“I comunisti e il Fronte Politico Costituzionale”

Sono circa due anni che si è aperta una fase nuova della politica italiana rispetto alla quale le forze tradizionalmente di opposizione sono rimaste spettatrici o anche inchiodate in una posizione di principio che ha congelato potenzialità e iniziative e che non ha certo contribuito a portare avanti la situazione.

Per questo, dopo un dibattito durato un periodo non breve e che viene documentato nel volume Lettere ai compagni ci siamo decisi ad avanzare una proposta attorno alla quale sollecitare una discussione e una definizione programmatica che avvii una nuova aggregazione unitaria in grado di incidere sul terreno dello scontro politico e di classe.

Questo passaggio non lo vediamo nè facile nè a portata di mano. Anzi, nel breve periodo siamo abbastanza pessimisti perchè, anche se la situazione si evolve e crea nuove contraddizioni sul piano politico nazionale e internazionale, la maturazione di una tendenza capace di raccogliere le spinte in atto e proiettarle verso la costituzione di un movimento politico che definisca una strategia di trasformazione sociale e di uscita da una logica imperialista è ancora rimasta al palo.

Per sbloccare l’impasse bisogna, preliminarmente, fare i conti con un retroterra che ripropone ipotesi movimentiste e identitarie che, pur restringendosi sempre più (il bacino residuale sta sotto l’1%), distoglie l’attenzione e produce frustrazioni.

Qual è il passaggio che ci può consentire invece di aprire una fase di ricostruzione di un partito politico che riprenda, con un orizzonte di classe e una visione internazionale, un percorso interrotto dalla degenerazione e dal disfacimento del PCI?

Di fatto i decenni trascorsi dagli anni ’90 del secolo scorso sono serviti, almeno per noi, non tanto a rispondere a questa domanda, quanto da incubazione di una elaborazione che rendesse credibile una ripresa.

La lezione dei fatti dovrebbe indurci a capire che senza una teoria scientifica non si trasforma lo stato di cose presente e che questa va correlata con lo sviluppo delle condizioni oggettive su cui fondare una ripresa, se no non si va da nessuna parte e si rimane nicchia ai margini dei processi reali. Più di qualcuno, tra i comunisti, ha scambiato questo lavoro per una ripetizione inerte dei principi.

Con questo vogliamo dire che la situazione non può essere sbloccata con ipotesi politiche improvvisate e che invece ogni ipotesi deve essere approfondita e misurata coi fatti. Perchè, se grande è il caos sotto il cielo, trovare il filo di una ripresa che abbia carattere di classe e proiezione strategica nelle circostanze storiche attuali e in un paese come l’Italia è cosa che bisogna saper cogliere non con astrazioni ideologiche, ma agganciando la realtà.

Non ci sembra però che a sinistra, tra quelli che si ritengono più radicali, si sia sviluppata una verifica e una discussione in questa direzione. Neppure tra coloro che mantengono posizioni comuniste è emerso un metodo corretto per affrontare la nuova situazione in termini di analisi politica e di movimenti reali. Quella che serve dunque è una rilettura dei passaggi che hanno portato alla situazione attuale e una riflessione su come agganciarla, con quale proposta e con quale programma. Per questo siamo arrivati alla conclusione che è necessario sbarazzare il terreno dai paradigmi che hanno determinato i modi di stare all’opposizione in questi anni per ripartire invece dalla funzione storica che un partito di classe e di massa deve svolgere oggi.

Parlare di funzione storica vuol dire anche fare i conti, preliminarmente, coi tempi di maturazione dei termini oggettivi, ma anche fare i conti con un mutamento epocale nelle caratteristiche dei processi di superamento del sistema imperialista dello sfruttamento e con le forme che la conflittualità è andata assumendo verso la fine del secolo scorso.

Per quanto ci riguarda, nel corso degli ultimi anni ci siamo misurati con questi problemi in due modi: lavorando sulla storia del movimento comunista (con l’Associazione Stalin), e dando una valutazione del lavoro di classe e internazionalista svolto dagli anni ’70 per quasi vent’anni (La zattera e la corrente) per trarne le debite conseguenze. In sostanza abbiamo dovuto fare i conti con noi stessi e con il nostro passato.

Oggi però dobbiamo sciogliere il nodo di come sia possibile delineare una prospettiva che, passando dentro la nuova realtà, indirizzi le forze che tendono alla trasformazione dell’assetto politico e sociale italiano. La domanda è: con quale forza e con quale programma possiamo accingerci a riprendere un cammino di questo tipo?

