Rifugiati, il paradosso del paradosso italiano

“Sono fuggito in Italia perché pensavo di trovare una vita migliore. Ma mi sbagliavo” racconta Muhammad Abdi, 21 anni da Mogadiscio.

Rifugiati: il paradosso del paradosso italiano
 

 
medici diritti umani“Sono fuggito in Italia perché pensavo di trovare una vita migliore. Ma mi sbagliavo” racconta Muhammad Abdi, 21 anni da Mogadiscio. Un articolo del New York Times  suscita scalpore denunciando le disastrose condizioni igienico sanitarie in cui sono costretti a vivere centinaia di rifugiati africani in un fatiscente edificio romano. Il quotidiano newyorkese parla di fallimento dell’Italia nell’accogliere ed integrare chi fugge da guerre e persecuzioni. Il reportage in questione risale al 2004 e descriveva le condizioni di vita dei rifugiati nell’ex-ambasciata somala di Via dei Villini a Roma. Non è un caso però che un preludio di questo tenore risulti appropriato anche per un articolo del New York Times di questi giorni,  The italian paradox on refugees, sul cosiddetto Salaam Palace nella periferia della capitale. Questa sorta di deja vu non depone certo a favore del sistema di accoglienza dei rifugiati del nostro paese e c’è da augurarsi che non debbano essere necessari sette anni e un odioso episodio di cronaca per trovare una soluzione “in emergenza” per i profughi del Salaam Palace come accadde invece all’ex-ambasciata somala, sgomberata nel febbraio del 2011. Ed in effetti oramai da anni i richiedenti asilo in Italia vivono la situazione paradossale per cui dopo essersi visti riconosciuto lo status di rifugiati, o comunque la protezione internazionale, troppo spesso vengono abbandonati a se stessi senza poter accedere a reali percorsi di accoglienza e di integrazione. Di fronte a questa grave mancanza, l’inevitabile alternativa, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, è il generarsi di circuiti spontanei di “accoglienza”: tendopoli, baraccopoli, edifici abbandonati, quando non addirittura la strada. E’ un dato su cui riflettere, ad esempio, che il 40% delle persone senza dimora assistite dalle unità mobili di Medici per i diritti umani (MEDU) a Roma e Firenze nel corso del 2011 fosse costituito da richiedenti asilo, rifugiati e profughi in transito verso altri paesi europei.  Certamente, parliamo soprattutto di giovani uomini ma anche di donne, ragazzi e bambini tanto è che il paziente più piccolo visitato dai medici di MEDU aveva appena 4 anni, veniva dall’Afghanistan e viveva tra un marciapiede e una misera tenda alla stazione Ostiense, nel centro di Roma.
 
Vi è poi, se così si può dire, un paradosso nel paradosso nel momento in cui un problema così strutturale ed “endemico” di cui, si suppone, le istituzioni e i mezzi di informazione dovrebbero essere ben coscienti, viene affrontato e si ripropone all’opinione pubblica quasi esclusivamente nella dimensione dell’emergenza per poi insabbiarsi di nuovo fino ad un nuovo evento in grado di suscitare un qualche clamore. E’ stato così in questi giorni per gli oltre 17.000 profughi accolti nell’ambito della cosiddetta emergenza Nord Africa, conclusasi ufficialmente il 31 dicembre, che a gennaio correvano il rischio di trovarsi sulla strada,  ai quali è stata garantita una breve proroga (2 mesi) dell’accoglienza solo pochi giorni prima dello scadere dell’anno. E’ stato così  nel corso degli anni in città come Roma e Firenze. Oltre al caso dell’ex-ambasciata somala, e solo per citare gli episodi più recenti di cui MEDU è stata testimone, si può ricordare la vicenda dei rifugiati afgani costretti a vivere per anni in condizioni disumane presso la  Stazione Ostiense balzata all’attenzione delle cronache, e poi delle istituzioni, solo quando la crisi ha raggiunto estremi “speleologici” o “metereologici”: “i bambini afgani dormono dentro i tombini”, “i rifugiati sono accampati in una buca”, “la tendopoli sotto la neve”. Finalmente, a febbraio dello scorso anno, i rifugiati dell’Ostiense hanno trovato accoglienza con standard minimi presso una struttura provvisoria  approntata a Tor Marancia dal Comune. Anche in questo caso però è lecito supporre che la soluzione  sia arrivata solo grazie ad  “un imprevisto”. La tendopoli dei rifugiati si trovava infatti proprio nell’area in cui era necessario far posto con urgenza al cantiere di una nuova stazione dei treni ad alta velocità.  Oppure si può ricordare il fatiscente edificio di Via Guidoni a Firenze che ospitava in condizioni drammatiche circa 150 rifugiati somali e di cui le istituzioni si occuparono solo in seguito all’incendio che divampò a Natale del 2009.

