Altra giornata di brutale repressione in Bolivia dopo il golpe: almeno 3 morti a Senkata

La brutale repressione che regna in Bolivia da quando è stato consumato il golpe che ha rovesciato il legittimo governo di Evo Morales, ha lasciato quest’oggi sul selciato i corpi senza vita di 3 persone oltre a 30 feriti, a Senkata, presso El Alto, dove i manifestanti bloccavano l’accesso a un impianto di idrocarburi.

Deivid Posto Cusi, 31 anni, Edwin Jamachi Panigua e una persona non identificata sono le vittime fatali di un’operazione di polizia e militare, attivata per consentire il transito di autocisterne con carburante alla capitale La Paz. Rimasta senza rifornimenti dopo che il popolo boliviano che si oppone al golpe delle élite ha bloccato El Alto.

Secondo le informazioni fornite da un media locale, due manifestanti sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco, mentre sul terzo le informazioni sono ancora incomplete.

I manifestanti che hanno alzato la voce in segno di rifiuto dell’autoproclamazione della senatrice Jeanine Áñez come “presidente ad interim” sono stati repressi dagli agenti di polizia con gas lacrimogeni e spari.
Inoltre, sono stati usati elicotteri militari.

Le immagini e i video dei feriti testimoniano l’uso sproporzionato della forza da parte dei funzionari di sicurezza, contro i manifestanti che portano – come si vede in una delle fotografie – bandiere Wiphala. Simbolo della lotta dei popoli ancestrali.

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Sette giorni di Jeanine Áñez portano la Bolivia più di 10 anni indietro

Il governo di fatto che ha preso il potere in Bolivia dopo il colpo di stato contro Evo Morales, domenica 10 novembre, ha adottato in soli sette giorni diverse misure che hanno abrigato conquiste  politiche statali adottate durante i governi di Evo Morales

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Creati oltre 68 mila Account Fake su Twitter a sostegno del golpe in Bolivia

In uno studio recente di Julián Macías Tovar, a capo dei social network per il partito spagnolo Podemos, si rivela come per la propaganda del golpe in Bolivia sono stati creati 68.000 account Twitter falsi.

L’esperto sostiene che questi account falsi hanno utilizzato diverse tecniche per cercare di legittimare la partenza di Evo Morales dal potere e giustificare la violenza e la repressione contro i manifestanti che non si arrendono al colpo di stato.

Gli account finti creati hanno anche permesso di aumentare rapidamente il numero di seguaci dei principali attori che hanno partecipato al golpe, come il capo del Comitato Civico di Santa Cruz, Luis Fernando Camacho e la senatrice Jeanine Áñez, auto-proclamata presidente ad interim.

Macías Tovar ha anche sottolineato come l’account di Camacho sia passato da 2.000 follower a 130.000 in 15 giorni, 50.000 dei quali creati a novembre 2019.

La stessa cosa è accaduta con Áñez, che in quello stesso periodo è passata da 8.000 follower a 150.000, di cui 40.000 di account di nuova creazione.

Nell’analizzare i falsi account di entrambi i politici, Macías Tovar ha contato oltre 68.000 diversi falsi account, che non sono stati rilevati da Twitter e continuano a funzionare, sebbene in teoria il social network nord-americano proibisca l’uso di robot per amplificare i messaggi.

Un altro studio dell’esperto Luciano Galup, pubblicato il 13 novembre, aveva rilevato che in soli due giorni erano stati creati 4.000 account Twitter falsi e hanno tentato di posizionare il tag #BoliviaNoHayGolpe.

Tras el golpe de Estado en #Bolivia????????, en 2 días se crearon cerca de 4,000 cuentas de Twitter, para posicionar la etiqueta #BoliviaNoHayGolpe

Sebbene la piattaforma abbia un sistema antispam e si sia dedicata alla chiusura di tanti account con idee opposte, Twitter non ha ancora reagito a queste migliaia di falsi account antidemocratici che sostengono la fine del governo costituzionale di Morales.

Fa sorridere poi che quella stampa italiana che per anni ha portato avanti il fantasma dei bot russi per poi doversi arrendere alla realtà di aver solo diffuso le fake news, oggi tace.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-scandalo_censurato_dal_mainstream_creati_oltre_68_mila_account_fake_su_twitter_a_sostegno_del_golpe_in_bolivia/82_31770/

 

Bolivia, la persecuzione golpista minaccia il Congresso

La minaccia in Bolivia ora punta il potere legislativo. Il ministro del governo di fatto, Arturo Murillo, nominato dall’autoproclamata Jeanine Añez, ha annunciato che ci sono senatori e deputati “che stanno facendo sovversione” e che i loro nomi saranno resi pubblici.

La persecuzione includerebbe anche i pubblici ministeri che sono già stati convocati a tale scopo, ha denunciato la deputata Sonia Brito, del Movimento per il Socialismo (MAS) che detiene la maggioranza e le presidenze in entrambe le Camere.

Le dichiarazioni di Murillo arrivano per rafforzare la situazione di persecuzione in Bolivia. In effetti, aveva annunciato che stava iniziando una “caccia” contro tre ex funzionari del governo, e il ministro delle comunicazioni, Rosana Lizárraga, aveva denunciato e minacciato i giornalisti per sedizione.

Questo quadro è rafforzato dal decreto che che esonera i militari che partecipano alle operazioni “per ripristinare l’ordine” dalla responsabilità penale. Tale decisione è stata sostenuta dal ministro della Difesa, Fernando López, il quale ha affermato che è dovuto all’esistenza di “gruppi armati sovversivi” e “gruppi stranieri armati” con “armi pesanti”.

Con queste dichiarazioni Lopez ha voluto rispondere alle critiche della Commissione interamericana per i diritti umani, che ha messo in dubbio il “grave decreto” che “disconosce le norme internazionali sui diritti umani” e “stimola la repressione violenta”.

L’insieme delle minacce formalizza un quadro di persecuzioni e omicidi iniziati prima delle dimissioni forzate del presidente Evo Morales e del vicepresidente Álvaro García Linera. In effetti, giorni prima del colpo di Stato, c’erano già stati incendi nelle case, rapimenti di famiglie e minacce dirette a deputati, governatori e leader del MAS.

24 persone sono già state uccise in Bolivia in 5 giorni. Il rapporto è stato presentato dalla Defensoría del Pueblo e ratificato da Morales, che ha richiesto “al governo di fatto di Añez, Mesa e Camacho di identificare gli autori intellettuali e materiali”, e ha denunciato alla comunità internazionale “questi crimini contro l’umanità che non devono rimanere impuniti”.

In tale contesto, ha avuto luogo l’incontro dell’ambasciatore dell’Unione europea (UE), León de la Torre con l’autoproclamata Añez. Il facilitatore ha affermato che l’UE si offre affinché “la Bolivia possa tenere elezioni credibili il più presto possibile” e ha affermato che sosterrà il “periodo di transizione”.