Se è vero dunque che la storia si pone solo i problemi che può risolvere, come comunisti abbiamo il compito di costruire un livello di organizzazione e di strategia politica che si dialettizzi con le esigenze di massa e di classe che caratterizzano oggi la situazione italiana e il quadro internazionale.

Purtroppo un lavoro di questo genere cozza contro due tendenze che ci hanno fatto deviare in questi ultimi decenni da un percorso corretto e queste due tendenze sono state rappresentate dal trasformismo elettoralistico di una certa sinistra definita radicale e dall’ideologia movimentista priva di un respiro politico e strategico. In alternativa a queste tendenze, in che modo intendiamo portare avanti un discorso di superamento dello stallo in cui ci troviamo?

Innanzitutto superando il romanticismo ‘rivoluzionario’ nell’analisi delle contraddizioni e ponendole in modo reale, con la capacità di costruire attorno ad esse uno sbocco credibile. Capire quindi le spinte che ci vengono dalla situazione e saperne fare un punto di forza di una strategia politica. Non si tratta, in questo caso, di dare solo uno sbocco alle lotte, ma anche di individuare i nodi storici che la trasformazione di un sistema di potere consolidato si trova di fronte.

Questo compito è reso tanto più urgente dal fatto che, dentro la crepa nel sistema aperta nel marzo 2018, si è messa da subito in moto una reazione degli anticorpi del sistema che ha prodotto la crescita di due forze, la destra e i liberisti, per deviare la spinta e riportare le cose negli schemi tradizionali. Come abbiamo sostenuto negli interventi di questi ultimi tempi, bisognava cogliere l’occasione per intervenire e allargare gli spazi che si erano aperti.

L’insensibilità e l’autismo politico dei cultori dello zero virgola e di qualche posizione identitaria, che vive ambigua­mente come specchietto per le allodole, hanno impedito però che nuove energie, non identificabili coi 5 Stelle, ma ad esse convergenti, si aggiungessero al movimento grillino per rafforzare i punti del suo programma sociale e sulle questioni della giustizia e sciogliere anche le ambiguità in politica estera. Che tutto ciò non sia avvenuto non è casuale, dal momento che le forze di ‘opposizione’ al sistema si sono sempre divise tra una tradizionale dipendenza dalla casa madre PCI-PD, in termini politici e culturali, e una storica logica minoritaria in cui sono immerse da decenni. Fare i conti coi 5 Stelle le avrebbe portate a misurarsi con la realtà per uscire da una condizione di subalternità ed esprimere in modo maturo un’ipotesi politica. Ma questo non è avvenuto, e ora il rischio è che la breccia aperta si richiuda. Bisogna quindi lavorare per portare forze e idee laddove si possono modificare i rapporti di forza.

Questo passaggio implica che ci si misuri, da comunisti, anche con due questioni di fondo che riguardano l’interpreta­zione della fase storica che stiamo attraversando e vanno oltre la dimensione quotidia­na della lotta politica. Queste due questioni si chiamano gramsciana­mente individuazione delle forze motrici che sono maturate per il cambiamento e delle forme organizzate in cui si possono esprimere.

Dicendo questo certamente si suscita scandalo perchè si modifica una prassi consolidata che vede da una parte una riproposizione schematica del tipo di partito necessario per affrontare la situazione e dall’altra un affidarsi all’episodicità della contraddizione per ripetere, senza forma strategica, azioni che rivestono di fatto carattere ideologico. I sostenitori di questa logica tentano di accreditare l’ipotesi che in questo modo si parta per crescere, mentre la realtà ci dice che, se anche non siamo in una fase rivoluzionaria, la guerra di posizione che si combatte, se non è pura testimonianza, deve mettere in campo forze di resistenza che sappiano esprimere politicamente il carattere delle contraddizioni reali che hanno dimensioni non episodiche.

Da qui si parte per un percorso strategico, non dalle nicchie ideologiche che, peraltro, vengono confuse spesso con la teoria rivoluzionaria comunista, quando ne sono invece una versione ideologica mistificata.

Domandiamoci dunque, a questo punto del ragionamento, come si configurano le contraddizioni che rendono oggi storicamente possibile la formazione in Italia di una organizzazione che abbia un peso nella situazione e dentro la quale quei comunisti che hanno aggiornato la loro analisi devono lavorare.