A monte di tutto ciò vi è un dato di fatto. Negli ultimi anni l’Italia è diventata innegabilmente una terra d’asilo per chi, in fuga da guerre e persecuzioni volge lo sguardo verso l’Europa. A partire dalla fine degli anni novanta l’andamento delle richieste di asilo è progressivamente aumentato avvicinando l’Italia ai paesi europei con maggiore tradizione di protezione internazionale. A fronte di questa tendenza, è andato gradualmente crescendo un gap strutturale tra il numero di rifugiati che giungono nel nostro Paese e il numero di posti disponibili nel sistema di accoglienza e nei servizi di integrazione. Basti pensare che a causa della cronica insufficienza dei posti finanziati, alle fine del 2011 vi erano ben 7.431 rifugiati in lista d’attesa per entrare nei progetti di accoglienza dello SPRAR, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. E’ ovvio che affinché un sistema d’asilo funzioni realmente non è solo necessario il riconoscimento dello status di protezione internazionale ma anche la messa in atto di un adeguato  sistema di prima e seconda accoglienza e di servizi di integrazione che favoriscano l’apprendimento della lingua, l’inserimento lavorativo, l’accesso ad un alloggio e all’assistenza sanitaria. Ma l’Italia, specialmente in un momento di crisi economica come l’attuale, può permettersi tutto questo ? La risposta non può che essere positiva sia dal punto di vista delle risorse economiche e organizzative da mettere in campo sia dal punto di vista dell’imperativo etico di una società democratica e civile. Sebbene in Italia i richiedenti asilo siano progressivamente aumentati nel corso degli ultimi anni, il loro numero assoluto e relativo è ancora sensibilmente inferiore a quello degli altri principali paesi europei. Se la Germania è in grado di accogliere 570.000 rifugiati, la Francia 210.000 e il Regno Unito 194.000, non si vede perché l’Italia non possa dare un accoglienza dignitosa a poco più di 60.000 rifugiati. La capacità poi di dare protezione alle persone più vulnerabili, e in particolare a coloro che chiedono asilo a causa della violenza e delle persecuzioni subite nel proprio paese di origine, oltre a essere sancito dalla nostra Costituzione e da convenzioni internazionali cui l’Italia aderisce, è un elemento qualificante del grado di civiltà di un’intera collettività che in nessun momento può essere accantonato. Il rischio, in questo caso, è che anche il diritto d’asilo cada definitivamente in quello che Stefano Rodotà ha definito il “deserto dei diritti” riferendosi alla regressione culturale e politica che ha consumato l’Italia negli ultimi vent’anni.