Le dichiarazioni del facilitatore dell’UE coincidono con quelle dell’inviato delle Nazioni Unite, Jean Arnault, che si è offerto come mediatore per parlare con “tutti i leader e gli attori” per “pacificare” e convocare “elezioni libere”.

L’autoproclamata Añez ha anche brevemente fatto riferimento alla questione elettorale: “presto daremo notizie sul nostro mandato principale, la richiesta di elezioni trasparenti e il recupero della credibilità democratica del nostro paese”.

La mancanza di chiarezza riguardo alle elezioni coincide con il processo di attacco al potere legislativo annunciato da Murillo.

In effetti, il governo di fatto si scontra con la difficoltà che questo potere sia nelle mani della maggioranza del MAS, e la sua approvazione è necessaria per raggiungere un passo importante: la nomina di nuove autorità del Tribunale Supremo Elettorale, per poi convocare le elezioni.

Coloro che guidano il colpo di Stato si trovano di fronte a una decisione da prendere: tentare un accordo con il blocco del MAS per raggiungere l’elezione delle autorità elettorali e le nuove elezioni o avanzare sul potere legislativo. Quella seconda opzione è quella che è stata imposta con le dichiarazioni di Murillo, in quella che è una strategia di persecuzione contro deputati e senatori per forzare una decisione a favore del piano del governo di fatto.

Le minacce si realizzano all’interno del quadro che concede licenza di uccidere, impunità nel farlo, rottura dello stato di diritto, 24 morti, centinaia di feriti, e la protezione mediatica del grandi media che, in forma compiacente, negano l’esistenza di un colpo di stato Stato in Bolivia.

Questo scenario non ha fermato le massicce proteste sociali che hanno avuto luogo in diverse parti del Paese, così come quelle che sono già state annunciate. Così, per esempio, a Sacaba ha avuto luogo un massacro in cui furono uccise nove persone durante la repressione e si è deciso di chiedere “le dimissioni dell’autoproclamata presidente di fatto Jeanine Añez entro 48 ore”.

Nel municipio è stata anche approvata la richiesta di “ritiro immediato delle forze armate”, nonché ‘”l’approvazione di una legge da parte dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale che garantisca le elezioni nazionali entro un periodo di novanta giorni”.

A El Alto anche c’è stata una massiccia protesta, una delle più complesse da affrontare per il governo di fatto: il blocco dell’accesso all’impianto boliviano di giacimenti petroliferi, a Senkata, dove escono benzina e gas liquefatto. Questa azione ha generato difficoltà di approvvigionamento nella città di La Paz, che è in uno stato di profonda anomalia da più di una settimana.

Quindi, dopo una settimana dalle dimissioni di Morales e García Linera, la Bolivia si trova in uno scenario di tre fronti: la persecuzione golpista in ciascuno dei livelli politico e sociale, la domanda su cosa accadrà nel potere legislativo e una situazione di crescenti rivolte contro il colpo di Stato. L’uscita elettorale, che sembra essere l’unico punto condiviso, sembra ancora problematica.

 

di Marco Teruggi – Pagina|12

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_la_persecuzione_golpista_minaccia_il_congresso/82_31758/

 

 

Paulo Coelho: “Bolivia nel mirino dei fucili di un’élite senza scrupoli e senza vergogna”

Il noto scrittore ha anche denunciato il “silenzio dei principali media internazionali” di fronte alla situazione nelle strade del paese andino

Dopo la crisi politica che sta affrontando la Bolivia nei giorni scorsi e i gravi scontri tra forze armate e manifestanti, lo scrittore brasiliano Paulo Coelho ha denunciato quanto avviene nel paese andino, ieri, su Twitter.

Il romanziere riferendosi alla Bolivia l’ha definita un grande paese con un’incredibile cultura, che “è ora nel mirino dei fucili di un’élite senza scrupoli e senza vergogna”.

Inoltre, l’autore ha denunciato il  “silenzio dei principali media internazionali”  di fronte alla situazione nelle strade boliviane dopo la partenza forzata dell’ex presidente Evo Morales.

La sua pubblicazione è stata accompagnata da un video che mostra come la polizia ha aperto il fuoco sui civili per impedire a una marcia pacifica per raggiungere Cochabamba. “Smettete di sparare per favore!”, supplicano le donne piangendo davanti ai militari.

Le parole dello scrittore sono state gradite da Evo Morales, che lo ha ringraziato per la  sua solidarietà e il suo sostegno “per la lotta pacifica del nostro popolo per recuperare la pace sociale con la democrazia e fermare i  crimini contro l’umanità  perpetrati dal colpo di stato in Bolivia”.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-paulo_coelho_bolivia_nel_mirino_dei_fucili_di_unlite_senza_scrupoli_e_senza_vergogna_nel_silenzio_dei_principali_media_internazionali/82_31736/

 

Morales, “Gli Usa mi avevano offerto un aereo, ma forse mi volevano a Guantanamo”

Il presidente deposto da un colpo di stato ha dichiarato che è disposto a non presentarsi alle nuove elezioni se ciò aiuta a pacificare il Paese andino

Il deposto presidente della Bolivia, Evo Morales, ha rivelato, ieri, in un’intervista concessa alla Reuters che gli Stati Uniti gli avevano offerto un aereo per portarlo fuori dalla Bolivia,  durante l’escalation della violenza scatenata nelle strade e le diverse aggressioni fisiche che si sono verificate contro i funzionari del suo partito.

“Avevano chiamato il ministro degli Affari esteri (della Bolivia) per offrirci l’invio di un aereo e portarci dove volevamo. Ero sicuro che sarebbe stato  Guantanamo”, ha  detto il leader indigeno, riferendosi al carcere americano di massima sicurezza situato a Cuba, sito in cui Washington di solito confina le persone accusate di “terrorismo”.

Gli Stati Uniti immediatamente hanno celebrato il golpe nel paese sudamericano a le “dimissioni” di Morales. “È un momento significativo per la democrazia nell’emisfero occidentale”, ha dichiarato Trump lunedì scorso.

Partecipazione alle prossime elezioni

L’ex presidente della nazione andina ha dichiarato che sarebbe d’accordo a non candidarsi per nuove elezioni  se ciò contribuisse a pacificare il paese.
“Per la democrazia, se non vogliono che io partecipi, non ho alcun problema a non partecipare .

Mi chiedo solo perché temono così tanto Evo”, si è chiesto il deposto presidente da Città del Messico dove è tuttora esiliato

Per quanto riguarda le elezioni future – la cui data non è stata ancora confermata dalle autorità illegali del nuovo governo – l’ex leader sindacale ha dichiarato di non sapere chi potrebbe essere il candidato della sinistra nel caso in cui non dovesse presentarsi.

