ridurre i tempi di sviluppo dei motori e i rischi associati alla divulgazione all’estero di informazioni e dati di interesse strategico. Questa struttura diventerà uno dei punti di eccellenza e di riferimento del settore spaziale europeo”.

“Oggi siamo qui per testimoniare la rilevanza di un progetto che nasce da una forte sinergia tra la Difesa, l’industria nazionale e le istituzioni locali”, ha spiegato il generale dell’Aeronautica militare Michele Oballa, comandante del PISQ di Salto di Quirra. “Si tratta di un progetto di altissimo valore tecnologico che punta a sviluppare, nel pieno rispetto degli standard ambientali, significative finalità nel campo della ricerca che potranno essere utili per lo sviluppo di motori spaziali e componenti a propulsione liquida, ma potenzialmente anche per numerose applicazioni in campo civile con interessanti ricadute occupazionali”.

Per l’insediamento industriale destinato alle attività di Avio S.p.A. saranno investiti 30 milioni di euro. “Nei primi tre anni di attività è previsto l’impiego di 21 persone che arriveranno, a regime, fino a 35 unità; parte integrante del Progetto SPTF sarà anche l’attività di ingegneria che continuerà ad essere svolta nella sede di Villaputzu”, spiegano i manager della società aerospaziale. Quando lo Space Propulsion Test Facility era stato presentato alla stampa la prima volta, il 6 giugno 2018, si era parlato invece di un investimento di 26 milioni di euro. “Come stabilito dal Ministero dello Sviluppo economico, il finanziamento pubblico è pari a poco più di 8 milioni e 700mila euro (la Regione Sardegna parteciperà con 790mila euro, ovvero il 3% dell’investimento complessivo, mentre il Mise con il resto”, riportò allora l’agenzia Ansa. “L’infrastruttura sarà realizzata da Avio, azienda leader nel settore, in partnership con Asi (Agenzia Spaziale Italiana), Dass (Distretto Aerospaziale della Sardegna), Regione e Comune di Villaputzu. Nell’infrastruttura, oltre a portare avanti ricerca e test di prodotti spaziali, saranno prodotti scudi termici interni ed esterni per la famiglia dei lanciatori Vega, lanciati in Guyana Francese per portare nello spazio satelliti”. Allo sviluppo del Progetto SPTF contribuiranno inoltre le ricerche avviate nell’ambito del programma Generazione E per la “sperimentazione di materiali, sistemi diagnostici e di controllo ambientale per i veicoli di trasporto spaziale di generazione evoluta”, coordinato dal Dass – Distretto aerospaziale della Sardegna, in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria meccanica, chimica e dei materiali dell’Università di Cagliari, il Centro italiano ricerche aerospaziali (Cira), la società Innovative Materials S.r.l. di Sestu (Cagliari), il Centro ricerca aerospaziale dell’Università la Sapienza di Roma, il Distretto tecnologico nazionale sull’energia (Ditne) dell’Università del Salento, la Sophia High Tech S.r.l. di Sant’Anastasia (Napoli), il Dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Università di Perugia e, ovviamente, Avio S.p.A.. Generazione E ha una durata di 30 mesi e costi per 4 milioni di euro circa, due dei quali coperti dal MIUR, il Ministero dell’Istruzione, l’Università e la Ricerca, attraverso il bando di “ricerca industriale e sviluppo sperimentale aerospaziale”.

Tutta da verificare la sostenibilità degli impatti socio-ambientali che il progetto industriale di Avio genererà nell’area del Poligono sperimentale interforze di Salto di Quirra, già ultracontaminato da centinaia di test militari di testate (anche all’uranio impoverito), propellenti chimici, ecc.. Per conseguire l’autorizzazione alla realizzazione degli impianti destinati a svolgere le attività di banco prova dei motori a liquido e produzione di componenti in carbon-carbon, nonché ad ospitare “le aree per lo stoccaggio pressurizzato di gas inerti (azoto, elio, ecc.)”, Avio S.p.A. dovrà acquisire dalle autorità regionali i pareri positivi di compatibilità ambientale, previa procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. “Per la procedura di VIA è stato elaborato lo Studio d’impatto ambientale da parte del proponente, poi presentato alla Regione Autonoma della Sardegna con la comunicazione del 28 giugno 2019”. spiega Avio in un report sulla SPTF – Space Propulsion Test Facility, pubblicato il 5 settembre 2019. Il report, in particolare, sintetizza gli esiti dello studio sui presumibili impatti sull’ambiente e il territorio.

“Durante la fase di cantiere le emissioni in atmosfera sono riconducibili alla produzione di polveri per la movimentazione dei terreni e alle emissioni dei mezzi impiegati per la costruzione del banco”, scrivono gli estensori dello Studio ambientale. “Gli inerti necessari per la realizzazione dello strato di sottofondo delle pavimentazioni stradali nonché i materiali idonei alla formazione dei rilevati saranno reperiti presso le cave attive disponibili sul territorio circostante l’area di intervento, in un raggio compreso fa 35 e 70 km; tali materiali saranno trasportati via autocarro: serviranno complessivamente circa 784 viaggi in andata e ritorno, corrispondenti in media a 1,4 viaggi/giorno. Le emissioni prodotte durante la fase di cantierizzazione associati all’approvvigionamento dei materiali hanno un impatto trascurabile (…)  La distanza del cantiere dall’abitato, sito a circa 3 km dallo stesso, e la posizione dello stesso in un’area priva di insediamenti sparsi consente di valutare come nulli gli impatti sulla componente atmosfera e salute umana”.

