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P. CARC: Sulle perquisizioni per “terrorismo” del 21 aprile

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La Procura di Napoli alla testa di una campagna per la messa fuorilegge del comunismo e dei comunisti?

Ringraziamo i partiti, le organizzazioni, i movimenti, i singoli che ci hanno espresso e ci stanno esprimendo solidarietà. Sono già tanti per poterli nominare tutti, ma rinnoviamo l’appello a scrivere a carc@riseup.net prendere posizione pubblica, esporsi. Perché questo attacco repressivo, come ogni attacco repressivo, non è mai una questione privata di chi ne è bersaglio, è una questione politica che riguarda tutti.

Su mandato del giudice Maurizio De Marco della Procura di Napoli, il 21 aprile la Digos ha perquisito le abitazioni di sei compagni e compagne: tre membri della Direzione Nazionale del P.Carc (Paolo Babini, Igor Papaleo e Marco Coppola), un simpatizzante minorenne e altri membri delle Sezioni della Federazione Campania del P.Carc.

Prima di procedere con le valutazioni politiche invitiamo gli interessati a leggere il mandato di perquisizione che riassume il teorema della Procura di Napoli, perché è istruttivo, da manuale, su come si costruisce una montatura. No, non è solo “ridicolo”, è soprattutto pretestuoso, strumentale e criminogeno, nel senso che inquadra nel novero dei reati anche condotte del tutto “normali”, come esprimere una visione politica per quanto essa possa essere, agli occhi di alcuni, scomoda, estremista e persino sbagliata. Una condotta tanto normale da essere sancita dalla Costituzione, nell’articolo 21.

Riguardo all’analisi di questa operazione repressiva è utile distinguere i diversi piani: il piano politico contingente, l’arbitraria costruzione di un teorema repressivo, i legami con le precedenti inchieste “per terrorismo” contro il P.Carc e la Carovana del (n)Pci.

Il piano politico contingente

Noi sappiamo che il governo Meloni è entrato in una fase di crisi terminale e degenerativa. Sappiamo anche che la crisi del governo Meloni coincide, si sovrappone e alimenta la più generale crisi del sistema politico delle Larghe Intese. Sappiamo che nelle fasi di crisi del sistema di potere, la borghesia e i suoi apparati repressivi ricorrono a montature giudiziarie, provocazioni e azioni criminali di vario genere.

Solo sette mesi fa, con la parola d’ordine “blocchiamo tutto” il movimento popolare in solidarietà al popolo palestinese ha fatto vacillare il governo. Le autorità e le istituzioni del potere costituito, per alcune settimane, hanno avuto meno autorevolezza delle assemblee popolari. Quella mobilitazione ha perso slancio da sola dopo aver raggiunto il suo picco, non perché è stata spezzata dalla repressione. La repressione, cioè la rappresaglia, è iniziata dopo (ed è ancora in corso). Sono state aperte decine di inchieste con centinaia di coinvolti per il “blocchiamo tutto”.

Le prossime settimane saranno il contesto di un salto della mobilitazione popolare e della lotta di classe nel nostro paese. Facciamo ovviamente esplicito riferimento alla partenza della Global Sumud Flotilla. Saranno settimane simili a quelle di settembre e ottobre 2025, ma per alcuni motivi saranno anche diverse perché in sette mesi le condizioni generali della lotta di classe si sono sviluppate.

A settembre e ottobre il governo Meloni ostentava forza e il fatto che non l’avesse veramente è in qualche modo secondario perché il movimento popolare NON ha assunto fino in fondo la parola d’ordine di cacciarlo, non ha cercato lo scontro diretto con il governo. Però nel corso dei mesi (anche a seguito dell’esito del referendum del 22 e 23 marzo) la parola d’ordine di cacciare il governo Meloni si è fatta strada e il governo è quanto mai debole e precario.

A settembre e ottobre il grado di coordinamento fra gli organismi operai e popolari era (relativamente) poco sviluppato, ma proprio quelle mobilitazioni hanno contribuito a far nascere una miariade di organismi – nelle aziende private, in quelle pubbliche, nelle scuole, ecc. – a moltiplicare e a rendere più capillare e solido il loro coordinamento.

