Perché fu smantellata l’industria pubblica italiana nel 1992?

Perché fu smantellata l’industria pubblica nel 1992? Per la corruzione? Per le perdite? Niente affatto, faceva parte di un piano di attacco al lavoro iniziato negli anni settanta. L’industria pubblica vuol dire posti di lavoro tutelati con buoni salari, investimenti (che rientrano nel salario come servizi), progresso tecnologico attraverso la mobilitazione pubblica del risparmio, e dunque migliori condizioni di vita per i salariati tutti.

L’UE dopo la caduta del muro non poteva tollerare più questo e incaricò i collaborazionisti a smantellarla. In più si facevano gli interessi dei subfornitori del nord a corto di manodopera (li la caduta demografica iniziò molto prima del sud) chiudendo stabilimenti nel mezzogiorno. Ma le fabbriche furono chiuse anche al nord, con il chiaro intento di creare disoccupazone per abbassare i salari.

Da allora non cresciamo, perse anche il capitale, che volle fare la guerra al lavoro.

di Pasquale Cicalese

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-perch_fu_smantellata_lindustria_pubblica_italiana_nel_1992/29785_32019/

 

“E’ il momento della rinascita dell’IRI”

L’esperimento, durato fin troppo, delle privatizzazioni, sostenute da soggetti le cui menti sono state sviate dal pensiero neoliberista, è arrivato alla resa dei conti.

Quanto all’Ilva, siamo in una situazione di temporanea stagnazione. Quanto all’Alitalia, invece, valgono le parole di Conte, secondo il quale la soluzione di mercato è sicuramente inattuabile. Dunque, non ci sarebbe altro sbocco se non la svendita o il fallimento.

Oggi, secondo le ultime stime, il prezzo di Alitalia per sua la vendita si agirebbe intorno a un miliardo di euro, mentre le Stato italiano, per sostenere una situazione priva di un qualsiasi piano di sviluppo dell’azienda, ha speso oltre 10 miliardi di euro.

Eppure Alitalia fattura ogni anno tre miliardi di euro, i quali però non sono sufficienti per coprire i costi. Dal che si deduce che, a parte l’enorme somma che è gravata sul Popolo italiano, inutilmente spesa per tenere in piedi l’azienda, il controllo dello Stato sull’attività imprenditoriale di Alitalia non è stato sufficiente per evitare il suo crollo, in quanto è mancata una visione ad ampio raggio che svolgesse una politica aziendale tale da riportare in pareggio i conti dell’azienda.

È qui che si riscontra il fallimento del sistema economico predatorio neoliberista e la necessità di tornare al sistema economico produttivo di stampo keynesiano.

Se il privato non è in grado, nonostante i consueti controlli, di gestire l’azienda nel modo dovuto, non c’è altra via che la sostituzione della direzione privata con quella pubblica. A questo punto si rivela in tutta la sua gravità la sconcertante liquidazione dell’Iri, costituita nel 1933 e soppressa illogicamente nel 2000, dopo una campagna menzognera sulla inefficienza del settore pubblico.

L’Iri è stato un istituto che ha dato ottimi frutti e soltanto soggetti ottenebrati dal pensiero neoliberista possono auspicarne la distruzione. È necessario, oggi, avere una istituzione statale, si chiami Iri, agenzia, o altro, capace di approfondire la situazione delle singole imprese nel quadro di un’ampia politica economica dell’Italia. Politica che è venuta meno poiché, i governi, condizionati dal peso imposto dall’Europa, della cosiddetta austerity, si sono preoccupati soltanto del pareggio di bilancio, furtivamente inserito in Costituzione dal governo Monti nel 2012.

Se si confrontano le spese a vuoto che hanno fatto carico al Popolo italiano per ottenere alla fine soltanto un probabile fallimento di Alitalia, con le spese necessarie per la nazionalizzazione dell’azienda (circa un miliardo) e per il risanamento della sua situazione economica (assolutamente certa nel quadro di una nuova politica economica dello Stato), si capisce bene che per gli italiani, come ha sostenuto Stefano Fassina, d’accordo con la CGIL, la soluzione migliore è quella della summenzionata nazionalizzazione, unitamente alla costituzione di un istituto pubblico paragonabile al vecchio Iri.

È inutile perdere altro tempo.

Costi quel che costi, occorre ora un colpo di schiena per non perdere una importantissima fonte di ricchezza nazionale, che impoverirebbe ulteriormente la Comunità politica italiana, a tutto favore di famelici faccendieri italiani o di ciniche multinazionali straniere.

Altro argomento posto in risalto dalla stampa odierna, è quello relativo alla prescrizione dei reati, che non scatterebbe più dopo il primo grado di giudizio, e quello relativo ai vari sistemi per ottenere l’immediato pagamento da parte di debitori dello Stato.

