Gas, Governo Draghi: Ricostituire le scorte per l’inverno ‘a qualsiasi costo’… (leggasi ‘prezzo’)

Ci scalderemo ancora con il gas nel prossimo inverno? Probabilmente sì, ma solo chi potrà permettersi di pagarlo. Sulla disponibilità del metano scriviamo “probabilmente”, piuttosto che “certamente”, perché l’incertezza è connaturata con la situazione di guerra in atto. Certezza totale, invece, riguardo ai prezzi: se non aumenteranno, di certo non caleranno.

Un disastro targato Draghi

Il “governo dei migliori” ha già da tempo apparecchiato il disastro. Anche se piuttosto complicato, sganciarsi dalla dipendenza del gas russo è sì tecnicamente possibile, ma economicamente disastroso. Siamo in campagna elettorale, e chi volesse affrontare seriamente il tema avrebbe da dire una sola cosa di buon senso: basta con le sanzioni, torniamo a normali rapporti commerciali con la Russia!

Ma ovviamente il buon senso è proibito, ed il pensiero unico anti-russo imperversa. Il prezzo lo pagherà la povera gente.

Già nella primavera scorsa era chiaro il vicolo cieco in cui il governo Draghi stava portando il Paese. Allora imperversava la caccia al fornitore, per l’immediato e per gli anni a venire. Da qui i frenetici contatti, e gli innumerevoli viaggi del governo e dell’Eni in Algeria, Azerbaigian, Egitto, Qatar, Congo, Angola, Nigeria, Mozambico: tutti paesi produttori di gas, ma solo i primi due già collegati via tubo con l’Italia. Da qui la necessità di nuovi rigassificatori.

Molti non lo sanno, ma i cinque giorni intercorsi tra le prime dimissioni di Draghi ed il suo ultimo intervento in Senato, furono voluti da Mattarella non tanto per provare a ricucire una crisi non più componibile, quanto per consentire al Presidente del consiglio la sua ultima missione ad Algeri per andare a stringere, ancora formalmente nella pienezza dei poteri, gli ultimi accordi sulle forniture di metano.

Su tutti gli accordi conclusi in questi mesi vige il segreto più assoluto. Meno che mai si conoscono i prezzi concordati. Di certo – lo scrivemmo già ad aprile – si tratta di prezzi esorbitanti. La scelta di ridurre il gas russo, per sostituirlo con altri fornitori, mentre rende impensabile una seria diminuzione delle bollette a breve, rappresenta un’ipoteca ancor più grave nel lungo periodo. E questo vale sia per i costi che dovranno sopportare le famiglie, sia per l’impatto generale sull’intera economia italiana.

Di tutto ciò c’è ben poca consapevolezza in giro.

Whatever it takes, ricostituire le scorte ad ogni costo (cioè a qualunque prezzo)

Ma non c’è solo il tema delle forniture in generale, c’è pure quello della ricostituzione delle scorte in vista del prossimo inverno. Accennando a quel problema, così scrivevamo quattro mesi fa nell’articolo già citato:

«I depositi, ha deliberato il governo, dovranno essere riempiti almeno al 90%. Ma nel bel mondo del neoliberismo applicato, il governo non può acquistare nemmeno un metro cubo di gas, mentre lo possono fare solo le aziende del settore. Le quali, però, si guardano bene dal farlo, visti i costi proibitivi del momento. Due aste, del 21 e del 23 marzo, sono così andate deserte: è il mercato, bellezza! Cosa si sono inventati allora a Palazzo Chigi? Ma come non pensarci, un bell’«incentivo giacenza» di 5 euro a megawattora per le aziende che si decideranno a fare scorta!».

Ovviamente quei miseri 5 eurini non potevano bastare, e l’esecutivo dei “migliori” è dovuto passare a ben altre e soprattutto ben più costose misure. Misure guarda caso non pubblicizzate. Non propriamente segrete, ma di certo nascoste alla vista del grande pubblico. Per il governo Draghi queste misure sono infatti imbarazzanti, non solo per i costi, non solo perché potranno andare ad incidere (peccato mortale!) sul debito pubblico, ma soprattutto (peccato mortale al cubo!) perché dimostrano che il mercato non funziona, che se ad esso ci affidassimo l’inverno al freddo sarebbe una certezza assoluta.