“I risultati dell’attività previsionale dimostrano che per i diversi inquinanti le concentrazione in aria associate alle ricadute derivanti dalle emissioni degli impianti in esame sono ampiamente inferiori (tutti i corsivi sono nostri, NdA) ai limiti normativi previsti per la qualità dell’aria”, aggiunge lo Studio. “Le ricadute associate alle emissioni inquinanti dello scenario di progetto, comunque già estremamente contenute nell’intorno immediato, risulteranno trascurabili a distanze superiori a 300 m dal sito (…) Il principale impatto generato sulla componente suolo e sottosuolo riguarda l’impermeabilizzazione di una superficie attualmente vegetata corrispondente a circa il 20% della superficie d’uso totale, per complessivi 15.300 mq. L’impatto cumulativo in termini di modifiche morfologiche che si stima sulla componente suolo e sottosuolo è di valore medio, circoscritto all’area di intervento e caratterizzato da un ambiente naturale scarsamente popolato….”.

Tutt’altro che inesistenti anche gli  impatti potenziali sull’ambiente idrico. “Essi sono riconducibili a modifiche del drenaggio superficiale ed emissioni di inquinanti e polveri in atmosfera che, per ricaduta, potrebbero alterare lo stato chimico-fisico dei corpi idrici superficiali”, ammette Avio S.p.A.. “Le opere civili previste per il progetto comporteranno una modifica del drenaggio idrico superficiale correlata alla realizzazione di rilevati e alle pavimentazioni per complessivi 15.300 mq. La perturbazione sarà circoscritta alle sole aree di progetto e di entità limitata, generando un impatto sul naturale deflusso delle acque superficiali di valore medio, in quanto, seppur di natura irreversibile, le acque in uscita dalla rete di drenaggio saranno convogliate nello stesso punto di chiusura del Bacino”. Non certo migliore lo scenario per l’ecosistema, la flora e la fauna. “I principali impatti attesi sono quelli riferiti alle modifiche dell’assetto floristico-vegetazionale e al disturbo della fauna per emissioni sonore e vibrazioni”, spiega lo Studio d’impatto ambientale. “La realizzazione delle opere richiede la rimozione parziale della vegetazione presente, per una superficie complessiva di circa 44.679 mq. Le aree da sottoporre a decespugliamento sono state localizzate nella porzione più montana dove è prevalente la presenza del Cistus monspeliensis, specie arbustiva non di pregio. Al fine di tutelare e garantire la conservazione delle specie di pregio quali fillirea, olivastro e lentisco, il Progetto prevede la rimozione e il trapianto in un’altra aerea all’interno del lotto. Durante la fase di cantiere le emissioni sonore e le vibrazioni prodotte potrebbero costituire seppur limitati elementi di disturbo per la fauna e generare un temporaneo allontanamento di alcune specie faunistiche presenti nell’area immediatamente limitrofa, limitato a poche centinaia di metri dall’area del sito. L’impatto cumulativo sulla fauna connesso a tali fattori di perturbazione può essere considerato basso, in quanto di lieve entità, a breve termine, spazialmente esteso ad un limitato intorno dell’area di progetto. Durante la fase di esercizio dell’Impianto C-C lo studio previsionale d’impatto acustico ha evidenziato valori di immissione sonora contenuti e ampiamente inferiori ai limiti normativi (65 dBA). L’esecuzione dei test del Banco Prova LRE potrebbe comportare una modifica del clima acustico nei dintorni del sito tale da disturbare la fauna selvatica determinando un temporaneo allontanamento di alcune specie faunistiche presenti nell’area limitrofa per poche centinaia di metri dall’area del sito, fino a ritrovare le condizioni di non disturbo. Sulla base delle considerazioni sopra riportate, l’impatto sulla fauna connesso a tale fattore di perturbazione può essere considerato basso, in quanto di bassa entità, spazialmente esteso alla sola area di progetto”.

“I principali fattori di perturbazione generati potrebbero determinare un’alterazione della qualità del paesaggio, legate all’alterazione visiva del paesaggio”, conclude lo Studio. “La perdita della naturalità del contesto territoriale risulta mitigata nella sua percezione in quanto la destinazione d’uso dell’area non consente l’ordinaria fruizione alla popolazione. La realizzazione delle opere non comporterà impatti negativi diretti sulla comunità locale, poiché gli impatti indotti saranno circoscritti alle aree di intervento. Di contro, la realizzazione delle opere genererà impatti positivi al contesto economico locale, poiché in fase di cantiere potrà essere coinvolta la comunità locale per la fornitura di materiali e eventuale manodopera con ripercussioni positive sull’occupazione locale, ed in fase di esercizio sarà generato un indotto significativo sul territorio legato alla presenza di personale per servizi e altro”. Affermazioni del tutto discutibili e non solo dal punto di vista “scientifico”, paesaggistico e ambientale.

Avio S.p.A. è un’azienda aerospaziale che opera nel settore dei lanciatori e della propulsione applicata a sistemi satellitari. Oltre ad aver progettato e prodotto i lanciatori spaziali Vega, ha sviluppato i sistemi propulsivi a propellente solido e liquido per i lanciatori Ariane 5 e Ariane 6 e per diverse tipologie di satelliti ad uso civile e militare. In Italia Avio è presente nella sede operativa principale di Colleferro (Roma) e in altri insediamenti in Campania, Piemonte e Sardegna. Filiali sono presenti all’estero, in Francia (Parigi) e Guyana Francese (Kourou).

di Antonio Mazzeo

gennaio 30, 2020

 

http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/01/nuovi-impianti-salto-di-quirra-per-le.html

Yemen, mobilitazione per nave saudita con armi di nuovo nei porti europei

Azioni legali, proteste e altre iniziative sono in programma in alcuni porti europei per opporsi allo scalo del cargo saudita “Bahri Yanbu” che già in passato ha trasportato armi del valore di decine di milioni di dollari destinate alla guerra in Yemen. Read More “Yemen, mobilitazione per nave saudita con armi di nuovo nei porti europei”

Andre Vltchek: un eroe iraniano è caduto e il mondo è ora un posto ancora più pericoloso

Si dice che provenisse da un background modesto e salito di livello, diventando, come molti credono, il secondo uomo più potente in Iran. Dicono che sarebbe potuto diventare la prossima guida suprema nel paese.