Nel programma che il Fronte ha indicato come prospettiva di riaggregazione di massa per una nuova formazione politica sono indicati i tre punti essenziali su cui impegnarsi per costruire un nuovo progetto politico-organizzativo:

– nuove relazioni internazionali e rifiuto delle guerre,

– ruolo dirigente dello stato nello sviluppo economico e dell’occupazione

– difesa dei lavoratori e dei cittadini sui posti di lavoro e sul territorio.

Condividere questi punti di programma vuol dire individuare il bandolo della matassa dove convergono spinte particolari e farne il punto di partenza per una nuova formazione che sappia dare risposta a questioni di fondo e diventi il riferimento per milioni di persone.

E la prospettiva comunista?

Quelli che sono usi guardare il dito che indica la luna vorrebbero farci credere che in Italia sia possibile aprire una prospettiva di trasformazione sociale insistendo su una retorica operaista o su proposte identitarie che, quando non sono puro schematismo ideologico, rappresentano solo la furbizia di chi crede di poter raschiare il fondo del barile dove un tempo cresceva la falce e il martello. Dobbiamo deluderli costoro e ricordare che, se in Italia è esistito un grande partito comunista popolare e di massa, è perchè si era capita, allora, la congiuntura storica che ha portato alla Resistenza, alla Repubblica e alla Costituente. Poca roba per gli odierni ‘rivoluzionari’, ma si tratta di questioni epocali di cui non sono usi dissertare. Subito dopo il 25 luglio 1943 i comunisti erano circa 6000; alla fine del ’45 erano diventati due milioni. Un dato su cui i pochi identitari ancora sulla breccia non hanno riflettuto e che soprattutto non hanno collegato al presente.

Noi sappiamo bene di non avere la soluzione in tasca. Ci sforzia­mo però di non allinearci a quei cattivi maestri che della loro ‘radicalità’ hanno fatto una base di continuo trasformismo e di costruzione, salvo rari casi, di comode nicchie senza dialettica con la realtà e soprattutto senza misurarsi con le responsabilità e la fatica che scelte diverse comportano.

Noi, da comunisti, con la proposta del Fronte Politico Costitu­zio­nale vogliamo semplicemente gettare un sasso nello stagno, nella speranza anche che si trasformi in un seme. Come diceva Mao, nonostante le sconfitte, osare combattere e osare vincere.

aginform.org

 

Fronte Politico Costituzionale: “Renzi è solo la punta dell’iceberg”

Questa è la valutazione che si deve dare di fronte all’apertura delle ostilità di Matteo Renzi contro il governo Conte. Non è dunque solo una pagliacciata di un personaggio come il senatore di Rignano, ma una mossa calcolata per dare una spallata a un governo che viene avversato non solo da destra, ma anche dal settore liberista ben piantato nelle istituzioni.

Non sappiamo se il nostro eroe raggiungerà l’obiettivo, ma quello che è certo è che questo è il momento di RESISTERE e trovare il massimo di unità contro tutto lo schieramento liberista. Denunciando anche la quinta colonna che ‘a sinistra’ cerca di dare una mano al nostro nemico.

Ci auguriamo di trovarci in buona compagnia in questa battaglia.

Fronte Politico Costituzionale
20 febbraio 2020

 

Sostegno alla battaglia dei 5 Stelle e gli obiettivi del Fronte Politico Costituzionale

Sabato 15 eravamo anche noi presenti alla manifestazione dei 5 Stelle con il manifesto che abbiamo pubblicato su questo sito nei giorni precedenti. Lo striscione che accompagnava il nostro intervento diceva Resistere, Resistere, Resistere riferendosi appunto a quei punti del programma 5 Stelle che riteniamo necessario sostenere e che una sinistra miope si ostina a ignorare.

In piazza abbiamo anche illustrato i tre punti del programma del Fronte relativi all’art.11 della Costituzione, al controllo pubblico dell’economia e ai diritti dei lavoratori e dei cittadini.

Due cose ci hanno colpito favorevolmente nel corso della manifestazione: l’approvazione dello slogan Resistere, che dimostra che i grillini in piazza non si vogliono arrendere, e le centinaia di fotografie scattate ai nostri manifesti. Un segnale interessante.