Non una parola sul massacro in Bolivia o Cile

Non una parola sul massacro in Bolivia o Cile. Ma dopo gli Usa anche la Bachelet manda pizzini preventivi al Venezuela

In Bolivia si consuma un colpo di Stato cruento. La ferocia con cui il governo golpista che si è insediato a La Paz dopo aver rovesciato con la violenza Evo Morales reprime il proprio popolo che non si arrende al golpe ha ormai raggiunto livelli inauditi.

Ci si aspetterebbe a questo punto che intervenisse con decisione e tempismo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, la cilena Michelle Bachelet il cui paese anche si sta macchiando di gravi violazioni nei confronti di un popolo in rivolta contro il neoliberismo, invece niente.

Invece, attraverso un tweet l’ufficio diretto da Bachelet invita il Venezuela a «garantire il diritto di riunione pacifica nelle proteste di oggi ed evitare atti di intimidazione contro i manifestanti, giornalisti e organizzatori».

Dunque da una parte abbiamo i golpisti che massacrano il proprio popolo nell’indifferenza generale, mentre l’ufficio per i diritti umani dell’ONU si preoccupa per una manifestazione in Venezuela che ancora deve essere svolta.

Forse sono a conoscenza di qualche particolare di cui noi non siamo al corrente?

Se l’opposizione golpista venezuelana si lasciasse andare a violenze di piazza non sarebbe certo una novità. Tutt’altro. Le manifestazioni a Caracas dell’opposizione sono state sempre segnate da un alto tasso di violenza volta a destabilizzare il paese.

di Fabrizio Verde

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-non_una_parola_sul_massacro_in_bolivia_o_cile_ma_dopo_gli_usa_anche_la_bachelet_manda_pizzini_preventivi_al_venezuela/5694_31728/

 

Bolivia: inasprita la feroce repressione. Almeno 5 morti a Cochabamba

Dopo che uno dei suoi “ministri” ha minacciato i giornalisti nel mezzo di furiosi attacchi alla stampa, la golpista autoproclamata presidente della Bolivia, Jeanine Áñez, ha avvertito che fermerà i “gruppi sovversivi” in nome della transizione pacifica.

Questo annuncio è arrivato in un momento in cui diversi morti e decine di feriti sono stati segnalati a Cochabamba, uno dei centri di ripudio popolare del colpo di Stato domenica scorsa.

Com’era prevedibile, non ci sono dati ufficiali, ma le immagini scattate dai telefoni cellulari e caricate sulle reti mostrano l’entità della feroce repressione.

In questo video diffuso su Twitter dalla presidente di teleSUR, Patricia Villegas, si vedono cinque corpi senza vita disposti a terra e con segni visibili di essere morti ammazzati. È successo nel comune di Sacaba, Cochabamba.

“Questo governo transitorio ha il compito principale di pacificare il nostro paese”, ha detto Añez, verso la fine del suo terzo giorno in carica dopo l’autoproclamazione illegale.

Dopo aver minacciato il presidente estromesso Evo Morales che farà tutto il necessario per impedirgli di presentarsi alle presunte elezioni che i leader del golpe non hanno ancora convocato, Áñez lo ha avvertito che se tornerà in Bolivia dovrà affrontare un processo per “frode elettorale”.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_la_golpista_autoproclamata_inasprisce_la_feroce_repressione_almeno_5_morti_a_cochabamba_video/82_31720/

 


 

In Bolivia il governo golpista minaccia e reprime i giornalisti indipendenti

In Bolivia il governo golpista minaccia e reprime i giornalisti indipendenti
La feroce repressione scatenata dai golpisti in Bolivia non risparmia i giornalisti indipendenti. Anzi, questi vengono minacciati affinché non documentino i drammi che si consumano in questi giorni drammatici dopo il rovesciamento del governo guidato dal legittimo presidente Evo Morales.
I giornalisti indipendenti che stanno coprendo le proteste in Bolivia sono stati accusati di aver portato avanti la “sedizione” dal ministro delle comunicazioni Roxana Lizarraga, paradossalmente nominata da un governo appoggiato dagli Stati Uniti che è nato da un golpe contro il presidente socialista Evo Morales.

“La legge sarà pienamente applicata contro quei giornalisti o pseudo-giornalisti che sono sediziosi, che siano nazionali o stranieri”, ha affermato Lizarraga e ha colto l’occasione per incolpare Cuba e il Venezuela per i disordini sociali in corso in Bolivia.

“Vogliono metterci in ginocchio”, ha aggiunto e ha avvertito che il Ministero degli Interni ha già un elenco di giornalisti che stanno suscitando resistenza o ribellione contro il regime nato dal colpo di Stato.

Dopo questi annunci, quattro funzionari cubani sono stati arrestati e accusati di manifestare contro il governo ad interim guidato dalla senatrice Jeanine Añez, che si è autoproclamata presidente il 12 novembre.

Secondo i documenti di identità a cui i giornalisti internazionali hanno avuto accesso, tuttavia, i detenuti sono tecnici cooperanti che fanno parte della Brigata medica cubana.

Il medico Ramon Emilio, l’economista Idalberto Delgado e l’ingegnere elettromedicale Amparo Lourdes sono attualmente detenuti presso l’Unità Tattica delle Operazioni di Polizia (UTOP) a La Paz.

L’identità del quarto detenuto non è ancora nota.

onostante la censura che i media mainstream stanno esercitando riguardo quanto sta accadendo nel paese andino, si moltiplicano le espressioni di solidarietà internazionale con il popolo boliviano.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-in_bolivia_il_governo_golpista_minaccia_e_reprime_i_giornalisti_indipendenti/82_31721/

 

La Russia (non) riconosce Jeanine Añez come presidente ad interim della Bolivia

Il titolo sensazionale «Ultim’ora» che Sputnik dà ad un articolo dedicato alla dichiarazione del vice ministro degli esteri russo Serghej Rjabkov ai giornalisti in merito alla temporanea presidente della Bolivia, Jeanine Añez è esagerato e non riflette letteralmente il senso pieno delle parole del diplomatico russo. La traduzione di Sputnik non è proprio impeccabile, il tono è un pò diverso.

La mia traduzione letterale di Rjabkov è questa: “La Russia prende atto del fatto che Jeanine Añez guiderà la Bolivia fino alle elezioni, ma tenendo ben presente che lei non ha raggiunto il quorum pieno in Parlamento. Questo è un fatto che noi
certamente non accantoniamo. Tuttavia è chiaro che proprio lei verrà considerata capo della Bolivia nel periodo fino alla risoluzione della questione del nuovo presidente attraverso le elezioni. Mosca considera gli avvenimenti che hanno preceduto il cambio di potere in Bolivia come l’equivalente di un colpo di Stato”.

