Verso il 75.mo anniversario della Liberazione

Le nostre attività per la memoria del contributo dei partigiani jugoslavi alla Liberazione della Penisola procedono quest’anno, in cui cade il 75.mo anniversario, più intensamente che mai.

Dopo la positiva esperienza del restauro del Cimitero Partigiano Internazionale di Pozza-Umito (Acquasanta Terme), la nostra onlus di riferimento Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia (Jugocoord) aumenta la posta presentando ai due Comuni di Acquasanta (AP) e di Valle Castellana (TE) un progetto, denominato “Memoria e Natura tra Acquasantano e Castellano”, per l’integrazione e la valorizzazione socio-economica, ambientale e culturale tra i rispettivi territori.

Architrave del progetto è la creazione e pubblicizzazione di un asse escursionistico – il “sentiero del partigiano Drago” – di collegamento tra Castellano e Acquasantano, di grande significatività storica dal punto di vista della memoria antifascista.
Anche se la celebrazione pubblica del 76.mo anniversario della strage di Pozza (11 marzo) quest’anno non si terrà a causa dei provvedimenti di contenimento del coronavirus, nei prossimi giorni saremo in quei territori per la formale richiesta di patrocinio ai Comuni e l’avvio delle iniziative legate al nuovo progetto.

ALTRE INFO
Per quanto riguarda le altre località individuate nell’ambito della campagna “Rete della memoria e dell’amicizia per l’Appennino centrale” di Jugocoord:

* Montecavallo (MC): la scorsa estate sono stati effettuati i rilievi del rudere dell’eremo della Romita, sono in corso contatti e valutazioni per l’intervento di ripristino.

* Colfiorito (Foligno PG): alla celebrazione del 76.mo anniversario della fuga dal campo di concentramento delle “Casermette”, con il patrocinio e la partecipazione del Comune, purtroppo non ha fatto seguito alcuna risposta, da parte di quest’ultimo, alla nostra richiesta di apposizione di una targa commemorativa, tanto che saremo costretti ad adire le vie legali per l’accesso agli atti.
Già la precedente giunta comunale aveva ridimensionato il nostro progetto con la discutibile motivazione (Comunicazione 23/5/2019) che “l’inserimento di un monumento di fronte alla sede dell’ente parco ne altera significativamente l’immagine e ne condizionerebbe eventuali ampliamenti e modifiche dell’assetto planimetrico” (sic – in un contesto sotto vincolo della Sovrintendenza e purtuttavia già sfregiato da numerose interferenze commerciali-pubblicitarie!?); perciò avevamo acconsentito ad “optare per la semplice collocazione di una targa sulla parete già individuata con dimensioni consone alla parete e alla sagoma dell’edificio”. Ciononostante, non abbiamo avuto successivi riscontri. Nel frattempo, nel territorio comunale si continuano a celebrare Giornate della Memoria dell’Olocausto e della deportazione nazifascista dai borghi montani, nelle quali mai viene fatto alcun accenno alla esistenza di un campo di concentramento per antifascisti sul territorio stesso…

* Altamura (BA): A seguito della sottoscrizione (26/11/2019) dei Disciplinari tra la Regione Puglia e gli Enti proprietari dei luoghi e archivi ammessi al finanziamento nell’ambito della misura “Luoghi della Memoria e Archivi Storici” presenti nel territorio pugliese, per il sito dell’ex “Campo 65” di Altamura sono stati stanziati 53.070 euro. Sono stati altresì specificati i rispettivi obblighi e il cronoprogramma degli interventi, da avviare entro il 31 dicembre 2019 e concludere entro il 29 febbraio 2020 (fonte). Il consigliere regionale Enzo Colonna in merito ha scritto:
<< Il progetto del “Campo 65”, situato tra Altamura e Gravina, interessa un luogo che durante la 2^ guerra mondiale fu campo di prigionia di militari alleati (tra i più grandi d’Italia), poi, campo di addestramento per i partigiani slavi e infine, nel dopoguerra, centro per i profughi provenienti dalla Venezia Giulia, dalla Dalmazia, dall’Africa. (…) Per questo luogo si prevedono interventi quali: il restauro conservativo dei dipinti murali presenti sulle pareti interne di una delle baracche del Campo [si veda il nostro report]; la realizzazione di un portale web per la diffusione della cultura del ‘900 e la conservazione della memoria storica, anche attraverso l’inserimento di questo bene nel sistema informativo “CartApulia” (la Carta dei Beni Culturali della Regione Puglia); la realizzazione di una mostra itinerante multimediale con l’obiettivo di creare percorsi culturali tematici che legano il territorio pugliese a eventi e tematiche di carattere storico, politico e internazionale come la 2^ guerra mondiale; percorsi di valorizzazione e fruizione attraverso pannelli monitori e didascalici sulle vicende del Campo; una pubblicazione sul primo periodo relativo alla storia del Campo negli anni 1942-43. >>

* Casale Cappelli (L’Aquila): nella località il 5 maggio 1944 si svolse un conflitto fra nazisti e partigiani conclusosi con l’uccisione di un partigiano, Giovanni Vicenzo, e la cattura e il ferimento di Dušan Radonjić e Nikola Basekić, uccisi successivamente. Il Casale, luogo tradizionale di iniziativa commemorativa il 25 aprile da parte dei paesani di Paganica e Collebringioni, è in fase di progressivo decadimento. Qualche anno fa si è riusciti a sostituire la lapide ma le mura di cinta sono in fase di progressivo degrado sino a comprometterne la residua tenuta: sono perciò in corso contatti e valutazioni per un intervento che includa la messa in sicurezza con impermeabilizzazione della parte superiore.
Riccardo Lolli: I BATTAGLIONI SPECIALI A L’AQUILA

