Fulvio Grimaldi: “Tempo di crisi: il meglio e il peggio”

Le luci, le ombre, il niente, in vista del 25 settembre e, soprattutto, oltre

Sono poche le cose che mi hanno colpito, più delle tante altre  dei grandi eventi che incalzano a ritmi forsennati.

Uno. Nella bella, coraggiosa e incoraggiante presentazione della lista Italia Sovrana e Popolare (quale nome migliore?) in Senato, alcuni interventi assolutamente qualificanti. Ne parlo dopo.

Due. Nel Circo dell’Orrore pre-elettorale dei cannibali di regime, il tanto naturale quanto osceno sposalizio tra due ominidi buoni per ogni stagione, Tabacci e Di Maio, nel generale vorticare di sputi, schiaffi e coltelli contro nuotatori concorrenti, per  restare attaccati alla zattera.

GLI EVANESCENTI

Tre. L’autodissoluzione di un Movimento, peraltro già da tempo diviso in tronconi, che, compiuto meritoriamente il suo lavoro di mobilitazione e compiuti anche parecchi errori e perse occasioni cruciali, di fronte al cambio di fase e di interesse dell’opinione pubblica, mostra il broncio al fato irriconescente e si toglie di mezzo. Cioè si toglie dal voto, con ogni evidenza unica lotta ora da condurre, unico modo presente per dare fastidio al sistema: “Questo giro lo saltiamo” (Fronte del Dissenso e Liberiamo l’Italia).

Siamo, con gli astenuti, nel terzo canto dell’Inferno, quello degli ignavi, con coloro che per Dante non sono buoni neppure per l’inferno che, pure, una sua dignità ce l’ha. “Color che visser senza ‘nfamia e senza lodo”… “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

E sia detto con grande rispetto e stima per chi ha retto la barra in questi due anni di repressione, inganni, calunnie, botte e idranti. E ora crede in buonafede che astenersi faccia numero è forza politica. Ma con altrettanto dispiacere per chi  in questa fase si apparta in attesa di incerta ripetizione degli schemi di lotta precedente e fa mancare la sua forte e significativa voce al NO che è possibile e necessario urlare ora.

Quattro. Il peggio del peggio è di quelli da cui non ti aspetti che l’attraente maschera celi i bubboni della peste morale. I loro archetipi li ritrovi, invece, nella Giudecca, o nella Caina, serrati tra i ghiacci della vita-non vita, nell’irrimediabile abiezione dei traditori. Non te n’eri accorto? Mica per l’abilità dissimulatoria del soggetto, piuttosto per la tua disattenzione. La tua buona fede, la tua ingenuità sono state prese alle spalle. È perciò che il colpo fa tremare le vene.

A un certo punto il golpista sul Colle, visto che la zuffa tra cosche, mandamenti e  logge minacciava l’ingovernabilita’ e la crisi della Grande Macchinazione, ha suonato la campanella. Dall’orizzonte, improvvisamente vicino, ha fatto apparire greppie, mangiatoie e truogoli. E si è scatenata la corsa, sollecitata da qualche sondaggio che prometteva banane più certe.

LOS ESQUALIDOS

Cinque. Fenomenale è risultato con che travolgente rapidità, in vista dei blocchi di partenza (neanche ancora del problematico filo di lana, o della coppa), i neoscattisti abbiano saputo cambiarsi di casacca, insegne e fede di casato.

Vabbè, ti rassegni, nel bene e nel male è bassa storia italiota di peones: gli Scilipoti, i Razzi, i Di Maio… Invece no, la pratica ha ormai contagiato anche quelli intellettualmente chic che,  ai Parioli,  godono a farsi scandalizzare da pensieruccoli eversivi.

Pensierini evidentemente compatibili con lo Zeitgeist e innocui per chi sta sul trono (o sul Colle), sia di vispe terese che nell’erbetta al vol han sorpreso gentil farfalletta New Age; sia di laureati in filosofia che, messisi a parlare aulico e difficile, si proclamano filosofi e pretendono, non solo di educarti il pupo attivista, ma addirittura di guidare le masse. Ma, occhio!, solo quelle che, secondo i sondaggi e i favori delle telecamere, assicurino di portarlo al quel truogolo. E così ci siamo giocati uno splendido epitomatore della filosofia in bignami, uno che pretendeva di farsi l’ennesimo guru alla ricerca di discepoli adoranti e… paganti (quanto meno in termini di lucidità).

Miserie, amici miei, squallori da buttarsi subito alle spalle, possibilmente mentre si passa davanti a un cassonetto. Anche perché tutto questo guazzabuglio di sorcetti e rosponi svanisce come fuligine dai camini allo spirare di una brezza forte e limpida.

Sei. Li ho visti e ascoltati tutti. E me li sono scordati in un solo giro completo dell’orologio del campanile che svetta  su queste valli. Tutti tranne uno, fissatosi nella coscienza del sottoscritto che di politica ne mastica e ne vede masticare da, diciamo, oltre mezzo secolo, avendo cacciato il naso anche in quella di mezzo millennio.

Dopo la lectio davvero magistralis tenuta al Congresso di Ancora Italia a Napoli, ho ascoltato Francesco Toscano  alla conferenza stampa di presentazione della lista “Italia Sovrana e Popolare” (nomen est consequentia rerum), in Senato. E ho anche sentito Marco Rizzo e Antonio Ingroia e gli altri esponenti della lista unitaria.

Sinceramente, un abisso tra questi e i proclami sloganati di uno che da te pretende il giuramento “Io sto con Polacco, avvocato”; o che ti invita gentilmente alla subordinazione, marcheseggiando “Io so’ io e voi nun siete ‘ncazzo”. Così, o ci state  o l’exit tocca a voi.

Rizzo, segretario del Partito Comunista (non sclerotizzato), forte di una battaglia storica della sua gente per i non privilegiati, da alcuni destinati a essere travasati e sbattacchiati, ha messo su un impianto solido e realistico su come porre fine al vampirismo dei pochi, ultimamente espressosi con Draghi-Mattarella in termini degni di corte marziale.

L’ex-magistrato Ingroia, uno che con la mafia di zona e di Stato è venuto alle mani, insieme al temutissimo (dal regime) Di Matteo, residuo di magistratura pre-Napolitano e pre-Cartabia, ha scolpito nel granito la determinazione di questa forza politica a restaurare la legalità repubblicana e a installarla in cima alle colonne portanti della Costituzione. Prima di tutto a difesa dei vessati e abusati.

Toscano, presidente di Ancora Italia, non è dato riassumerlo. Almeno a me. Il suo è stato un intervento panoramico,  semplice e complesso, comprensivo di ciò che all’essere umano,  rimasto tale, serve ed esclusivo di ciò che gli si vuole togliere o infliggere. Tutto molto chiaro sui piani dell’animo e del corpo,  dell’individuo, della comunita’, della nazione. E dei suoi nemici interni ed esterni.

Sarò fissato, ma a me, quando tra parole,  propositi e sentimenti spira aria di rivoluzione, mi formicolano mani e cuore.  Così è stato.

E ora alla pugna, non ai giardinetti, o allo scranno sicuro. Quello che conta è intraprendere la lotta, prima che vincerla. Lo sa anche Francesco Toscano, cattolico, ma che ha ricordato che di guance da porgere ne abbiamo due,  poi basta.

Fulvio Grimaldi

02/08/2022

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