Ogni volta che visito l’Iran, mi viene detto quanto la sua gente lo adori. È diventato il simbolo della resistenza contro l’Occidente, il simbolo della forza e della dignità della nazione che è stata attaccata, colonizzata e affamata da diverse capitali occidentali.

E ora il comandante della forza di Al Quds in Iran, Qassem Soleimani, non c’è più. E il comandante in capo americano, Donald Trump, rivendica con orgoglio la responsabilità della sua scomparsa.

La dichiarazione del Pentagono è arrivata rapidamente ed era chiaro:”Per ordine del Presidente, l’esercito americano ha adottato misure difensive decisive per proteggere il personale americano all’estero uccidendo Qassem Soleimani … Questo attacco doveva scoraggiare il futuro piano di attacco iraniano. Gli Stati Uniti continueranno a prendere tutte le misure necessarie per proteggere la nostra gente e i nostri interessi ovunque si trovino nel mondo “.

Azione difensiva

Quasi immediatamente, RT e altri mi hanno chiesto di fare un’analisi.
Non ho potuto fare a meno di definire ciò che è stato fatto all’aeroporto di Baghdad, in Iraq, come omicidio stragiudiziale volgare e brutale.
Negli ultimi due mesi sono stato in tutto il mondo, scrivendo (e filmando) tutti questi orrori che l’Impero ha scatenato contro persone di culture diverse, vivendo in diverse parti del mondo.

Medio Oriente, Cina, America Latina.

Sembra che tutti i confini siano stati attraversati. Washington e i suoi alleati della NATO hanno perso ogni controllo, ogni vergogna e decenza. Non ne hanno mai avuto molti, ma ora non ne hanno quasi più.

Tutto sembra essere primitivo, come in un film di mafia mal fatto. Se ai leader occidentali non piacesse nessun paese? In questo caso, semplicemente lo attaccano, lo fanno morire di fame e lo distruggono. Così brutalmente. Nessuna mediazione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nessuna argomentazione e nessuna pretesa di alcun processo legale.

Questo è quello che è successo a Hong Kong, in Bolivia, in Venezuela e nella Papua occidentale. Ciò è accaduto anche in Iran, così come in Cina e Russia, sebbene questi paesi abbiano dimostrato di essere molto più difficili da sradicare di quanto inizialmente pensassero i pianificatori di Washington.

Lo stesso vale per gli individui: le persone vengono uccise senza pensare, alcune rapidamente, altre molto lentamente e dolorosamente. Julian Assange è uno di loro, torturato lentamente a morte, di fronte a tutto il mondo, nonostante le proteste di esperti legali e medici che chiedono la sua liberazione.

L’omicidio di Quassem Soleimani e di altri a Baghdad è stato rapido e completamente inaspettato.

Le espressioni facciali dei funzionari americani erano assolutamente scioccanti: come se i leader della mafia fossero stati catturati nell’angolo di una tana sporca da un gruppo di giornalisti dilettanti. Senza rimpianti, hanno sorriso davanti agli obiettivi, suggerendo “E allora?” Che cosa hai intenzione di fare ora? Sfidarci? Noi ? Ti spezzeremo le gambe o qualcosa del genere … ”

E nessuno, assolutamente nessuno osa davvero sfidarli! Non ancora. Al momento no.

È un gioco testato, a prova di proiettile. Distruggi un intero paese o uccidi una persona e poi mostri il tuo lavoro; le tue armi ben mantenute. Esponi le tue armi e la tua terribile fila di denti. Dici, o suggerisci senza dirlo, “Hai una moglie e due figlie nel paese, giusto? Non vuoi che succeda loro niente, vero? ”

Adesso è a quel livello. Non è meglio di così, non vedi?

Se ti difendi, muori; la tua famiglia muore. Oppure i tuoi familiari vengono violentati. O entrambi.
Vi piace ? Non ti piace? Lo odi davvero? Non ci interessa! L’Impero ha armi. Questo è tutto ciò che ha. La capacità di uccidere e stuprare. È diventato stupido, degenerato. Non produce quasi nulla di valore. Ma ha milioni di armi e una mostruosa macchina di propaganda.

*
Ora, sul serio: cosa può fare l’Iran? Cosa può fare una nazione con migliaia di anni di cultura?
Può difendersi? Onestamente, se pensi che possa farlo, allora dillo: come?

Se risponde, potrebbe essere cancellato dalla faccia della terra. Se non fa nulla, perderà la faccia, il rispetto per se stessa e l’obiettivo di continuare la sua lotta per la vera indipendenza e la sua forma unica di socialismo.

Per anni e decenni, l’Iran è stata una spina nel fianco dell’Occidente. I suoi alleati hanno combattuto contro il terrorismo iniettato dall’Occidente in Iraq, Siria e Libano. L’alleato dell’Iran in Libano, Hezbollah, ha difeso il paese contro le invasioni israeliane, fornendo al contempo sostegno sociale ai cittadini poveri e bisognosi.

L’Iran ha dato lavoro e un riparo temporaneo a molti cittadini afgani, in particolare quelli di Herat, a cui non è rimasto assolutamente nulla dopo l’orrenda occupazione del paese da parte degli Stati Uniti e della NATO. Ho lavorato in Afghanistan e ho visto enormi file fuori dal consolato iraniano ad Herat. L’Iran è stato anche profondamente coinvolto in America Latina, aiutando, costruendo alloggi sociali in Venezuela, Bolivia di Evo e altrove.

E ora, recentemente, ha iniziato ad avvicinarsi sempre di più ai due principali nemici di Washington: Cina e Russia.

