Campagna di disinformazione milionaria sui Social contro Venezuela, Bolivia e Messico

Milioni di dollari versati al noto social network Facebook per creare una di disinformazione volta a screditare Venezuela, Messico e Bolivia.La denuncia arriva dall’ambasciatore che rappresenta il Venezuela presso le Nazioni Unite (ONU), Samuel Moncada, attraverso il proprio account Twitter.

Moncada denuncia che una società con sede a Washington, la capitale degli Stati Uniti (USA) ha pagato milioni di dollari a Facebook per costruire una vasta rete dedita alla disinformazione contro Venezuela, Bolivia e Messico.

Questo il tweet dell’ambasciatore Moncada: «Operazioni di disinformazione contro il Venezuela: una società con sede a Washington ha pagato milioni di dollari a Facebook per creare una rete di aggressione politica a favore dell’opposizione di Venezuela, Bolivia e Messico. È così che seminano odio nei nostri popoli!».

 

«La società CLS Strategies, con sede a pochi isolati dalla Casa Bianca, ha per anni cospirato con falsi account per rovesciare il governo venezuelano. Il suo portavoce afferma che ‘hanno una lunga tradizione di lavoro internazionale’», ha denunciato Moncada.

 

«CLS Strategies ha creato centinaia di account con profili falsi su Facebook e Instagram per manipolare l’opinione pubblica. I conti sono già stati chiusi ma non è l’unico caso di guerra mediatica mossa da Washington. Un crimine contro la nostra nazione che non possono più nascondere!», ha scritto in un altro tweet l’ambasciatore venezuelano.

 

I contatti con l’amministrazione USA sono molto evidenti: «Mark Feierstein, socio di CLS, ex funzionario dell’USAID e analista del famigerato International Center for Strategic Studies, ha pubblicato un articolo nel 2017 proponendo a Trump strategie per rovesciare il governo venezuelano.

È chiaro che CLS serve l’amministrazione Trump».

 

Molto spesso si tratta della stessa disinformazione che poi troviamo riportata pari pari dal mainstream nostrano. Campione nel rilanciare ogni tipo di notizia spazzatura utile a screditare i governi socialisti e progressisti della regione sudamericana.

I media mainstream sembrano Incuranti del fatto che la loro residua credibilità subisce un ulteriore colpo ogni volta che vengono presi con le mani nel sacco delle fake news. E questo avviene molto spesso. Soprattutto in relazione al Venezuela.

Forse anche questi media hanno sede a Washington come la società CLS Strategies?

di Fabrizio Verde

 

Notizia del:

Pubblicato un elenco delle spie della CIA che hanno partecipato al golpe in Bolivia

Il sito di Behind Back Doors ha pubblicato un elenco di spie legate alla CIA che hanno svolto un ruolo importante nell’esecuzione del golpe in Bolivia contro Evo Morales.

A novembre Behind Back Doors ha pubblicato un articolo intitolato “L’intervento degli Stati Uniti contro la Bolivia. Prima parte” in cui venivano descritti dettagliatamente i passi che il golpe avrebbe seguito, che si realizzati come se fosse una sceneggiatura.

L’articolo “Dopo il colpo di Stato: gli agenti più importanti della CIA a La Paz, in Bolivia. Prima parte ”(2) annuncia un elenco di spie, tra cui spiccano i generali boliviani Wiliams Kaliman Romero, Yuri Calderón e Rómulo Delgado.

South American Press ha tradotto l’articolo di Behind Back Doors con il titolo “I più importanti agenti della CIA in Bolivia”, disponibile anche su Internet.

Il colpo di Stato contro il presidente della Bolivia, Evo Morales, è “l’inizio di ciò che Langley [quartier generale della CIA] ha riservato ai paesi dell’America Latina a cui non piacciono”, avverte Behind Back Doors.

La stazione della CIA a La Paz era diretta da Rolf Olson e Annette Dorothy Blakeslee, che reclutarono per il colpo di Stato il capo dello spionaggio argentino AFI nella capitale boliviana, José Sánchez.

Annette Dorothy Blakeslee era in Nicaragua come medico dell’Usaid, una delle coperture diplomatiche utilizzate dalla CIA nelle sue operazioni sotto copertura.

Sanchez aveva una copertura diplomatica, ma in realtà serviva come collegamento con i servizi segreti di diversi paesi dell’America Latina. Era responsabile di due stazioni AFI in Bolivia: una a La Paz e l’altra al Consolato di Santa Cruz. Quest’ultimo è stato utilizzato per distribuire fondi tra i plotter della città. I fondi, a loro volta, sono stati forniti dall’ambasciata degli Stati Uniti.

Fonte: Resumen Latinoamericano

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-pubblicato_un_elenco_delle_spie_della_cia_che_hanno_partecipato_al_golpe_in_bolivia/82_33130/

 

Bolivia, “Combatteremo. Il nostro popolo non sarà mai più sconfitto”

Reportage esclusivo nella resistenza al golpe dall’Altiplano della Bolivia.

(si consiglia di proseguire la lettura sul sito L’Antidiplomatico, cliccando QUI)

Bolivia, dicembre 2019, tre settimane dopo il colpo di stato fascista. Fa diabolicamente freddo. L’auto che mi guida sta navigando attentamente attraverso le tracce di fango profondo. Enormi cime innevate sono chiaramente visibili in lontananza.

L’amato Altopiano boliviano, ma sempre in qualche modo ostile, silenzioso, impenetrabile.

Tante volte, in passato mi sono avvicinato alla morte qui. In Perù e in Bolivia. Più spesso in Perù.

Ora, quello che faccio è totalmente pazzo. Essendo un sostenitore del presidente Evo Morales dall’inizio fino a questo momento, non dovrei essere qui; in Bolivia, nell’Altopiano. Ma ci sono, perché queste capanne di fango a sinistra e a destra sono così familiari e così care a me.

La mia guida, il mio compagno, è un contadino boliviano, un uomo indigeno. Le sue mani sono rosse, ruvide. Di solito non parla molto, ma dopo il colpo di stato non riesce a smettere di parlare. Questo è il suo paese; il paese che ama e che gli è stato rubato, a lui, a sua moglie e a i suoi figli.

Entrambi possiamo essere fregati qui, ma se lo facciamo, quella è la vita; conosciamo il rischio e siamo felici di assumerlo.

Carlos (non il suo vero nome), il mio autista e un amico, ha spiegatomi spiega:

“Ho chiamato loro, gli anziani, e hanno detto che è ok che tu venga. Ho inviato loro i tuoi saggi. Sai, la gente qui ora legge, anche nei villaggi profondi. Dopo 14 anni di governo di Evo, l’intero paese è coperto dalla rete di telefonia mobile. Leggono le tue cose tradotte in spagnolo. A loro è piaciuto quello che hanno letto. Hanno accettato di darti una dichiarazione. Ma mi hanno detto: “Se non è davvero uno scrittore di sinistra russo-cinese, ma invece un po ‘di cretino di Camacho, gli spezzeremo la testa con una pietra”. ”

Camacho; Luis Fernando Camacho, fascista, membro del movimento nazionalista golpista appoggiato dagli Stati Uniti, e presidente del Comitato Civico di Santa Cruz dal 2019. Un grande avversario di Evo Morales, un uomo che durante le elezioni generali boliviane del 2019, si schierò con L’ovest, con il prezioso esercito boliviano (addestrato negli Stati Uniti), e ha chiesto le dimissioni di Evo, il 5 novembre 2019.

So bene con quello che dicono. Stiamo andando.

Saliamo e poi, a circa 4.100 metri sul livello del mare, saliamo ancora.

Si sta costruendo una nuova, ampia strada. Certo, è un progetto dai tempi della presidenza di Evo.

Ma non è solo l’edificio stradale che può essere rilevato intorno a noi. Ci sono torri d’acqua e pompe per l’acqua e rubinetti in ogni villaggio. L’acqua è gratuita, per tutti. Ci sono scuole, centri medici e strutture sportive e campi attentamente frequentati.

L’unità è lunga, dura. Ma a un certo punto, vediamo alcuni autobus e macchine parcheggiati sulla cima di una collina.

C’è un piccolo altopiano e un gigantesco oratore bianco seduto in mezzo al campo.

Le persone in abiti colorati sono sparse in tutto il sito: uomini, donne e bambini. Un gruppo di anziani è seduto in un cerchio chiuso. Stanno cantando e il loro appello viene trasmesso attraverso l’oratore. Stanno affrontando ciò che è sacro per loro: la Madre Terra. Hanno bisogno di forza per andare avanti, lottare, difendersi.

Prima sono letteralmente “scannerizzato” dalla gente e solo allora mi è permesso di avvicinarmi agli anziani. Spiego chi sono e presto le formalità sono finite.

“Per favore, registra ma non filmare i nostri volti, per sicurezza”, mi viene detto. “Ma più tardi, puoi filmare l’incontro.”

Poco dopo mi siedo e iniziano a parlare:

“La situazione in cui viviamo in questi giorni nel nostro paese, nelle comunità quassù, nelle comunità andine è molto difficile. In realtà ci sentiamo frustrati, spesso abbandonati perché durante il precedente governo guidato dal presidente Evo Morales, noi come agricoltori e indigeni, ci sentivamo molto bene. Anche se, a volte, non abbiamo ricevuto troppo aiuto, il governo, lo stesso presidente Evo Morales, è del nostro stesso sangue, della nostra stessa classe. Per questo motivo, lo stavamo sostenendo. E continuiamo a supportarlo. ”

“E questo, quello che abbiamo, ora è una dittatura. Dicono il contrario, ma è un governo fascista. È un governo che sta bruciando la Wiphala, il nostro simbolo. Ci disonora. Ci sentiamo umiliati, ci sentiamo discriminati. Per questo motivo, ci rendiamo conto che non possiamo fallire; non possiamo restare qui in questo modo, continueremo a combattere. Ci saranno elezioni nel nostro paese e continueremo a sostenere quella persona che ha elevato il nostro nome; il nome dei nativi, degli operai, dei lavoratori e dei poveri “.