Aginform

 

Il 15 febbraio in piazza a Roma iniziativa del Fronte Politico Costituzionale

In piazza per sostenere i provvedimenti su prescrizione, quota 100, reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, riduzione dei parlamentari e contro il ripristino dei vitalizi. Roma, Piazza San Silvestro il 15 febbraio. Read More “Il 15 febbraio in piazza a Roma iniziativa del Fronte Politico Costituzionale”

Come affrontare la nuova fase politica dopo il voto in Emilia-Romagna e Calabria

Appunti per una discussione

1) Possiamo dire senz’altro che le elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia-Romagna e in Calabria sono state un indicatore importante rispetto al percorso politico che stiamo facendo.
Intanto i risultati dell’Emilia Romagna confermano che il PD è costretto a misurarsi con un’area elettorale molto articolata ed è stretto non più dal solo versante dei 5 Stelle, ma anche da aree che lo costringono a rilanciare una politica riformatrice, senza la quale ricadrebbero in uno stato vegetativo senza prospettive. Questa situazione incide anche sulle scelte del governo Conte, peraltro pressato dal programma governativo dei 5 Stelle.
Per quanto ci riguarda, la novità che dobbiamo saper cogliere è l’apertura di spazi di interlocuzione con settori che sentono l’esigenza non solo di combattere il salvinismo, ma anche di andare in una direzione opposta al tradizionale liberismo del PD. Quindi il nostro lavoro deve tendere a rafforzare i nuclei più consapevoli che esprimono l’esigenza di aprire un nuovo corso politico in Italia. Il risultato non è a portata di mano, ma l’essenziale è capire la direzione di marcia.

2) La riduzione delle ambizioni elettoralistiche della sinistra movimentista o identitaria a un indice che sta al livello dello zero virgola conferma anche che, se non si riuscirà a trovare un diverso approccio per esprimere una opposizione di massa e popolare, i processi politici subiranno le incertezze e le debolezze delle forze attualmente in campo. Questo vuol dire che la proposta del Fronte Politico Costituzionale deve trovare canali di comunicazione più ampi e una verifica della sua aderenza alla realtà.

3) Nel valutare la situazione rispetto alle regionali del 26 gennaio occorre anche considerare i risultati della Calabria dove non solo l’astensionismo ha superato il 50%, ma si è anche espresso un ritorno a una egemonia politico-mafiosa che deve trovare nel Sud una opposizione unitaria che ne metta in crisi le strutture di potere e riaggreghi la spinta di opposizione che l’astensionismo di massa manifesta.
L’appello contro il salvinismo in Emilia-Romagna ha funzionato. La questione calabrese, con la vittoria delle forze politico-mafiose, esige che ci si muova nella stessa direzione.

4) La violenza della campagna contro i 5 Stelle e la valutazione taroccata dei loro risultati elettorali conferma che le forze liberiste e di regime hanno sempre l’obiettivo di distruggere il movimento per eliminare un ostacolo ai loro progetti.
Continuare, a sinistra, a non vedere questo è qualcosa di diverso della sola stupidità.

Fronte Politico Costituzionale
30 gennaio 2020

 

Comunicato del Fronte Politico Costituzionale (18 gennaio 2019)

Il ministro della difesa piddino Lorenzo Guerini vuol fare in realtà il ministro della guerra. Di fronte alle commissioni difesa della Camera e del Senato ha proposto infatti non già il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, ma il loro inquadramento in una più larga missione della NATO .

Il fatto è gravissimo perchè il parlamento iracheno ha chiesto il ritiro di tutti i contingenti militari stranieri. Quello proposto da Guerini sarebbe dunque un nuovo atto di guerra, in continuità con le violazioni dell’art.11 della Costituzione compiute da altri ministri e governi della Repubblica.

Il 25 gennaio si svolgeranno in Italia numerose iniziative sul tema della pace, alcune delle quali mantengono un sostanziale carattere di ambiguità rispetto ai responsabili delle guerre, che invece bisogna saper individuare e combattere.

Il Fronte Politico Costituzionale propone comunque che nella giornata del 25 gennaio venga fatto un presidio presso la sede nazionale del PD a Roma (Largo del Nazareno) per chiedere al partito di sconfessare la proposta del ministro Guerini e di rispettare l’art.11 della Costituzione.

 

Comunicato del Fronte Politico Costituzionale

Il ministro della difesa piddino Lorenzo Guerini vuol fare in realtà il ministro della guerra. Di fronte alle commissioni difesa della Camera e del Senato ha proposto infatti non già il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, ma il loro inquadramento in una più larga missione della NATO .