Ecco perché è stato deciso negli annali di Washington e del Pentagono: l’Iran deve essere fermato, distrutto. Ad ogni costo cioè, ad ogni prezzo che dovrebbe essere pagato dai cittadini iraniani.

*
Sono convinto che questa follia debba essere fermata. Per il bene dell’Iran.

Ma anche perché se l’Iran viene rovinato, distrutto come l’Iraq, la Libia o l’Afghanistan, qualcuno sarà il prossimo. Prima, molto probabilmente, il Venezuela e poi Cuba. Ma poi, forse, molto probabilmente, Russia o Cina, o entrambi.

L’Impero non si fermerà da solo. Se non incontra l’opposizione, sarà sempre più incoraggiato.
È un grave errore lasciarlo letteralmente “cavandosela con l’omicidio”.

Oggi un coraggioso generale iraniano è stato assassinato. Washington sorride provocatoriamente, cinicamente.

Invia messaggi ai quattro angoli del mondo: “Resta sui tuoi divani davanti alla televisione. Pietrificati. Non fare nulla. Altrimenti! ”

Di *Andre Vltchek  

*Andre Vltchek is a philosopher, novelist, filmmaker and investigative journalist. He has covered wars and conflicts in dozens of countries. Five of his latest books are “China Belt and Road Initiative: Connecting Countries, Saving Millions of Lives”, “China and Ecological Cavillation” with John B. Cobb, Jr., Revolutionary Optimism, Western Nihilism, a revolutionary novel “Aurora” and a bestselling work of political non-fiction: “Exposing Lies Of The Empire”. View his other books here. Watch Rwanda Gambit, his groundbreaking documentary about Rwanda and DRCongo and his film/dialogue with Noam Chomsky “On Western Terrorism”. Vltchek presently resides in East Asia and the Middle East, and continues to work around the world. He can be reached through his website and his Twitter. His Patreon
 

Gli USA e gli omicidi politici. Dagli attentati contro Fidel Castro all’assassinio di Soleimani

Il generale iraniano Qasem Soleimani è stato l’ultimo di una lunga lista di omicidi politici eseguiti dagli Stati Uniti

In un articolo pubblicato sabato scorso, il quotidiano britannico The Guardian ha affrontato la rischiosa e criminale decisione degli USA di uccidere il generale  Qasem Soleimani, insieme al numero due del Forze popolari irachene (Al-Hashad Al-Shabi), Abu Mahdi al-Muhandis, in un attacco con droni a Baghdad.

“Il governo di Washington non è estraneo alle arti oscure degli omicidi politici. Nel corso dei decenni, ha adottato tecniche contro i suoi avversari, dall’invio di un chimico armato con un veleno letale per eliminare Patrice Lumumba in Congo negli anni ’60 fino a piantare pillole velenose (ugualmente senza successo) nel cibo del già defunto leader cubano Fidel Castro ” , ha ricordato l’articolo, realizzato da Ed Pilkington.

Ma l’assassinio del potente generale iraniano, aggiunge il testo, “è unico nel suo genere”. La sua unicità non sta nel suo metodo, perché “che differenza fa per la vittima se viene eliminata da un aereo senza pilota o eseguita dopo un colpo di stato appoggiato dalla CIA, come nel caso del sovrano iracheno nel 1963, Abdul Karim Kassem? ”, il momento clou è l’impudenza della sua esecuzione e l’apparente totale disprezzo per ogni legalità o conseguenze umane.

“Gli Stati Uniti non uccidono semplicemente gli alti funzionari statali in questo modo “, afferma Charles Lister, un membro del Middle East Institute di Washington, sottolineando che non si può dimenticare che Soleimani” è stato il secondo uomo più potente in Iran solo per dietro il leader iraniano ”, l’Ayatollah Seyed Ali Khamenei.

I tweet di giubilo del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e i suoi tentativi di giustificare la sua rischiosa decisione hanno portato solo Washington a essere accusata di aver commesso gli stessi crimini che attribuisce ai suoi nemici. Il ministro degli Esteri iraniano Mohamad Yavad Zarif ha denunciato che l’omicidio è stato un ” atto di terrorismo internazionale “.

Gli Stati Uniti hanno  una lunga storia di interferenze durante l’ultimo mezzo secolo per assassinare i loro avversari stranieri attraverso misure legali o moralmente dubbie.

Nella maggior parte dei casi, Washington ha segretamente commesso omicidi di leader stranieri e non ha mostrato interesse a farlo apertamente, fino all’arrivo di Trump.

Nel 2008, la CIA ha lavorato a stretto contatto con il servizio di intelligence israeliano (Mossad) per eliminare Imad Moghniyah, un leader di alto livello del movimento di resistenza libanese (Hezbollah). Nel corso dei loro sforzi, hanno avuto l’opportunità di eliminare non solo Mughniyah ma anche Soleimani in un singolo attacco da drone. Alla fine, l’operazione è stata sospesa in quanto il governo degli Stati Uniti la bloccò sulla base del fatto che avrebbe potuto destabilizzare seriamente la regione.

Nonostante tale riluttanza, Mary Ellen O’Connell, professore di diritto internazionale all’Università di Notre Dame, ha tracciato una linea diretta tra le precedenti amministrazioni statunitensi e l’imprevedibilità di Trump di distruggere tale convenzione. Ha ricordato che l’inizio dell’uso dei droni nel 2000 ha messo gli Stati Uniti su un pendio scivoloso verso l’attuale crisi.

Il primo dispiegamento del drone come mezzo per assassinare fu ordinato da Bill Clinton nel tentativo di porre fine a Osama Bin Laden, ex leader di Al Qaeda. Ma il primo “omicidio selettivo” ebbe successo sotto l’amministrazione George W. Bush nello Yemen.

Barack Obama ha ereditato da Bush l’ampio uso di droni assassini e lo ha triplicato di dieci volte durante la sua presidenza. In questo senso, O’Connell ha ritenuto che “il diritto internazionale si sta indebolendo dai tempi di Obama”.