A questo va aggiunta l’influenza sulle masse popolari italiane della Resistenza palestinese, libanese, iraniana (a cui va sommata quella venezuelana e cubana). Pagando un prezzo altissimo, la Resistenza ha dimostrato nella pratica – non a colpi di dichiarazioni di principio – che, quando è diretta da forze decise a vincere, è effettivamente invincibile, gli imperialisti sono tigri di carta e possono essere piegati, quale che sia il loro grado di infamità e criminalità.

In questo contesto anche la rappresaglia repressiva ha fatto un salto. Multe, denunce, misure cautelari per tanti e tante che sono scese in piazza lo scorso autunno, ma non solo.

Il salto che sta compiendo la repressione è quello prefigurato da Ministri e sottosegretari, ad esempio, che dopo la manifestazione del 31 gennaio a Torino, commentando “gli scontri”, hanno detto “Oltre 1.000 persone. Organizzate militarmente. (…) Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve. (…) Devono essere combattuti come sono state combattute le Brigate Rosse e non essere trattati come compagni che sbagliano. Il giudizio di fronte a questi fatti deve vederci tutti uniti come lo furono le forze politiche negli anni del terrorismo. Non è in gioco una parte politica, ma la Repubblica italiana” (Crosetto); “chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità” (Piantedosi); “conto che a chi è stato arrestato per l’aggressione al poliziotto gli si contesti almeno il tentato omicidio” (Salvini) oppure, commentando la manifestazione del 7 febbraio contro la speculazione delle Olimpiadi invernali, “poi ci sono loro: i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo” (Meloni).

È il salto caldeggiato e perseguito dalla parte più reazionaria dei servi della Nato e degli agenti sionisti che operano in Italia: da Israele senza filtri (che si proponeva di favorire le condizioni per arrestare con accuse di terrorismo i solidali italiani con il popolo palestinese) ai deputati di Fratelli d’Italia.

Noi NON sappiamo se effettivamente c’è un nesso diretto fra l’interrogazione dell’8 ottobre scorso di Sara Kelany e Francesco Filini al Ministro Piantedosi e le perquisizioni, ma è impossibile ignorare le affinità riguardo alle motivazioni e alle argomentazioni. C’è ben più di un’assonanza. Da diverso tempo esponenti di FdI chiedevano cosa aspettava la polizia a smantellare i sovversivi (o delinquenti) del P.Carc che osano propagandare che bisogna “cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo che attua la costituzione del 1948″ quello che chiamiamo Governo di Blocco Popolare.
Il governo chiama, la Digos e la Procura di Napoli rispondono!

L’arbitraria costruzione di un teorema repressivo

Pubblichiamo integralmente il mandato di perquisizione perché contiene tutti gli elementi, evidenti, che qualificano la natura strumentale dell’inchiesta. Ecco gli aspetti principali.

1. I compagni e le compagne perquisiti sono accusati di voler “ricostruire un’organizzazione come le BR o le Nuove BR”, ma dai documenti emerge che l’attenzione della Procura è di Napoli è rivolta al P.Carc e al (n)Pci. Delle due l’una: o la Procura di Napoli sta maldestramente cercando di dimostrare, ma senza esplicitarlo, che il P.Carc e il (n)Pci sono organizzazioni similari alle BR o alle Nuove BR oppure la Procura di Napoli si è presa la briga e la responsabilità di montare una bolla mediatica senza fondamento, senza capo né coda.