Il fatto è gravissimo perchè il parlamento iracheno ha chiesto il ritiro di tutti i contingenti militari stranieri. Quello proposto da Guerini sarebbe dunque un nuovo atto di guerra, in continuità con le violazioni dell’art.11 della Costituzione compiute da altri ministri e governi della Repubblica.

Il 25 gennaio si svolgeranno in Italia numerose iniziative sul tema della pace, alcune delle quali mantengono un sostanziale carattere di ambiguità rispetto ai responsabili delle guerre, che invece bisogna saper individuare e combattere.

Il Fronte Politico Costituzionale propone comunque che nella giornata del 25 gennaio venga fatto un presidio presso la sede nazionale del PD a Roma (Largo del Nazareno) per chiedere al partito di sconfessare la proposta del ministro Guerini e di rispettare l’art.11 della Costituzione.

18 gennaio 2019

Articolo 11, imponiamo il rispetto della Costituzione

Nell’ambito della campagna iniziata dal Fronte Politico Costituzionale per il rispetto dell’art.11 della Costituzione che vieta la partecipazione dell’Italia ad azioni di guerra per la soluzione di controversie internazionali, sabato 11 gennaio si è svolto un presidio a Roma, in prossimità del Quirinale, finalizzato alla consegna al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella della lettera che qui pubblichiamo, in cui si chiede

– il ritiro delle truppe italiane dai teatri di guerra
– il divieto di usare basi italiane per azioni militari all’estero
– l’abolizione degli embarghi verso altri paesi.

Chiamiamo in causa il Presidente Mattarella perchè, come garante della Costituzione non può e non deve consentire le violazioni dell’art.11.

Il Fronte Politico Costituzionale si augura che tutti coloro che condividono la battaglia per il rispetto dell’art.11 sapranno unirsi e collaborare al raggiungimento degli obiettivi.

Nei prossimi giorni è prevista una nuova iniziativa, questa volta al Ministero degli esteri, per chiedere la revoca degli embarghi

 Al Presidente della Repubblica italiana
    on.Sergio Mattarella  Illustre Presidente,
  oggi, 11 gennaio 2020, stiamo effettuando un presidio di cittadini nei pressi del Quirinale organizzato dal Fronte Politico Costituzionale con lo scopo di sensibilizzare la massima carica dello Stato da Ella rappresentata al rispetto dell’art.11 della nostra Costituzione che prevede che “l’Italia ripudia la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali”.

   Sulla base di questa disposizione, l’Italia dovrebbe astenersi dal partecipare ad iniziative militari aggressive, come invece avviene in numerosi teatri di guerra. Compito dell’Italia dovrebbe, invece, essere quello di condannare nelle sedi internazionali opportune quei paesi che agiscono militarmente contro altri paesi per modificarne con la forza le istituzioni e trarne vantaggi economici e politici.

   Il tentativo di far passare gli interventi militari per aiuti umanitari non ha retto alla prova degli avvenimenti in nessuno dei paesi investiti dalle guerre. Il nostro Paese si è reso pertanto responsabile di atti aggressivi, violando lo spirito e la lettera della nostra Costituzione.

   Pertanto il Fronte Politico Costituzionale ritiene che Ella, come massimo garante della Costituzione, non possa ulteriormente consentire che si continui a violare una norma come l’art.11 e tollerare che le forze armate vengano impiegate nei teatri di guerra.
In particolare il Fronte Politico Costituzionale chiede che:

– vengano ritirati i militari italiani dai paesi coinvolti da guerre di aggressione

– venga impedito ogni supporto ad azioni di guerra che partano dal nostro territorio nazionale

– cessi ogni forma di embargo verso altri paesi

  Se Ella vorrà usarci la cortesia di incontrarci, saremo lieti di esporLe direttamente queste richieste. In ogni caso, ci impegnamo a sviluppare nel Paese un’azione tesa a far rispettare le norme costituzionali.

   Nel frattempo Le porgiamo i nostri distinti saluti.