Sempre in tema di jugoslavi nell’Aquilano, e più precisamente sui Battaglioni speciali per “allogeni” (sloveni e croati della “Venezia Giulia” – Julijska Krajina o meglio Primorje per gli sloveni), istituiti dall’Italia fascista per meglio controllare questi neo-cittadini italiani abili alle armi ma considerati inaffidabili, è disponibile il nuovo saggio di Riccardo Lolli: I BATTAGLIONI SPECIALI A L’AQUILA

ALTRE INFO
ALTRE SEGNALAZIONI:

* Alvaro Tacchini: GUERRA E RESISTENZA NELL’ALTA VALLE DEL TEVERE 1943-1944 (Petruzzi Editore, 2016)
Ai margini del convegno tenuto ad Anghiari il 7 settembre 2019 abbiamo avuto il piacere di conoscere Alvaro Tacchini, autore di questo libro fondamentale per ricostruire le attività della Brigata “Pio Borri” e la presenza, all’interno di essa, del “Distaccamento Lubiana” inquadrato nel I Battaglione. Tacchini, che è presidente dell’Istituto per la Storia Politica e Sociale “Venanzio Gabriotti” ed autore di dettagliate ricerche sulla Resistenza nell’Alta Valle del Tevere, ci ha gentilmente concesso tre toccanti immagini di Dušan Bordon…

* Gian Luigi Cavanna, Romano Repetti: COMANDANTI PARTIGIANI GIUNTI DA LONTANO (Edizioni Pontegobbo, 2018)
Notiamo con soddisfazione la pubblicazione di sempre nuove ricerche e testi dedicati al contributo dei partigiani stranieri, e segnatamente jugoslavi, alla Resistenza italiana. Questo libro in particolare è dedicato ad alcune figure della Lotta di Liberazione nel Piacentino: Istriano, Gaspare, Montenegrino, Capitano Mack, Giovanni lo Slavo, il Greco e persino ex militari della Wermacht. Il libro va segnalato per il dettaglio ed rigore scientifico con cui sono costruite le vicende dei protagonisti, fino ai contrasti, alle persecuzioni politico-giudiziarie ed alla damnatio memoriae cui furono di fatto condannati nel dopoguerra da una Italia ingrata e prona verso nuovi padroni.

* Matteo Petracci: PARTIGIANI D’OLTREMARE (Pacini Editore, 2020)
Il nuovo libro di Petracci è dedicato a ricostruire la storia della “Banda Mario”, attiva nel Maceratese, ed in particolare del gruppo di somali, eritrei ed etiopi che ne fecero parte. << Il gruppo era stato portato in Italia nel 1940, per partecipare alla Mostra Triennale delle Terre d’Oltremare, a Napoli, e fu bloccato nel capoluogo partenopeo dall’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Dopo circa tre anni furono spostati nelle Marche, in un ex campo di internamento femminile, e, successivamente all’8 settembre del 1943, alcuni di loro (tra i quali due donne) fuggirono e si unirono a un gruppo partigiano: la Banda Mario. La Banda Mario era un gruppo molto particolare, in quanto composto, oltre che da italiani, anche da ebrei stranieri (provenienti dall’allora Cecoslovacchia, dalla Polonia) o italiani, britannici (provenienti da diversi campi di prigionia), sloveni, croati e montenegrini (provenienti da campi di internamento o prigionia distribuiti nel territorio), sovietici (portati in Italia per costruire le fortificazioni della Linea Gotica e poi scappati), sudafricani e, infine, un austriaco, che aveva disertato. In totale erano circa 10 le nazionalità rappresentate e 3 le religioni professate … >> (M. Petracci).L a Banda Mario prendeva nome dal suo comandante, il capodistriano Mario Depangher: attorno a lui si concentrò un discreto numero di partigiani delle nazionalità più disparate, tra i quali alcuni jugoslavi. Jugoslavo era anche il vicecomandante Jule “Giulio” Kačič di Lubiana, che sarà immortalato nella canzone partigiana “Il tamburo della Banda Mario” per la sua passione musicale che esprimeva con questo strumento. Sul lavoro di Petracci si veda ad esempio l’articolo uscito sul Manifesto.

* Wu Ming sulla “RESISTENZA MIGRANTE”
Il collettivo di scrittori Wu Ming ha intrapreso anch’esso un percorso di approfondimento del contributo dei combattenti di origine straniera alla Resistenza italiana. Benché l’uso dell’attributo di “migranti” possa apparire una forzatura, vista la netta diversità delle ragioni politico-sociali della presenza degli stranieri in Italia oggi e durante la II G.M., non possiamo non riconoscere che l’accostamento con l’attualità ha una sua indubbia efficacia retorica… Si vedano le rassegne messe online dai Wu Ming su questo tema:
Partigiani migranti. La Resistenza internazionalista contro il fascismo italiano (Wu Ming 2, 15.1.2019)
La resistenza «italiana»: multietnica, creola, internazionalista e migrante (Wu Ming 1, 12.05.2019 – disponibili anche un VIDEO e una TRASCRIZIONE)

I nostri progetti in quanto parte della
campagna Rete della memoria e dell’amicizia per l’Appennino centrale
di JUGOCOORD si avvalgono dei contributi 5 per mille devoluti alla associazione:

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indicando in dichiarazione dei redditi il
codice fiscale 97479800589

altre info
https://www.facebook.com/partigianijugoslavi.it/
http://www.partigianijugoslavi.it