“In primo luogo, andremo alle elezioni, se ovviamente ci saranno elezioni. Andremo a sostenere la nostra gente; i nostri leader. Nel caso in cui producano frodi elettorali, allora sì, aumenteremo! ”

Dissi loro che conoscevo il loro paese e l’Altiplano da più di 25 anni. Tutto è cambiato. I villaggi costituiti da capanne di fango hanno preso vita. Si svegliarono, iniziarono a sbocciare. L’acqua per tutti ha iniziato a scorrere attraverso i tubi forniti dal governo. Le ambulanze moderne sono a disposizione, servendo tutti gli angoli della nazione. I centri sanitari hanno aperto le porte a milioni di studenti, così come le scuole e i centri di vocazione. Sono state costruite nuove strade. Il governo ha incoraggiato l’agricoltura ecologica.

La Bolivia, che per decenni e secoli ha vissuto sotto mostruoso apartheid, è stata sfruttata, umiliata e derubata di tutto, ma ultimamente ha iniziato a rialzarsi.

Ho detto loro questo. Dissi loro come venivo qui, ancora e ancora, negli anni ’90, dal Perù; un paese devastato dalla cosiddetta “Guerra sporca” che ho descritto nel mio romanzo “Punto di non ritorno”. Il Perù era terribilmente rotto, ma qui, in Bolivia, la gente era mezzo viva. Non c’era speranza, solo silenziosa, spaventosa miseria.

Ora la Bolivia, una volta il paese più povero del Sud America, è molto più avanzata del Perù, uno stato che è stato incessantemente cannibalizzato dal modello economico neoliberista, mentre era ancora diviso razzialmente e socialmente all’estremo.

Ho chiesto agli anziani se fossero d’accordo. Mi hanno detto di si.

“Certamente. Perché con i nostri occhi abbiamo visto enormi cambiamenti economici e abbiamo assistito alla nascita della Bolivia e, dopo quei 14 anni, siamo andati avanti rispetto a tutta questa regione latinoamericana ”.

Ho filmato, fotografato.

Prima di andare, una donna anziana si è avvicinata alla macchina e ha urlato qualcosa in una lingua locale.

Carlos ha tradotto:
“Combatteremo tutti quegli esseri malvagi che si sono dichiarati i nostri sovrani. Se non scompaiono, presto chiuderemo di nuovo le strade tra El Alto e La Paz e dovranno mangiare i propri escrementi. Il nostro popolo non sarà mai più sconfitto. Dillo ovunque tu vada! ”

Ho detto che lo farò.*

Nel 1971, il grande scrittore, giornalista e poeta uruguaiano, Eduardo Galeano, pubblicò il suo libro Le Vene Aperte dell’America Latina, che divenne presto il tomo più importante per i pensatori e i rivoluzionari di sinistra latinoamericani.

All’interno del libro, che veniva regolarmente bandito in tutto il continente, Galeano aveva scritto di quei 500 anni di mostruosi saccheggi, inganni e crudeltà, commessi da europei e nordamericani contro il popolo dell’America centrale e meridionale. Alcuni dei crimini più terribili sono stati commessi sul territorio che ora è la Bolivia, in particolare nelle miniere d’argento della città di Potosi, che ha contribuito a rendere l’Europa ricca, ma le cui decine di migliaia di persone sono morte, costrette a vivere e lavorare come schiavi.

Non molto tempo prima che morisse, ho lavorato con Eduardo Galeano nel suo caffè, nella città vecchia di Montevideo.

Fu durante i giorni inebrianti dell’ondata di “Pink Revolutions”. Stavamo celebrando le nostre vittorie, condividendo la speranza per il futuro.

Ma ad un certo punto, Eduardo fece una pausa e disse semplicemente:

“Sai, tutti i nostri compagni che detengono il potere ora devono stare molto attenti. Devono capire che i poveri che li hanno votati o che li hanno supportati quando stavano prendendo il potere, hanno lasciato solo una cosa nella loro vita, e questa è la speranza. Tu porti via la loro speranza e loro non hanno più nulla. Derubarli della speranza è come ucciderli. Ecco perché, ogni volta che incontro i nostri leader di sinistra, e lo faccio molto spesso, dico sempre loro: ‘Compagni, attenzione, non giocate con la speranza! Non promettere mai alle persone ciò che non puoi offrire. Mantieni sempre la parola. ”

Juan Evo Morales Ayma, il primo presidente indigeno boliviano, capì perfettamente Galeano e il suo lavoro. Lui e il suo Movimento per il socialismo (MAS) non hanno mai tradito la fiducia dei poveri. Questo è il motivo per cui non è mai stato perdonato dall’Occidente e da molti individui provenienti dalle preziose élite boliviane e dai militari.*

Dopo il mio incontro con i leader indigeni, ho chiesto a Carlos di guidarci in giro per l’Altiplano, senza alcun piano particolare. Volevo parlare con le persone; ai più poveri dei poveri della Bolivia.

Ad un certo punto, arrivammo in un piccolo borgo. Un cane con una gamba rotta ci ha accolto con un abbaiare forte ma innocuo. C’erano due pecore vicino all’ingresso della casa. Un anziano contadino, sua moglie cieca e una figlia lavoravano nel campo.

Non avevano paura di parlare, anche di essere registrati e fotografati, purché promettessi di non rivelare i loro nomi.

Al contadino mancava metà dei denti e si sporgeva da un lato, ma i suoi pensieri e le sue parole erano chiari:

“Grazie a Evo per tutto. C’è il suo lavoro e parla da sé; quella strada, infrastruttura. Anche questa casetta che abbiamo è grazie a lui. ”

“Qui non vogliamo quel cosiddetto presidente Añez. Vuole ingannarci, ci mente. Siamo con il MAS; tutti noi qui supportiamo fortemente il MAS. Stiamo sostenendo nostro fratello Evo. Abbiamo sempre sofferto qui, ma Evo è arrivato con progetti eccellenti … ma ora tutti i progressi si fermeranno. ”

La figlia ha forse 14 anni. È un prodotto del governo di Evo. Ben vestita, con bei bicchieri, parla fluentemente. Le sue parole sono ben formulate:

“Quei leader del colpo di stato non hanno pietà di noi. Ci hanno sparato, picchiato e gasato. Hanno violato le nostre donne. Ultimamente, le nostre madri, i nostri padri hanno sofferto tremendamente a La Paz. Le persone sono rimaste ferite, le persone sono morte e l’esercito e i capi del colpo di stato non hanno pietà. Non vogliamo essere schiavi, come prima. Dopo il colpo di stato, il nuovo governo ha detto cose terribili sul nostro presidente; cose che non ci piacciono affatto. Non vogliamo essere schiavi, né essere schiacciati da quella nuova signora-presidente e dal suo popolo. Lei è una razzista. La verità è che è troppo razzista. Ci chiamano “indios” e dicono cose su di noi che ci rendono furiosi. Ci discriminano in tutti i modi possibili. ”

“Ma non perdi la speranza?” Ho chiesto.

“Non lo so”, sorrise. “Sono con il MAS. E il MAS tornerà vittorioso. Sconfiggeremo coloro che sono dietro al colpo di stato. ”

Siamo partiti, dirigendoci verso la strada principale.

“Ancora una fermata”, chiesi a Carlos.

Guidammo, a caso, verso un’abitazione parzialmente danneggiata.

“Che cosa è successo qui?” Ho chiesto.

I membri della famiglia hanno parlato l’uno sull’altro:

“A novembre, Camacho ha inviato qui diversi autobus pieni dei suoi sostenitori, da Potosi. Sono arrivati ??e hanno iniziato a picchiarci, insultandoci, uccidendo i nostri animali e distruggendo le nostre case. Ci hanno costretti in ginocchio, legandoci le mani dietro la schiena. Ci hanno chiamato i nomi più offensivi. Ci hanno umiliati. Hanno detto che è finita, che ora sapremo di nuovo a che cosa apparteniamo. ”

Ho chiesto a Carlos se avesse già sentito queste storie. Lui rispose, senza pensare:

“Ovviamente. Puoi chiedere a chiunque quassù e confermeranno ciò che hai appena sentito.”

Prima di scendere a La Paz, a El Alto, ho chiesto a Carlos di fermarsi in diversi luoghi, dove a novembre sono morte decine di persone, bloccando la capitale come protesta contro il colpo di stato e costringendo Evo Morales all’esilio.

I fori di proiettile che danneggiarono le pareti erano ancora visibili ed erano chiaramente contrassegnati. Lì c’erano dei fiori, dove la gente era caduta. Presto, speriamo molto presto, ci saranno monumenti.

I graffiti di El Alto parlavano chiaramente e ad alta voce:

“Añez, ti cacceremo via – tu colpevole!”, “Añez – dittatore!” E “Añez – assassino!”. *
Solo un anno e mezzo fa, ho assistito a grandi feste a El Alto. Ho filmato processioni colorate, gente che ballava, fuochi d’artificio. Ho ammirato i nuovi spazi pubblici, le funivie super moderne, le piscine pubbliche e i campi da gioco costruiti per i bambini.

Ora, la città sembrava un cimitero. Era lugubre, silenzioso, cupo.

L’enorme Monte Illimani, il simbolo di questa antica terra, era coperto di neve. Adesso era bello, ma è sempre stupendo, sia nei periodi migliori che durante i disastri. La Paz, seduto in un enorme cratere, era chiaramente visibile dall’alto.

“Gli Yankees stanno arrivando”, mi ha detto Carlos. “Sai, Añez ha ripristinato i legami diplomatici con Washington. E le loro spie e agenti stanno inondando l’ambasciata; tutti in abiti civili, ovviamente … ”

“Con le spalle coperte dai tesori dell’esercito boliviano”, dissi sarcasticamente.

Carlos rimase in silenzio per qualche tempo. Quindi decise di parlare:

“Quando ero giovane, ero anch’io nell’esercito. A Cochabamba, sai, durante le crisi idriche e la ribellione popolare mirava a liberare l’acqua. Non ti ho mai detto. Erano tempi difficili. La gente si ribellò e alcuni morirono. La nostra unità era composta principalmente da soldati indigeni. Gli ufficiali erano bianchi; quasi tutti lo erano. A un certo punto, facciamo loro sapere che non spareremmo ai nostri fratelli e sorelle. Si misero i pantaloni: capitani, colonnelli; avresti dovuto vederli: stavano correndo in giro, in caserma e fuori, senza segni dei loro ranghi. Sai, ad un certo punto, se ci avessero costretti a massacrare la nostra gente, avremmo rifiutato e invece li abbiamo massacrati ”.