2. A sostegno dell’ipotesi che la Procura di Napoli stia cercando, goffamente e senza ammetterlo, di equiparare il P.Carc e il (n)Pci alle BR o alle Nuove BR c’è il fatto che – leggere gli atti per credere – le contestazioni mosse ai nostri compagni riguardano sempre e solo tipiche attività di partito: la cura dei membri, la formazione, l’organizzazione, la propaganda verso l’esterno. Ma con una specifica: il dottor Maurizio De Marco è convinto di aver trovato l’anello di congiunzione che era sfuggito a ben otto precedenti procedimenti giudiziari per terrorismo (da Milano, a Roma, Napoli e Bologna); a suo avviso ciò che accomuna in modo inequivocabile e probatorio il P.Carc e la Carovana del (n)Pci alle BR è la finalità (!). Cioè l’instaurazione del socialismo.

3. A sostegno dell’ipotesi che la Procura di Napoli stia agendo per soddisfare “richieste dall’alto”, stia confezionando una sòla e stia irresponsabilmente agitando lo spettro degli “anni di piombo” senza avere indizi e senza avere alcuna “pista” c’è il fatto che – caso più unico che raro – un’inchiesta “per terrorismo” basata sul reato 270 bis proceda senza provvedimenti di alcun tipo verso gli indagati (neanche l’obbligo di firma). Sia chiaro: non stiamo affatto suggerendo misure restrittive ai compagni indagati, stiamo dicendo che “la grande inchiesta per smantellare una rete terroristica” si sta rivelando per ciò che è: un’operazione di intimidazione e intossicazione. E forse “una marchetta” a qualche circolo di sionisti nostalgici del ventennio.

4. Spendiamo alcune parole sull’aggravante di aver coinvolto un minorenne nella rete terroristica.

Alla Procura di Napoli, al dottor Maurizio De Marco, ai suoi mandanti e ai suoi consiglieri appare come una grave colpa che i comunisti curino la formazione dei giovani, dei “minorenni”. La formazione ideologica, politica, pratica, organizzativa, scolastica e culturale. Sono molto indulgenti, se non persino favorevoli, rispetto al fatto che ai bambini e ai ragazzi del nostro paese sia imposta la presenza dell’Esercito e delle forze dell’Ordine nelle scuole, sia imposta la propaganda bellica, siano presentate come opportunità la possibilità di partecipare alla Fiera delle armi o alle lezioni di ginnastica militare. Sono indulgenti rispetto al fatto che i ragazzi e le ragazze – minorenni – siano spediti a svolgere l’alternanza scuola lavoro nelle industrie della filiera bellica o in qualche altro stabilimento dove a volte ci lasciano la vita.

E sono molto indulgenti, non sappiamo dire se favorevoli, rispetto a modelli ben distanti dai comunisti e dai loro “indottrinamenti” e anzi apertamente ostili e nemici dei comunisti: il presidente Trump e il suo amico Epstein le ragazzine minorenni le violentavano.

Le precedenti inchieste “per terrorismo” contro il P.Carc e la Carovana del (n)Pci

Le autorità giudiziarie italiane hanno costantemente perseguitato la nostra area politica, chi ne ha fatto parte e in particolare il gruppo dirigente. Fin dai tempi della sua costituzione alla fine degli anni Settanta, con Coordinamento Nazionale dei Comitati contro la Repressione e la rivista Il Bollettino, all’inizio degli anni Ottanta con la rivista Rapporti Sociali e l’omonima casa editrice.

Tutte le inchieste basate sulla contestazione del reato di associazione sovversiva avevano l’obiettivo di soffocare sul nascere il tentativo di ricostruire il partito comunista in Italia.

Nel 1981 la Procura di Bergamo accusa Giuseppe Maj (e altre due persone) di associazione sovversiva “avente lo scopo di stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale e di sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali costituiti nello Stato italiano”. Solo sei anni dopo, nell’autunno 1987, il giudice istruttore pronuncerà sentenza di assoluzione.