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I PARTIGIANI JUGOSLAVI NELLA RESISTENZA ITALIANA
Storie e memorie di una vicenda ignorata

Roma, Odradek, 2011
pp.348 – euro 23,00

Per informazioni sul libro si vedano:
Il sito internet: http://www.partigianijugoslavi.it
La scheda del libro sul sito di Odradek: http://www.odradek.it/Schedelibri/partigianijugoslavi.html
La pagina Facebook: http://www.facebook.com/partigianijugoslavi.it

Ordina il libro: http://www.odradek.it/html/ordinazione.html

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Copyright © 2018 I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana, All rights reserved.
Questa è la lista di contatti in lingua italiana degli Autori del libro. Altre info: http://www.partigianijugoslavi.it

Per la lettura completa dell’articolo https://mailchi.mp/f57616a5b737/aggiornamenti-verso-il-75mo-anniversario-della-liberazione?e=8ec1b006d2

10 febbraio, il giorno del falso ricordo

Il 10 febbraio tutti i neofascisti italiani sono in piazza dal lato dello stato e dell’opinione pubblica ufficiale. Li legittima pienamente il giorno del ricordo,  istituito nel 2004  dal centrodestra e dal centrosinistra assieme, con il meritorio voto contrario dei comunisti allora presenti in Parlamento. In verità la rivendicazione di una giornata per ricordare le vittime italiane della liberazione antifascista della Jugoslavia era un obiettivo di tutti i neofascisti italiani e del loro partito,  il MSI,  fin dal 1947. Solo negli anni 2000 però questo obiettivo storico dell’estrema destra potè realizzarsi,  grazie a quella sinistra che poi sarebbe diventata il PD e che nel suo decennale processo trasformista scelse anche di riscrivere la storia.  Cosa che un esponente di quel partito,  Luciano Violante, aveva iniziato a fare nel 1996 quando da presidente della Camera aveva chiesto comprensione per la scelta sbagliata dei “ragazzi di Salò.

La destra neofascista nel dopoguerra ha sempre usato Trieste, l’Istria, la Dalmazia, che non è mai stata italiana se non per una città, e naturalmente le foibe come contraltare alla  Resistenza e alla lotta di liberazione al nazifascismo. Era una sorta di par condicio che la destra rivendicava: ci sono stati i campi nazisti e lo sterminio degli  ebrei, ma ci sono state anche  le foibe e la persecuzione degli italiani da parte degli slavi comunisti.
Per tutta la prima Repubblica solo formazioni reazionarie,  legate al golpismo degli apparati dello stato,  e il MSI sostennero questa rivendicazione, che invece tutto l’arco delle forze costituzionali respingeva,  proprio perché non accettava alcuna equiparazione  tra la violenza e le stragi del nazifascismo e quanto avvenne tra i popoli liberati nell’immediato dopoguerra. Anche eventuali eccessi nella liberazione venivano addebitati alla scia di sangue e terrore che i nazifascisti avevano lasciato in ogni angolo dell’Europa. La memoria del fascismo era viva e sembrava puro e semplice orrore qualsiasi  attenuazione delle sue  responsabilità su ogni evento di guerra. Altrettanto viva era la memoria del contributo determinante dato dall’Unione Sovietica e dai comunisti alla sconfitta del nazifascismo. Queste memorie vive permettevano di superare una  storica area  grigia nei ricordi ufficiali del nostro paese, quella che nascondeva la violenta oppressione, la pulizia etnica, la negazione dello stesso diritto all’esistenza, per  le popolazioni slave dei territori acquisiti dall’Italia nel 1918 e di quelli occupati dai fascisti fino al  1943.
Le infamie commesse dagli italiani nei confronti degli slavi erano  rimosse anche nella prima repubblica e questa rimozione è stata alla base della falsificazione storica e politica successiva. Crollata l’URSS, distrutta la Jugoslavia con la guerra, costruito un nuovo sistema europeo fondato sul liberismo e sulla espansione della NATO ad est, in Italia il nuovo sistema politico,  che aveva cancellato il PCI, la DC, il PSI, fece propria la vecchia  rivendicazione neofascista. Da un lato Berlusconi sdoganò i fascisti nel centro destra, dall’altro il centrosinistra,  nella furia di apparire  diverso dal passato comunista,  scelse di essere più realista del re.
Così in Italia con la decisione bipartizan sul giorno del ricordo fu anticipata quella risoluzione del Parlamento UE che ha recentemente equiparato nazismo e comunismo. Siamo stati i primi a riscrivere la storia della guerra  in funzione del potere e come in altre anticipazione reazionarie abbiamo fatto scuola. Le foibe sono diventare l’altro peso sulla bilancia di Auschwitz e le celebrazioni degli orrori del nazismo sono state equilibrate da quelle degli orrori del comunismo. Ciò che in Italia negli anni cinquanta chiedeva il gruppo eversivo di Pace e Libertà è diventata l’ideologia della Repubblica.

Poco importa che storici valenti e documentati abbiano dimostrato che la costruzione sulle foibe e sulle traversie degli italiani sia una montatura e distorsione di fatti che hanno altre ragioni e dimensioni. C’è una foto che è il simbolo di questa falsa costruzione, essa mostra soldati che fucilano civili inermi ed  è stata a  lungo diffusa come prova visiva dello sterminio degli italiani da parte degli slavi comunisti.  Ma in realtà quella foto simbolo del giorno del ricordo rappresenta un fucilazione di ostaggi slavi inermi da parte delle truppe italiane di occupazione. La realtà non conta quando ha di fronte la sopraffazione della ideologia dominante ed infatti i poveri  storici che cercano di raccontarla sono oggetto di ostracismo e minacce violente.