“Sono stati addestrati in Occidente?” Ho chiesto.

“Molti, sì.”

“E adesso Carlos? E adesso?

Iniziò a sussurrare, anche se nessuno sembrava essere nei paraggi:

“Ho due parenti nell’esercito. Ho parlato con uno di loro, qualche giorno fa. È lo stesso di quando prestavo servizio a Cochabamba. I ranghi superiori sono con gli Yanquis, ma le truppe, la maggior parte, sono con il MAS; sono con Evo. Vedi, se c’è un ammutinamento, e ben presto potrebbe essercene uno, presto, allora Añez, Camacho e i loro amici del gringo saranno presto fottuti! ”
*

Sono andato al lussuoso hotel Suites Camino Real a La Paz, per pranzo. Ho dovuto vedere “loro”, l’altro lato. Quelli che importano carne di manzo squisita dalla provincia di Santa Cruz, quelli che la consumano qui, quelli che ora stanno celebrando.

E festeggiamenti c’erano.

Diverse parti si stavano svolgendo, contemporaneamente. Le persone saltellavano, si abbracciavano, urlavano come un matto. Tutto bianco, tutto “alto e bello”, tutto biondo, perossido o reale. Il vino scorreva.

La maggior parte dei camerieri erano indigeni, vestiti con abiti occidentali; zitti e incerti.

Ho incontrato un ex grande economista del governo di Evo, Ernesto Yañez, che a un certo punto è stato vicepresidente della Banca centrale della Bolivia. È stato sicuro incontrarsi qui. Abbiamo trovato un angolo tranquillo dove parlare:

“Sicuramente chiamo quello che è successo qui, un colpo di stato. Non ci sono state frodi elettorali “.

“Senza dubbio, gli anni di Evo al potere sono stati contrassegnati da una grande stabilità economica. Soprattutto all’inizio, non c’erano quasi problemi economici. Il tasso di povertà è diminuito dal 55% a meno del 30%. La qualità della vita è aumentata notevolmente. ”

“Nella relativamente povera Bolivia, i tassi di povertà sono più bassi rispetto al paese più ricco del continente, l’Argentina, dopo il regno del neoliberista Presidente Macri”, non ho potuto fare a meno di menzionare.

“Sì, ma dopo il colpo di stato, l’economia qui sta crollando”, ha detto Ernesto Yañez.

Sei mesi fa, ero qui e ci sono stati scioperi violenti da parte dei medici in tutta la Bolivia. Molti di loro erano stati istruiti gratuitamente dallo stato, ma dopo ciò, chiedevano un sistema medico neoliberista, in cui medici e infermieri avrebbero ottenuto stipendi irrealisticamente elevati. Molti medici cubani sono stati impiegati dal governo, in tutto il paese, al fine di migliorare l’assistenza medica.

Ernesto Yañez ha inoltre chiarito:

“Durante il governo di Evo, milioni di persone sono passate dalla classe media a quella inferiore. Molti di loro erano giovani. Il che significa, prima del colpo di stato, e dopo 14 anni di dominio MAS, molti giovani della classe media non avevano idea di cosa significhi vivere nella miseria. Hanno dato per scontati tutti i risultati di Evo e MAS. Quindi, quando sono arrivate alcune difficoltà, incluso il rallentamento dell’economia dopo il 2014, le hanno viste come i fallimenti del governo di Evo “.
“Sai, ad esempio i dottori che hai citato; pensavano che se avessero abbattuto il MAS, tutte le loro richieste sarebbero state immediatamente soddisfatte dal governo di destra. Non è mai successo Ora non hanno idea di cosa fare. ”

“Lo stesso che a Santa Cruz”, concordai con lui. “I prezzi del carburante e dei servizi pubblici stanno salendo. Ora i giusti realizzeranno che cosa significa realizzare il loro sogno: un regime neoliberista. Si stanno pentendo; disperati”

Ernesto Yañez ha concluso:

“Sai, Evo ha arricchito anche molti uomini d’affari boliviani. Il paese e la sua economia sono stati molto stabili, per anni. Prima di salire al potere, i grandi protagonisti erano nordamericani, europei e cileni. Durante il suo mandato, le aziende boliviane hanno avuto la priorità. Le élite boliviane erano sempre razziste, per loro, Evo era “un Indio mas” (solo un altro indiano). Ma hanno nascosto bene i loro sentimenti. È perché Evo ha fatto bene le cose. Ha cambiato questo paese in meglio, quasi per tutti. ”

“Ma ora le cose sono andate di male in peggio. Il nuovo presidente arriva con la Bibbia e la croce, brucia Wiphala e la gente muore. Ora gli indigeni vogliono indietro Evo. ”

E non solo gli indigeni, anche se quasi tutti gli indigeni che ho incontrato questa volta in Bolivia, lo fanno.*

Ho camminato fino a Plaza Murillo a La Paz, dove si trovano il Palazzo Presidenziale e il Congresso Nazionale della Bolivia.

La polizia e i militari erano ovunque. Durante il governo di Evo, questo era uno spazio tranquillo, aperto, pieno di alberi verdi, bambini e piccioni.

Davanti al Congresso Nazionale, diverse donne vestite con bellissimi abiti indigeni, si stavano radunando, parlando tra loro. Questi erano deputati del MAS.

Ho tirato fuori le mie macchine fotografiche e mi sono avvicinato a loro. Immediatamente, i tizi della sicurezza in borghese, si sono avvicinati, ma le due deputate mi fecero gesti protettivi con le braccia, mi sorrisero e hanno respinto gli agenti di sicurezza: “Lasciatelo in pace, è con noi”.

Sapevo che non avevamo tempo e ho chiesto solo una cosa: “Siamo ancora in piedi, compagni?”

Non hanno esitato:

“Siamo in piedi. Non ci sconfiggeranno. Il MAS è il governo legittimo della Bolivia.”

E quindi, questo è ciò che sto segnalando dalla Repubblica Plurinazionale della Bolivia:

Il paese è sotto attacco dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. È stato ferito dai suoi quadri, sia militari che civili. Il sangue è stato versato. Il legittimo presidente e vicepresidente sono in esilio.

Secondo Reuters, “il ministro boliviano cerca l’aiuto di Israele nella lotta contro il presunto” terrorismo “di sinistra”. Che sarebbe il governo legittimo.

Ma il paese è in piedi. Le persone non sono in ginocchio. In primo luogo ci sarà un voto, ma se ci sono frodi da Washington o dall’Organizzazione degli Stati americani (OAS), ci sarà una lotta.

Evo Morales e il MAS hanno vinto le recenti elezioni. Non è assolutamente possibile che il MAS non vincerà di nuovo. Ho parlato con la gente e ora, ancor più di prima, stanno chiudendo i ranghi attorno al movimento verso il socialismo che ha reso la Bolivia una delle più grandi nazioni dell’emisfero occidentale.

Gli indigeni della Bolivia e il resto del Sud America non sono mendicanti o schiavi. Molto prima dell’arrivo di quei brutali fondamentalisti religiosi e saccheggiatori mal educati – i conquistatori spagnoli – erano i proprietari di questa bellissima terra. La loro civiltà era molto più grande di quella dei loro tormentatori.

Il governo di Evo ha fatto molto di più che migliorare la situazione sociale nel suo paese. Ha iniziato a invertire 500 anni di crudele ingiustizia in questo continente. Ha dato potere ai senza potere. Restituì orgoglio alle persone che erano state derubate di tutto.

Washington mostra chiaramente dove si trova. Nonostante la sua ipocrita “correttezza politica”, è dalla parte del razzismo, del colonialismo e dell’oppressione fascista. Invece di difendere la libertà, la opprime. Invece di promuovere la democrazia (che è “regola del popolo”), sta violentando la democrazia: qui in Bolivia e altrove.

Fino a quando la Bolivia non sarà di nuovo libera, l’intero mondo che ama la libertà dovrebbe agitare il Wiphala.

Gli anziani dell’Altiplano hanno inviato un chiaro messaggio al mondo. Le elezioni avranno luogo, ma se il popolo verrà derubato del proprio governo, ci sarà una rivolta e una battaglia epica.

Purtroppo, se ci sarà una battaglia, alcune persone si uniranno alla Terra. Ma anche la Madre Terra non resterà inattiva, si unirà al suo Popolo.

Añez insieme ai suoi simboli colonialisti, è già stata maledetta dalla maggioranza del popolo boliviano, così come Camacho e molti altri traditori. Ma forse, tecnicamente, non sono “traditori”, dopo tutto. Le loro alleanze sono verso quelle nazioni che avevano attaccato e saccheggiato questa parte del mondo, per diversi lunghi secoli.

Dopo 500 anni di tormento e umiliazione, la madre Terra, Pachamama, sta abbracciando i suoi figli. Evo e MAS li hanno riuniti. Questo è un momento straordinario nella storia. La gente qui lo capisce. Le élite razziste europee se ne rendono conto. Washington ne è ben consapevole.

In questo momento, c’è un momento di silenzio; breve.

Se i leader del colpo di stato fascista non ridaranno il potere, ci saranno enormi tuoni e il popolo di Altiplano si alzerà, con Wiphala in mano, supportato dalla loro antica e sacra Terra.

Pubblichiamo su esclusiva dell’Autore. Il reportage è stato pubblicato anche in inglese su 21WIRE

Testo e foto: Andre Vltchek*

*Andre Vltchek is a philosopher, novelist, filmmaker and investigative journalist. He has covered wars and conflicts in dozens of countries. Five of his latest books are “China Belt and Road Initiative: Connecting Countries, Saving Millions of Lives”, “China and Ecological Cavillation” with John B. Cobb, Jr., Revolutionary Optimism, Western Nihilism, a revolutionary novel “Aurora” and a bestselling work of political non-fiction: “Exposing Lies Of The Empire”. View his other books here. Watch Rwanda Gambit, his groundbreaking documentary about Rwanda and DRCongo and his film/dialogue with Noam Chomsky “On Western Terrorism”. Vltchek presently resides in East Asia and the Middle East, and continues to work around the world. He can be reached through his website and his Twitter. His Patreon

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-reportage_esclusivo_nella_resistenza_al_golpe_dallaltiplano_della_bolivia_combatteremo_il_nostro_popolo_non_sar_mai_pi_sconfitto/82_32148/

 

Oltre 100 esperti internazionali negano la “narrazione sui brogli” elettorali in Bolivia

“Chiediamo che le istituzioni e i processi democratici della Bolivia siano rispettati”. Recita così il manifesto firmato da oltre 100 esperti internazionali in economia e statistica, che fanno “un appello all’OSA affinché ritiri le sue dichiarazioni fuorvianti sulle elezioni, che hanno contribuito al conflitto politico e sono state una delle ‘giustificazioni’ più utilizzate per portare a compimento il colpo di Stato militare”.