       Roma, 11 gennnaio 2020

FRONTE POLITICO COSTITUZIONALE
il coordinatore nazionale Elio Trocini

“Ritirare le truppe italiane dai teatri di guerra”, manifestazione a Roma l’11 gennaio

Il Fronte politico costituzionale invita a partecipare a un presidio da cui partirà una delegazione che si recherà al Quirinale. Appuntamento Sabato 11 gennaio dalle ore 16:00 in Largo Santa Susanna. Read More ““Ritirare le truppe italiane dai teatri di guerra”, manifestazione a Roma l’11 gennaio”

Il pendolo del premier Conte

Immediata sollevazione dei media liberal-imperialisti, di destra e di sinistra, che lanciano anatemi contro l’idea di buoni rapporti tra Italia e Cina

Se la prima mossa del nuovo corso politico, dovuto al rovesciamento delle alleanze, è stata quella di stoppare il tentativo di Salvini di sfondare la linea del Piave ricorrendo alle elezioni dopo la crisi di agosto, si tratta ora di valutare le prospettive e il ruolo del Conte 2. Oggi, a distanza di alcuni mesi, si può abbozzare una linea interpretativa della sua azione.

Non si tratta di dare una pagella, ma di valutare, in modo oggettivo, che cosa è successo dopo la formazione del nuovo governo e questo si può misurare su due cose, la impostazione della legge finanziaria e il grado di tenuta politica dei 5 Stelle rispetto al loro programma.

Partiamo da quest’ultimo aspetto e domandiamoci: hanno tenuto i pentastellati o si sono accodati al PD? Giudichiamo dai fatti. Sul reddito di cittadinanza hanno ribadito che non va toccato, mentre per quota 100 è stato detto che la sua validità temporanea, quella triennale, va mantenuta. Sulla prescrizione, nonostante la furibonda resistenza di PD e Renzi la sfida è stata accettata e si mantiene la scadenza dell’entrata in vigore al gennaio 2020. Sull’ex-Ilva Di Maio ha insistito che il ricorso allo scudo penale non avrebbe senso perchè gli obiettivi di Mittal sono altri e la multinazionale deve rispettare i contratti. Ora si sta trattando. Intanto tutta la stampa liberista e a servizio dell’imperialismo si sta scatenando perchè Grillo è andato a cena con l’ambasciatore cinese in Italia e i 5 Stelle non parlano di Hong Kong.

Possiamo dire che qualche segnale c’è stato, ma perchè nessuno ne parla, sinistra, compresa? Anzi, quando se ne parla, sono la stampa e i media di regime a farsi carico di attacchi sfrenati a provvedimenti che, a loro parere, dovrebbero essere dirottati agli ‘investimenti produttivi’?

Anche a proposito della vicenda delle elezioni regionali, nonostante la sconfitta in Umbria che ha mostrato che non è facile mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, i 5 Stelle hanno recuperato una linea di autonomia cercando, aldilà delle strategie elaborate a tavolino, di tener conto della lezione.

La questione non è però solo quella del movimento 5 Stelle, ma anche quella dell’azione del governo. Qui le considerazioni da fare riguardano il carattere del compromesso raggiunto con la formazione del governo e su questo esprimere una valutazione sui risultati. Il perno di questa valutazione è la legge di bilancio, peraltro non ancora approvata dal parlamento. Dai dati a disposizione risulta che nelle scelte fatte, tenuto conto dei limiti di spesa, si è cercato di dare alla spesa pubblica un carattere ‘sociale’ evitando provvedimenti odiosi, alla Renzi per intenderci, e costringendo il PD a mantenere la sua veste di partito nuovo anche se questa scelta ha avuto delle contropartite, in particolare nel rapporto con l’Europa, di cui è simbolo Gentiloni. Possiamo dire che questo è un governo di mezzo che aspetta, dato che siamo in periodo di alluvioni, la piena salviniana. Resisteranno gli argini? E’ da vedere.

Per non essere però soltanto spettatori e lasciare che le cose seguano il loro corso scaricando sulle spalle di un movimento come quello dei 5 Stelle un peso che va ben oltre le loro possibilità, dovremmo, come comunisti, pensare un po’ a come contribuire a mandare le cose nella direzione giusta, tenendo conto dei rapporti di forza e del quadro politico generale. Come i comunisti hanno saputo fare in Italia per molto tempo, finchè la crisi non li ha disgregati. La condizione critica in cui ci troviamo oggi non ci autorizza però ad andare a ruota libera nelle scelte da fare, semmai ci impone molta attenzione per risalire la china e dimostrare di avere un’incidenza politica. Questo è il punto.