Del resto la stessa data scelta per il giorno delle foibe è significativa del significato revisionista e revanscista della celebrazione.
Il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il trattato di pace con  coloro che aveva aggredito ai tempi del fascismo. Fu una firma giusta e noi oggi dovremmo celebrarla come il giorno del ritorno del nostro paese nella comunità internazionale,  che riconosceva la  definitiva cancellazione dell’Italia fascista, per opera degli italiani stessi con la Resistenza. Dovremmo festeggiare da un lato e anche ricordare con dolore tutto ciò che il fascismo ha fatto pagare al paese, compresa la perdita di una parte del territorio nazionale.

Invece il 10 febbraio la seconda repubblica  maledice chi ha avuto un milione di morti per vincere  la guerra contro il fascismo e nei fatti rivendica l’italianità di territori che ha perso e che non le spettano più. I fascisti ringraziano ed ora attendono che il 25 aprile sia celebrato con i libri di Pansa. E che disegnare la falce e martello sia reato peggiore che disegnare una svastica.

Quando le anime belle si chiedono  perché in Italia la Costituzione antifascista conti così poco e perché figure reazionarie e inquietanti come Salvini pesino così tanto, pensino anche al 10 febbraio, al giorno del falso ricordo.

di Giorgio Cremaschi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-10_febbraio_il_giorno_del_falso_ricordo/6121_32999/

 

Bolivia, “Combatteremo. Il nostro popolo non sarà mai più sconfitto”

Reportage esclusivo nella resistenza al golpe dall’Altiplano della Bolivia.

(si consiglia di proseguire la lettura sul sito L’Antidiplomatico, cliccando QUI)

Bolivia, dicembre 2019, tre settimane dopo il colpo di stato fascista. Fa diabolicamente freddo. L’auto che mi guida sta navigando attentamente attraverso le tracce di fango profondo. Enormi cime innevate sono chiaramente visibili in lontananza.

L’amato Altopiano boliviano, ma sempre in qualche modo ostile, silenzioso, impenetrabile.

Tante volte, in passato mi sono avvicinato alla morte qui. In Perù e in Bolivia. Più spesso in Perù.

Ora, quello che faccio è totalmente pazzo. Essendo un sostenitore del presidente Evo Morales dall’inizio fino a questo momento, non dovrei essere qui; in Bolivia, nell’Altopiano. Ma ci sono, perché queste capanne di fango a sinistra e a destra sono così familiari e così care a me.

La mia guida, il mio compagno, è un contadino boliviano, un uomo indigeno. Le sue mani sono rosse, ruvide. Di solito non parla molto, ma dopo il colpo di stato non riesce a smettere di parlare. Questo è il suo paese; il paese che ama e che gli è stato rubato, a lui, a sua moglie e a i suoi figli.

Entrambi possiamo essere fregati qui, ma se lo facciamo, quella è la vita; conosciamo il rischio e siamo felici di assumerlo.

Carlos (non il suo vero nome), il mio autista e un amico, ha spiegatomi spiega:

“Ho chiamato loro, gli anziani, e hanno detto che è ok che tu venga. Ho inviato loro i tuoi saggi. Sai, la gente qui ora legge, anche nei villaggi profondi. Dopo 14 anni di governo di Evo, l’intero paese è coperto dalla rete di telefonia mobile. Leggono le tue cose tradotte in spagnolo. A loro è piaciuto quello che hanno letto. Hanno accettato di darti una dichiarazione. Ma mi hanno detto: “Se non è davvero uno scrittore di sinistra russo-cinese, ma invece un po ‘di cretino di Camacho, gli spezzeremo la testa con una pietra”. ”

Camacho; Luis Fernando Camacho, fascista, membro del movimento nazionalista golpista appoggiato dagli Stati Uniti, e presidente del Comitato Civico di Santa Cruz dal 2019. Un grande avversario di Evo Morales, un uomo che durante le elezioni generali boliviane del 2019, si schierò con L’ovest, con il prezioso esercito boliviano (addestrato negli Stati Uniti), e ha chiesto le dimissioni di Evo, il 5 novembre 2019.

So bene con quello che dicono. Stiamo andando.

Saliamo e poi, a circa 4.100 metri sul livello del mare, saliamo ancora.

Si sta costruendo una nuova, ampia strada. Certo, è un progetto dai tempi della presidenza di Evo.

Ma non è solo l’edificio stradale che può essere rilevato intorno a noi. Ci sono torri d’acqua e pompe per l’acqua e rubinetti in ogni villaggio. L’acqua è gratuita, per tutti. Ci sono scuole, centri medici e strutture sportive e campi attentamente frequentati.

L’unità è lunga, dura. Ma a un certo punto, vediamo alcuni autobus e macchine parcheggiati sulla cima di una collina.

C’è un piccolo altopiano e un gigantesco oratore bianco seduto in mezzo al campo.

Le persone in abiti colorati sono sparse in tutto il sito: uomini, donne e bambini. Un gruppo di anziani è seduto in un cerchio chiuso. Stanno cantando e il loro appello viene trasmesso attraverso l’oratore. Stanno affrontando ciò che è sacro per loro: la Madre Terra. Hanno bisogno di forza per andare avanti, lottare, difendersi.

Prima sono letteralmente “scannerizzato” dalla gente e solo allora mi è permesso di avvicinarmi agli anziani. Spiego chi sono e presto le formalità sono finite.