Pendente ancora quella prima inchiesta, nel febbraio del 1985 la Procura di Venezia fa arrestare Giuseppe Maj e numerosi altri, proseguendo con altri arresti nei mesi successivi, accusandoli “del delitto di cui all’art. 270bis per aver promosso, organizzato, diretto un sodalizio avente per obiettivo il mutamento, con mezzi violenti, dell’ordinamento giuridico costituzionale della repubblica”. Tutta la redazione de Il Bollettino e i più stretti collaboratori finiscono in carcere. Dopo lunghi periodi di detenzione (un anno per Giuseppe Maj) e, successivamente, di sottoposizione all’obbligo di presentazione all’autorità di pubblica sicurezza e di privazione del passaporto (due anni per Giuseppe Maj), nell’autunno del 1991 tutti gli imputati vengono assolti dalla Corte d’Assise di Venezia addirittura nella fase pre-dibattimentale, senza cioè che si desse inizio al processo vero e proprio, essendo assolutamente evidente, fin da subito, che il delitto di cui tutti erano accusati neppure “sussisteva”.

Prima di questa sentenza, nell’aprile del 1989, si muove anche la Procura di Milano con l’abituale accusa di associazione sovversiva, corredata di perquisizioni, anche nella sede della Casa editrice, di ordini di accompagnamento in Caserma, interrogatori e sequestri di materiale (che facevano seguito a intercettazioni, pedinamenti, rogatorie internazionali). I sei imputati (tra cui Giuseppe Maj) e i ventidue indagati vengono poi prosciolti dal giudice istruttore, nel gennaio 1990, ancora perché “il fatto non sussiste”.

Assorbito lentamente l’impatto di questi esiti disastrosi per la pubblica accusa, nel 1999 si attiva la Procura della Repubblica di Roma, questa volta con imputazione doppia (!!), articoli 270 e 270 bis, “per avere organizzato un’associazione denominata (nuovo) Partito Comunista in forma clandestina, la quale si propone il compimento di atti di violenza al fine di eversione dell’ordine democratico”. Vengono eseguite, da Carabinieri e Polizia, ben 90 perquisizioni domiciliari con sequestri di varia documentazione politica, di computer e materiale informatico. Tutti i perquisiti, poi, sono sottoposti a interrogatorio, e la Procura chiede anche il prolungamento del termine di durata delle indagini, per giungere, infine a chiedere al Gip… un ulteriore provvedimento di archiviazione, effettivamente pronunciato il 4 settembre 2001.

La stessa Procura, però, dopo soltanto un paio di mesi, richiede e ottiene la riapertura delle indagini nei confronti di una ventina dei già prosciolti (tra cui Giuseppe Maj) aprendo un procedimento che sarà concluso solo due anni dopo con nuova archiviazione (17 marzo 2003) e questo sulla base di rapporti della Digos e dei Carabinieri depositati in altre inchieste parallele, certamente non nuovi per gli inquirenti. Deve essere ricordato che l’attività del gruppo è sempre stata costantemente oggetto di indagini da parte dei reparti speciali di Carabinieri e Polizia: così, negli atti della inchiesta milanese, di cui diremo più avanti, si trovano intercettazioni telefoniche effettuate dai Ros di Napoli, su autorizzazione (nell’ambito di procedimenti mai comunicati agli indagati) di quella autorità giudiziaria, che si sovrappongono e intrecciano (siamo nel 1999) con quelle effettuate su disposizione delle autorità giudiziarie di Roma e Milano.

Nel 1999 la Procura milanese pensa bene di muoversi ancora, indagando più di cento persone, fra cui numerosi appartenenti al gruppo. Abituale l’imputazione, 270 bis, abituali i pedinamenti, le intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali, abituali le rogatorie internazionali, e identica la conclusione: richiesta di archiviazione, disposta dal Gip il 22 ottobre 2001.

Il moltiplicarsi delle iniziative e competenze territoriali non ha oramai più limiti. E così assistiamo, nel giugno 2003, a decine di perquisizioni fra Francia, Svizzera ed Italia, e a un nuovo arresto di Giuseppe Maj, in compagnia di Giuseppe Czeppel, questa volta da parte dell’autorità giudiziaria francese, sollecitata dalle Procure italiane di Napoli e Bologna tramite il Ministero della Giustizia, allora gestito nel modo che ha suscitato l’indignazione di tutte le persone oneste, dal Ministro Castelli, braccio leghista della banda Berlusconi.