Ora manca un passo perché li Stati Uniti “Ignorino totalmente la legge. Francamente, penso che il presidente Trump stia già facendo questo passo”, ha lamentato O’Connell.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-gli_usa_e_gli_omicidi_politici_che_differenza_c_tra_lassassinio_del_generale_soleimani_e_gli_attentati_contro_fidel_castro/82_32481/

 

USA-Iran, Trump minaccia di colpire i siti culturali iraniani. La risposta dell’Unesco

A seguito delle minacce del presidente americano Donald Trump di bombardare luoghi di valore culturale iraniano in risposta a eventuali attacchi contro cittadini statunitensi dell’Iran, l’Unesco ha ricordato agli Stati Uniti attraverso una dichiarazione che Washington ha firmato una convenzione per proteggere i siti culturali nel paese persiano, riferisce Reuters.

Il direttore generale dell’Unesco Audrey Azoulay ha dichiarato lunedì durante un incontro con l’ambasciatore iraniano Ahmad Jalali che, secondo le disposizioni delle convenzioni del 1954 e del 1972, che sono state ratificate sia dagli Stati Uniti che dall’Iran, gli Stati si impegnano non adottare misure deliberate che potrebbero mettere a rischio il patrimonio culturale e naturale nel territorio di un altro Stato che fa parte di tali convenzioni.

La minaccia di Trump

Sabato scorso, Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti hanno “preso di mira 52 siti iraniani, alcuni di altissimo livello e molto importanti per l’Iran e la cultura iraniana” che sarebbero stati colpiti “molto velocemente e molto duramente” se gli interessi o i cittadini statunitensi fossero attaccati da Teheran. Il numero rappresenta i 52 ostaggi statunitensi che l’Iran prese durante l’assalto della rivoluzione iraniana all’ambasciata nordamericana a Teheran nel 1979.

Sviluppo del conflitto

Il 29 dicembre, gli USA hanno bombardato le basi della milizia sciita filo-iraniana Kataib Hezbollah, dove almeno 25 militanti persero la vita durante l’operazione. Due giorni dopo, una folla ha preso d’assalto l’ambasciata statunitense a Baghdad, Trump ha accusato l’Iran di “orchestrare l’attacco” e ha avvertito Teheran che “pagherà un prezzo pesante” per questo.

Il 2 gennaio 12 persone, tra cui l’importante generale iraniano Qasem Soleimani e il leader di Kataib Hezbollah e le forze di mobilitazione popolari, Abu Mahdi al Muhandis, sono morte in un attacco aereo statunitense. Il Pentagono ha rivendicato la responsabilità dell’omicidio.

Tre giorni dopo, il parlamento iracheno ha approvato una risoluzione per “porre fine alla presenza di truppe straniere sul suolo iracheno” e proibire loro “di usare la loro terra, spazio aereo o acqua per qualsiasi motivo”.

Fonte: RT

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-usairan_trump_minaccia_di_colpire_i_siti_culturali_iraniani_la_risposta_dellunesco/82_32459/

 

Iraq: un atto di guerra inaccettabile, si gioca sulla pelle del popolo iracheno

Ciò che si temeva sta forse per succedere. Il conflitto che Stati Uniti e Iran stanno consumando sul corpo martoriato del popolo iracheno si sta trasformando in conflitto militare.

L’azione militare del 3 gennaio all’aeroporto internazionale di Baghdad – che ha portato all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani e di altre sette persone – è un atto irresponsabile tanto più grave perché realizzato da un paese che è membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Si tratta di un atto, la rappresaglia e l’omicidio mirato, considerato dal diritto internazionale come un crimine di guerra.

Un crimine che si aggiunge al sostegno dato negli scorsi decenni prima a Saddam nella lunga guerra contro l’Iran, poi alla guerra contro l’Iraq, all’embargo, al caos e alla distruzione determinata nel paese dall’occupazione Usa.

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Un Ponte Per è a fianco del popolo iracheno, vera vittima di questa dinamica perversa, ed in particolare di quei/lle giovani che si battono per un futuro libero e indipendente del proprio paese e diciamo a tutti: fermatevi, ritirate le vostre truppe e i vostri consiglieri militari, lasciate che gli iracheni e le irachene possano determinare liberamente il proprio futuro.

Iraq, le mille e una bomba

Gli Stati Uniti uccidono un generale iraniano a Bagdad. Il rischio di un nuovo conflitto sulla pelle del popolo iracheno. Radio Articolo 1 intervista Alfio Nicotra, co-Presidente di Un Ponte Per.

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Iraq: ucciso in un attacco USA il generale Soleimani

Gli Stati Uniti hanno attaccato nella notte l’aeroporto di Baghdad, in Iraq, uccidendo il generale iraniano Qassem Soleimani, uno degli uomini chiave dell’Iran in Medio Oriente. Radio Onda d’Urto intervista Fabio Alberti, membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per.

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Baghdad. L’attacco USA e le piazze irachene

L’attacco statunitense in Iraq rischia di oscurare la mobilitazione popolare che da mesi mette in discussione il regime politico nato dopo l’invasione voluta da Bush del 2003. Jacobin Italia intervista Ismaeel Dawood, Civil Society Officer di Un Ponte Per.