“Per favore, registra ma non filmare i nostri volti, per sicurezza”, mi viene detto. “Ma più tardi, puoi filmare l’incontro.”

Poco dopo mi siedo e iniziano a parlare:

“La situazione in cui viviamo in questi giorni nel nostro paese, nelle comunità quassù, nelle comunità andine è molto difficile. In realtà ci sentiamo frustrati, spesso abbandonati perché durante il precedente governo guidato dal presidente Evo Morales, noi come agricoltori e indigeni, ci sentivamo molto bene. Anche se, a volte, non abbiamo ricevuto troppo aiuto, il governo, lo stesso presidente Evo Morales, è del nostro stesso sangue, della nostra stessa classe. Per questo motivo, lo stavamo sostenendo. E continuiamo a supportarlo. ”

“E questo, quello che abbiamo, ora è una dittatura. Dicono il contrario, ma è un governo fascista. È un governo che sta bruciando la Wiphala, il nostro simbolo. Ci disonora. Ci sentiamo umiliati, ci sentiamo discriminati. Per questo motivo, ci rendiamo conto che non possiamo fallire; non possiamo restare qui in questo modo, continueremo a combattere. Ci saranno elezioni nel nostro paese e continueremo a sostenere quella persona che ha elevato il nostro nome; il nome dei nativi, degli operai, dei lavoratori e dei poveri “.

“In primo luogo, andremo alle elezioni, se ovviamente ci saranno elezioni. Andremo a sostenere la nostra gente; i nostri leader. Nel caso in cui producano frodi elettorali, allora sì, aumenteremo! ”

Dissi loro che conoscevo il loro paese e l’Altiplano da più di 25 anni. Tutto è cambiato. I villaggi costituiti da capanne di fango hanno preso vita. Si svegliarono, iniziarono a sbocciare. L’acqua per tutti ha iniziato a scorrere attraverso i tubi forniti dal governo. Le ambulanze moderne sono a disposizione, servendo tutti gli angoli della nazione. I centri sanitari hanno aperto le porte a milioni di studenti, così come le scuole e i centri di vocazione. Sono state costruite nuove strade. Il governo ha incoraggiato l’agricoltura ecologica.

La Bolivia, che per decenni e secoli ha vissuto sotto mostruoso apartheid, è stata sfruttata, umiliata e derubata di tutto, ma ultimamente ha iniziato a rialzarsi.

Ho detto loro questo. Dissi loro come venivo qui, ancora e ancora, negli anni ’90, dal Perù; un paese devastato dalla cosiddetta “Guerra sporca” che ho descritto nel mio romanzo “Punto di non ritorno”. Il Perù era terribilmente rotto, ma qui, in Bolivia, la gente era mezzo viva. Non c’era speranza, solo silenziosa, spaventosa miseria.

Ora la Bolivia, una volta il paese più povero del Sud America, è molto più avanzata del Perù, uno stato che è stato incessantemente cannibalizzato dal modello economico neoliberista, mentre era ancora diviso razzialmente e socialmente all’estremo.

Ho chiesto agli anziani se fossero d’accordo. Mi hanno detto di si.

“Certamente. Perché con i nostri occhi abbiamo visto enormi cambiamenti economici e abbiamo assistito alla nascita della Bolivia e, dopo quei 14 anni, siamo andati avanti rispetto a tutta questa regione latinoamericana ”.

Ho filmato, fotografato.

Prima di andare, una donna anziana si è avvicinata alla macchina e ha urlato qualcosa in una lingua locale.

Carlos ha tradotto:
“Combatteremo tutti quegli esseri malvagi che si sono dichiarati i nostri sovrani. Se non scompaiono, presto chiuderemo di nuovo le strade tra El Alto e La Paz e dovranno mangiare i propri escrementi. Il nostro popolo non sarà mai più sconfitto. Dillo ovunque tu vada! ”

Ho detto che lo farò.*

Nel 1971, il grande scrittore, giornalista e poeta uruguaiano, Eduardo Galeano, pubblicò il suo libro Le Vene Aperte dell’America Latina, che divenne presto il tomo più importante per i pensatori e i rivoluzionari di sinistra latinoamericani.

All’interno del libro, che veniva regolarmente bandito in tutto il continente, Galeano aveva scritto di quei 500 anni di mostruosi saccheggi, inganni e crudeltà, commessi da europei e nordamericani contro il popolo dell’America centrale e meridionale. Alcuni dei crimini più terribili sono stati commessi sul territorio che ora è la Bolivia, in particolare nelle miniere d’argento della città di Potosi, che ha contribuito a rendere l’Europa ricca, ma le cui decine di migliaia di persone sono morte, costrette a vivere e lavorare come schiavi.

Non molto tempo prima che morisse, ho lavorato con Eduardo Galeano nel suo caffè, nella città vecchia di Montevideo.

Fu durante i giorni inebrianti dell’ondata di “Pink Revolutions”. Stavamo celebrando le nostre vittorie, condividendo la speranza per il futuro.