La situazione di Roma, città che ospita il maggior numero di rifugiati in Italia, è senza dubbio lo specchio delle criticità del sistema di accoglienza del nostro Paese. Nell’area metropolitana sono oltre 1.500 i rifugiati, richiedenti asilo e profughi che vivono per strada, in tende, baraccopoli o in edifici precari. Se l’esclusione e la ghettizzazione dei rifugiati rappresentano una degenerazione patologica della nostra convivenza civile, ognuno degli insediamenti spontanei della città esprime uno stadio progressivo di questa “malattia”. L’acuzie nelle grandi stazioni, Termini e Ostiense, dove profughi arrivati da poco in città vivono letteralmente sulla strada. La fase cronica nella baraccopoli dei rifugiati eritrei a Ponte Mammolo, nei grandi edifici occupati da profughi del Corno d’Africa e del Sudan come il Salaam Palace o sulla Via Collatina, oppure al Centro Ararat di Testaccio dove si trovano i rifugiati curdi. Micro mondi per i quali, dopo anni di assenza da parte delle istituzioni , è  ovviamente più difficile trovare soluzioni adeguate. Alla fine del 2011, a fronte di 1.600 persone accolte, erano 1.371 i rifugiati  in lista d’attesa per entrare nei centri di accoglienza del circuito comunale con tempi medi di attesa di 3-4 mesi. Oltre 300 dei rifugiati accolti presentava fragilità sanitarie sia di tipo psichico che fisico. Molti di essi erano stati torturati nel proprio paese. Il sistema di accoglienza cittadino non prevede però posti dedicati a persone con queste particolari vulnerabilità mentre il sistema SPRAR ne ha a disposizione solo sei in tutta Roma. La storia di Aref – profugo afgano, senza dimora e con gravi problemi psichici – è a questo proposito esemplare. Gli operatori di MEDU hanno impiegato mesi per riuscire a farlo entrare in un centro di accoglienza perché non si trovava nessuna struttura cittadina disposto ad accoglierlo. Sulla sua cartella clinica si sarebbe potuto scrivere: troppo fragile per poter essere accolto. Per poter poi accedere alla commissione territoriale che esaminerà la richiesta di protezione internazionale, un richiedente asilo che si trovi a Roma deve attendere in media 9 mesi.  La condizione di esclusione si riflette, come è logico, anche sulla salute e sulle possibilità di accesso alle cure. La maggior parte delle malattie dei rifugiati in condizioni di precarietà (infezioni respiratorie e della pelle, disturbi psichici)  sono causate dallo stress e dalle pessime condizioni abitative ed igienico-sanitarie in cui sono costretti a vivere. Dei pazienti rifugiati visitati da MEDU nella tendopoli di Ostiense, quasi il 40 % non era iscritto al Servizio sanitario nazionale pur avendone diritto e l’80% non aveva mai usufruito del medico di base. A Firenze poi, per i rifugiati costretti a sopravvivere in edifici fatiscenti come l’ex ospedale Meyer, è difficile addirittura ottenere la residenza e poter così usufruire dei fondamentali diritti sociali tra cui la possibilità di iscriversi al Servizio sanitario nazionale.
 
Un sistema dunque che per le sue carenze  umilia la dignità della persona, che  genera esclusione, se non addirittura homeless. Eppure bisogna riconoscere che non tutto è un fallimento, non tutto è rimasto immobile rispetto a quando, nel 2004,  l’articolo del NYT intitolava Somali Refugees Find a New Kind of Hardship in Italy. Nel 2011, il tasso di riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria nel nostro Paese è stato del 40%, un valore superiore alla media europea anche se i tempi di attesa sono spesso inaccettabilmente lunghi. Dopo la sentenza della Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia nel cosiddetto caso Hirsi, gli sciagurati respingimenti collettivi di migranti  nelle acque del canale di Sicilia non sono più un opzione percorribile, anche se il tratto di Adriatico che separa la Grecia dall’Italia continua ad essere una sorta di “ultimo guado infernale” che molti migranti forzati, soprattutto dall’Afghanistan,  sono obbligati ad affrontare al termine di un drammatico viaggio. Il sistema dello SPRAR, costituito da una rete di enti locali che – con fondi pubblici e la collaborazione del terzo settore –  garantisce da undici anni interventi di “accoglienza integrata”, rappresenta un esperienza virtuosa che deve essere strategicamente rafforzata. In questo senso il recente decreto del Viminale che aumenta di 700, i tremila posti a disposizione dello SPRAR, è un passo positivo ma di certo non sufficiente dal momento che il sistema permane gravemente sottodimensionato rispetto alle necessità. Alcune esperienze locali, come ad esempio quella con gli afgani a Roma, dimostrano che è possibile dare un’assistenza dignitosa anche a profughi in transito verso altri paesi europei.