Giuseppe Maj e altri, infatti, preso atto della costante opera di disturbo della loro attività politica da parte degli inquirenti italiani, si erano resi irreperibili. La Procura di Napoli, però, che imputava a ognuno dei suoi indagati, nuovamente, l’art. 270 bis “quale appartenente all’associazione clandestina agente sotto la denominazione di “Commissione Preparatoria del congresso di fondazione del (nuovo) Partito Comunista Italiano” e la Procura di Bologna, che nulla imputava, ma che tuttavia chiedeva una perquisizione per rogatoria, attivano tramite il sopraccitato Ministro Castelli i magistrati dell’antiterrorismo francese. Le Autorità Francesi, nonostante l’assenza di provvedimenti restrittivi italiani, pensano bene di sopperire loro direttamente a questa mancanza, arrestando Maj e Czeppel (che, con chiarezza, rivendicano e ribadiscono la loro appartenenza alla Commissione Preparatoria) col pretesto del possesso di falsi documenti di identità. Per inciso tale possesso era indispensabile per chi, nella loro condizione di perseguitati, vuole continuare a esercitare il diritto all’attività politica sancito dalla Costituzione. E così di nuovo carcere fino a Natale 2003, e poi obbligo di soggiorno e, addirittura, di residenza in una specifica abitazione, nonché di presentazione all’autorità di pubblica sicurezza mentre le indagini francesi e napoletane continuano.

Perfino fonti paragovernative francesi (vedasi Perrault giornalista a Le Figaro di Parigi e autore del saggio “Génération Battisti”, 2005) insinuano che la Autorità Francesi in realtà hanno agito solo su domanda delle Autorità Italiane e in attesa che queste fossero pronte a ripartire direttamente all’attacco. Nuovo arresto di Giuseppe Maj e Giuseppe Czeppel a Parigi il 26 maggio 2005 e scarcerazione ancora sotto controllo giudiziario rispettivamente il 22 e 24 maggio 2006, come detto all’inizio.

Ma l’istruttoria francese (Giudice Istruttore Antiterrorismo M. Gilbert Thiel, del Tribunale di Grande Istanza di Parigi) improvvisamente nella primavera del 2006 viene accelerata e avviata a conclusione. Manifestamente oramai la Procura di Bologna è pronta a subentrare nella gestione della stessa persecuzione.

Nel 2003 la Procura di Bologna (sostituto Procuratore Paolo Giovagnoli), che senza aver aperto un procedimento contro Giuseppe Maj aveva tuttavia chiesto e ottenuto dalle Autorità Francesi la perquisizione del 23 giugno 2003 e il sequestro a suo uso (vedi verbale di consegna del 24 luglio 2003) di tutto quanto di scritto e leggibile c’era nella casa parigina di Maj, nel settembre 2003 ha aperto un suo procedimento (il Proc. N. 9096/2003 mod. 21 RGNR: che quindi è l’ottavo procedimento italiano contro la Carovana del (nuovo)PCI a partire dal 1981 a oggi) e ha iscritto nel Registro degli Indagati Giuseppe Maj e altri undici, per 270 bis e per “banda armata, reati commessi in Emilia, altrove e in Francia”; il 14 febbraio 2006 ha fatto eseguire ancora una volta da parte della Digos di Modena alcune perquisizioni in Italia contro sette membri del P.Carc, con sequestri di vario materiale stampato e informatico (in particolare viene sequestrato anche materiale relativo alla campagna elettorale delle politiche 2006 per la quale i membri del P.Carc erano candidati).

Mentre la Procura di Bologna ha aperto nel settembre 2003 e poi metodicamente montato l’ottavo procedimento giudiziario italiano contro la Carovana del (n)PCI, al contrario la Procura di Napoli (dott.sa Castaldi) chiudeva finalmente il settimo, aperto nel 2001, ai fini del quale aveva fatto eseguire perquisizioni e sequestri in Italia, Francia e Svizzera e si era vista negare con atto ufficiale l’aiuto delle Autorità Svizzere perché “il procedimento ha natura politica”. Nel 2005 dunque la Procura di Napoli chiude per non competenza la sua inchiesta e trasmette gli Atti per competenza alla Procura di Bologna dove, come già detto, è titolare dell’inchiesta il giudice Paolo Giovagnoli.