Si tratta di provvedimenti affetti da aberratio ictus, cioè da errore nel colpire il vero responsabile. Infatti la imprescrittibilità dei reati, che comporta notevoli disagi nel funzionamento della giustizia, è dovuta alla lentezza dei processi (a nostro avviso sarebbe sufficiente abrogare la legge Berlusconi che ha dimezzato i termini prescrizionali), mentre il pignoramento dei conti in banca, per il mancato pagamento anche di piccole somme, come le multe stradali, colpisce i singoli a causa della lentezza delle procedure amministrative.

Si deve rilevare a questo riguardo che il progetto di legge in questione prevede, tra l’altro, anche una disparità di trattamento tra lavoratori indipendenti e lavoratori dipendenti.

Infatti, a parte il fatto che, anche per minime somme, verrebbe pignorato l’intero conto corrente bancario, è previsto che per il disimpegno delle somme dei lavoratori autonomi, avverrebbe con il pagamento di quanto dovuto, mentre lo stesso disimpegno in riferimento al lavoratore dipendente, avverrebbe soltanto a seguito di pronuncia giurisdizionale.

I lavoratori dipendenti in altri termini verrebbero privati dei loro mezzi di sussistenza per un tempo indefinito.

Vien fatto di chiedersi, ma i nostri governanti conoscono, almeno sommariamente, i principi fondamentali della nostra Costituzione?

di Paolo Maddalena  (Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”)

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La battaglia sull’ILVA di Taranto

Ci sono vari modi di considerare la questione dell’Ilva di Taranto. Uno è quello prettamente sindacale a cui sono legate le sorti di oltre 10.000 operai più l’indotto che ne occupa 5000 e qui la questione non è solo sindacale, ma coinvolge anche la salute degli operai siderurgici e della città di Taranto, in particolare i quartieri adiacenti lo stabilimento, come quello di Tamburi.

La soluzione di questo diabolico rebus non è stata trovata. E’ prevalsa la logica produttivistica senza un vero progetto di riconversione dell’area industriale che risolvesse realmente, e non con palliativi, le due questioni sul tappeto: l’occupazione e la salute dei cittadini tutti, compresi ovviamene gli operai.

Si è scelta quindi una soluzione pasticciata che, oltre a ridurre il numero degli operai, preteso da Arcelor-Mittal per acquisire l’Ilva, non garantiva né l’occupazione né la salute. Di Maio, allora al MISE e i confederali e i loro associati avevano però fretta di concludere. Il ministro 5 Stelle per portare a casa un risultato che lo salvasse dall’accusa di inerzia e perchè aveva trovato una situazione già predeterminata e i confederali e soci perchè il loro contrattualismo a prescindere fa parte del mestiere di sindacati di sistema.

Tutto questo però non è bastato perchè ha dovuto fare i conti con la logica che sovraintende una multinazionale come Arcelor-Mittal che preferisce magari reinvestire in India, dove questioni ambientali e costo del lavoro non sono un problema, e rileva impianti produttivi anche solo per togliere di mezzo la concorrenza.

Questa dell’Ilva è la storia di una delle tante operazioni a cui le multinazionali ci hanno abituati in questi anni, ma nel contesto italiano la vicenda ha messo in evidenza una necessità di lotta politica e di riaffermazione del ruolo dello stato nell’economia. Perchè, anche se la ‘sinistra’ di varia estrazione non sembra essersene accorta, attorno alla vicenda dell’Ilva si è scatenata una battaglia furiosa tra la corrente liberista e quelli che invece pretendevano che certe regole ai padroni fossero imposte anche se si tratta di una multinazionale.

In campo sono scesi, sul versante liberista, la destra al completo, uno scatenato Renzi, il presidente di Confindustria Boccia, i giornaloni e le televisioni di regime nonchè, con una posizione ipocritamente centrista, il PD e i sindacati confederali che volevano a tutti i costi ripristinare lo scudo penale dando così ragione, contro ogni buon senso, ad Arcelor-Mittal.

I fautori della soluzione liberista – produrre a tutti i costi, accettare di ridurre la manodopera e continuare a inquinare – per ora sono stati sconfitti, salvo colpi di scena che sono possibili data la posta in gioco. Il fronte liberista non può accettare facilmente una sconfitta così cocente, magari facendo ricorso a Mattarella.

Se le cose non sono andate finora nel senso voluto da Arcelor-Mittal e dai liberisti di casa nostra dobbiamo darne atto al movimento 5 Stelle che ha mantenuto il punto sullo scudo penale e all’intervento tempestivo e deciso della magistratura non appena si sono scoperte le carte. In questo contesto hanno brillato per la loro assenza gli antiliberisti ideologici, come avevamo già potuto registrare del resto a suo tempo per quota 100 e il reddito di cittadinanza.

La questione dell’Ilva pone però un altro problema di fondo che è di politica economica e di indirizzo strategico dell’economia italiana. Come abbiamo sovente sostenuto, non è possibile difendersi solo stando nella trincea del modo di impostare le leggi di bilancio. Non basta questo per superare i problemi di uno sviluppo equilibrato e per difendere i lavoratori. Ci vuole un governo dell’economia che non sia legato agli interessi delle multinazionali e a un indirizzo di politica internazionale che blocca le relazioni dell’Italia col mondo e impone la condivisione imperialista degli embarghi. Lotta contro l’ideologia liberista, indirizzo dell’economia italiana non dominato dal profitto, nuove aperture a relazioni internazionali non legate alla logica imperialista sono le coordinate di un nuovo progetto a cui dovrebbe corrispondere la nascita di una forza politica che lo sappia gestire. Questo è il compito che spetta ai comunisti.