I firmatari, provenienti da istituti come l’Economic Policy Institute e varie università degli Stati Uniti, Australia, Messico e India, tra gli altri, condannano il fatto che Donald Trump abbia sostenuto apertamente e fermamente il colpo di Stato militare del 10 novembre che ha rovesciato il governo del presidente Evo Morales “e spiegano attraverso la loro conoscenza in Statistica perché la ”narrazione sui brogli” non è corretta.400

Saludamos el análisis de 98 expertos en estadística de varias universidades como Hardvard, Massachusetts, Cambridge, Toronto, Complutense, UNAM, entre otras, que niegan la existencia de fraude en #Bolivia. Agradecemos a los intelectuales que apuestan por la justicia y democracia.

— Evo Morales Ayma (@evoespueblo) December 4, 2019

Ancora una volta la realtà confuta una narrazione tossica ripetuta a spron battuto e reti unificate per occultare che in Bolivia si è consumato un golpe. L’unica strada per allontanare dalla presidenza Evo Morales, presidente indigeno e socialista, sostenuto dalla maggioranza dei boliviani come hanno mostrato anche le ultime elezioni dove Morales aveva ottenuto ancora un trionfo.

Gli esperti spiegano che non c’è stato nessun broglio

“C’è stata una pausa nel ‘conteggio rapido’ dei risultati delle votazioni – quando era stato raggiunto l’84% dei voti – e il vantaggio di Morales era di 7,9 punti percentuali. Con il 95% del conteggio totale dei voti, il suo margine era aumentato a poco più del 10%, circostanza che consentiva a Morales di vincere al primo turno senza dover andare al ballottaggio.

Alla fine, il conteggio ufficiale ha mostrato un vantaggio del 10,6%, spiegano gli esperti, basandosi su un rapporto pubblicato dal Center for Economic and Political Research (CEPR), un think tank con sede a Washington che ha già messo seriamente in discussione in un rapporto pubblicato il 10 novembre il ruolo della missione elettorale dell’OSA in Bolivia.

I firmatari ricordano che “non è insolito che i risultati di un’elezione presentino una distorsione in base alla posizione geografica, il che significa che i risultati possono variare a seconda di quando vengono conteggiati i voti nelle diverse aree”. La dichiarazione cita l’esempio delle ultime elezioni per il Governatore in Louisiana, in cui il candidato democratico ha vinto 2,6 punti percentuali dopo essere apparso perdente per quasi tutta la notte. “Il cambiamento nella leadership di Morales non è stato affatto ‘drastico’; faceva parte di un costante e continuo aumento del vantaggio di Morales che è iniziato ore prima dell’interruzione”, affermano.

Secondo questi esperti, la spiegazione dell’aumento del margine è “abbastanza semplice” e “si basa sul fatto che le aree che hanno visto conteggiati i loro voti in seguito erano più pro-Morales rispetto alle aree i cui voti erano stati contati in precedenza”. Un risultato finale che qualificano come “abbastanza prevedibile in base al primo 84% dei voti riportati”. “Ciò è stato dimostrato attraverso un’analisi statistica e anche attraverso un’analisi più semplice delle differenze tra le preferenze politiche delle aree scrutinate”, sottolineano.

Il manifesto si conclude con un appello al Congresso degli Stati Uniti affinché indaghi “sul comportamento dell’OSA” e contrasti il “colpo di Stato militare” e le violazioni dei diritti umani del governo di fatto”, oltre a sottolineare la responsabilità dei media che dovrebbero cercare analisti indipendenti “invece di basarsi solo sui funzionari dell’OSA”. “Molte vite possono dipendere dal chiarimento di questa storia”, concludono, riferendosi a un conflitto in cui, secondo l’ultimo resoconto del Defensor del Pueblo, il bilancio parziale delle vittime ascende a 32.

Fonte: eldiario.es

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-oltre_100_esperti_internazionali_in_economia_e_statistica_negano_la_narrazione_sui_brogli_elettorali_in_bolivia/82_32030/

 

Il Nobel per la pace Pérez Esquivel su colpo di stato in Bolivia: “Dietro a tutto ciò c’è la politica degli USA”

Adolfo Pérez Esquivel, il cui figlio appartiene al gruppo di attivisti argentini che hanno viaggiato in Bolivia per studiare gli abusi commessi contro la popolazione, ha analizzato per RT la grave situazione in quel paese

“Cammina attentamente perché ti stiamo seguendo.” Con queste parole, il governo de facto della Bolivia, Arturo Murillo, ha minacciato una  delegazione argentina  di organizzazioni per i diritti sociali e umani che si è recata nella città di Santa Cruz per fare una sosta e poi proseguire verso La Paz con l’obiettivo di studiare gli abusi commessi contro la popolazione.

All’aeroporto di Santa Cruz sono stati fermati e interrogati dalla polizia, ma anche insultati e  aggrediti  da un gruppo di manifestanti di estrema destra che seguono Luis Fernando Camacho. Proprio in questo gruppo c’è Leonardo Pérez Esquivel, figlio del premio Nobel per la pace, Adolfo Pérez Esquivel.

“Una grande responsabilità dell’IACHR”

“Logicamente, siamo di fronte a un colpo di stato civile-militare. Ma qui c’è una grande responsailità della Commissione interamericana per i diritti umani, dell’OAS, presieduta da Luis Almagro ” , ha detto a RT il famoso attivista argentino.

Secondo Pérez Esquivel, Almagro è “un uomo che è stato interrogato per i suoi atteggiamenti nei confronti della politica che la Commissione deve portare”. “Chiediamo la sua rimozione perché non avrebbe potuto causare tutto e sostenuto un colpo di stato in Bolivia quando sa che le elezioni sono state vinte da Evo Morales, ma  lo accusa di frode senza prove “, ha dichiarato il Premio Nobel per la pace.

Inoltre, Adolfo Pérez Esquivel ritiene che dietro l’intera crisi in Bolivia “c’è la politica americana, fatto che è stato più volte denunciato da Evo Morales”.

Il difensore dei diritti umani ha anche sottolineato che i popoli di diversi paesi dell’America Latina ” non supportano più la politica di marginalità e fame ” , così portano le loro proteste in piazza. Ha aggiunto che “forse questo non è accaduto in Argentina perché ci sono state elezioni e questo ha contenuto l’esplosione sociale”.

“La democrazia non si regala”

Per concludere, Pérez Esquivel ha sottolineato che la violenza che stanno vivendo diversi paesi dell’America Latina si rallenta “attraverso il dialogo e attraverso la condivisione di cose e vedendo quale potrebbe essere una via d’uscita logica”.
“La democrazia non si regala, la  democrazia si costruisce.

Non è per mettere il voto in un’urna e dire che viviamo in democrazia. Per me democrazia significa il diritto all’uguaglianza per tutti, e oggi non è nei nostri paesi”, ha concluso.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_premio_nobel_per_la_pace_prez_esquivel_sul_colpo_di_stato_in_bolivia_dietro_a_tutto_ci_c_la_politica_degli_usa/5694_31971/

Il controllo del litio della Bolivia e la lotta di classe esplosa in tutta l’America Latina

I numerosi focolai che si sono accesi nel 2019 lungo tutto il continente Sudamericano “si caratterizzano per una forte connotazione di classe”. Lo sottolinea l’economista Luciano Vasapollo, intervenuto a Roma, nel centro sociale Intifada, a un dibattito promosso dalla Rete dei Comunisti, sulla situazione politica che attraversa il Sudamerica.
Nella sua articolata e approfondita relazione politica di apertura, Vasapollo ha individuato nella centralità dell’attuale momento storico la dinamica, i soggetti e gli strumenti del conflitto di classe che in Sud America indicano il divenire storico dell’antimperialismo, osservando che l’anticapitalismo liberal-borghese si rivela inefficace (alla lunga) per l’instaurazione della democrazia socialista. Ed ha chiarito come sia corretto parlare di “lotta di classe” perché “il conflitto è direttamente collegato alle necessità di accumulazione che il modo di produzione capitalistico si trova ad affrontare dinanzi alla crisi sistemica che colpisce il modello di produzione, sempre desideroso di nuovi rendimenti, ma anche alle prese con la pretesa di aggiornare gli strumenti dell’espropriazione in una versione apparentemente green, eco-sostenibile. Da qui, la centralità strategica delle riserve di litio o di coltan che si trovano in enorme quantità in Bolivia e in Cile, elementi decisivi per la transizione dai combustibili fossili all’elettrico soprattutto per il rifornimento di energia del trasporto mondiale su gomma, un affare colossale da quasi un miliardo di mezzi”.

“Così come fu per il ribaltamento della società feudale da parte della borghesia, anche la resistenza o la controffensiva rispetto a questi interessi, oggi rappresentati dagli oligopoli transnazionali, richiede – ha affermato Vasapollo – uno sforzo duro e di lunga durata, non privo di arretramenti, ma che deve vedere impegnate tutte le forze progressiste consapevoli che ogni velleità di compatibilità con l’attuale sistema (a tutti livelli, politico, economico, culturale ecc.) è un freccia carica nell’arco del nemico di classe”.

Su questo, si è espressa però fiducia rispetto allo svolgimento degli eventi in quasi tutti i paesi del continente (Bartolomei, Risorgimento socialista), da anni protagonista di una partecipazione degli strati meno abbienti alla vita politica, coadiuvata non solo dalle tradizionali forze comuniste o socialdemocratiche, ma anche dai movimenti cattolici, protagonismo che inizia a far sentire le sue “sirene” anche a nord del Rio Bravo.

Che di movimenti potenzialmente di rottura si tratta è confermato dal ruolo assunto dai lavoratori (Renda, Sinistra classe e rivoluzione), i quali, solo nelle ultime settimane, sono stati protagonisti di scioperi (Cile e Colombia) o di mobilitazioni (Venezuela) generali che hanno messo in evidenza l’incompatibilità di un certo di tipo di organizzazione produttiva con la volontà di emancipazione e del raggiungimento del benessere collettivo.