Il 1° luglio 2008 il Gup Zaccariello del Tribumale di Bologna ha concluso con una sentenza di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste l’udienza preliminare per l’ottavo procedimento giudiziario per “associazione sovversiva” (270 bis) montato contro il (n)PCI, il P.Carc e l’Associazione Solidarietà Proletaria (ASP) dal sostituto procuratore Paolo Giovagnoli.

Il 24 luglio lo stesso Gup ha depositato la motivazione della sentenza in cui illustra le motivazioni del non luogo a procedere.

Nelle 84 pagine della sentenza, il giudice Zaccariello smonta punto per punto i capi di imputazione (il metodo violento, la clandestinità, i rapporti con altre organizzazioni combattenti o clandestine di matrice comunista) sui quali il PM Giovagnoli aveva costruito la sua montatura giudiziaria, liquida il “compendio probatorio”, cioè la mole delle cosiddette prove messe assieme da Giovagnoli con intercettazioni, pedinamenti, perquisizioni e sequestri durati ben cinque anni, come “del tutto inidoneo a qualificare tale struttura (la Commissione Preparatoria del (n)PCI) come associazione con finalità di terrorismo ed eversione ai sensi dell’art. 270 bis” e conclude che “il compendio probatorio presenta (…) carenze fondamentali che non potrebbero in alcun modo essere sanate in una successiva fase dibattimentale e che pertanto inducono a ritenere sin da ora, dall’esito della udienza preliminare, che sia impossibile formulare con ragionevole fondamento una prognosi di condanna”.

Il P.Carc e la Carovana del (n)Pci hanno dunque fatto fronte e superato attacchi repressivi ben più strutturati e argomentati di questo patetico, benché strumentale, teorema della Procura di Napoli che poggia sulla pubblicazione di alcuni contenuti su Tik Tok e altri social.

Si tolga la maschera, la Procura di Napoli. Se ha l’obiettivo di rinnovare e rinvigorire i tentativi di mettere fuori legge il comunismo e i comunisti ci metta la faccia e si prenda la responsabilità delle sue azioni.

Dal canto nostro siamo perfettamente consapevoli che l’aggravarsi della crisi generale, della crisi politica, della Terza guerra mondiale spingerà la parte più reazionaria della classe dominante a violare le sue leggi sempre più platealmente per attaccare il movimento comunista. È tutt’altro che campata in aria l’idea che la classe dominante italiana arrivi anche ad abolire formalmente i diritti conquistati con la vittoria della Resistenza sul nazifascismo per dotarsi di strumenti più adeguati e “moderni” contro la rinascita del movimento comunista.

Noi siamo disposti, decisi e convinti a resistere e a contrattaccare. A trasformare ogni attacco repressivo in un macigno che ricade su chi lo ha sollevato. E siamo consapevoli che, esattamente come ogni attacco repressivo è la manifestazione della debolezza del nemico, ogni attestato di solidarietà a chi è colpito dalla repressione alimenta la lotta di classe, la resistenza, la lotta rivoluzionaria, tutto il campo delle masse popolari.

Per questo ringraziamo i partiti, le organizzazioni, i movimenti, i singoli che ci hanno espresso e ci stanno esprimendo solidarietà. Sono già tanti per poterli nominare tutti, ma rinnoviamo l’appello a scrivere, prendere posizione pubblica, esporsi. Perché questo attacco repressivo, come ogni attacco repressivo, non è mai una questione privata di chi ne è bersaglio, è una questione politica che riguarda tutti.

La lotta di classe non si processa!

La solidarietà è un’arma, usiamola!

 

P.CARC – 22/04/2026

https://www.carc.it/2026/04/21/sulle-perquisizioni-per-terrorismo-del-21-aprile

 


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