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“I droni di Natale”

Naval Air Station di Sigonella, ore 16.46 di giovedì 21 novembre 2019. Dopo 22 ore ininterrotte di volo, un drone di ultima generazione della famiglia dei “Global Hawk” atterra nella grande base militare siciliana. Il velivolo era decollato dall’aeroporto di Palmdale, California. Sulla fiancata, l’inconfondibile insegna della NATO. Il drone è il primo dei cinque grandi aerei senza pilota destinati ad operare da Sigonella nell’ambito del NATO AGS (Alliance Ground Surveillance), il programma più ambizioso e costoso della storia dell’Alleanza Atlantica, ma anche quello che ha segnato i maggiori ritardi nella sua implementazione. “Il trasferimento del drone AGS dagli Stati Uniti all’Italia rappresenta un momento chiave nella realizzazione di questo importantissimo progetto multinazionale”, ha riportato l’ufficio stampa del Comando generale della NATO. “L’Alliance Ground Surveillance sarà di proprietà collettiva e operativa di tutti gli alleati dell’Alleanza Atlantica e sarà un elemento vitale per tutte le missioni NATO. Tutti gli Alleati avranno accesso ai dati acquisiti dall’AGS e beneficeranno del sistema d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento”.

Il programma NATO AGS prevede l’utilizzo della grande stazione aeronavale di Sigonella quale Main Operating Base (principale base operativa) dei cinque velivoli a pilotaggio remoto RQ-4D “Global Hawk” e dei relativi centri di comando e controllo, con un contingente multinazionale di oltre 800 unità. “Tutti e cinque i droni sono attualmente in differenti fasi di sviluppo delle capacità operative di volo”, specifica ancora il Comando generale della NATO. “Quando ognuno di essi giungerà alla Main Operating Base di Sigonella, saranno sottoposti ai test per verificarne le performance e la conformità al sistema AGS. La capacità operatività iniziale del programma dovrebbe essere raggiunta nella prima metà del 2020”.

Dotati della piattaforma radar MP-RTIP con sofisticati sensori termici per il monitoraggio e il tracciamento di oggetti fissi ed in movimento, i droni AGS potranno volare sino a 18.000 metri di altezza e a una velocità di 575 km/h. I dati rilevati saranno prima analizzati a Sigonella e successivamente trasmessi grazie ad una rete criptata al Comando JISR, Joint Intelligence, Surveillance and Reconnaisance della NATO, con sedi a Bruxelles, Mons e The Hague. Oltre 16.000 km il raggio d’azione dei nuovi velivoli senza pilota, così fa consentirne l’operatività in un’area geografica che comprenderà l’intero continente africano e il Medioriente, l’Europa orientale sino al cuore della Russia. Grazie alle informazioni raccolte e decodificate dall’AGS, la NATO potrà ampliare lo spettro delle proprie attività nei campi di battaglia, potenziando la capacità d’individuazione degli obiettivi da colpire con gli strike aerei e missilistici.

Con l’entrata in funzione del sistema AGS, la base siciliana di Sigonella consolida il proprio ruolo di vera e propria capitale mondiale dei velivoli senza pilota da guerra. I droni NATO si sommano infatti ai velivoli con funzioni d’intelligence ed attacco (i famigerati droni killer “Reaper” che mietono vittime tra i civili negli scacchieri di guerra in Africa e Medio oriente) che l’US Air Force e l’US Navy ha trasferito in Sicilia da più di dieci anni. A riprova di come Sigonella sia uno dei maggiori centri del pianeta per il comando e il controllo dei velivoli senza pilota va aggiunto che nel 2018 è stata attivata all’interno della stazione aeronavale l’UAS SATCOM Relay Pads and Facility per le telecomunicazioni via satellite con tutti i droni che le agenzie di spionaggio USA e il Pentagono schierano in ogni angolo della Terra. La facility di Sigonella consente la trasmissione dei dati necessari ai piani di volo e di attacco dei nuovi sistemi di guerra, operando come “stazione gemella” del sito tedesco di Ramstein e del grande scalo aereo di Creech (Nevada).

Washington ha riservato un nome in codice alla grande base che sorge a due passi dalla città di Catania: The Hub of the Med, cioè il fulcro del Mediterraneo. Con ben 34 comandi strategici ed oltre 5.000 militari statunitensi, Sigonella è oggi, per importanza, il “secondo più grande comando militare marittimo al mondo dopo quello del Bahrain”, come spiega il Pentagono. Dal sanguinoso conflitto in Vietnam non c’è stato scenario bellico con protagonista gli USA (e i partner NATO) in cui l’hub del Mediterraneo non abbia giocato un ruolo chiave: contro la Libia di Gheddafi negli anni ’80; in Libano nell’82; la prima e la seconda guerra del Golfo; i bombardamenti in Kosovo e in Serbia nel 1999 e quelli in Afghanistan, Iraq e Siria nel XXI secolo; le campagne di US Africom nelle regioni sub-sahariane e in Corno d’Africa; la liquidazione finale del regime libico del 2011 e gli odierni ripetuti raid in Cirenaica e Tripolitania con l’utilizzo dei droni-killer.

Determinante pure il ruolo assunto nell’ambito dei programmi di supremazia nucleare degli Stati Uniti d’America. Segretamente, ancora una volta nel 2018, è entrato in funzione a Sigonella la Joint Tactical Ground Station (JTAGS), la stazione di ricezione e trasmissione satellitare del sistema di “pronto allarme” per l’identificazione dei lanci di missili balistici da teatro con testate nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali. Il JTAGS è una specie di scudo protettivo tutt’altro che difensivo: grazie al controllo “preventivo” di ogni eventuale operazione missilistica “nemica”, il sistema rende ancora più praticabile il primo colpo nucleare, evitando o limitando (teoricamente) la ritorsione avversaria e dunque i pericoli della cosiddetta Mutua distruzione assicurata che sino ad ora ha impedito l’olocausto mondiale. Come se non bastasse, a Sigonella opera pure una delle 15 stazioni terrestri del Global HF System, il sistema di comunicazioni in alta frequenza creato dalla US Air Force per integrare la rete del Comando aereo strategico e assicurare il controllo su tutti i velivoli e le navi da guerra. Uno degli aspetti più rilevanti del sistema GHF è quello relativo alla trasmissione degli ordini militari che hanno priorità assoluta, primi fra tutti i messaggi SkyKing che includono i codici di attacco nucleare.