Oggi Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli esteri russo ha dichiarato in merito alla presidente ad interim della Bolivia : “la designazione e, cosa ancora più importante, la legittimità del capo di uno Stato deve inserirsi rigorosamente nelle norme legislative della Costituzione del paese, servire ad unire e non spaccare il paese”.

Marinella Mondaini (Facebook)

 


La Russia riconosce Jeanine Añez come presidente ad interim della Bolivia

© Sputnik .

Mosca ha ufficialmente riconosciuto Jeanine Añez in qualità di presidente ad interim della Bolivia, pur sottolineando il fatto che sia stata eletta senza raggiungere il quorum in Parlamento.

Mosca riconosce la senatrice Jeanine Añez come presidente ad interim della Bolivia, pur sottolineando il fatto che sia stata eletta senza raggiungere il quorum in Parlamento.

A riferirlo è il viceministro degli Esteri, Sergey Ryabkov, che ha espresso la posizione della Federazione Russa ai giornalisti.

“Partiamo dal principio che, in aderenza alle norme legislative vigenti, è la persona che si trova in questa posizione in una situazione di impossibilità di adempiere ai doveri del presidente da parte di chi in precedenza si trovava al di sopra nella sequenza del protocollo”, ha detto Ryabkov.

Il diplomatico russo ha però poi precisato che “al momento della votazione in Parlamento non è stato raggiunto il quorum richiesto. E’ un qualcosa che teniamo in considerazione, sebbene sia chiaro che sarà lei ad essere considerata il capo dello stato boliviano durante il periodo che porterà all’elezione di un nuovo presidente, il resto sono questioni interne alla Bolivia”.

La situazione in Bolivia

Evo Morales, presidente uscente della Bolivia, ha ottenuto la vittoria alle elezioni tenutesi il 20 ottobre già al primo turno, ma il suo primo rivale, il conservatore Carlos Mesa, si è rifiutato di accettare i risultati della votazione, scatenando una forte ondata di proteste in tutto il paese.

Domenica scorsa le forze armate boliviane hanno pertanto invitato Morales a rassegnare le proprie dimissioni in virtù della forte instabilità venutasi a creare e trovando il consenso del primo presidente indigeno della Bolivia.

Subito dopo, Morales ha abbandonato il paese, chiedendo asilo politico in Messico dove è stato accolto. Al suo arrivo, ha raccontato che ad alcuni membri del governo erano stati proposti forti somme di denaro per consegnargli l’ex presidente della Bolivia.

Ieri Jeanine Añez, che martedì aveva già annunciato di voler assumere la massima carica dello stato, è stata proclamata presidente ad interim della Bolivia dal Tribunale costituzionale e dal Parlamento, dove si è votato senza tuttavia raggiungere il quorum.

https://it.sputniknews.com/mondo/201911148296853-la-russia-riconosce-jeanine-aez-come-presidente-ad-interim-della-bolivia/

 

I golpisti boliviani sono agenti dell’FBI


I comandanti dell’esercito e della polizia della Bolivia hanno contribuito a pianificare il colpo di stato e ne hanno garantito il successo. Prima di essere istruiti all’insurrezione attraverso i famigerati programmi di addestramento dell’FBI e della famigerata Scuola delle Americhe dell’esercito nordamericano. Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo chiave nel colpo di Stato militare in Bolivia, e in modo diretto come riconosciuto nei resoconti degli eventi che hanno costretto il Presidente Evo Morales a dimettersi il 10 novembre. Poco prima delle dimissioni, il comandante delle forze armate della Bolivia Williams Kaliman “suggerì” che il presidente si dimettesse. Il giorno prima, settori delle forze di polizia si erano ribellati. Anche se Kaliman sembra aver finto lealtà nei confronti di Morales negli anni, la sua vera natura si mostrò non appena è arrivato il momento dell’opportunità. Non era solo un attore del colpo di Stato, aveva una storia con Washington, dove aveva ricoperto il ruolo di addetto militare dell’ambasciata della Bolivia. Kaliman era al vertice di una struttura del comando militare e di polizia sostanzialmente coltivata dagli Stati Uniti attraverso la WHINSEC, la scuola di addestramento militare di Fort Benning, in Georgia, conosciuta in passato come Scuola delle Americhe. Lo stesso Kaliman frequentò un corso chiamato “Comando y Estado Mayor” della SOA nel 2003. Almeno sei tra i principali attori del colpo di Stato sono ex-alunni della famigerata School of the Americas, mentre Kaliman e un’altra figura prestarono servizio in passato come addetti della polizia e militare della Bolivia a Washington. Nella polizia boliviana, i principali comandanti che contribuirono al colpo di Stato sono passati attraverso il programma di scambi di polizia dell’APALA. Lavorando da Washington DC, APALA ha il compito di costruire relazioni tra le autorità statunitensi e i funzionari di polizia degli Stati dell’America Latina. Nonostante l’influenza, o forse proprio per questo, il programma ha scarsa pubblicità. Il suo personale fu impossibile a questo ricercatore raggiungere telefonicamente. È comune per i governi assegnare un piccolo numero di individui nelle ambasciate all’estero come addetti militari o della polizia. Il defunto Philip Agee, ex-funzionario della CIA che divenne il primo informatore sull’agenzia, spiegò nel suo libro del 1975 in che modo i servizi segreti statunitensi si affidavano tradizionalmente al reclutamento di ufficiali militari e di polizia stranieri, compresi gli addetti alle ambasciate, come attività fondamentali delle operazioni di cambio di regime ed insurrezione. Come ho scoperto dagli oltre 11000 documenti FOIA che ottenni per la stesura del mio libro sulla campagna paramilitare condotta in vista dell’espulsione del governo di Haiti nel febbraio 2004 e della repressione post-colpo di Stato, i funzionari statunitensi lavorarono per anni per ingraziarsi e stabilire collegamenti con polizia, esercito ed ex-ufficiali dell’esercito haitiani. Queste connessioni, così come gli sforzi di reclutamento e raccolta di informazioni, alla fine diedro i loro frutti.

Anche in Bolivia, il ruolo degli ufficiali militari e di polizia addestrati dagli Stati Uniti fu fondamentale per imporre il cambio di regime. Agenzie governative statunitensi come USAID finanziarono apertamente gruppi anti-morales nel Paese per anni. Ma il modo in cui le forze di sicurezza del Paese furono utilizzate come cavallo di Troia dai servizi di intelligence statunitensi è meno compreso. Con l’espulsione di Morales, tuttavia, era impossibile negare quanto ciò fosse un fattore cruciale. Come stabilirà questa indagine, la trama golpista non avrebbe potuto avere successo senza l’approvazione entusiastica dei comandanti militari e di polizia del Paese. E il loro consenso fu fortemente influenzato dagli Stati Uniti, dove così tanti furono curati ed istruiti all’insurrezione.