Aginform
19 novembre 2019

Paolo Maddalena: “Gli italiani devono ora rendersi conto del disastro privatizzazioni”

Il disastro delle privatizzazioni si sta rivelando oggi in tutta la sua gravità. Lo Stato ha ceduto ai privati le sue fonti di produzione di ricchezza nazionale e non ha più fondi in bilancio per far fronte alle esigenze attuali, che richiedono un intervento pubblico per salvare l’Ilva e Alitalia e per ultimare la realizzazione del Mose a Venezia.

Per quest’ultima sono stati già spesi 7 miliardi, molti dei quali sono stati dissipati con elargizioni da parte della società Venezia Nuova a soggetti di vario tipo e con il pagamento di numerose tangenti.

Ora Venezia è sommersa dall’acqua e il Mose non è in grado di funzionare. Abbiamo la dimostrazione concreta di quanto dannosa sia stata per la collettività, la privatizzazione delle opere pubbliche.

Il governo ha nominato commissario straordinario Elisabetta Spitz, la quale tra il 2000 e il 2008, come capo dell’Agenzia del Demanio, diresse la cartolarizzazione, cosiddette Scip1 e Scip2, relativa alla vendita di immobili pubblici del valore di 15 miliardi.

Scip1 fruttò, su un valore di 5 miliardi solo 1,7 miliardi, Scip2, relativa alla vendita di immobili per un valore di 10 miliardi, fu un completo disastro e non si sa quanto è costata alla collettività. Speriamo che oggi la Spitz sappia far meglio per quanto riguarda il Mose.

Altro effetto negativo è stato quello della privatizzazione dell’Ilva, passata dallo Stato alla famiglia Riva, e oggi ad ArcelorMittal, la quale, come è noto, ha deciso di recedere dalla sua posizione e sta per spegnere, tra dicembre e metà gennaio, tutti gli alti forni, gettando sul lastrico circa 12000 lavoratori. E a questo proposito c’è da ricordare che per riaccendere quegli alti forni occorrono almeno 10 mesi.

Oggi lo Stato, che una volta era padrone dell’Ilva, prega col cappello in mano ArcelorMittal di rispettare il contratto. Cosa che questa azienda certamente non farà.

Altro capitolo disastroso è quello di Alitalia, una volta in proprietà dello Stato e oggi alla mercé di aziende speculatrici, le quali per entrare a far parte della nostra compagnia pretendono di ridimensionare il numero degli aerei attualmente in funzione e di licenziare 3500 lavoratori.

Si distingue in questa azione negativa nei nostri confronti soprattutto la compagnia americana Delta, la quale, con appena 100 milioni sul tavolo, pretende di agire da padrona.

L’Italia, come si vede, è mesa con le spalle al muro, e questo è il frutto di una scelta improvvida e disastrosa, fatta dai nostri governanti dagli anni ’90 in poi.

È inutile piangere sul latte versato, ma è assolutamente necessario che gli italiani si rendano conto di quanto disastrosa sia stata l’azione dei nostri governi.

Si oppone all’azione governativa anche l’Europa, la quale impedisce gli aiuti di Stato e rende ancor più difficoltosa la soluzione di questa drammatica situazione.

In questo quadro l’Italia è destinata a soccombere e il prossimo futuro sarà quello di una dilagante miseria generale.

La causa di tutto, come più volte abbiamo ripetuto, sta nell’aver aderito al sistema economico predatorio neoliberista, voluto quasi unanimemente da illustri professori di economia, distruggendo con numerosissime leggi incostituzionali il precedente sistema economico produttivo di stampo keynesiano sancito dalla nostra Costituzione.

Salvare l’Italia dal punto di vista economico è oggi un’impresa assai ardua.

Ma chi intende farlo deve tener presente che occorre combattere con tutti i mezzi giuridici a nostra disposizione l’attuale sistema economico predatorio neoliberista, nonché l’atteggiamento dell’Europa, che ci impone proprio in virtù dell’attuazione di quel sistema predatorio, una insostenibile austerità che rende impossibile un’azione politica di sviluppo economico.
L’unico elemento di forza che abbiamo è quello di attuare la nostra Costituzione economica, facendola prevalere anche nei confronti dell’Europa, in virtù del principio dei contro-limiti, sempre asserito dalla nostre Corte costituzionale.

di Paolo Maddalena

“Svendita gioielli” (25/01/2014)

Il governo delle “Larghe intese” si appresta a privatizzare altri beni dello Stato: una ennesima operazione truffaldina studiata non tanto per far soldi, quanto per offrire ai suoi amici l’opportunità di concludere splendidi affari.

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