Tra le maggiori richieste di finanziamento fatte dal Dipartimento della Difesa USA al Congresso per l’anno fiscale 2020, c’è poi quella relativa all’installazione, ancora una volta all’interno della grande stazione aeronavale siciliana, di un megacentro di telecomunicazioni satellitari strategiche delle forze armate. Nello specifico il Pentagono prevede una spesa di 77 milioni e 400 mila dollari per realizzare una struttura che consentirà di effettuare “più sicure e affidabili telecomunicazioni vocali e dati, classificate e non classificate, alle unità navali, sottomarine, aeree e terrestri della Marina militare USA, in supporto delle sue operazioni reali e delle esercitazioni in tutto il mondo”. L’assegnazione dei lavori è prevista entro l’agosto 2020, mentre la realizzazione dovrebbe concludersi nell’aprile 2024. E’ prevista inoltre una spesa aggiuntiva di 57 milioni di dollari per l’acquisto delle sofisticate attrezzature elettroniche e d’intelligence che saranno messe a disposizione del nuovo centro satellitare di Sigonella che si affiancherà a quello già esistente presso la dependance di Niscemi, all’interno della riserva naturale orientata “Sughereta”.

Centro strategico di telecomunicazioni con i sottomarini nucleari in immersione e stazione terrestre del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS (la cui piena operatività è stata annunciata pochi mesi fa da Washington), la base USA di Niscemi sarà presto ampliata e potenziata. Le autorità militari hanno già presentato alla Regione Siciliana un cronogramma lavori di “rafforzamento” dei sistemi di “protezione” delle infrastrutture e delle numerose antenne di morte ospitate. Inoltre, un mese fa è trapelata la notizia che il Comando di US Navy ha affidato alla General Dynamics un contratto del valore di 731,8 milioni di dollari per il “miglioramento” dei “segmenti terrestri integrati al Mobile User Objective System – MUOS, il quale fornirà presto comunicazioni cellulari veloci e sicure per tutte le forze combattenti in movimento, ovunque esse si trovino”, come dichiarato dai general manager dell’azienda leader del complesso militare industriale USA.

Quanto sta accadendo in Sicilia conferma inesorabilmente quanto sostenuto da attivisti e ricercatori No War, cioè che la base di Sigonella è un cancro in metastasi che diffonde ovunque installazioni, radar, presidi e militarizzazioni. L’Isola è stata trasformata infatti in un’immensa piattaforma di morte USA e NATO: oltre alla telestazione di Niscemi, è stato creato un centro operativo a Pachino (Siracusa) per supportare le esercitazioni aeronavali della VI Flotta nel Canale di Sicilia; ad Augusta sorge una grande struttura portuale per il rifornimento di armi e gasolio delle unità da guerra e dei sottomarini nucleari; gli scali di Catania-Fontanarossa, Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa sono utilizzati per le missioni d’intelligence top secret dei velivoli alleati o di società contractor private a servizio del Pentagono e/o – come avvenuto nel 2001 durante la guerra contro la Libia – per le operazioni di bombardamento contro obiettivi civili e militari “nemici”.

Non c’è area addestrativa o poligono in Sicilia che non sia stato messo a disposizione dei reparti d’elite USA protagonisti delle peggiori nefandezze nei teatri di guerra internazionali. I Marines destinati a intervenire in Africa utilizzano periodicamente per esercitarsi una vasta area agricola nel Comune di Piazza Armerina. Ai reparti a stelle e strisce è stato concesso pure l’uso del poligono di Punta Bianca, a due passi dalla città di Agrigento, in una delle aree naturali e paesaggistiche più belle e più fragili dell’Isola, utilizzato stabilmente dalla Brigata Meccanizzata “Aosta” dell’Esercito italiano. Nella primavera 2019, i reparti statunitensi di stanza a Sigonella sono stati inoltre tra i protagonisti di un’imponente esercitazione che ha interessato buona parte della provincia di Trapani, comprese alcune aree di rilevante interesse naturalistico e lo scalo aereo di Birgi.

Ancora più foschi gli scenari che potrebbero essere riservati alla Sicilia intera nei prossimi anni. E’ in atto una pericolosissima sfida sferrata da Trump contro la Russia con la cancellazione unilaterale del Trattato INF contro le armi nucleari a medio raggio, firmato da USA e URSS a fine anni ’80. Quel trattato aveva consentito lo smantellamento dall’Europa dei missili Pershing II, SS-20 e Cruise; 112 di questi ultimi vettori nucleari “da crociera” erano stati installati dalla NATO a Comiso (Ragusa), nonostante una straordinaria stagione di mobilitazione popolare, una delle più importanti della storia della Sicilia. La scellerata decisione dell’amministrazione USA rischia di condurre ad una nuova escalation del processo di militarizzazione e ri-nuclearizzazione dell’intero territorio siciliano, considerato che i nuovi programmi di riarmo puntano alla realizzazione – ancora una volta privilegiando il Fianco Sud della NATO oltre a quello orientale – di nuovi sistemi missilistici a medio raggio con lancio da piattaforme terrestri e/o anche mobili, esattamente come avveniva con i Cruise di Comiso, trasportabili ovunque sui camion-lanciatori TEL. Altri aghi atomici da occultare nel pagliaio Sicilia in nome e per conto dei moderni Stranamore e delle transazionali del profitto d’oltreoceano.

di Antonio Mazzeo

 

I droni di Natale

Caccia F-14 iraniani ai confini dopo aver giurato di vendicare l’omicidio del generale Soleimani

Il leader supremo iraniano Ali Khamenei ha promesso una “dura vendetta” contro i responsabili dell’uccisione del comandante dei Quds, mentre il presidente Rouhani ha promesso allo stesso modo di vendicare la morte di Soleimani.