Gli audio trapelati denunciavano i laureati della School of the Americas che pianificarono il colpo di stato
L’audio trapelato riportato sul sito boliviano La Época, el Periodicocr e una serie di media nazionali, rivela che il coordinamento nascosto tra attuale ed ex-poliziotti e militari boliviani e capi dell’opposizione portò al colpo di Stato. Le registrazioni audio trapelate mostravano che l’ex.sindaco di Cochabamba e l’ex candidato alla presidenza Manfred Reyes Villa ebbero un ruolo centrale nella trama. Reyes sembra fu un alunno della WHINSEC (precedentemente nota come la School of the Americas), ed attualmente risiede negli Stati Uniti. Gli altri quattro presenti o che si presentano nell’audio trapelato serao il generale Remberto Siles Vasquez (audio 12); il colonnello Julio César Maldonado Leoni (audio 8 e audio 9); il colonnello Oscar Pacello Aguirre (audio 14) e il colonnello Teobaldo Cardozo Guevara (audio 10 (https://soundcloud.com/elperiodicocr/audio-10)). Tutti e quattro questi ex-ufficiali che frequentarono la SOA. Cardozo Guevara, in particolare, si vantava delle sue connessioni cogli ufficiali attivi. Le identità di costoro furono confermate dal controllo incrociato dei dati degli elenchi degli ex-studenti della School of Americas con Facebook e articoli locali e registrazioni audio trapelate. La School of the Americas è un noto sito per istruire i complottardi latinoamericani dal culmine della guerra fredda. Brutali cambi di regime e operazioni di rappresaglia da Haiti all’Honduras furono condotte da laureati della SOA e alcune delle juntas più sanguinarie della storia della regione furono gestite dagli ex-alunni della scuola. Per anni, i manifestanti contro la guerra organizzarono veglie di protesta presso il quartier generale della SOA nella base militare di Fort Benning, vicino Columbus, in Georgia. Il leader di quelle proteste, padre Roy Bourgeois, descrisse la SOA come “una scuola di combattimento”: “La maggior parte dei corsi ruota attorno a ciò che chiamano guerra contro l’insurrezione. Chi sono gli insorti? Dobbiamo porre questa domanda. Sono i poveri. Sono le persone in America Latina che chiedono riforme. Sono i contadini senza terra che hanno fame. Sono operatori sanitari, sostenitori dei diritti umani, sindacalisti che diventano gli insorti, e sono visti come “il clistere”, il nemico. E diventano gli obiettivi di chi studia alla School of the Americas”. Bourgeois fu espulso dalla Bolivia nel 1977 quando si dichiarò contrario alle violazioni dei diritti umani del generale Hugo Banzer, un dittatore di destra che salì al potere con un colpo di Stato appoggiato dagli USA che fece cadere un governo di sinistra. La storia si ripete oggi mentre gli eredi ideologici di Banzer abbattono un altro leader socialista con le tattiche di destabilizzazione collaudate nel tempo.

Nelle registrazioni audio trapelate di recente, i complottardi discutevano i piani per incendiare edifici governativi, avere sindacati pro-business ed effettuare attacchi ed altre tattiche, il tutto direttamente dal mauale della CIA. Anche nell’audio trapelato alludeva al tentativo di colpo di Stato sostenuto da vari gruppi evangelici, nonché dal presidente colombiano Iván Duque, dall’ex-presidente colombiano Álvaro Uribe e, in particolare, dal presidente neofascista brasiliano Jair Bolsonaro. I golpisti menzionavano anche il forte sostegno dei senatori statunitensi di estrema destra Ted Cruz, Bob Menéndez e Marco Rubio, che si dice controllino il presidente Donald Trump sulla politica estera nordamericana nell’emisfero occidentale.
Addetti militari e di polizia in DC: un terreno fertile per le reti di intelligence statunitensi
Con le tensioni che si sviluppavano nelle ultime settimane, il comandante generale della polizia boliviana Vladimir Yuri Calderón Mariscal, che ruppe la situazione di stallo guidando gran parte delle forze di polizia nella rivolta del 9 novembre, il giorno prima delle dimissioni di Morales. Nel 2018 Calderón Mariscal fu presidente degli addetti della polizia dell’America Latina negli Stati Uniti d’America (APALA), a Washington, DC. APALA fu descritto come programma di “sicurezza multidimensionale” che lavora per costruire relazioni e connessioni tra le autorità statunitensi e i funzionari di polizia di molti membri dell’Organizzazione degli Stati americani. Alla fondazione di APALA nel 2012, l’allora segretario generale dell’OAS José Miguel Insulza incontrò la direzione del gruppo. Oggi APALA ospita addetti della polizia di 10 Paesi: Brasile, Bolivia, Colombia, Cile, Ecuador, El Salvador, Panama, Perù, Messico e Repubblica Dominicana. Secondo la sua pagina facebook, il gruppo “fu creato coll’obiettivo di generare, promuovere e rafforzare legami di solidarietà, amicizia, cooperazione e sostegno tra i membri del gruppo e le loro famiglie attraverso attività sociali e culturali, che consentono di generare uno sviluppo integrale”. Afferma di facilitare “l’integrazione e lo scambio delle istituzioni di polizia che la compongono, oltre a promuovere lo scambio di esperienze sviluppate dalle diverse forze di polizia dell’America Latina”. Organizzazione misteriosa, APALA chiuse il suo sito ApalaUSA.com e non rispondeva alle telefonate. Agisce da braccio delle agenzie federali statunitensi come piattaforma social media e il sito defunto mostravano numerosi incontri e foto di funzionari partecipi dell’APALA insieme a funzionari statunitensi di FBI, DEA, ICE e altri. Come spiegò Philip Agee nel suo libro Inside the Company, la CIA spesso utilizza altre agenzie governative statunitensi come FBI e USAID, nonché varie organizzazioni di facciata, per svolgere le sue attività clandestine senza lasciare segni. Uno dei membri locali chiave dell’APALA era Alex Zunca, un agente di polizia di Baltimora e direttore degli affari internazionali della Hispanic National Law Enforcement Association di Washington, DC. L’indirizzo stradale di APALA elencato sul suo sito ormai defunto è lo stesso indirizzo dell’ambasciata del Messico a Washington, DC. Apparentemente il gruppo era privo dell’ambasciata messicana, almeno dal 2017 quando il sito era attivo, durante l’amministrazione dell’ex-presidente messicano Enrique Peña Nieto. È interessante notare che un collega di Calderón Mariscal e anche ex-presidente dell’APALA è un ministro associato della polizia federale del Messico Nicolás González Perrin. Sotto, si vede seduto accanto a una bandiera messicana e un a cappello dell’FBI.