Cosa stava infatti accadendo? Visti i costi della materia prima, le aziende preposte si guardavano bene dal fare acquisti finalizzati al mero stoccaggio (e se poi i prezzi calano?). Ovviamente, nel capitalismo reale non c’è, né può esserci spazio per il bene comune. Dunque, le riserve non si ricostituivano. Un bel problema, specie in vista delle elezioni, allora previste per l’inizio del 2023.

Ecco allora la “soluzione”, decisa nel silenzio generale a fine giugno. Una soluzione che senza dubbio funziona, visto che già 10 giorni fa i depositi disponibili erano risaliti al 74%. Funziona, ma a quale prezzo?  Ce ne parla Federico Fubini sul Corriere della Sera del 4 agosto:

«Com’è stato possibile questo risultato dell’Italia? Senza che sia stato detto troppo esplicitamente, da cinque settimane è in corso un massiccio intervento dello Stato per l’acquisto di gas sulle piattaforme internazionali a qualunque costo. Anche se i prezzi sostenuti sono tali che gli operatori di mercato non se ne sarebbero fatti carico».

Ma come si è realizzato questo intervento? Poiché lo Stato non può acquistare direttamente il gas, il compito è stato affidato al Gse (Gestore del servizio elettrico), una società controllata direttamente dal Tesoro, alla quale il Tesoro stesso ha concesso un prestito di 4 miliardi di euro per coprire il sovrapprezzo del momento. Dovendo agire come “compratore di ultima istanza”, disposto a sborsare anche le cifre più assurde, il Gse (dunque il governo italiano) ha dato il suo bell’impulso al nuovo aumento dei prezzi del gas, che sul mercato europeo è passato da una media di 103 euro/Mwh di giugno ai 163 euro/Mwh di luglio. Ovviamente, questi prezzi dello stoccaggio estivo si ripercuoteranno sulle bollette dei prossimi mesi. Ma se, per qualche motivo, nel frattempo i prezzi dovessero invece calare, il prestito del Tesoro si trasformerebbe ipso facto in nuovo debito pubblico, facendo così cadere anche il supremo tabù di tutti gli euristi, specie quelli di rito draghiano.

Poteva il governo agire diversamente? Posta la volontà di portare avanti la guerra alla Russia, evidentemente no. Ma che allora si ammettano almeno i costi pazzeschi di questa scelta!

Nella primavera scorsa calcolammo in circa 50 miliardi di euro il solo incremento del costo delle importazioni di gas nel 2022. E si trattava di un calcolo prudenziale… A ciò dovremmo aggiungere l’aumento del prezzo del petrolio, come pure quello del carbone, di cui l’Enel ha già fatto scorta in vista della riapertura di alcune centrali. Si calcoli poi l’effetto delle sanzioni sul prezzo di molte altre materie prime, dunque sull’inflazione in generale, nonché la sua ricaduta in termini recessivi sull’intera economia, ed il quadro è fatto.

Cingolani “unfit”

Ovviamente non siamo solo noi a vedere il disastro in arrivo. Qualche giorno fa il Fatto Quotidiano ha così titolato: «Perché Cingolani è “unfit” e sul gas rischiamo il disastro». Ops, Cingolani chi? Non staremo mica parlando di quel fenomeno di ministro che Draghi ha già consigliato a Meloni per il prossimo governo e che pare tanto piaccia pure a Salvini?

Il giudizio di Antonio Rizzo sulla sua politica è decisamente tranchant:

«Giovedì, al temine del Consiglio dei ministri, si è svolta una surreale conferenza stampa in cui Mario Draghi ha parlato di “nuvole all’orizzonte per crisi energetica e prezzo gas, con previsioni preoccupanti” e il ministro Roberto Cingolani ha rassicurato tutti dicendo che il gas non mancherà. Il tutto mentre il prezzo dell’energia elettrica in Italia veniva quotato a 536 euro per Mwh e il gas sopra i 2 euro per metro cubo».