Ma ad un certo punto, Eduardo fece una pausa e disse semplicemente:

“Sai, tutti i nostri compagni che detengono il potere ora devono stare molto attenti. Devono capire che i poveri che li hanno votati o che li hanno supportati quando stavano prendendo il potere, hanno lasciato solo una cosa nella loro vita, e questa è la speranza. Tu porti via la loro speranza e loro non hanno più nulla. Derubarli della speranza è come ucciderli. Ecco perché, ogni volta che incontro i nostri leader di sinistra, e lo faccio molto spesso, dico sempre loro: ‘Compagni, attenzione, non giocate con la speranza! Non promettere mai alle persone ciò che non puoi offrire. Mantieni sempre la parola. ”

Juan Evo Morales Ayma, il primo presidente indigeno boliviano, capì perfettamente Galeano e il suo lavoro. Lui e il suo Movimento per il socialismo (MAS) non hanno mai tradito la fiducia dei poveri. Questo è il motivo per cui non è mai stato perdonato dall’Occidente e da molti individui provenienti dalle preziose élite boliviane e dai militari.*

Dopo il mio incontro con i leader indigeni, ho chiesto a Carlos di guidarci in giro per l’Altiplano, senza alcun piano particolare. Volevo parlare con le persone; ai più poveri dei poveri della Bolivia.

Ad un certo punto, arrivammo in un piccolo borgo. Un cane con una gamba rotta ci ha accolto con un abbaiare forte ma innocuo. C’erano due pecore vicino all’ingresso della casa. Un anziano contadino, sua moglie cieca e una figlia lavoravano nel campo.

Non avevano paura di parlare, anche di essere registrati e fotografati, purché promettessi di non rivelare i loro nomi.

Al contadino mancava metà dei denti e si sporgeva da un lato, ma i suoi pensieri e le sue parole erano chiari:

“Grazie a Evo per tutto. C’è il suo lavoro e parla da sé; quella strada, infrastruttura. Anche questa casetta che abbiamo è grazie a lui. ”

“Qui non vogliamo quel cosiddetto presidente Añez. Vuole ingannarci, ci mente. Siamo con il MAS; tutti noi qui supportiamo fortemente il MAS. Stiamo sostenendo nostro fratello Evo. Abbiamo sempre sofferto qui, ma Evo è arrivato con progetti eccellenti … ma ora tutti i progressi si fermeranno. ”

La figlia ha forse 14 anni. È un prodotto del governo di Evo. Ben vestita, con bei bicchieri, parla fluentemente. Le sue parole sono ben formulate:

“Quei leader del colpo di stato non hanno pietà di noi. Ci hanno sparato, picchiato e gasato. Hanno violato le nostre donne. Ultimamente, le nostre madri, i nostri padri hanno sofferto tremendamente a La Paz. Le persone sono rimaste ferite, le persone sono morte e l’esercito e i capi del colpo di stato non hanno pietà. Non vogliamo essere schiavi, come prima. Dopo il colpo di stato, il nuovo governo ha detto cose terribili sul nostro presidente; cose che non ci piacciono affatto. Non vogliamo essere schiavi, né essere schiacciati da quella nuova signora-presidente e dal suo popolo. Lei è una razzista. La verità è che è troppo razzista. Ci chiamano “indios” e dicono cose su di noi che ci rendono furiosi. Ci discriminano in tutti i modi possibili. ”

“Ma non perdi la speranza?” Ho chiesto.

“Non lo so”, sorrise. “Sono con il MAS. E il MAS tornerà vittorioso. Sconfiggeremo coloro che sono dietro al colpo di stato. ”

Siamo partiti, dirigendoci verso la strada principale.

“Ancora una fermata”, chiesi a Carlos.

Guidammo, a caso, verso un’abitazione parzialmente danneggiata.

“Che cosa è successo qui?” Ho chiesto.

I membri della famiglia hanno parlato l’uno sull’altro:

“A novembre, Camacho ha inviato qui diversi autobus pieni dei suoi sostenitori, da Potosi. Sono arrivati ??e hanno iniziato a picchiarci, insultandoci, uccidendo i nostri animali e distruggendo le nostre case. Ci hanno costretti in ginocchio, legandoci le mani dietro la schiena. Ci hanno chiamato i nomi più offensivi. Ci hanno umiliati. Hanno detto che è finita, che ora sapremo di nuovo a che cosa apparteniamo. ”

Ho chiesto a Carlos se avesse già sentito queste storie. Lui rispose, senza pensare:

“Ovviamente. Puoi chiedere a chiunque quassù e confermeranno ciò che hai appena sentito.”

Prima di scendere a La Paz, a El Alto, ho chiesto a Carlos di fermarsi in diversi luoghi, dove a novembre sono morte decine di persone, bloccando la capitale come protesta contro il colpo di stato e costringendo Evo Morales all’esilio.

I fori di proiettile che danneggiarono le pareti erano ancora visibili ed erano chiaramente contrassegnati. Lì c’erano dei fiori, dove la gente era caduta. Presto, speriamo molto presto, ci saranno monumenti.

I graffiti di El Alto parlavano chiaramente e ad alta voce:

“Añez, ti cacceremo via – tu colpevole!”, “Añez – dittatore!” E “Añez – assassino!”. *
Solo un anno e mezzo fa, ho assistito a grandi feste a El Alto. Ho filmato processioni colorate, gente che ballava, fuochi d’artificio. Ho ammirato i nuovi spazi pubblici, le funivie super moderne, le piscine pubbliche e i campi da gioco costruiti per i bambini.

Ora, la città sembrava un cimitero. Era lugubre, silenzioso, cupo.

L’enorme Monte Illimani, il simbolo di questa antica terra, era coperto di neve. Adesso era bello, ma è sempre stupendo, sia nei periodi migliori che durante i disastri. La Paz, seduto in un enorme cratere, era chiaramente visibile dall’alto.

“Gli Yankees stanno arrivando”, mi ha detto Carlos. “Sai, Añez ha ripristinato i legami diplomatici con Washington. E le loro spie e agenti stanno inondando l’ambasciata; tutti in abiti civili, ovviamente … ”

“Con le spalle coperte dai tesori dell’esercito boliviano”, dissi sarcasticamente.