In un’intervista del 2017 al Washington Hispanic, giornale di lingua spagnola di Washington, González Perrin dichiarò “che APALA ha riunioni permanenti con le agenzie federali più significative degli Stati Uniti. INTERPOL, DEA, ICE e l’FBI, che lavorano con noi, in base a bisogni reciproci”. Un altro importante partecipe dell’APALA era Hector Ivan Mejia Velasquez, ex-commissario generale della polizia nazionale dell’Honduras, che guidò le operazioni brutali contro i manifestanti nel suo Paese e pubblica regolarmente insulti contro la sinistra sui social media .Le richieste al contatto pubblico di APALA Alvaro Andrade Sejas non ebbero risposta. Le mie chiamate al suo numero, indicato situato a Rockville, nel Maryland, arrivavano direttamente a un messaggio vocale in cui si afferma che era chiuso. Il profilo Linkedin di Andrade afferma che vive a Panama ed è il CEO dell’ATM system ed amministratore delegato di un gruppo specializzato nella consulenza sulla pirateria informatica. Incredibilmente, la ditta Ethical Hacking di Andrade è la società assunta dal Tribunal Supremo Electoral (TSE) della Bolivia per monitorare dal lato tecnico le ultime elezioni del Paese. In precedenza, Andrade era consigliere di un gruppo ecuadoriano che lavorava nel settore delle informazioni forensi e si concentrava su “crimini informatici e intelligence informatica”, e in precedenza lavorò per la società di telecomunicazioni Nuevatal PCS della Bolivia come responsabile principale della sicurezza delle informazioni. Tra il 1998 e il 2002 frequentò la Scuola d’ingegneria militare della Bolivia. APALA, la cui pagina facebook sembra attiva, collaborò con altri funzionari di polizia boliviani, come l’addetta della polizia boliviana Heroldina Henao. L’altro funzionario chiave che aderì al colpo di Stato del 10 novembre è il generale Williams Kaliman, l’attuale capo dell’esercito della Bolivia. Fu addetto militare dell’ambasciata del suo Paese a Washington DC nel 2013. Un decennio prima, si addestrò presso la SOA. Poco si sa della sua permanenza negli Stati Uniti. In momenti diversi, Kaliman e Calderón Mariscal sembravano fedeli o finsero lealtà verso il governo costituzionale, ma alla fine se ne separarono o furono convinti nel tempo a svolgere un putsch militare.
Da parte sua, il presidente deposto Morales affermò che a un membro della sua squadra di sicurezza furono offerti 50000 dollari per tradirlo. Il colpo di Stato del 10 novembre non si materializzò dal nulla. Gli eventi emersi in Bolivia sono intimamente collegati agli sforzi degli Stati Uniti per influenzare le forze militari e di polizia estere attraverso programmi come SOA e APALA. Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump esaltava il “momento significativo per la democrazia nell’emisfero occidentale”, i boliviani sono improvvisamente sotto il controllo di un regime militare.

di Jeb Sprague – The Gray Zone

Traduzione di Alessandro Lattanzio – aurora

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_golpisti_boliviani_sono_agenti_dellfbi/82_31703/

 

 

Bolivia, brutale aggressione della polizia golpista alla presidente del Senato

La legittima presidente del Senato della Bolivia, Adriana Salvatierra, è stata brutalmente aggredita e malmenata dalle forze di polizia schierate coi golpisti quando ha cercato di entrare nella sede legislativa per assumere la presidenza del paese, così come indica la Costituzione del paese andino.

Nei video si vedono gli agenti della polizia boliviana aggredire la giovane senatrice del MAS mentre prova ad entrare in Parlamento.

Sarebbe questa la «transizione democratica» di cui cianciano certi esponenti della destra italiana, autoproclamati moderati come Antonio Tajani, già presidente del Parlamento Europeo, molto vicino ai golpisti venezuelani.

#COMUNICADO

Pubblicato da Adriana Salvatierra su Mercoledì 13 novembre 2019

Tornando al golpe che si consuma in queste giornate drammatiche in Bolivia, prima di provare ad entrare e nel bel mezzo del tumulto la senatrice si è rivolta alla stampa: «Siamo parlamentari, dobbiamo entrare nella nostra fonte di lavoro, tenere gli incontri corrispondenti e chiediamo al colonnello di consentirci di entrare», ha affermato Salvatierra.

 

Ieri, Jeanine Áñez, seconda vicepresidente del Senato, si è proclamata capo dello Stato del paese anche se l’Assemblea legislativa era praticamente vuota, senza rappresentanti del MAS (i due terzi dei parlamentari) e senza aver accettato le dimissioni di Evo Morales e Álvaro García Linera, destituiti dal un golpe militare.

Parimenti le dimissioni di Adriana Salvatierra non sono state ratificate e quindi è venuta ad occupare il posto che gli spetta secondo quanto indica la Costituzione dello Stato Plurinazionale della Bolivia.

Mentre Áñez si è dichiarata Presidente senza che nessuno l’abbia promossa nemmeno al grado di Presidente del Senato.


Sull’autoproclamazione nella giornata di ieri era intervenuto anche Evo Morales dal Messico con un tweet molto chiaro: «L’autoproclamazione attenta contro gli articoli 161, 169 e 410 della Costituzione politica dello Stato (CPE) che determinano l’approvazione o il rifiuto di dimissioni presidenziali, la successione costituzionale alle presidenze del Senato o dei Deputati e la supremazia del CPE. La Bolivia subisce un assalto al potere del popolo».

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-in_bolivia_brutale_aggressione_della_polizia_golpista_alla_presidente_del_senato_adriana_salvatierra_del_mas_video/82_31690/

 

 

Ecco spiegato perché in Bolivia è un colpo di Stato

L’interruzione forzata dell’ordine democratico nello Stato Plurinazionale della Bolivia domenica scorsa, 10 novembre, è il prodotto di una serie di atti costituiti come colpo di Stato contro il governo di Evo Morales.

La richiesta di un urgente ripristino della democrazia e la cessazione della violenza fanno parte della pretesa della comunità internazionale, in particolare di un’America Latina che avverte i sintomi delle pagine più oscure del suo passato.

 

Che cos’è un colpo di Stato

Rafael Martínez – Professore all’Università di Barcellona – indica che un colpo di Stato sono “le azioni concatenate e realizzate in un breve lasso di tempo, attraverso la minaccia, per rimuovere il potere esecutivo, da un piccolo gruppo con capacità elevata di deterrenza che utilizzerà canali illegali, che tenteranno successivamente di giustificare, mentre si tratta in realtà della difesa dei propri interessi che presentano come collettivi”.

Questo concetto si adatta perfettamente alla situazione boliviana: l’opposizione, accompagnata da movimenti sociali, polizia e forze armate, ha compiuto una serie di atti di violenza e incitamento durante le ultime settimane che hanno portato alle dimissioni forzate di Evo Morales.