Tuttavia, tutto questo – si è sottolineato più volte nel dibattito – nei circuiti tradizionali dell’informazione è stato raccontato, quando non proprio silenziato, in maniera distorta e confusionaria, impedendo un’onesta valutazione degli eventi in corso al di là dell’Atlantico (Papacci, Italia-Cuba e Rosso Fiorentino, Pap).

La controinformazione dunque si rivela passo necessario ma non sufficiente per tutte le forze comuniste e progressiste che agiscono lontano dal luogo fisico di scontro, ma che ambiscono ad avere una funzione nel rivolgimento dell’attuale organizzazione sociale, anche nei cosiddetti “anelli forti della catena”, facendo sempre attenzione a tutti quegli elementi di disturbo che minano l’unità d’intenti della classe lavoratrice con elementi di compatibilità con lo status quo (Della Croce, Pci).

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-luciano_vasapollo__il_controllo_del_litio_della_bolivia_e_la_lotta_di_classe_esplosa_in_tutta_lamerica_latina/5694_31949/

 

Dopo Telesur anche RT viene chiusa dal regime golpista in Bolivia

Cotas, il principale operatore privato in Bolivia di tv via cavo, ha comunicato all’emittente russa RT in spagnolo che il suo segnale sarà sospeso a partire da lunedì 2 dicembre. Lo riferisce oggi RT. La decisione “è stata adottata da autorità superiori” ha dichiarato una fonte allo Sputnik.

RT subisce la stessa censura avuta una settimana fa da Telesur, a cui pure la compagnia statale Entel ha comunicato la sospensione delle trasmissioni nel territorio boliviano. Intervistato dal programma ‘El Zoom’ di RT, l’ex vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera ha sostenuto che il governo ‘de facto’ della presidente ad interim Jeanine Anez non tollera le voci critiche. “Se uno è minacciato come giornalista, o per le sue parole e le sue opinioni – ha sottolineato Garcia Linera – è chiaro che non hai alcun tipo di libertà o diritto garantito. E’ questa la qualità del regime che ha costituito il golpismo della (presidente autoproclamata Jeanine) Anez, e di polizia e militari che la sostengono”.

María Zajárova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha commentato la recente decisione dell’operatore Cotas di interrompere la trasmissione di RT in spagnolo in Bolivia dal 2 dicembre. La portavoce ha definito la misura “allarmante” e ha espresso la preoccupazione di Mosca per il peggioramento della posizione dei media russi in America Latina.
Ha inoltre ricordato come il 15 novembre la trasmissione RT sia stata sospesa in Ecuador. “In entrambi i casi, le chiusure sono state fatte senza spiegazione, e in quest’ultimo caso, senza preavviso”, ha detto Zajárova.

Il rappresentante del ministero degli Esteri russo ha dichiarato che questa misura è “una conseguenza del nuovo corso annunciato” dalle nuove autorità in Bolivia. “Ci parlano di coincidenze, ma risulta essere la conseguenza di un sistema. E la prova è che [l’hanno fatto] senza spiegazioni e senza preavviso”, ha aggiunto Zajárova.

Inoltre, la portavoce del ministero degli Esteri russo ha espresso la speranza che “questi passaggi non siano dettati dal tentativo di soffocare fonti alternative di informazione che discriminano i canali russi”. Ha anche avvertito che, altrimenti, la Russia sarà costretta a “prendere in considerazione azioni come lo spostamento della Bolivia e dell’Ecuador dall’osservanza degli obblighi internazionali per garantire il libero accesso alle informazioni e la libertà di espressione”.

“È inaccettabile che i media diventino ostaggi di una situazione politica instabile, i loro diritti devono essere garantiti indipendentemente dal modo in cui coprono gli eventi politici nazionali. Chiediamo la risposta delle pertinenti organizzazioni internazionali e ONG per i diritti umani”, ha concluso Zajárova

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-le_censure_che_non_fanno_notizia_dopo_telesur_anche_rt_viene_chiusa_dal_regime_golpista_in_bolivia/5694_31933/

 

OSA non ha ancora redatto il rapporto finale sulle elezioni in Bolivia, ma denunciò brogli inesistenti

Sono passati 36 giorni ma l’OSA non ha ancora redatto il rapporto finale sulle elezioni in Bolivia. Perché ha denunciato brogli inesistenti?

Nel golpe che si è consumato in Bolivia un ruolo centrale è stato giocato dall’Organizzazione degli Stati Americani, la cui guida del Segretario Generale, l’uruguayano Luis Almagro, ripudiato finanche dal suo stesso partito Frente Amplio, ha incontrato molte stroncature. Da ultima quella del presidente eletto dell’Argentina Alberto Fernandez.

L’OSA chiamata dallo stesso presidente rovesciato Morales a sovrintendere e supervisionare le operazioni elettorali, non ha agito da arbitro ma con un ruolo ben preciso nell’escalation che ha rapidamente portato a compimento il golpe per rovesciare Evo Morales e installare a La Paz un governo fascista e vassallo di Washington.

Mentre l’opposizione boliviana metteva a ferro e fuoco il paese non riconoscendo il risultato di un’elezione dove il presidente uscente aveva ottenuto ben 600mila voti più del suo avversario più vicino, il liberista Carlos Mesa di Comunidad Ciudadana.

A restare nel dubbio era solo l’ipotesi ballottaggio, visto che la Costituzione boliviana prevedeva questo sia celebrato se nessuno dei candidati supera il 50% dei voti, oppure il 40% e dieci punti distacco sul candidato più vicino. Proprio lo scenario dell’ultima elezione, dove Morales è riuscito a superare di poco la soglia che gli permetteva di evitare di andare al ballottaggio con Mesa.

In questo scenario l’OSA esce con un comunicato decisamente irrituale, perché non era previsto in quella data, dicendo che erano stati rilevati dei brogli e le elezioni andavano ripetute. Gettando benzina sul fuoco di in golpe ormai avviato.

Quali sono questi brogli rilevati dall’organismo regionale? Ancora non è dato saperlo, visto che l’OSA non ha ancora reso nota la sua relazione sulla tornata elettorale boliviana.

A tal proposito il centro studi CELAG ha inviato una lettera all’OSA per sollecitare l’organismo americano a rendere noto il suo rapporto sulle elezioni e quindi le irregolarità rilevate in Bolivia che hanno portato l’organizzazione ha chiedere la ripetizione delle elezioni vinte con ampio margine da Evo Morales.

Ma per tutta risposta l’organizzazione guidata dal discutibile Almagro afferma di non avere ancora completato il rapporto. Questo ben 36 giorni dopo aver affermato che vi erano brogli e un golpe consumato.

 

Desde @CELAGeopolitica hemos enviado una carta a la OEA solicitándole el informe final de auditoría de elecciones en Bolivia; y luego de respuestas vacías, nos responden con esta carta que reconocen que a 25 de noviembre (36 días después) no tienen informe definitivo todavía pic.twitter.com/VuoACA5PDK

— Alfredo Serrano Manc (@alfreserramanci) November 26, 2019

Il CELAG aveva già esaminato il rapporto preliminare presentato dall’OSA e commentato: «I risultati dell’analisi ci consentono di affermare che il rapporto preliminare dell’OSA non fornisce alcuna prova da ritenersi definitiva per provare la presunta frode citata dal Segretario Generale».

Aggiungendo inoltre: «L’OSA ha preparato un rapporto discutibile per indurre una falsa deduzione nell’opinione pubblica: ossia che l’aumento del divario a favore di Evo Morales nella fase finale del conteggio si stava allargando a causa di azioni fraudolente e non a causa delle caratteristiche dinamiche comportamentali, sociopolitiche ed elettorali, che si verificano tra il mondo rurale e urbano in Bolivia».

Concludendo che l’agire dell’OSA consente «di affermare che la relazione preliminare dell’OSA non fornisce alcuna prova che potrebbe essere definitiva per provare la presunta frode».

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sono_passati_36_giorni_ma_losa_non_ha_ancora_redatto_il_rapporto_finale_sulle_elezioni_in_bolivia_perch_ha_denunciato_brogli_inesistenti/5694_31918/

 

Bolivia: il governo de facto promulga legge per nuove elezioni. Cosa succede adesso?

Il governo de facto della Bolivia ha promulgato la legge di emergenza per per indire al più presto nuove elezioni nel paese sudamericano, con l’impegno che saranno elezioni “pulite, eque e trasparenti”.

La legge è stata approvata dopo una trattativa che ha coinvolto la Chiesa cattolica locale, le Nazioni Unite e l’Unione Europea. La nuova normativa annulla le ultime elezioni del 20 ottobre.

Viene stabilito che non sarà consentita la candidatura di Evo Morales, vincitore delle ultime elezioni con il 47% dei voti, ma rovesciato dalla violenza golpista.

L’approvazione del disegno di legge per l’invito a nuove elezioni riconosce la partecipazione di tutte le organizzazioni politiche, sebbene renda impossibile la candidatura di coloro che erano stati rieletti in due precedenti periodi costituzionali.

Il Tribunale Supremo Elettorale (TSE) ha un termine massimo di 20 giorni per eleggere nuovi membri, al fine di fissare una data per le elezioni generali nella nazione sudamericana entro il 2020.

La legge del regime eccezionale e transitorio per lo svolgimento delle elezioni generali stabilisce un periodo massimo di 120 giorni per le elezioni, una volta approvato il calendario dal Supremo tribunale elettorale.

La promulgazione avviene poche ore dopo che il tavolo di dialogo istituito con la partecipazione del governo di fatto, le organizzazioni sociali e i legislatori ha concordato un disegno di legge per fornire garanzie di sicurezza e diritti politici.

Cosa si prospetta adesso per la Bolivia, lo spiega il giornalista e sociologo argentino Marco Teruggi, che da La Paz ha seguito tutto l’evolversi delle azioni sviluppate dai golpisti sin dall’inizio per rovesciare il legittimo governo di Evo Morales.

«Oggi è stato firmato l’accordo per le elezioni generali in Bolivia. Nella foto vi sono l’autoproclamata Añez e la presidente del Senato, Eva Copa, compagna di El Alto. L’accordo, tra le altre cose, prolunga l’usurpazione di Añez più a lungo di quanto inizialmente annunciato, proibisce a Evo Morales e García Linera di presentarsi e consente al MAS di farlo.