Carlos rimase in silenzio per qualche tempo. Quindi decise di parlare:

“Quando ero giovane, ero anch’io nell’esercito. A Cochabamba, sai, durante le crisi idriche e la ribellione popolare mirava a liberare l’acqua. Non ti ho mai detto. Erano tempi difficili. La gente si ribellò e alcuni morirono. La nostra unità era composta principalmente da soldati indigeni. Gli ufficiali erano bianchi; quasi tutti lo erano. A un certo punto, facciamo loro sapere che non spareremmo ai nostri fratelli e sorelle. Si misero i pantaloni: capitani, colonnelli; avresti dovuto vederli: stavano correndo in giro, in caserma e fuori, senza segni dei loro ranghi. Sai, ad un certo punto, se ci avessero costretti a massacrare la nostra gente, avremmo rifiutato e invece li abbiamo massacrati ”.

“Sono stati addestrati in Occidente?” Ho chiesto.

“Molti, sì.”

“E adesso Carlos? E adesso?

Iniziò a sussurrare, anche se nessuno sembrava essere nei paraggi:

“Ho due parenti nell’esercito. Ho parlato con uno di loro, qualche giorno fa. È lo stesso di quando prestavo servizio a Cochabamba. I ranghi superiori sono con gli Yanquis, ma le truppe, la maggior parte, sono con il MAS; sono con Evo. Vedi, se c’è un ammutinamento, e ben presto potrebbe essercene uno, presto, allora Añez, Camacho e i loro amici del gringo saranno presto fottuti! ”
*

Sono andato al lussuoso hotel Suites Camino Real a La Paz, per pranzo. Ho dovuto vedere “loro”, l’altro lato. Quelli che importano carne di manzo squisita dalla provincia di Santa Cruz, quelli che la consumano qui, quelli che ora stanno celebrando.

E festeggiamenti c’erano.

Diverse parti si stavano svolgendo, contemporaneamente. Le persone saltellavano, si abbracciavano, urlavano come un matto. Tutto bianco, tutto “alto e bello”, tutto biondo, perossido o reale. Il vino scorreva.

La maggior parte dei camerieri erano indigeni, vestiti con abiti occidentali; zitti e incerti.

Ho incontrato un ex grande economista del governo di Evo, Ernesto Yañez, che a un certo punto è stato vicepresidente della Banca centrale della Bolivia. È stato sicuro incontrarsi qui. Abbiamo trovato un angolo tranquillo dove parlare:

“Sicuramente chiamo quello che è successo qui, un colpo di stato. Non ci sono state frodi elettorali “.

“Senza dubbio, gli anni di Evo al potere sono stati contrassegnati da una grande stabilità economica. Soprattutto all’inizio, non c’erano quasi problemi economici. Il tasso di povertà è diminuito dal 55% a meno del 30%. La qualità della vita è aumentata notevolmente. ”

“Nella relativamente povera Bolivia, i tassi di povertà sono più bassi rispetto al paese più ricco del continente, l’Argentina, dopo il regno del neoliberista Presidente Macri”, non ho potuto fare a meno di menzionare.

“Sì, ma dopo il colpo di stato, l’economia qui sta crollando”, ha detto Ernesto Yañez.

Sei mesi fa, ero qui e ci sono stati scioperi violenti da parte dei medici in tutta la Bolivia. Molti di loro erano stati istruiti gratuitamente dallo stato, ma dopo ciò, chiedevano un sistema medico neoliberista, in cui medici e infermieri avrebbero ottenuto stipendi irrealisticamente elevati. Molti medici cubani sono stati impiegati dal governo, in tutto il paese, al fine di migliorare l’assistenza medica.

Ernesto Yañez ha inoltre chiarito:

“Durante il governo di Evo, milioni di persone sono passate dalla classe media a quella inferiore. Molti di loro erano giovani. Il che significa, prima del colpo di stato, e dopo 14 anni di dominio MAS, molti giovani della classe media non avevano idea di cosa significhi vivere nella miseria. Hanno dato per scontati tutti i risultati di Evo e MAS. Quindi, quando sono arrivate alcune difficoltà, incluso il rallentamento dell’economia dopo il 2014, le hanno viste come i fallimenti del governo di Evo “.
“Sai, ad esempio i dottori che hai citato; pensavano che se avessero abbattuto il MAS, tutte le loro richieste sarebbero state immediatamente soddisfatte dal governo di destra. Non è mai successo Ora non hanno idea di cosa fare. ”

“Lo stesso che a Santa Cruz”, concordai con lui. “I prezzi del carburante e dei servizi pubblici stanno salendo. Ora i giusti realizzeranno che cosa significa realizzare il loro sogno: un regime neoliberista. Si stanno pentendo; disperati”

Ernesto Yañez ha concluso:

“Sai, Evo ha arricchito anche molti uomini d’affari boliviani. Il paese e la sua economia sono stati molto stabili, per anni. Prima di salire al potere, i grandi protagonisti erano nordamericani, europei e cileni. Durante il suo mandato, le aziende boliviane hanno avuto la priorità. Le élite boliviane erano sempre razziste, per loro, Evo era “un Indio mas” (solo un altro indiano). Ma hanno nascosto bene i loro sentimenti. È perché Evo ha fatto bene le cose. Ha cambiato questo paese in meglio, quasi per tutti. ”

“Ma ora le cose sono andate di male in peggio. Il nuovo presidente arriva con la Bibbia e la croce, brucia Wiphala e la gente muore. Ora gli indigeni vogliono indietro Evo. ”

E non solo gli indigeni, anche se quasi tutti gli indigeni che ho incontrato questa volta in Bolivia, lo fanno.*

Ho camminato fino a Plaza Murillo a La Paz, dove si trovano il Palazzo Presidenziale e il Congresso Nazionale della Bolivia.