La dottrina accetta di definire come un colpo di Stato un atto di violenza organizzata compiuto per deporre un presidente o un governo e sostituirlo con un altro. Nello stesso senso, Figueroa Ibarra lo indica come una rottura del quadro istituzionale.

Il 20 ottobre 2019, lo Stato Plurinazionale della Bolivia ha tenuto le sue elezioni generali. Quando furono annunciati i risultati che indicavano una clamorosa vittoria di Evo Morales, l’opposizione denunciò brogli e scoppiarono conflitti in diverse città: mobilitazioni sociali e incendi nel quartier generale del Tribunal Superior Electoral. I giorni seguenti, l’opposizione ha convocato scioperi generali, intensificando la violenza (specialmente contro la popolazione indigena).

Luis Fernando Camacho, un imprenditore schierato all’opposizione del governo Morales, ha invitato l’esercito e la polizia a “schierarsi con il popolo”, minacciando l’uso della violenza e chiedendo le dimissioni del presidente.

Venerdì 8 novembre, la polizia si è ammutinata in tre unità e le manifestazioni si sono diffuse in tutto il paese.

La domenica, l’OSA, convocata dal governo boliviano per sovrintendere al conteggio, ha suggerito di tenere le elezioni attraverso un nuovo tribunale elettorale. Evo Morales ha annunciato la convocazione di elezioni generali e la rimozione di tutti i membri del Tribunal Superior Electoral, al fine di pacificare la Bolivia. Ore dopo, le forze armate e la polizia boliviana hanno “raccomandato” al presidente di rinunciare.

Tra le pressioni delle forze di sicurezza e le proteste incoraggiate dall’opposizione, Morales si è dimesso chiedendo di fermare la violenza, “in modo che Mesa e Camacho non continuino a perseguitare, rapire e maltrattare i miei ministri, i leader sindacali e le loro famiglie e in modo che non continuino a danneggiare commercianti, professionisti indipendenti e trasportatori che hanno il diritto di lavorare”, così come il vicepresidente e i presidenti di entrambe le Camere. A seguito della denuncia di un mandato di arresto illegale, gruppi violenti hanno saccheggiato la residenza di Morales e di sua sorella. Il Messico gli ha offerto asilo “per motivi umanitari e in virtù della situazione di urgenza che vive la Bolivia”. Pertanto, il mandato costituzionale è stato interrotto senza l’intervento del parlamento.

Il politologo Andrés Malamud spiega che sono necessari tre elementi per generare ciò che sta accadendo oggi in Bolivia: l’interruzione del mandato presidenziale, una procedura non costituzionale (in questo caso attraverso le dimissioni forzate) e definita dalle forze armate.

Siamo di fronte a un colpo di Stato eccezionale e vertiginoso, un atto rapido e violento: una brusca interruzione di un governo costituzionale.

Le presidenze di Evo Morales, accompagnate alla vicepresidenza da Álvaro García Linera, hanno lasciato al popolo boliviano una riduzione della povertà di 23 punti percentuali rispetto al livello del 38,2% registrato nel 2005; aumento dell’aspettativa di vita; nazionalizzazione di idrocarburi; crescita del PIL sostenuta del 5% annuo; espulsione delle agenzie di controllo dagli Stati Uniti; e la più grande riserva di litio al mondo scoperta nella salina di Uyuni.

di Diego Molea – Pagina|12

(rettore dell’Università Nazionale di Lomas de Zamora)

 

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

Centinaia di persone manifestano a Roma contro il golpe in Bolivia

Una delegazione guidata dal Prof. Vasapollo ha portato la solidarietà di diverse organizzazioni all’Ambasciatore boliviano a Roma.

 

Almeno 200 persone hanno manifestato oggi a Roma davanti l’Ambasciata di Bolivia per protestare contro il golpe in corso in Bolivia che ha visto il suo ultimo atto nell’autoproclamazione della razzista e fascista senatrice Jeanine Anenz a presidente di un paese oggi in mano ad una feroce dittatura militare. Dittatura protagonista di morti, linciaggi e persecuzioni politiche contro i dirigenti del Mas, partito del presidente legittimo Evo Morales, contadini, minatori e popolazione indigene. Particolarmente colpita dalla repressione della dittatura è oggi la zona di El Alto.

Presenti in piazza diverse organizzazioni politiche e sindacali, dall’Usb alla Rete dei comunisti, dal Pci al Pc, da Potere al Popolo a Rifondazione Comunista, e organizzazioni pacifiste come Rete No War.

Con il presidente Morales che è riuscito a fuggire in Messico e salvare la propria vita dopo il golpe, oggi la repressione per chi nel paese non si arrende al golpe è davvero brutale ed è raccapricciante il silenzio dell’Unione Europea su tutto quello che sta accadendo in Bolivia.

Una delegazione guidata dal Prof.

Vasapollo è salita a portare solidarietà all’Ambasciatore boliviano, che ha accolto tutti con affetto e amicizia. “La situazione è difficile, ma la lotta è appena iniziata. Il nostro totale appoggio a Evo, ai minatori, ai contadini e agli indigeni che sono in lotta contro il fascismo. Il colpo di stato è stato organizzato prima del 20 ottobre e la sua matrice è quella neo-nazista di Santa Cruz con l’opera fondamentale degli Stati Uniti e delle multinazionali del Litio”. Le parole di Vasapollo al termine dell’incontro.

Questi i primi firmatari della mobilitazione  

Usb – Unione Sindacale di Base
Rete dei Comunisti
Osa – Opposizione Studentesca d’Alternativa
Noi Restiamo
Magazzini Popolari Casal Bertone
Partito Comunista Italiano
Potere al Popolo!
Capitolo italiano rete di intellettuali in difesa dell ‘umanità
Faro di Roma
Associazione Padre Virginio Rotondi per un giornalismo di pace E.T.S

Evo Morales dal Messico: “Il nostro peggior crimine è che siamo ideologicamente antimperialisti”

Il presidente della Bolivia, ormai deposto da un colpo di Stato di carattere fascista, arrivato a Città del Messico dopo un tumultuoso viaggio verso il paese che gli ha concesso asilo visto che la sua vita era in grave pericolo, ha ringraziato il governo del Messico.
«Sono molto grato al governo del Messico perché mi ha salvato la vita. Il 9 novembre, un soldato ha ricevuto un’offerta di $ 50.000 in cambio della mia consegna», ha affermato Morales dall’aeroporto.Il politico boliviano ha spiegato che nelle ore successive al colpo di Stato contro di lui, i membri della sua squadra di sicurezza gli hanno mostrato registrazioni con offerte di denaro della consegna di Morales ai suoi nemici politici.

«Finché avrò vita, continueremo a fare politica, la lotta continuerà e siamo sicuri che i popoli abbiano tutto il diritto di liberarsi. Pensavo che avevamo chiuso con l’oppressione, la discriminazione, l’umiliazione, ma sorgono altri gruppi che non rispettano la vita e meno ancora la patria».