Aginform
27 novembre 2019

La battaglia sull’ILVA di Taranto

Ci sono vari modi di considerare la questione dell’Ilva di Taranto. Uno è quello prettamente sindacale a cui sono legate le sorti di oltre 10.000 operai più l’indotto che ne occupa 5000 e qui la questione non è solo sindacale, ma coinvolge anche la salute degli operai siderurgici e della città di Taranto, in particolare i quartieri adiacenti lo stabilimento, come quello di Tamburi.

La soluzione di questo diabolico rebus non è stata trovata. E’ prevalsa la logica produttivistica senza un vero progetto di riconversione dell’area industriale che risolvesse realmente, e non con palliativi, le due questioni sul tappeto: l’occupazione e la salute dei cittadini tutti, compresi ovviamene gli operai.

Si è scelta quindi una soluzione pasticciata che, oltre a ridurre il numero degli operai, preteso da Arcelor-Mittal per acquisire l’Ilva, non garantiva né l’occupazione né la salute. Di Maio, allora al MISE e i confederali e i loro associati avevano però fretta di concludere. Il ministro 5 Stelle per portare a casa un risultato che lo salvasse dall’accusa di inerzia e perchè aveva trovato una situazione già predeterminata e i confederali e soci perchè il loro contrattualismo a prescindere fa parte del mestiere di sindacati di sistema.

Tutto questo però non è bastato perchè ha dovuto fare i conti con la logica che sovraintende una multinazionale come Arcelor-Mittal che preferisce magari reinvestire in India, dove questioni ambientali e costo del lavoro non sono un problema, e rileva impianti produttivi anche solo per togliere di mezzo la concorrenza.

Questa dell’Ilva è la storia di una delle tante operazioni a cui le multinazionali ci hanno abituati in questi anni, ma nel contesto italiano la vicenda ha messo in evidenza una necessità di lotta politica e di riaffermazione del ruolo dello stato nell’economia. Perchè, anche se la ‘sinistra’ di varia estrazione non sembra essersene accorta, attorno alla vicenda dell’Ilva si è scatenata una battaglia furiosa tra la corrente liberista e quelli che invece pretendevano che certe regole ai padroni fossero imposte anche se si tratta di una multinazionale.

In campo sono scesi, sul versante liberista, la destra al completo, uno scatenato Renzi, il presidente di Confindustria Boccia, i giornaloni e le televisioni di regime nonchè, con una posizione ipocritamente centrista, il PD e i sindacati confederali che volevano a tutti i costi ripristinare lo scudo penale dando così ragione, contro ogni buon senso, ad Arcelor-Mittal.

I fautori della soluzione liberista – produrre a tutti i costi, accettare di ridurre la manodopera e continuare a inquinare – per ora sono stati sconfitti, salvo colpi di scena che sono possibili data la posta in gioco. Il fronte liberista non può accettare facilmente una sconfitta così cocente, magari facendo ricorso a Mattarella.

Se le cose non sono andate finora nel senso voluto da Arcelor-Mittal e dai liberisti di casa nostra dobbiamo darne atto al movimento 5 Stelle che ha mantenuto il punto sullo scudo penale e all’intervento tempestivo e deciso della magistratura non appena si sono scoperte le carte. In questo contesto hanno brillato per la loro assenza gli antiliberisti ideologici, come avevamo già potuto registrare del resto a suo tempo per quota 100 e il reddito di cittadinanza.

La questione dell’Ilva pone però un altro problema di fondo che è di politica economica e di indirizzo strategico dell’economia italiana. Come abbiamo sovente sostenuto, non è possibile difendersi solo stando nella trincea del modo di impostare le leggi di bilancio. Non basta questo per superare i problemi di uno sviluppo equilibrato e per difendere i lavoratori. Ci vuole un governo dell’economia che non sia legato agli interessi delle multinazionali e a un indirizzo di politica internazionale che blocca le relazioni dell’Italia col mondo e impone la condivisione imperialista degli embarghi. Lotta contro l’ideologia liberista, indirizzo dell’economia italiana non dominato dal profitto, nuove aperture a relazioni internazionali non legate alla logica imperialista sono le coordinate di un nuovo progetto a cui dovrebbe corrispondere la nascita di una forza politica che lo sappia gestire. Questo è il compito che spetta ai comunisti.