La polizia e i militari erano ovunque. Durante il governo di Evo, questo era uno spazio tranquillo, aperto, pieno di alberi verdi, bambini e piccioni.

Davanti al Congresso Nazionale, diverse donne vestite con bellissimi abiti indigeni, si stavano radunando, parlando tra loro. Questi erano deputati del MAS.

Ho tirato fuori le mie macchine fotografiche e mi sono avvicinato a loro. Immediatamente, i tizi della sicurezza in borghese, si sono avvicinati, ma le due deputate mi fecero gesti protettivi con le braccia, mi sorrisero e hanno respinto gli agenti di sicurezza: “Lasciatelo in pace, è con noi”.

Sapevo che non avevamo tempo e ho chiesto solo una cosa: “Siamo ancora in piedi, compagni?”

Non hanno esitato:

“Siamo in piedi. Non ci sconfiggeranno. Il MAS è il governo legittimo della Bolivia.”

E quindi, questo è ciò che sto segnalando dalla Repubblica Plurinazionale della Bolivia:

Il paese è sotto attacco dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. È stato ferito dai suoi quadri, sia militari che civili. Il sangue è stato versato. Il legittimo presidente e vicepresidente sono in esilio.

Secondo Reuters, “il ministro boliviano cerca l’aiuto di Israele nella lotta contro il presunto” terrorismo “di sinistra”. Che sarebbe il governo legittimo.

Ma il paese è in piedi. Le persone non sono in ginocchio. In primo luogo ci sarà un voto, ma se ci sono frodi da Washington o dall’Organizzazione degli Stati americani (OAS), ci sarà una lotta.

Evo Morales e il MAS hanno vinto le recenti elezioni. Non è assolutamente possibile che il MAS non vincerà di nuovo. Ho parlato con la gente e ora, ancor più di prima, stanno chiudendo i ranghi attorno al movimento verso il socialismo che ha reso la Bolivia una delle più grandi nazioni dell’emisfero occidentale.

Gli indigeni della Bolivia e il resto del Sud America non sono mendicanti o schiavi. Molto prima dell’arrivo di quei brutali fondamentalisti religiosi e saccheggiatori mal educati – i conquistatori spagnoli – erano i proprietari di questa bellissima terra. La loro civiltà era molto più grande di quella dei loro tormentatori.

Il governo di Evo ha fatto molto di più che migliorare la situazione sociale nel suo paese. Ha iniziato a invertire 500 anni di crudele ingiustizia in questo continente. Ha dato potere ai senza potere. Restituì orgoglio alle persone che erano state derubate di tutto.

Washington mostra chiaramente dove si trova. Nonostante la sua ipocrita “correttezza politica”, è dalla parte del razzismo, del colonialismo e dell’oppressione fascista. Invece di difendere la libertà, la opprime. Invece di promuovere la democrazia (che è “regola del popolo”), sta violentando la democrazia: qui in Bolivia e altrove.

Fino a quando la Bolivia non sarà di nuovo libera, l’intero mondo che ama la libertà dovrebbe agitare il Wiphala.

Gli anziani dell’Altiplano hanno inviato un chiaro messaggio al mondo. Le elezioni avranno luogo, ma se il popolo verrà derubato del proprio governo, ci sarà una rivolta e una battaglia epica.

Purtroppo, se ci sarà una battaglia, alcune persone si uniranno alla Terra. Ma anche la Madre Terra non resterà inattiva, si unirà al suo Popolo.

Añez insieme ai suoi simboli colonialisti, è già stata maledetta dalla maggioranza del popolo boliviano, così come Camacho e molti altri traditori. Ma forse, tecnicamente, non sono “traditori”, dopo tutto. Le loro alleanze sono verso quelle nazioni che avevano attaccato e saccheggiato questa parte del mondo, per diversi lunghi secoli.

Dopo 500 anni di tormento e umiliazione, la madre Terra, Pachamama, sta abbracciando i suoi figli. Evo e MAS li hanno riuniti. Questo è un momento straordinario nella storia. La gente qui lo capisce. Le élite razziste europee se ne rendono conto. Washington ne è ben consapevole.

In questo momento, c’è un momento di silenzio; breve.

Se i leader del colpo di stato fascista non ridaranno il potere, ci saranno enormi tuoni e il popolo di Altiplano si alzerà, con Wiphala in mano, supportato dalla loro antica e sacra Terra.

Pubblichiamo su esclusiva dell’Autore. Il reportage è stato pubblicato anche in inglese su 21WIRE

Testo e foto: Andre Vltchek*

*Andre Vltchek is a philosopher, novelist, filmmaker and investigative journalist. He has covered wars and conflicts in dozens of countries. Five of his latest books are “China Belt and Road Initiative: Connecting Countries, Saving Millions of Lives”, “China and Ecological Cavillation” with John B. Cobb, Jr., Revolutionary Optimism, Western Nihilism, a revolutionary novel “Aurora” and a bestselling work of political non-fiction: “Exposing Lies Of The Empire”. View his other books here. Watch Rwanda Gambit, his groundbreaking documentary about Rwanda and DRCongo and his film/dialogue with Noam Chomsky “On Western Terrorism”. Vltchek presently resides in East Asia and the Middle East, and continues to work around the world. He can be reached through his website and his Twitter. His Patreon

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