La fine del PD: un suicidio assistito

Aginform – 23/12/2022

 

Non è detto che questo congresso del PD sia l’ultimo. Può darsi che i conati e i contorcimenti di questo partito non siano finiti, ma bisogna comunque ammettere che la sua funzione politica è arrivata alla frutta. Nel progetto di rifondazione ideato da Letta dopo la sconfitta elettorale non si intravedono né i soggetti nè le idee che possano far uscire il partito dalla palude e evitarne la dissoluzione.

La sua fine è anche la fine dell’equivoco che si tratti di un partito di sinistra, anche se la vernice voleva accreditarlo come tale. Poi sono arrivati i Renzi, i Calenda, i Guerini, il draghismo e i Letta, che hanno finalmente messo in chiaro quale partito ci siamo trovati di fronte in questi anni e l’idea che la gente se ne è fatta si è manifestata nella sconfitta elettorale del 25 settembre. Per sopramercato anche la funzione di ‘opposizione’ al governo della destra si è palesata con mobilitazioni nazionali tipo quella del 17 dicembre a Roma con la partecipazione di circa trecento persone, tutte dell’area dei funzionari di partito e degli eletti.

Riuscirà l’imbroglio di rianimare un partito che non si capisce quale funzione possa avere oggi in Italia? Quelli che lo hanno sostenuto in questi anni scelgono altri lidi, come insegna l’incredibile ascesa della Meloni a capo del governo o si sono ritirati nell’astensione in attesa di tempi migliori. Oppure invece hanno alimentato la resistenza di Conte e questo è il primo risultato positivo della crisi del partito democratico e dimostra che l’esigenza di un’alternativa alla deriva liberal-atlantista può prender corpo.

Tutte le mosse di Letta e dei dirigenti del PD hanno portato dunque a un risultato che assomiglia a un suicidio. Ora si tratta di vedere se l’agonia si protrarrà o, come ci auguriamo, si arriverà a una sorta di ‘suicidio assistito’, un processo cioè in cui lo sgretolamento del PD sia anche accompagnato da un dibattito a sinistra che eviti aperture di credito a quanti si sono presentati per guidare il PD dopo Letta. Un’operazione di pura facciata non potrà cambiare il modo di essere di questo partito, come si è visto chiaramente nelle votazioni in parlamento sulla questione cruciale della guerra. Per questo bisogna insistere perchè la crisi vada avanti e non si creino nuovi equivoci.

Per meglio inquadrare la situazione bisogna comunque guardare ai dati oggettivi. Questi ci dicono che attorno a questa crisi si sta svolgendo una riflessione in un’area che nei decenni scorsi si è mossa sotto la cappa dell’egemonia del PD e che ora dimostra palese insofferenza. Si tratta di un’area di sinistra moderata che ha un’influenza culturale e può risultare decisiva per il crollo del PD e la nascita di nuove formazioni politiche.

Siamo in presenza dunque di novità importanti rispetto al quadro politico, che ha bisogno di un’attenta considerazioni per evitare fuoriuscite dalla crescita concreta delle contraddizioni, su cui invece una posizione comunista deve saper operare per spingere le cose nella direzione giusta.

Qual è l’obiettivo a cui bisogna puntare? E’ ovvio che all’ordine del giorno non c’è la rivoluzione socialista, ma qualcosa che è invece legato a un’esigenza che sta dimostrando la sua possibilità di crescita a partire dalla vicenda di Conte e dei 5 Stelle.

In Italia la crisi del PD ha messo infatti in moto un’esigenza di ricostruire un’alternativa a sinistra. I soliti pierini hanno pensato che si potesse arrivare subito all’incasso e hanno messo in campo listerelle elettorali per acchiappare qualche voto, ma il risultato è noto. Quando parliamo di un processo e non di listerelle elettorali vogliamo ribadire che la costruzione di un’alternativa non solo alla destra, ma anche al liberal-atlantismo del PD è una prospettiva che deve passare per il consolidamento di una volontà unitaria di settori sociali importanti, a partire ovviamente da quelli popolari, che si orientino in tal senso. Il ruolo dei comunisti è quello di misurarsi con questi processi non con tentativi elettorali velleitari, ma chiarendo i contenuti sociali, politici e internazionali della crescita di una forza politica di alternativa al liberismo e all’atlantismo e stabilendo un rapporto corretto tra movimenti reali e voto.

La strada non è facile e ci sono molti nodi da sciogliere. Ne indichiamo alcuni: l’orientamento in politica internazionale a partire dal rispetto dell’art.11 della Costituzione che è un punto inderogabile; la partecipazione dei lavoratori al processo politico per l’alternativa che pone anche la necessità del recupero di autonomia dal consociativismo confederale; il rapporto tra alternativa politica e partecipazione dei movimenti sociali al progetto.