Capisco coloro che criticano l’accordo.

La mia domanda è: c’erano condizioni reali per ottenere qualcosa di meglio? Ciò significa non solo analizzare le forze nazionali e internazionali del colpo di stato, ma anche la situazione interna del MAS e il processo di cambiamento. Quest’ultima è la chiave e spiega sia la caduta di fronte al colpo di Stato – la poca reazione di Evo e della leadership, per esempio – sia la composizione della dirigenza rimasta, la mancanza di una strategia, un piano articolato per la piazza, il legislativo e l’articolazione tra i due. Il golpe ha messo in luce carenze e limiti del processo di cambiamento. La combinazione di limiti, tradimenti e persecuzioni spiega parte della situazione in cui è stato raggiunto l’accordo. Quando parlo di persecuzioni, ad esempio, parlo del fatto che 68 governatori, sindaci e consiglieri sono stati costretti a dimettersi, per non parlare dei ministri, di Evo e Linera. Molte domande possono essere aggiunte. Ad esempio: ad un certo punto è stato pensato dai dirigenti del MAS di cacciare Añez con la forza della piazza? Tutto indica che no, che non c’erano la condizioni per farlo, e che si è puntato sull’uscita elettorale – anche con i limiti giganteschi e ovvi che dovranno affrontare – Un’altra domanda: quanti leader del movimento sostengono Evo e i legislatori del MAS? Meno di quelli che si pensa.

Ciò che è accaduto con l’accordo non è sorprendente quindi. Il piano del colpo di Stato prevedeva sin dall’inizio l’uscita elettorale secondo uno schema molto chiaro: rovesciamento, governo di fatto, militarizzazione, persecuzioni, massacri ed elezioni. Dobbiamo leggere con molta attenzione la sequenza, gli attori coinvolti, i discorsi, i finanziamenti: la Bolivia è appena stata un esperimento riuscito per la strategia nordamericana nel continente, una strategia che in questi due mesi ha schierato militari nelle strade per affrontare le proteste sotto i governi di destra e di conseguenza allineati di Ecuador, Cile, Bolivia e Colombia».

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_il_governo_de_facto_promulga_legge_per_nuove_elezioni_cosa_succede_adesso/82_31874/

Bolivia: “Ci uccidono come cani”

Sto scrivendo dalla Bolivia, solo poco giorni dopo aver assistito, il 19 novembre, al massacro militare all’impianto del gas di Senkata nella città indigena di El Alto e al lancio di lacrimogeni contro un pacifico funerale il 21 novembre per commemorare i morti. Questi sono esempi, purtroppo, del modus operandi del governo di fatto che ha preso il controllo in un colpo di stato che ha cacciato dal potere Evo Morales.
Il colpo di stato ha generato massicce proteste, con blocchi creati in tutto il paese come parte di uno sciopero nazionale che chiedeva le dimissioni di questo nuovo governo. Un blocco ben organizzato è a El Alto, dove i residenti hanno innalzato barriere attorno all’impianto del gas di Senkata, impedendo alle autocisterne di lasciare la fabbrica e tagliando la principale fonte di benzina di La Paz.

Deciso a spezzare il blocco, il governo ha inviato elicotteri, blindati e soldati pesantemente armati la sera del 18 novembre. Il giorno successivo è scoppiato il caos quando i soldati hanno cominciato a lanciare lacrimogeni contro i residenti, poi sparando alla folla. Io sono arrivata appena dopo gli spari. I residenti, furiosi, mi hanno portata in ambulatori locali dove erano stati portati i feriti. Ho visto dottori e infermiere alla disperata ricerca di salvare vite, attuando interventi chirurgici d’emergenza in condizioni difficili per la scarsità di attrezzature mediche. Ho visto cinque cadaveri e dozzine di persone con ferite da pallottole. Alcuni stavano semplicemente andando al lavoro quando sono stati colpiti dalle pallottole. Una madre in lutto il cui figlio era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco ha urlato tra i singhiozzi: “Ci stanno uccidendo come cani”. Alla fine ci sono stati otto morti confermati.

Il giorno successivo una chiesa locale è diventata un obitorio improvvisato con i cadaveri – alcuni ancora sanguinanti – allineati sui banchi e i dottori che eseguivano autopsie. Centinaia si sono radunati all’esterno a consolare le famiglie e a fare offerte per le casse e i funerali. Hanno pianto i morti e maledetto il governo per l’attacco e la stampa locale per essersi rifiutata di dire la verità riguardo all’accaduto.

La copertura giornalistica locale a proposito di Senkata è stata impressionante quanto la carenza di forniture mediche. Il governo di fatto ha minacciato i giornalisti di accuse di sedizione se avessero diffuso “disinformazione” seguendo le proteste, così molti neppure si presentano. Quelli che lo fanno spesso diffondono disinformazione. La principale stazione televisiva ha riferito di tre morti e incolpato della violenza i dimostranti, mandando in onda il nuovo ministro della difesa, Fernando Lopez, che ha fatto l’affermazione assurda che i soldati non avevano sparato neppure “una sola pallottola” e che “gruppi terroristi” avevano tentato di usare la dinamite per penetrare nell’impianto della benzina.

Non c’è da meravigliarsi che molti boliviani non abbiano idea di che cosa sta succedendo. Ho intervistato e parlato con dozzine di persone di entrambi gli schieramenti della divisione politica. Molti di quelli che appoggiano il governo di fatto giustificano la repressione come un modo per riportare stabilità. Rifiutano di definire la cacciata di Evo Morales un colpo di stato e affermano che nelle elezioni del 20 ottobre c’erano state frodi che avevano innescato il conflitto.  Tali denunce di frodi, imbeccate da un rapporto dell’Organizzazione degli Stati Americani, sono state smontate dal Center for Economic and Policy Research, uno studio di esperti di Washington, D.C.

Morales, il primo presidente indigeno in un paese a maggioranza indigena, è stato costretto a fuggire in Messico dopo che lui, la sua famiglia e leader del suo partito avevano ricevuto minacce di morte e attacchi, tra cui l’incendio della casa di sua sorella. Indipendentemente dalle critiche che si possono avere contro Evo Morales, specialmente riguardo alla sua decisione di cercare un quarto mandato, è innegabile che egli abbia presieduto a un’economia in crescita che ha ridotto la povertà e la disuguaglianza. Ha anche portato una relativa stabilità in un paese con una storia di colpi di stato e insurrezioni.

Cosa forse più importante, Morales è stato un simbolo che la maggioranza indigena del paese non poteva più essere ignorata. Il governo di fatto ha sfregiato simboli indigeni e ha insistito sulla supremazia del cristianesimo e della bibbia rispetto alle tradizioni indigene che l’auto dichiarata presidente, Jeanine Anez, ha definito “sataniche”. L’impennata di razzismo non ha mancato di essere colta dai dimostranti indigeni che chiedono rispetto per la loro cultura e le loro tradizioni.
Jeanine Anez, che era la terza di grado più elevato del senato boliviano, ha giurato da presidente dopo le dimissioni di Morales, nonostante non avesse il quorum necessario in parlamento per approvarla quale presidente. Le persone davanti a lei nella linea di successione – tutte appartenenti al partito MAS di Morales – si sono dimesse sotto coercizione. Una di loro è Victor Borda, presidente della camera bassa del Congresso, che si è dimesso dopo che la sua casa era stata incendiata e suo fratello preso in ostaggio.

Dopo aver assunto il potere, il governo Anez ha minacciato di arrestare i parlamentari del MAS, accusandoli di “sovversione e sedizione”, nonostante il fatto che tale partito detenga la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Il governo di fatto ha poi ricevuto una condanna internazionale dopo aver emesso un decreto che garantiva immunità all’esercito nei suoi sforzi di ripristinare ordine e stabilità. Tale decreto è stato descritto come una “licenza di uccidere” e una “carta bianca” per reprimere, ed è stato fortemente criticato dalla Commissione Interamericana sui Diritti Umani.

La conseguenza di tale decreto è stata morte, repressione e grandi violazioni dei diritti umani. Nella settimana e mezza dopo il colpo di stato, 32 persone sono morte nelle proteste, con più di 700 ferite. Questo conflitto è in una spirale incontrollata e temo che non farà che peggiorare. Sui media sociali abbondano voci di unità dell’esercito e della polizia che rifiutano l’ordine del governo di fatto di reprimere. Non è un’iperbole suggerire che ciò potrebbe sfociare in una guerra civile. E’ per questo che molti boliviani chiedono disperatamente aiuto internazionale. “L’esercito ha armi e una licenza di uccidere; noi non abbiamo niente”, ha gridato una madre il cui figlio era stato appena ucciso a Senkata. “Per favore, dite alla comunità internazionale di venire qui a fermarli”.

Ho chiesto a Michelle Bachelet, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ed ex presidente del Cile, di unirsi a me sul campo in Bolivia. Il suo ufficio sta inviando una missione tecnica in Bolivia, ma la situazione richiede una figura di spicco. E’ necessaria giustizia riparatrice per le vittime della violenza e un dialogo per disinnescare le tensioni in modo che i boliviani possano ripristinare la loro democrazia. La signora Bachelet è molto rispettata nella regione; la sua presenza potrebbe contribuire a salvare vite e a portare pace in Bolivia.

Medea Benjamin, cofondatrice di Global Exchange e CODEPINK: Women for Peace, è autrice del nuovo libro ‘Inside Iran: The Real History and Politics of the Islamic Republic of Iran’. I suoi libri precedenti includono: Kingdom of the Unjust: Behind the U.S.-Saudi Connection; Drone Warfare: Killing by Remote Control; Don’t Be Afraid Gringo: A Honduran Woman Speaks from the Heart, and (with Jodie Evans) Stop the Next War Now (Inner Ocean Action Guide). Seguitela su Twitter: @medeabenjamin.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/theyre-killing-us-like-dogs/

Originale: CODEPINK

Traduzione di Giuseppe Volpe

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_ci_uccidono_come_cani/82_31886/

Pino Arlacchi: “Perché il golpe in Bolivia e non in Venezuela?”