Aginform
19 novembre 2019

L’imperialismo di sinistra celebra l’anniversario della caduta del muro di Berlino

Come ampliamente pubblicizzato dai mezzi di comunicazione di massa dell’occidente capitalistico il 9 novembre si celebra il 30° anniversario della caduta del muro di Berlino. L’avvenimento serve soprattutto a rinfocolare la campagna anticomunista e legittimare sempre più posizioni come quella della recente risoluzione del Parlamento europeo sull’equivalenza di comunismo e fascismo.

Il nemico di classe celebra una sua vittoria e questo è naturale. Meno naturale è che in coincidenza con questa celebrazione venga indetta a Roma una manifestazione di ‘alternativi’ contro tutti i muri. Quelli che dovrebbero rappresentare l’opposizione all’imperialismo scendono in piazza per unirsi al coro anticomunista.

E’ un caso? Neanche per sogno. La manifestazione contro i muri è stata pensata proprio per mettere sullo stesso piano il muro che rinchiude i palestinesi nelle loro prigioni a cielo aperto ritagliate nella loro patria occupata, il muro che per oltre 300 km divide in due la Corea, il muro di Trump (e prima di Obama) contro gli immigrati messicani, con quello che era il confine legittimo, internazionalmente riconosciuto, della Repubblica Democratica Tedesca socialista. Ebbene sì gridiamolo forte, il muro che divideva la città di Berlino era il legittimo confine della RDT e non dimentichiamoci che se esisteva una zona ‘libera’ di quella città era perchè era stata liberata dal nazismo dall’armata rossa al prezzo di oltre venti milioni di morti. Una bazzecola per quelli che si permettono oggi di scendere in piazza contro ‘i muri’.

Sarebbe anche il caso di domandarsi sul piano storico chi fu a dividere la Germania in due e perchè la stessa Berlino fosse divisa in quattro zone. Si scoprirebbe che a dividere la Germania non fu il perfido Stalin, che invece perorava il progetto di un paese unito e neutrale. Furono le potenze occidentali, vincitrici assieme all’URSS nella seconda guerra mondiale, furono gli angloamericani che impedirono quell’esito e puntarono da subito ad impedire l’unità del paese per poter incorporare quella che poi è diventata la RFT nel sistema occidentale e farne un bastione della guerra fredda, così come avevano incorporarono i suoi tecnici militari come von Braun e la rete spionistica nazista di Gehlen ramificata in tutto l’oriente europeo.

Berlino fu anche utilizzata per farne una vetrina, uno specchietto per le allodole per trarre in inganno un paese che, pur con tutte le difficoltà, aveva imboccato una strada diversa da quella del capitalismo ed era per questo soggetto a continui attacchi e provocazioni. Lo specchietto per le allodole ha potuto funzionare in pieno quando personaggi come Kruscev e Gorbaciov hanno portato avanti la loro controrivoluzione. Non dimentichiamoci che anche nella parte orientale della Germania il sostegno di cui il nazismo aveva goduto era stato forte, non meno che tra polacchi, ungheresi e baltici. Quando la controrivoluzione si mise in marcia nell’Unione Sovietica l’occidente riuscì infine a prevalere, con l’aiuto di molte illusioni seminate tra la popolazione e diffuse da politici senza scrupoli. Il primo stato socialista su suolo tedesco aveva ottenuto molti successi, ma la rivoluzione non poteva essere un ‘pranzo di gala’ come vorrebbero far credere i trotsko-movimentisti. E il risultato del crollo non fu la libertà e la democrazia, ma la distruzione dell’economia industriale dell’est, l’appropriazione delle risorse collettive da parte dei pescecani capitalisti e la vera e propria annessione dell’est da parte della RFT, come una colonia interna.

Per i compagni, per gli antimperialisti, il 9 novembre è l’anniversario di una sconfitta. Questo si dovrebbe ricordare per analizzarne cause ed esiti. Ma ovviamente non è così che la vedono quelli che da tempo conducono campagne che legittimano in pieno la definizione di ‘imperialisti di sinistra’. Lo abbiamo già visto in tante occasioni, come per l’esaltazione per i mercenari curdi al servizio di americani, israeliani, francesi e inglesi. Lo ribadiamo per quanto riguarda il rifiuto persistente di considerare che la battaglia antimperialista in Medio Oriente è condotta dai siriani, dagli iracheni, dagli iraniani, dai libanesi di Hezbollah. Il fronte antimperialista oggi è questo.

Domandiamoci dunque per chi lavorano gli imperialisti di sinistra e quale ruolo giocano nell’opera di disorientamento della gente e degli stessi compagni.

Aginform
10 novembre 2019