«Sorelle e fratelli, se ho commesso qualche reato, è quello di essere indigeno», ha affermato Morales. «Il nostro peccato, abbiamo implementato programmi sociali per i più umili cercando uguaglianza e giustizia.

Ci sarà pace solo quando ci sarà giustizia sociale», ha aggiunto Morales.

«Hanno bruciato i tribunali elettorali, bruciato il quartier generale del sindacato, bruciato le case delle nostre autorità, saccheggiato la casa di mia sorella, saccheggiato la mia casa a Cochabamba (…)», ha denunciato Morales, sottolineando di aver rassegnato le dimissioni in modo che “non ci siano  ulteriori spargimenti di sangue e scontri».

«Il nostro peggior crimine o peccato è che siamo ideologicamente antimperialisti. Sappia il mondo intero che non cambierò ideologicamente nonostante il golpe», ha detto.

Per motivi di sicurezza, il governo messicano non ha rilasciato informazioni su dove Morales passerà la notte con i suoi collaboratori.

 

Fonte: RT – teleSUR

Messaggio di Roger Waters a Evo Morales

«Hai portato la democrazia in ogni angolo della tua terra ed è per questo che ora cercano di deprivare il tuo popolo», il messaggio di Roger Waters a Evo Morales

I sinceri democratici del mondo intero si sono stretti intorno al legittimo presidente della Bolivia, Evo Morales, costretto a rinunciare a causa dell’azione golpista della destra fascista supportata dalle forze armate del paese andino.

Tra i democratici che hanno fatto sentire la propria vicinanza al presidente indigeno troviamo l’ex membro della mitica rock band britannica Pink Floyd, Roger Waters.

«Hai portato la democrazia in ogni angolo della tua terra ed è per questo che ora cercano di deprivare il tuo popolo, per avidità», dice l’ex bassista della band britannica in un video che La Garganta Poderosa ha diffuso tramite Twitter.

Il creatore di The Wall ha dichiarato nel video che «oggi il mondo, la verità e la storia sono dalla tua parte, sperando che tu possa tornare il più presto possibile a casa tua, nella tua amata Bolivia».

Waters ha poi affermato: «Ovunque tu sarai, il mio cuore sarà con te, così come milioni di cuori di milioni di persone in tutto il mondo che credono nei diritti umani, nella democrazia, nell’uguaglianza e nella libertà dei popoli», denunciando che con il golpe la Bolivia «è caduta nel terrore, il fascismo e il totalitarismo».

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-hai_portato_la_democrazia_in_ogni_angolo_della_tua_terra_ed__per_questo_che_ora_cercano_di_deprivare_il_tuo_popolo_il_messaggio_di_roger_waters_a_evo_morales/82_31669/

 

 

Ex eurodeputato: “In Bolivia un golpe per dare ai privati le prime risorse di litio al mondo”

Javier Couso, analista ed ex deputato al Parlamento europeo, ha affermato che esiste un “doppio standard assoluto” della comunità internazionale nell’affrontare il problema del colpo di stato in Bolivia e le proteste in Venezuela e Cile.

In un’intervista con RT, e riguardo al caso boliviano, Couso ha affermato che è iniziata una “rivoluzione colorata” con lo scopo di “guidare, con l’ingresso dell’esercito nelle strade, un classico colpo di stato”.

Evo Morales si è dimesso dalla sua carica di presidente domenica scorsa dopo le dimissioni di una serie di ministri, autorità locali e capi di poteri pubblici. Alcuni hanno riferito di persecuzioni per motivi politici. In tale contesto, il comandante in capo delle forze armate (FFAA), Williams Kaliman Romero, ha chiesto le dimissioni di Morales e un giorno dopo ha annunciato che effettuerà operazioni congiunte con la polizia “per evitare il sangue e il lutto delle famiglie boliviane”, in momenti in cui le proteste popolari sono state scatenate nel rifiuto del colpo di stato.

Per quanto riguarda la Bolivia, Couso ha avvertito che “il filo costituzionale è stato spezzato in modo violento, come è accaduto in Ucraina, usando gruppi radicali di ultra-destra, di estremismo religioso, molto simili a quello del presidente brasiliano Jair Bolsonaro”.

A suo avviso, la forte repressione scatenata in Bolivia ha usato “settori radicalizzati e razzisti per sparare al popolo”.

Allo stesso modo, ha fatto riferimento al rifiuto di accettare la proposta di ripetizione delle elezioni che Morales aveva fatto quando ha ascoltato il rapporto preliminare dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS), che ha formulato questa raccomandazione, dopo un audit del calcolo ufficiale.

“Le azioni del legittimo presidente non sono state autorizzate e abbiamo visto come il capo dell’esercito esige, raccomandando con le armi, le dimissioni del presidente”.

Come ex-ex eurodeputato, Couso ritiene che l’Ue dovrebbe richiedere protezione per i civili in Bolivia; la restituzione del filo costituzionale spezzato dai militari e “condannare qualsiasi legalità che si intende derivare dalla pipa dei militari e dei razzisti”.

“La stampa occidentale passa quasi in punta di piedi”, critica.

Nel caso della Bolivia “non valgano nulla” i loro dati macroeconomici per evitare l’aggressione.

 

 

“Dietro c’è un presidente che ha optato per l’integrazione latinoamericana contro i progetti neoliberali di libero scambio degli Stati Uniti”. “Ci sono due colpi di stato: un tentativo di colpire l’integrazione latinoamericana e appropriarsi risorse naturali come riserve di gas e litio”

Il popolo boliviano da El Alto a La Paz scende in campo a difesa di Evo Morales

“Ahora sí, guerra civil”: il popolo boliviano da El Alto a La Paz scende in campo a difesa di Evo Morales

I manifestanti di El Alto, in Bolivia, si sono mobilitati, in difesa del presidente eletto costituzionalmente e senza brogli come ormai è stato chiarito, Evo Morales, costretto a rassegnare le dimissioni dopo il colpo di Stato compiuto nel paese sudamericano che lo riporta direttamente ai tempi tristi delle dittature militari.

Nei video che in queste ore convulse drammatiche si vedono manifestati, con la bandiera Whiphala – rappresentativa dei popoli nativi che vivono nei territori andini che facevano parte del Tahuantinsuyo (ossia l’antico Impero Inca) – bruciata dai golpisti e rimossa dalle uniformi della polizia passata dalla parte del golpe.


EVO IN SALVO VERSO IL MESSICO

La foto è pubblicata dal governo messicano. Il piano golpista fascista in Bolivia prevedeva l’assassinio di Evo Morales. Grazie al Messico è in salvo. Il silenzio dell’Unione Europea è raccapricciante!