Per andare avanti in ogni caso bisogna liberarsi dalla melassa rappresentata dall’attuale PD e dal concetto di centro-sinistra. La prospettiva deve essere la sinistra dei valori costituzionali e su questo va raggiunta l’unità per l’alternativa.

 


 

VADEMECUM

per la lettura dei cinque volumi pubblicati da Aginform
e da Associazione Stalin su alcuni punti salienti
della discussione tra comunisti italiani

(per ordinare i libri e ricevere informazioni su prezzi e modalità di pagamento scrivere a pasti@mclink.it)

I volumi sono il prodotto di riflessioni che riguardano la traversata politica degli ultimi decenni e ne seguono i passaggi dentro i quali era necessario esprimere una posizione comunista. A un primo sguardo le considerazioni e le documentazioni riprodotte possono apparire separate, ma in realtà sono state concepite come un corpo unico per chiarirci le idee e ricavarne una prospettiva. Per questo, ora che il lavoro editoriale è concluso, ci stiamo impegnando nella diffusione dei cinque volumi e soprattutto nel sollecitare una discussione di merito. Ogni apporto individuale o collettivo in questo senso è pertanto il benvenuto.

 

LA ZATTERA E LA CORRENTE

(208 pagine, settembre 2019, € 6,00)

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Il punto da cui siamo partiti è stata la valutazione del lavoro politico e di classe che bisognava affrontare dopo il movimento del ’68. Il volume è dedicato infatti alle questioni che si erano poste dopo il ’68 a quei compagni che combattevano ormai fuori dal PCI e che, nel tentativo di mantenersi nel solco della tradizione storica del movimento comunista e di un lavoro concreto di classe, volevano uscire dallo steccato ideologico e politico dei nuovi ‘profeti’ apparsi nei decenni che approdarono alla liquidazione del partito comunista: dall’anarcosindacalismo dell’autonomia operaia, al talmudismo degli emmelle, fino a Rifondazione.

L’esperienza dell’OPR (Orgnizzazione Proletaria Romana) riportata nel volume si stacca nettamente dalle impostazioni dei nuovi soggetti politici che avevano occupato la scena a partire dagli anni ’70. Essa voleva contribuire alla ricostruzione del tessuto operaio come base dell’organizzazione politica, dato che la deriva del PCI poneva questa questione, ed esprimeva insieme la necessità di reimpostare la questione comunista in Italia. Il tentativo in questo senso naufragò purtroppi sull’opportunismo cossuttiano e sull’anticomunismo di Bertinotti. Il crollo dell’URSS e dei paesi socialisti dell’Europa orientale diede poi il colpo di grazia anche alla nostra esperienza, che non poteva reggere al corso degli avvenimenti se non adeguandosi all’esistente, cioè a una logica radical-movimentista, venendo a mancare la spinta oggettiva che poteva dare una prospettiva alle scelte compiute. Il volume è una cronaca politica di questa vicenda e contiene in sintesi la valutazione che ne abbiamo dato.

 

LETTERE AI COMPAGNI

(544 pagine, giugno 2020, € 7,00)

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Come attraversare dunque gli anni bui caratterizzati dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla guerra infinita? Che cosa significava essere comunisti nel nuovo contesto? Quale ruolo potevano svolgere i comunisti nelle nuove condizioni?

Venivano a mancare in quegli anni i punti di riferimento interni e internazionali per inquadrare una prospettiva di riorganizzazione. Lo sforzo che si poteva e si doveva fare, se non si voleva pestare l’acqua nel mortaio, era quello di capire le caratteristiche della situazione e mantenere dritta la barra di una posizione comunista, non contentandosi del riferimento ai sacri testi, ma ricavando dai fatti una corretta interpretazione della realtà. Una battaglia comunista, senza la presunzione di avere la verità in tasca, ma individuando bene i nemici e il ruolo di certe tendenze di ‘sinistra’ contigue al pensiero imperialista.

Con la resistenza irachena, i fallimenti dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente, il nuovo protagonismo della Russia, il peso geopolitico della Cina, la situazione internazionale si rimette in movimento. Anche sul piano interno l’affermazione dei 5 Stelle scuote gli equilibri e ripropone ai comunisti il Che fare?

 

IL RUOLO DI TOGLIATTI
da Salerno a Yalta

(336 pagine, novembre 2020, € 7,00)

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Il volume su Togliatti si propone di riaprire il discorso sul ruolo storico esercitato in Italia dai comunisti, senza intenzioni apologetiche, ma facendo riferimento ai dati concreti e cercando anche di individuare quando e come si è verificato il punto di rottura di una prospettiva socialista.