Teheran ha dispiegato caccia da combattimento F-14 ai confini del paese sulla scia dell’omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani dopo che il capo militare è stato ucciso con un attacco aereo realizzato con droni vicino all’aeroporto internazionale di Baghdad, autorizzato dal presidente nordamericano Donald Trump, secondo quanto riferito dalla tv di Stato iraniana.

Iranian f14 fighters jets manoeuvring on the western skies and on alert and patrol. State tv

— Ali Arouzi (@aliarouzi) January 3, 2020

All’inizio della giornata, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha confermato che le forze statunitensi in Iraq avevano ucciso il celeberimmo leader iraniano. Il generale Qasem Soleimani, comandante dell’élite Quds Force del Corpo di guardia rivoluzionario islamico dell’Iran, che è considerata un’organizzazione terroristica straniera da Washington.

Gli Stati Uniti hanno affermato che Soleimani era responsabile della morte di “centinaia di americani” e ha anche accusato il generale di orchestrare attacchi alle basi della coalizione in Iraq, motivando l’attacco aereo iracheno come mezzo per determinare “futuri piani di attacco iraniani”.

A seguito delle notizie sulla morte del generale, le autorità di Teheran hanno condannato fermamente gli Stati Uniti, impegnandosi ad agire per vendicare la sua morte.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-liran_schiera_caccia_f14_ai_confini_dopo_aver_giurato_di_vendicare_lomicidio_del_generale_soleimani/82_32412/

 

Politici statunitensi condannano assassinio di Soleimani: “USA verso una guerra disastrosa”

Dalla speaker della Camera dei rappresentanti Pelosi, ai candidati alle presidenziali Dem Sanders e Biden, unanime condanna per la decisione di Trump di aver ordinato l’uccisione del comandante iraniano Soleimani, così come altri senatori ed esponenti democratici, che temono non solo un aumento delle tensioni in Medio Oriente ma una guerra sanguinosa per gli Stati Uniti.

L’uccisione del generale iraniano Soleimani ha scatenato dure critiche nel mondo politico statunitense, di solito, compatto, nonostante i diversi schieramenti, quando si tratta di guerre mosse da Washington. Nel contestare la decisione di Trump, il timore comune è l’aumento delle tensioni in Medio Oriente e una nuova guerra sanguinosa per gli Stati Uniti. Perché l’Iran e le forze della Resistenza sicuramente non staranno a guardare.
La speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi ha avvertito che l’uccisione del comandante della forza iraniana dei Quds “rischia di provocare un’ulteriore intensa escalation di violenza. L’America – e il mondo – non possono permettersi di aumentare le tensioni fino al punto di non ritorno”.

L’attacco è stato effettuato senza “autorizzazione all’uso della forza militare” contro l’Iran e senza la consultazione del Congresso, ha ricordato Pelosi.

“L’intero Congresso deve essere immediatamente informato su questa grave situazione e sui prossimi passi in esame da parte dell’Amministrazione, inclusa la significativa escalation dello spiegamento di ulteriori truppe nella regione”, ha ricordato Pelosi.

L’ex vicepresidente e attuale candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Joe Biden, ha affermato che con la sua decisione Donald Trump “ha appena lanciato una cartuccia di dinamite in un deposito di polvere da sparo”.

Biden ha definito l’attacco un ” movimento di ridimensionamento enorme in una regione già pericolosa” che probabilmente provocherà futuri attacchi dall’Iran invece di scoraggiarli.

“Potremmo essere sull’orlo di un grande conflitto in tutto il Medio Oriente”, ha avvertito il politico, aggiungendo che Trump “deve al popolo americano una spiegazione della strategia e del piano per proteggere le nostre truppe e il personale dell’ambasciata, alla nostra gente e al nostro interesse, sia qui che all’estero “.

I senatori e i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Bernie Sanders e Elizabeth Warren, hanno espresso la stessa preoccupazione attraverso i loro account Twitter.
“La pericolosa escalation di Trump ci avvicina a un’altra disastrosa guerra in Medio Oriente che potrebbe costare innumerevoli vite e miliardi di dollari in più.

Il presidente ha  promesso di porre fine a guerre senza fine , ma questa azione ci mette sulla strada di un’altra”, ha affermato Sanders, mentre Warren ha definito l’attacco “spericolato” e ha sottolineato che la priorità degli Stati Uniti. “Deve essere per evitare un’altra guerra costosa.”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-senatori_esponenti_politici_statunitensi_condannano_assassinio_di_soleimani_porter_gli_usa_verso_una_guerra_disastrosa/82_32407/

 

Petizione: Stop alle armi italiane in Yemen!

Dal 25 marzo 2015 una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta da Stati Uniti e Regno Unito, ha lanciato attacchi aerei contro il gruppo armato huthi in Yemen.

I civili stanno sopportando il peso di questo sanguinoso conflitto. Intrappolati nei combattimenti a terra tra gli huthi e le forze filogovernative, e sotto il fuoco dei bombardamenti da parte delle forze della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, uomini, donne e bambini sono stati sottoposti a orribili violazioni dei diritti umani, nonché a crimini di guerra, da tutte le parti coinvolte nel conflitto.

Dallo scoppio del conflitto si calcola che siano quasi 17.000 i civili morti e feriti, esacerbando una situazione umanitaria già disastrosa. Milioni di persone sono a rischio carestia.

Scuole, ospedali, moschee, funerali: sembra che nulla sia al sicuro dai raid aerei della coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

Il nostro governo sta alimentando questo orrore.

Di fronte a molteplici rapporti che indicano la condotta spericolata della coalizione guidata dall’Arabia Saudita nello Yemen, il governo italiano continua a fornire armi all’Arabia Saudita e ad altri membri della sua coalizione.

Continuando a fornire armi all’Arabia Saudita per l’uso in Yemen, l’Italia sta violando la legge internazionale.

Stop alle armi italiane in Yemen