 

E’ appena avvenuto in Bolivia un colpo di stato che ha messo temporaneamente da parte un presidente molto popolare, che lungo 13 anni di governo ha guidato la fuoriuscita del paese dalla marginalità politica e dalla povertà.
I resoconti e le analisi correnti evitano di citare la ragione principale del golpe contro Evo Morales: il suo esempio di buongoverno socialista che ha fatto della Bolivia la maggiore storia di successo dell’America del Sud. Un esempio che doveva essere soppresso ad ogni costo.Da chi? Dal solito 1% che tenta di tirare le fila del pianeta, dagli Stati Uniti di un palazzinaro bancarottiere diventato presidente all’elite compradora bianca della Bolivia ferocemente avversa a Morales ed a tutte le sue politiche.
Sotto Morales, il PIL della Bolivia è quadruplicato crescendo per oltre un decennio a ritmi asiatici. Il salario minimo è triplicato, la povertà ridotta a meno del 16%, l’analfabetismo eliminato, l’inflazione e il tasso di cambio sono rimasti stabili, e la maggioranza della popolazione india – i due terzi di quella totale – ha avuto accesso per la prima volta in 500 anni a istruzione, sanità, pensioni, e protezione sociale a largo raggio.

Tutto questo durante il boom dei prezzi delle materie prime durato fino al 2014, ed anche dopo, perché il governo boliviano, a differenza degli altri esecutivi del continente, è riuscito a sconfiggere la “maledizione delle materie prime” (il petrolio del Venezuela, il rame del Cile, il litio della stessa Bolivia..) nazionalizzando le industrie di base e convogliando massicci investimenti al di fuori del settore minerario e degli idrocarburi.

Ne è risultata un’economia a guida statale, diversificata, robusta e ad alta crescita. Un modello quasi-cinese che rischiava di essere imitato dall’Argentina appena ridiventata “rosa”, e dal Venezuela e dal Cile in cerca di una via di uscita dalla vulnerabilità intrinseca nella dipendenza da un singolo prodotto i cui prezzi fluttuano nei mercati internazionali.

Un modello socialista avanzato che non poteva essere più tollerato dal risvolto violento del capitalismo neoliberal.

Se la Bolivia di Morales era così forte, viene allora da chiedersi perché è caduta così rapidamente sotto l’urto della minaccia militare, delle manifestazioni di piazza e del diniego di legittimazione da parte degli USA e delle loro estensioni nella regione?

In effetti, è stato seguito in Bolivia un copione venezuelano di disordini violenti scatenati da una contestazione pretestuosa di risultati elettorali, un copione di pressioni sulle forze armate per spingerle alla sedizione, e perfino di un presidente designato da Washington che si autoproclama tale in alternativa a quello legittimo.

Perché ciò che non ha funzionato in Venezuela ha avuto successo in Bolivia?

La risposta sta in due differenze cruciali, che corrispondono ad altrettanti limiti del modello socialista boliviano.

Morales ha creduto, in primo luogo, che i benefici delle sue politiche sociali parlassero da soli, assicurandogli un primato elettorale permanente presso la grande maggioranza dei cittadini, senza tenere nel dovuto conto la necessità di strutturare e radicare in profondità i suoi consensi.

Il suo partito, il MAS, è rimasto un arcipelago rissoso e composito di fazioni, abituate a scendere in piazza al minimo segno di disagio anche contro il loro stesso governo. Nulla di paragonabile alla mobilitazione capillare e all’autogestione ben organizzata di risorse comuni (dai beni alimentari all’educazione musicale) dei colectivos venezuelani, capaci di far scendere in piazza in poche ore centinaia di migliaia di persone a sostegno di Maduro.

In secondo luogo, il governo Morales non ha curato una riforma della polizia e delle forze armate abbastanza profonda da democratizzarle e renderle parte del progetto socialista. Cultura, addestramento e tattiche di intervento di soldati e ufficiali sono rimasti quelli dei tempi bui delle dittature e dei governi corrotti del passato. Ho conosciuto Morales durante il mio mandato ONU, alla fine degli anni Novanta, quando l’establishment politico e militare lo riteneva un pericoloso capo dei cocaleros di Cochabamba. Diventato presidente, ha preferito glissare in tema di organizzazione della sicurezza nazionale. La nuova costituzione boliviana del 2009 non dice nulla sul tema, e nel momento più cruciale questa omissione è costata molto cara.

Nulla di simile alla situazione venezuelana, dove esercito e polizia sono immersi nella popolazione chavista e sono un architrave del sostegno a Maduro. Non è facile trasformare entità di questo tipo in una forza golpista e antipopolare in un paese la cui costituzione proibisce alla guardia nazionale di detenere armi da fuoco in servizi di ordine pubblico. Divieto fatto osservare talvolta fino all’assurdo.

Detto questo, cosa può succedere adesso?

E’ evidente che, per quanto poco strutturata, la base di consenso a Morales non svanirà tanto facilmente. Anzi, è probabile che la durezza della repressione golpista, i tentativi di smantellare le protezioni sociali dell’era Morales e la crisi economica conseguente contribuiranno tutti ad una sua possibile nuova vittoria alle elezioni di Gennaio 2020.

Ma vedremo davvero queste elezioni?

La risposta sta più a Washington che a La Paz.

di Pino Arlacchi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-pino_arlacchi__perch_il_golpe_in_bolivia_e_non_in_venezuela/82_31863/

Bolivia: Il generale del colpo di stato fugge in Usa dopo aver ricevuto 1 mln di $

Oochi giorni dopo aver comandato un colpo di stato in Bolivia, il generale Williams Kaliman non è più militare e fuggirà negli Stati Uniti, che gli hanno pagato un milione di dollari.
Non solo ha ricevuto questo denaro, ma anche gli altri generali hanno ricevuto lo stesso valore.

I capi della polizia hanno ricevuto invece $ 500.000 ciascuno.

Tutti andranno negli Stati Uniti per paura di processi in Bolivia e da parte di organizzazioni internazionali.

Quindi non è stato annunciato dai media boliviani chi ha sostenuto il colpo di stato in cui i protagonisti militari si nasconderanno negli Stati Uniti.

Bruce Williamson, capo degli affari presso l’ambasciata americana a La Paz, era responsabile delle donazione di un milione di dollari a ciascun capo militare e cinquecentomila della stessa moneta a ciascun capo della polizia.
Secondo quanto riferito, il generale ha contattato e coordinato tutto per mesi nella provincia argentina di Jujuy, sotto la protezione del suo governatore Gerardo Morales, uno dei più vicini al presidente Mauricio Macri.
Kaliman è stato immediatamente sostituito dall’autoproclamata presidente Janine Áñez.
Le recenti parole di Kaliman possono rendere sorprendente il suo tradimento, ma un’analisi del suo curriculum rivela che c’erano prove di sfiducia in lui.
L’ormai ex generale aveva seguito diversi corsi all’estero, principalmente legati all’intelligence militare. E almeno uno di questi studi si distingue dal resto: sì, era stato un allievo della famosa Fort Benning School, meglio conosciuta come la School of the Americas, nel 2004, secondo un rapporto della ONG (School of the Americas Observatory. Americhe).

Generale Williams Kaliman

Un’altra cosa curiosa di questo rapporto è che Kaliman ha seguito questo addestramento negli Stati Uniti nel 2004. Perché è curioso? Indovinate chi era il presidente della Bolivia a quel tempo? La risposta è: Carlos Mesa.

Sì, si tratta dello stesso candidato che ha perso le elezioni del 20 ottobre contro Evo Morales il quale non era a conoscenza del risultato e ha subito la campagna di colpo di stato, culminata con Kaliman che ha chiesto le dimissioni del presidente.

di Celeste Silveira

Fonte:   https://antropofagista.com.br/2019/11/18/bolivia-general-golpista-que-ordenou-a-renuncia-de-morales-foge-para-os-eua-depois-de-receber-us-1-milhao/

Traduzione: Luciano Lago

Candidata Presidenziali USA, Gabbard: “In Bolivia è stato un Colpo di stato”

La candidata presidenziale Tulsi Gabbard ha preso una netta posizione sui violenti disordini che hanno rovesciato il presidente in carica Evo Morales, ribadendo che c’è stato un colpo di stato in Bolivia e che non ci dovrebbero essere interferenze degli Stati Uniti.
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“In tutta la Bolivia ci sono morti e li stanno occultando”

Il governo golpista guidato dalla marionetta autoproclamata presidente ad interim, Jeanine Añez, afferma che le proteste contro il colpo di Stato che ha rovesciato il presidente costituzionale Evo Morales hanno provocato 6 morti. Tuttavia, altre fonti parlano di oltre 30 persone uccise.

“Quanti morti ci sono? In tutta la Bolivia ci sono morti e li stanno occultando. Come animali ci stanno trattando”, ha denunciato al canale internazionale teleSUR il residente della popolazione di El Alto, Isaac Kuiz Fuentes.

Ha affermato inoltre che nonostante la brutale repressione continueranno la lotta contro i golpisti. “Non vogliamo che torni la destra”, aggiungendo che il popolo non vuole tornare ai tempi in cui la polizia e l’esercito entravano nelle loro case per violentare le donne.

“I golpisti sono vendipatria. Siamo indigeni che hanno scelto di avere un governo del popolo Aymara”, ha infine aggiunto.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-in_tutta_la_bolivia_ci_sono_morti_e_li_stanno_occultando_la_drammatica_denuncia_di_un_abitante_di_el_alto_video/5694_31826/

L’ufficio della Bachelet si scaglia contro il Nicaragua, ma tace su Bolivia e Cile

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani mostra un certo strabismo. Infatti, mentre in Cile nell’ultimo mese, oltre 20 persone sono morte a causa della repressione della polizia e dei militari; in Ecuador, a settembre, circa una dozzina di morti per la repressione delle rivolte contro il pacchetto di misure neoliberiste decise dal traditore Lenin Moreno; in Bolivia, in una sola settimana 23 persone sono state uccise dal regime di fatto che ha rovesciato con un golpe civico-militare Evo Morales; in Colombia un leader sociale viene ucciso ogni tre giorni. L’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che fa? Denuncia il governo del Nicaragua per l’arresto di oppositori.

Il portavoce dell’Ufficio diretto da Michelle Bachelet ha espresso nella giornata di martedì in una conferenza stampa a Ginevra, preoccupazione per la situazione dei “diritti fondamentali” degli oppositori del governo di Daniel Ortega.