Ed anche le soluzioni appaiono da tempo evidenti a tutti coloro che si occupano a vario titolo di rifugiati e diritto d’asilo. Soluzioni che si possono riassumere in tre punti: più risorse, più pianificazione, più coordinamento. Certamente sono necessarie più risorse per potenziare il sistema e disporre di più posti sia per l’accoglienza ordinaria sia per i rifugiati vulnerabili. Ma altrettanto impellente è la necessità di un “balzo culturale” che porti al superamento della logica dell’emergenza e dell’improvvisazione per approdare a una pianificazione strategica dell’accoglienza dei rifugiati. Una programmazione  che contempli anche la gestione di flussi straordinari, diventati negli ultimi anni più frequenti e comunque ragionevolmente prevedibili. E’ poi indispensabile approdare ad un unico e coerente sistema d’asilo valorizzando esperienze come quelle dello SPRAR e superando l’attuale diversificazione del sistema di accoglienza, oggi frammentato in una pluralità di strutture e servizi dagli standard non omogenei e, a volte, neppure comunicanti tra di loro. Un panorama per molti versi caotico,  popolato di sigle che sembrano diventare una lingua a se stante:  centri SPRAR, CARA ovvero centri di accoglienza per richiedenti asilo, CDA ovvero centri di accoglienza, centri polifunzionali, centri di accoglienza dei Comuni e, negli ultimi due anni, i centri gestiti dalla Protezione Civile per l’emergenza Nord Africa. E proprio tornando al caso dall’emergenza Nord Africa, non si può non constatare che malgrado lo stanziamento di ingenti risorse- 1.292 milioni di euro, dei quali poco meno di 600 destinati direttamente all’assistenza dei profughi – i servizi di accoglienza si sono dimostrati fortemente disomogenei (in un caso su quattro sono state addirittura utilizzate strutture alberghiere prive di qualsiasi specifica competenza) e gravemente carenti in molte regioni italiane.

Se la diagnosi è nota e la cura si conosce con ragionevole certezza  perché allora l’Italia non supera il suo paradosso con i rifugiati? La crisi economica, per le ragioni esposte , non è un valido  motivo. Forse in questi anni nell’opinione pubblica non è maturata una sufficiente sensibilità su questo tema anche a causa di un informazione carente e di una propaganda politica fuorviante. Con ogni probabilità, nei governi che si sono succeduti in un decennio, sono mancati i presupposti per affrontare con incisività il fenomeno:  consapevolezza del problema, volontà riformatrice, adeguate competenze, e la forza politica necessaria. Il 2013 potrebbe essere per l’Italia un anno di cambiamenti politici e sociali profondi, in cui questi presupposti si diano tutti allo stesso tempo e ci sia finalmente una svolta nelle politiche sul diritto d’asilo e più in generale sui diritti umani. L’auspicio è che non siano più necessari un articolo del New York Times o la morte di Zaher – 13 anni, dall’Afghanistan – schiacciato sotto un Tir in un porto adriatico mentre cerca di entrare di nascosto  in Italia, a fare luce, per qualche giorno, sulla condizione di troppi rifugiati in Italia.

Alberto Barbieri
Coordinatore generale di Medici per i Diritti Umani

Roma, 8 gennaio 2013

Medici per i Diritti Umani, organizzazione umanitaria e di solidarietà internazionale, fornisce dal 2006 assistenza e orientamento socio-sanitario ai rifugiati in condizioni di precarietà nell’ambito del progetto Un Camper per i Diritti nelle città di Roma e Firenze.

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