[Aginform] “La costruzione del partito nuovo”

Aginform – 19 dicembre 2022

 

Quando Togliatti nel 1944 impostò il progetto del partito nuovo, ovviamente le condizioni storiche erano molto differenti da quelle attuali. Nondimeno ci sono elementi di analogia che vanno evidenziati, su cui fare un ragionamento rispetto alle caratteristiche che la riorganizzazione dei comunisti in Italia deve avere. Per questo ci sembra necessario fare un parallelo e trarne indicazioni per il presente.

Intanto facciamoci una domanda: perchè Togliatti tornando in Italia nel 1944 apre il discorso sulla necessità di fare del PCI un partito nuovo? Qual era il significato di questa indicazione? Sostanzialmente uno, fare del partito comunista una organizzazione di massa sulla spinta del movimento popolare antifascista che si era andato organizzando nelle fabbriche e nel Paese a partire dal luglio del 1943. Togliatti intuì che se si voleva far crescere il PCI, e non ridurlo a una nicchia ideologica, bisognava approfondire i suoi legami con i lavoratori e i settori progressisti, funzionalizzare il partito al livello di crescita della coscienza di massa e partire da lì per sviluppare la presenza nella società e nella lotta per la trasformazione dell’Italia.

Era il programma del partito che decideva sull’adesione e quel programma era intimamente legato alla fase storica che si stava attraversando: resistenza armata contro il nazifascismo, Repubblica, Costituente, lotta alla restaurazione e politica di pace. I due milioni di iscritti raggiunti già nel 1945 mettevano in evidenza che si era imboccata la via giusta. La proposta del partito nuovo aveva ricevuto la sua conferma.

Ma il partito nuovo non fu confuso con un’ipotesi di organizzazione di un movimento politico transitorio. Dentro il partito nuovo c’era una visione strategica internazionale di cui, all’epoca, l’URSS era il centro assieme all’idea della prospettiva socialista, ma tutto questo veniva coniugato con i passaggi concreti che il partito nuovo doveva effettuare. Non era dunque il libro dei sogni tant’è che americani, padronato, vecchie classi dirigenti reazionarie, Vaticano si resero conto del pericolo e iniziarono una guerra al PCI senza esclusione di colpi. Il partito nuovo però ha potuto resistere perchè alle sue spalle c’erano i due milioni di iscritti e milioni di lavoratori e di ceti progressisti che ne condividevano il programma.

Qual è dunque l’analogia tra la situazione presente e l’esperienza dei comunisti italiani in quegli anni? L’analogia sta nel fatto che oggi, in un mutato contesto storico, chi si propone di ricostituire una forza comunista deve saper individuare i dati oggettivi da cui partire. Questa è la lezione che ci viene dal partito comunista diretto da Togliatti.

L’illusione invece, coltivata negli ultimi decenni, che il richiamo identitario alla falce e martello potesse bastare per recuperare gli spazi perduti dopo la liquidazione del PCI è servita solo a dimostrare che quella scelta non portava a nessun risultato.

Sottolineiamo anche il fatto che Togliatti, che operava nel 1944 in una situazione in cui l’URSS stava vincendo la guerra contro il nazismo e quindi esercitava una grande attrattiva, ritenne opportuno puntare invece sugli elementi caratterizzanti la congiuntura storica in Italia per costruire un partito forte e capace di incidere sugli avvenimenti. Lo spazio per un’ipotesi identitaria c’era, ma Togliatti scelse un’altra strada.

Oggi che non abbiamo una situazione montante e al governo c’è la Meloni che dopo l’esperienza Draghi rappresenta la prospettiva dell’ordine e manganello con cui prolungare quell’esperienza, è possibile ipotizzare un rilancio dell’opposizione di massa organizzata di cui i comunisti possono essere una componente importante?

E’ compatibile la condizione oggettiva attuale con l’ipotesi di costruzione di un partito che rappresenti al tempo stesso l’opposizione e la prospettiva di un cambiamento? Un’ipotesi di questo genere, sembrerebbe in contraddizione rispetto al giudizio che si dà sulla situazione esistente. Ma noi dobbiamo saper vedere anche l’altra faccia della realtà, quella dei livelli altissimi di astensionismo che ci dicono che la Meloni ha ricevuto solo il 16% dei consensi degli aventi diritto al voto, quella del PD che dopo la sconfitta dà segni di sgretolamento e dei sondaggi che mostrano un Conte è divenuto il leader del maggior partito di opposizione.

Se, come spesso abbiamo detto, bisogna guardare la luna e non il dito, si deve prendere atto che a partire dal 2018 si è andato sviluppando un processo di modificazione degli equilibri politici che indica come i vecchi assetti non reggono più. Seppure abbiamo oggi una destra che è arrivata al governo sotto la guida di un partito neofascista, dobbiamo però anche d’altra parte constatare che il PD, il puntello neoliberale fino ad oggi del blocco di potere, è entrato in crisi, dissolvendo l’equivoco di una forza conservatrice con la maschera progressista. Questo fatto non porta un segno negativo perchè la disgregazione del PD come partito interclassista a direzione liberal-atlantista si accompagna anche al consolidamento di Conte che rappresenta ormai l’opposizione di sinistra su alcune questioni cruciali come il reddito di cittadinanza e l’invio di armi all’Ucraina. E si accompagna anche al fatto che molti a sinistra o nei ceti popolari non votano perchè non si fidano dei nuovi equilibri e aspettano un segnale convincente. Certo, non siamo ancora alla svolta definitiva, ma la corrente si è invertita e bisogna guardare a questi segnali e remare anche noi nella direzione giusta, con l’obiettivo è di contribuire alla crescita in Italia un movimento democratico e popolare basato sui principi costituzionali e di cui i comunisti siano un elemento importante per coerenza e determinazione.

E’ questo il punto di sintesi del processo che si è aperto dopo le elezioni del 2018?

La resistenza dell’esperienza Conte e ciò che sta accadendo intorno a lui in termini di dialettica a sinistra, nonostante gli attacchi e l’oscuramento mediatico, conferma l’analisi e il punto di arrivo possibile della situazione. Detto ciò si ripresenta il discorso dell’uovo e della gallina. Nasce prima il partito nuovo o il fronte politico costituzionale? Se partiamo dalla constatazione che in Italia i comunisti non sono scomparsi, è possibile oltre che necessario che si decidano a uscire dai ghetti che si sono creati e ragionino in modo aperto sulle prospettive per poter così sciogliere anche questo dilemma.

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