Ha denunciato che la polizia circonda una chiesa a Macaya e la cattedrale di Managua, dove ci sono persone che protestano contro l’incarcerazione di manifestanti contro il governo.

Ha aggiunto che le autorità hanno arrestato e imputato di gravi accuse un gruppo di oppositori ed esortato le autorità a rispettare i diritti di tutti questi individui, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa UN News.

“Siamo anche molto preoccupati che un altro gruppo di membri dell’opposizione sia stato arrestato per aver portato aiuti umanitari e che siano stati accusati di gravi imputazioni penali”, ha affermato Rupert Colville, portavoce dell’ufficio Bachelet.

Le accuse contro di loro hanno a che fare con il traffico di armi.

Le Nazioni Unite hanno interpretato che queste accuse potrebbero essere “un tentativo di reprimere il dissenso”. Secondo le informazioni fornite da tale agenzia, “i detenuti sarebbero 13”.

Blandi avvertimenti con il regime fascio-liberista del Cile e quello golpista della Bolivia, due regimi che operano una feroce e brutale repressione contro i propri popoli in rivolta, mentre arriva un duro attacco contro il Nicaragua che fronteggia guarimbas violente sullo stile di quelle venezuelane.

A colpire è la sproporzionalità nella denuncia pubblica sugli eventi molto gravi che si verificano in America Latina. Il discrimine è sempre lo stesso: regimi neoliberisti e vassalli di Washington hanno mano libera, mentre gli altri sono da spazzare via.

Fonte: America XXI

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mentre_tace_sulla_brutale_repressione_popolare_in_cile_e_bolivia_lufficio_della_bachelet_si_scaglia_contro_il_nicaragua/5694_31803/

Evo Morales: “Sul massacro in Bolivia molti media non informano”

“La nazionalizzazione delle risorse è la ragione di questo conflitto. Non accettano che degli indios possano governare”

Il presidente deposto dopo il colpo di stato in Bolivia, Evo Morales, ha riunito una conferenza stampa dal Messico cui è costretto a sfuggire dopo che il golpe ha posto a rischio la sua stessa vita. Morales davanti ai giornalisti ha dichiarato che “la nazionalizzazione delle risorse è la ragione di questo conflitto”, che ha provocato una dittatura militare di destra che attualmente ha sulla coscienza almeno 30 morti.

“Alcuni non accettano che gli indios possano governare”, ha aggiunto Morales. L’ex presidente ha spiegato i progressi della sua amministrazione nella produzione di litio e delle riserve di gas della nazione andina. e ha sottolineato che il governo de facto nel suo paese ha dato un mandato in bianco a polizia e esercito per massacrare la gente. “Hanno emesso un decreto come se avessero avuto una carta bianca per uccidere i boliviani. Ciò è stato fatto solo nella dittatura militare”, ha proseguito.

Morales ha affermato che la repressione del regime del colpo di stato ha causato almeno 30 morti e dozzine di feriti per mano delle forze armate. “Abbiamo circa 30 morti in una settimana. Questo massacro fa parte di un genocidio che si verifica nella nostra amata Bolivia”, ha dichiarato.

Morales ha anche invitato l’Organizzazione delle Nazioni Unite a denunciare e frenare “questo massacro di fratelli indigeni che chiedono pace, democrazia e rispetto per la vita nelle strade”.

Il leader in esilio ha anche invitato le organizzazioni internazionali e Papa Francesco a costituire una Commissione per la verità per chiarire cosa sia successo alle elezioni presidenziali del 20 ottobre.

Morales ha anche denunciato “che alcune organizzazioni si uniscano per dimostrare come l’OSA (Organizzazione degli Stati americani) si siano uniti a questo colpo di stato”. Secondo il presidente deposto dal golpe “dobbiamo smetterla anche di chiamare Organizzazione degli Stati Americani e chiamarla con il suo vero nome: Organizzazione del Nord”.

“Abbiamo vinto al primo turno. Ci sono rapporti internazionali che lo dimostrano”, ha proseguito Morales citando i rapporti del Cepr e del Celag che confermavano la regolarità delle elezioni nelle quali Morales ha preso 10 punti percentuali in più del secondo.

A questo proposito, Morales ha affermato di sperare che “la comunità internazionale possa contribuire e non essere come l’OAS, responsabile del colpo di stato”.

Morales ha riferito che gli Stati Uniti stiano operando politicamente per impedirgli di tornare in Bolivia. “Dal nord ci informano che gli Stati Uniti non vogliono che torni in Bolivia”, ha sottolineato.

L’ex presidente ha poi criticato il silenzio dei media mainstream sia in Bolivia che a livello internazionale, che hanno messo a tacere il massacro del popolo boliviano. “Molti media sono come anestetizzati, non informano”, ha detto.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-evo_morales_in_conferenza_stampa_sul_massacro_in_bolivia_molti_media_sono_come_anestetizzati_non_informano/

Bolivia: perché la candidatura di Evo Morales era legittima

Lo storytelling del circuito mainstream sulla Bolivia dove si è consumato un golpe che ha rovesciato il governo legittimo di Evo Morales e ogni giorno mostra il suo vero volto sempre più feroce, fa acqua da tutte le parti.

I due assi su cui poggia la narrazione tossica del mainstream sono completamente traballanti. Le elezioni presidenziali sono state nettamente vinte, senza alcun broglio, da Evo Morales, il presidente che aveva tutta la legittimità a concorrere per un quarto mandato essendo stato abilitato dal Tribunale Supremo Elettorale della Bolivia.

“Né l’OSA né chiunque altro potrebbe dimostrare che ci sono stati irregolarità sistematiche o diffuse”, afferma il Center For Economic And Policy Research di Washinton in un rapporto dove smonta ogni ipotesi di brogli nella competizione elettorale boliviana per assegnare in maniera fraudolenta la vittoria a Evo Morales.

Il lavoro del CEPR si è concentrato sul ruolo giocato dall’Organizzazione degli Stati Americani.

Dal rapporto emerge che i “risultati del conteggio provvisorio sono coerenti con il risultato finale”. Nessuno dei due conteggi mostra schemi stranieri rispetto alla distribuzione del voto nelle precedenti elezioni; il conteggio provvisorio fu sospeso all’80% perché era quello che era stato concordato e ripreso, il giorno dopo, su richiesta dell’OSA; e che al contrario il conteggio definitivo e legalmente valido “non ha avuto interruzioni significative”.

Altro punto saliente del rapporto CEPR è che è stata la stessa OSA a raccomandare un Morales di utilizzare il sistema TREP, implementato per il conteggio provvisorio e sul quale sono fondate tutte le previsioni dell’agenzia presieduta da Almagro riguardo alle irregolarità nel processo elettorale, anche se non ha validità legale.

Nelle sue conclusioni, aggiunge che “i dubbi non comprovati dall’agenzia ha lanciato sulle elezioni” hanno avuto un’influenza significativa sulla copertura mediatica e quindi sull’opinione pubblica e che “la politicizzazione di quello che normalmente è un processo indipendente – come il monitoraggio elettorale – sembra inevitabile quando assegnato incaricato di tale compito rilascia dichiarazioni prive di fondamento che afferma in dubbio la validità del conteggio elettorale “. Cioè, l’OSA ha gettato legna da ardere inutile e illegittima in un incendio che l’agenzia stessa ha creato.

 

Evo Morales poteva ricandidarsi?

Venuta meno la narrazione sui brogli le attuali accuse che vengono mosse a Evo Morales riguardano la presunta non costituzionalità della sua quarta candidatura. Si tratta di critiche fondate? Noi pensiamo di no e vi spieghiamo il perché.

Nel 2016, in Bolivia, si è tenuto un referendum per votare una parziale riforma della Costituzione, che includeva una proposta dei movimenti sociali per consentire la rielezione del presidente Evo Morales e del vicepresidente Álvaro García Linera per il periodo 2020-2025.

Il No è ??risultato vincitore con il 51,31 percento dei voti, mentre il Sì ha ottenuto il 49 percento, secondo il rapporto del Tribunale Supremo Elettorale (TSE).

Il governo boliviano e i movimenti sociali hanno denunciato la campagna diffamatoria contro il presidente per promuovere la vittoria del no nel referendum costituzionale.

Su tutti il caso di Gabriela Zapata.

Come rivelato dall’agenzia di stampa ABI, la vicenda fu montata da Carlos Valverde, ex capo dei servizi segreti boliviani al principio degli anni 90’ «divenuto un giornalista e fervente oppositore di Morales e del suo governo progressista».

Valverde denunciò che Morales aveva un figlio nato dalla relazione con Gabriela Zapata e questa circostanza sarebbe stata utilizzata dalla donna per fare buoni affari.

Gabriela Zapata, rivelò in seguito che prepararono appositamente per lei una sorta di ‘sceneggiatura’ da recitare in occasione della sua apparizione davanti all’Assemblea Legislativa.

Dunque, una colossale fake news è costata una sconfitta di misura al referendum ad Evo Morales.

Tuttavia, nel 2017 una sentenza della Corte costituzionale plurinazionale (TCP) ha consentito la ricandidatura di Morales, in base all’articolo 23 della Convenzione Americana sui Diritti Umani. Che ha trovato applicazione anche per governatori, sindaci, consiglieri e membri dell’Assemblea.

La sentenza è stata il risultato di un appello presentato dai movimenti sociali, in cui hanno chiesto di rispettare il diritto del presidente di essere eletto e quello del popolo di eleggerlo.

Quindi, a dicembre 2018, il Supremo Tribunale elettorale della Bolivia (TSE) ha dato il via libera a Morales e García Linera a partecipare come candidati al Partito del movimento per il socialismo, alle elezioni primarie di gennaio 2019.

La decisione dell’autorità boliviano incontrò anche il favore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dello stesso segretario generale dell’OSA Luis Almagro, tant’è che Evo Morales stesso ebbe parole di ringraziamento per Almagro per aver “legittimato” e “legalizzato” la sua ricandidatura.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_perch_la_candidatura_di_evo_morales_era_legittima/82_31796/

Il Partito Umanista condanna il colpo di stato in Bolivia

“Di fronte alla grave situazione che in Bolivia ha portato alle dimissioni del presidente Morales e alla sua uscita dal paese sotto minaccia di morte, esprimiamo il rifiuto e la condanna del colpo di stato liberista perpetrato dall’opposizione”. Read More “Il Partito Umanista condanna il colpo di stato in Bolivia”