E ancora:

«Il ministro mischia i numeri per nascondere il problema. Il gas è una commodity stagionale sia per consumo che per offerta, la Russia forniva all’Italia circa 30 miliardi di metri cubi per anno, di cui 6 nei mesi estivi e 24 nei mesi invernali. Un taglio del 30% corrisponde a 10 milioni di metri cubi al giorno ora (estate) e a circa 30 milioni nei mesi invernali. I 10 milioni mancanti in estate sono stati sostituiti con forniture alternative che, a detta dello stesso ministro sono costate un “botto”. Se, nella ipotesi di base, la Russia manterrà una riduzione del 30%, da ottobre mancheranno 30 milioni di mc al giorno: dove sono i fornitori per sostituirli?».

Ora, il tema della presunta capacità di sostituzione delle forniture russe ci porterebbe lontano. Come abbiamo già scritto in premessa, a parte i tempi certamente non brevi (questione sulla quale qui volutamente non entriamo), tecnicamente l’obiettivo è possibile ma ad un costo economico assolutamente insostenibile.

Su questa questione sistematicamente rimossa, così conclude il giornalista del Fatto:

«Nel magico mondo di Cingolani i prezzi non esistono, il ministro, ammesso che abbia trovato il gas che ci manca, non ci dice mai a che prezzo lo avremo».

E’ esattamente così. Il “governo dei migliori” se lo può permettere. Di certo non saranno i giornaloni a mettere in luce questo piccolo dettaglio.

Una rapina chiamata “mercato”

Ma c’è un altro punto sul quale il silenzio (mediatico) è d’oro. Se il disastro economico è l’unica certezza, bisognerebbe però aggiungere che non sarà così per tutti. Vi ricordate la tassa sugli extraprofitti che le aziende energetiche realizzano speculando sui meccanismi che regolano la formazione dei prezzi al dettaglio? Quella tassa, decisa nel marzo scorso, doveva servire a finanziare in parte gli interventi di “addolcimento” delle bollette, ma cosa ne è stato? Dei 10 miliardi di incasso previsto, cinque avrebbero già dovuto essere in cassa. E invece no, le aziende non pagano (ad oggi sembra che siano entrati solo 500 milioni), certe di vincere il ricorso alla Corte costituzionale… Insomma, per qualcuno la giustizia si prevede che “funzioni”…

Dopo il danno, arriverà dunque anche la beffa? Se le compagnie energetiche ci contano, un motivo ci sarà. Quel che è sicuro è che il colpaccio l’hanno già fatto. Come l’hanno realizzato, come funziona la speculazione, l’ho già spiegato qui e non ci torno sopra.

Adesso i frutti di questi meccanismi perversi già si leggono nei bilanci delle maggiori aziende. In Italia il caso più clamoroso è quello dell’Eni. Il bilancio del primo semestre 2022 del Cane a sei zampe ha visto un raddoppio dei ricavi, passati dai 31 miliardi e 439 milioni di euro del 2021 ai 64 miliardi e 303 milioni di quest’anno. Fin qui tutto normale, visto l’aumento dei prezzi della materia prima. Ma qual è stato invece l’incremento dell’utile netto? Ecco, qui siamo arrivati ad un +670,7% sul 2021, un aumento monstre che grida vendetta, specie se si tiene conto dei valori assoluti, passati da 1 miliardo e 103 milioni dell’anno scorso ai 7 miliardi e 398 milioni del primo semestre 2022.

Sono questi i numeri di una rapina vera e propria. Rapina però legale, quella che lorsignori chiamano “mercato”.

Conclusioni

In conclusione, il gas (come il mercato) in tempo di guerra ha tante sfaccettature. Tutte utili da analizzare. Esse ci parlano del capitalismo reale, così distante dai modelli teorici che ci vengono raccontati. Ma ci parlano anche di un governo che si muove sostanzialmente alla cieca. Sai che sforzo a dire “acquista a qualsiasi prezzo”! Chi non lo saprebbe fare? L’unica differenza è che se lo facessimo noi ci direbbero di essere degli irresponsabili dilapidatori, se lo fanno loro sono invece i fenomeni del “Whatever it takes”.

Sai che geni!

Leonardo Mazzei

16 Agosto 2022

GAS: I FENOMENI DEL “WHATEVER IT TAKES” – Liberiamo l’Italia (liberiamolitalia.org)

Sharing - Condividi