Perchè partire da Togliatti? Se vogliamo superare la vulgata trotsko-emmellista sulla ‘rivoluzione mancata’ ed esaminare il processo storico reale che ha caratterizzato il PCI dopo il crollo del fascismo, troveremo in Togliatti fino al 1956 punti fondamentali per la ricostruzione di una ipotesi strategica per i comunisti italiani. Perchè fino al 1956? La risposta che diamo nel volume è che la controrivoluzione innescata da Krusciov ha compromesso la guerra di posizione del PCI e aperto la strada alla sua trasformazione genetica.

 

STALIN
materiali per la discussione

(656 pagine, 1ª edizione aprile 2021, 2ª edizione dicembre 2022, € [qui])

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La ripresa comunista dopo la crisi degli anni ’90 e lo sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi non può basarsi solo su considera­zioni geopolitiche e sulle caratteristiche attuali del sistema imperia­lista. Ci si deve misurare anche con la questione di una corretta interpretazione dei passaggi attraversati dal movimento comunista dopo l’ottobre russo e la fondazione della Terza Internazionale e lo si deve fare basandosi su una visione storico-materialistica degli avveni­menti, in modo da evitare le derive identitarie e i romanticismi rivoluzionari che sono di ostacolo alla ripresa.

Il volume dedicato al ruolo di Stalin nel movimento comunista dal 1924 al 1953, cerca di mettere a fuoco la traiettoria compiuta da quella che abbiamo chiamato ‘la curva della rivoluzione’ per capire, esaminando i rapporti dialettici tra realtà e scelte politiche dei comunisti, se il percorso intrapreso era corretto. Un approccio opposto dunque all’idealismo e all’apologismo che hanno quasi sempre caratterizzato fino ad oggi le interpre­tazioni della storia del movimento comunista. Il volume su Stalin non ha nulla di apologetico e pone invece su basi materialistiche, sulla traccia del pensiero di Marx e di Engels, anche la questione di cosa sia e come vada valutata una rivoluzione e delle caratte­ristiche e la dinamica che la distinguono. Così facendo si danno ai compagni anche gli strumenti per misurarsi con l’anticomunismo dilagante e la spudorata riscrittura della storia che ha preso piede in occidente al servizio dell’imperialismo.

 

DOPO IL PCI
Questioni storiche e di prospettiva

(304 pagine, dicembre 2022, € 7,00)

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L’ultimo volume della serie “percorsi comunisti” cerca di trarre le conclusioni delle esperienze e delle considerazioni esposte nei primi quattro e si propone come base di discussione sulle prospettive dei comunisti in Italia. Le questioni storiche sono trattate nella prima parte, che porta il titolo “Il bambino e l’acqua sporca”. L’immagine si riferisce al fatto che la furia iconoclasta seguita alla liquidazione del PCI ha portato a un rifiuto globale dell’esperienza comunista italiana che, prima della mutazione genetica del PCI, ha rappresentato un fattore d’importanza storica. Il partito comunista in Italia dagli anni ’20 agli anni ’60 del secolo scorso è diventato quel grande partito di massa che è stato perchè non ha agito in maniera ideologica, cioè come una setta, ma è stato capace di diventare protagonista essenziale degli avvenimenti del nostro paese per la sua capacità di interpretarli e di spingere le contraddizioni di classe, sociali e politiche nella direzione giusta, con una strategia unitaria. Questo è stato fatto nel percorso che va dalla Resistenza alla Repubblica, alla Costituzione, alla ‘guerra di posizione’ contro la restaurazione democristiana. I testi riproposti nel libro sono al riguardo una grande lezione di metodo che serve a capire come i comunisti abbiano saputo operare politicamente nel contesto dato e guidare i processi reali.

La seconda parte del volume, che porta il titolo “L’uovo di Colombo”, concentra l’attenzione sull’importanza dell’esperienza storica dei comunisti italiani per un progetto di ripresa che a quella storia possa connettersi e arriva alla conclusione che il nodo strategico da affrontare è quello di riprendere l’impegno storico dei comunisti per la realizzazione dei principi costituzionali come passaggio a un tipo di società non basata sull’ideologia del profitto e sul liberismo.

L’alternativa a questa scelta sarebbe la sopravvivenza di quell’antagonismo velleitario, privo di progettualità politica, che da decenni anima un protagonismo ripetitivo di gruppi e gruppetti di tendenza anarco-sindacalista e neocomunista, che interpretano il presente come invocazione di ‘un altro mondo possibile’, senza definire i processi reali e la loro oggettiva potenzialità.

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