Per conto di chi? Salvini e la bufala del 2015 contro la Cina

Raschia il fondo del barile la Lega presentando una interpellanza al Ministro degli Esteri invitandolo a “chiarire subito con le autorità cinesi l’origine del Covid-19”.  Il tutto basato su un servizio di TgR Leonardo, andato in onda il 16 novembre 2015 su Rai 3 che parlava di non meglio identificati “ricercatori cinesi che avevano creato in laboratorio un super virus polmonare dai pipistrelli e topi”.
Interpellanza rafforzata da un tweet di Salvini

Che rispondere ad una domanda come questa? Che non si capisce perché mai i Cinesi avrebbero dovuto creare un’arma biologica o qualche altra mostruosità in collaborazione con l’università della North Carolina? Che una valanga di studi escludono l’origine artificiale del COVID 19? Che la storia del “laboratorio segreto cinese, culla del Coronavirus” si è rivelata essere una leggenda?  Che le ricerche alle quali si riferiva il servizio non possono avere avuto nulla a che fare con l’attuale COVID19?…

Ma invece di elencare le possibili risposte ad una questione ormai relegata in qualche screditato sito, meglio porsi una domanda. Perché la Lega si è lanciata in una così sbracata iniziativa mediatica? Le sue solite campagne allarmistiche per intercettare l’ansia Coronavirus?

Forse c’è di più.

Forse è l’esigenza di dirottare la crescente indignazione generale sulla gestione dell’emergenza da parte dei governatori delle regioni del Nord, in particolare Lombardia e Veneto. Governatori che dapprima hanno minimizzato l’allarme, poi hanno preteso di gestire essi in prima persona l’emergenza, spesso contrapponendosi al Governo, sventolando l’eccellenza del “loro” sistema sanitario. Con il risultato sotto gli occhi di tutti. O forse, più semplicemente, l’ordine è arrivato da chi muove da sempre la politica estera del partito di Salvini e che ora sta vedendo l’opinione pubblica italiana rendersi finalmente conto di essere stata presa in giro da anni. In prima linea con noi ad affrontare quest’emergenza non ci sono gli “alleati” – non ci sono i padroni della Lega di Salvini – ma quei paesi come Cina, Russia e Cuba che vi avevano descritti come “nemici” da odiare.

Francesco Santoianni

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-per_conto_di_chi_salvini_e_la_bufala_del_2015_contro_la_cina/6119_33826/

“Ma se chiediamo aiuto a Cuba, alla Cina, alla Russia, cosa ci stiamo a fare nella NATO?”

Il nostro paese sta colando a picco non per l’attacco di eserciti poderosi armati fino ai denti, ma di un nemico microscopico, invisibile, pervasivo. Per gli eserciti, siamo membri della NATO, abbondiamo di basi militari e bombe atomiche sul nostro suolo, siamo coinvolti in mega-esercizi militari (solo messi in ginocchio dal virus ci siamo ritirati dall’ultima, bellicosa esercitazione). Siamo anche nella UE. Ma nessuno dei nostri “alleati”, i quali per lo statuto dell’OTAN (perché siamo il solo paese latino che usa l’acronimo NATO, che in italiano non vuole dire nulla) sono tenuti a intervenire se fossimo attaccati militarmente, proprio nessuno, ha mosso un dito mignolo per aiutarci in questo tragico frangente (pur tenendo conto che molti hanno le loro gatte da pelare).

E allora? Allora abbiamo chiesto aiuto ai “nemici”! Le giravolte sono tradizionalmente il nostro forte. In tempo di guerra guerreggiata sarebbe alto tradimento. Ed ecco, riceviamo soccorso da Cuba, dalla Cina, dalla Russia: il peggio immaginabile per l’OTAN! Ma allora sembra veramente singolare che nessuno ponga una buona volta la domanda: MA COSA CI RESTIAMO A FARE NELL’OTAN-NATO?

A me sembra incredibile, paradossale, che a nessuno venga questo dubbio.

Perché – vediamo – che cosa ci “costa” essere membri dell’OTAN-NATO? Se per lo meno fosse gratis, ma invece ci costa, e molto salato: soldi e mezzi che, proprio in questa occasione, servirebbero maledettamente al nostro servizio sanitario!

Per renderci conto di “OTAN-NATO quanto ci costi?!” è sufficiente un paragone elementare, che però non ho mai sentito fare da nessuno.

Proprio ai nostri confini ci sono due paesi che non aderiscono all’OTAN-NATO, non San Marino o Monaco, non paesi sottosviluppati (con tutto il rispetto): l’Austria e la Svizzera. Mamma mia, forse correrà un brivido per la schiena, che rischi corrono a non avere l’«ombrello» dell’OTAN-NATO! E invece no. Anche nei periodi peggiori dei sanguinosi attentati ne sono rimasti fuori: perché? Oibò, un dubbio, non sarà perché non hanno contingenti militari all’estero, nelle zone delle (nostre) guerre?

Ma se fosse solo questo (e già non è poco, anche perché le missioni militari all’estero ci costano non pochi soldini). Diamo un’occhiata al loro budget militare, tenendo conto che l’Italia ha una spesa militare di oltre 26 miliardi di dollari, che è circa 1,3% del nostro PIL.

Per l’Austria, il PIL è stato all’incirca di 418 – 456 miliardi di dollari nel 2017 e 2018, a fronte di una spesa militare di circa 3,140 miliardi nei rispettivi anni: all’incirca lo 0,7% del PIL, grosso modo la metà rispetto all’Italia. E si che da qualche anno l’Austria si è data governi decisamente di destra.

Per la Svizzera, con un PIL di circa 740 miliardi di Dollari nel 2018, ha speso per la Difesa circa 4,7 miliardi di dollari, ossia circa 0,64% del PIL.

Gli austriaci e gli svizzeri tremeranno alla sola idea di subire un attacco militare (si, ma da chi?!).

Certo questo paragone è semplicistico: bisognerebbe esaminare in dettaglio la struttura dei sistemi militari di questi paesi, ad esempio in Svizzera ha una singolare struttura (brevemente da Internet: Fondamentalmente l’Esercito svizzero è organizzato secondo il principio di milizia e si basa sull’obbligo di prestare servizio militare per tutti i cittadini svizzeri; “La Svizzera non ha un esercito, la Svizzera è un esercito”. Può certo non piacere).

Si deve aggiungere che l’OTAN-NATO ci chiede da tempo di aumentare la spesa militare, arrivando almeno al 2% del PIL, che vorrebbe dire spendere 40 miliardi per la Difesa: col che saluteremmo per sempre il rilancio della Sanità, dei Servizi Sociali, dell’Istruzione, della Ricerca! Ma poveri, malati e ignoranti va benissimo per l’OTAN-NATO, purché armati fino ai denti, contro chi non si sa … oppure si sa benissimo, contro i soli paesi che oggi ci aiutano! Ci confermiamo voltagabbana.

di Angelo Baracca

PS – Del resto ecco come il segretario generale dell’OTAN-NATO Jens Stoltenberg si dimostra premurosa verso gli alleati: diciamo in coro “Ma quant’è buono lei!”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_nato_per_la_salute_mondiale_insulso_e_surreale_il_segretario_stoltenberg/82_33769/

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/25/ma-se-chiediamo-aiuto-a-cuba-alla-cina-alla-russia-cosa-ci-stiamo-a-fare-nella-nato-0125795

 

Coronavirus: il Vietnam soccorre l’Italia, mentre i tamponi italiani finiscono negli USA

Come la Cina e Cuba, anche il Vietnam è intervenuto a sostegno della crisi sanitaria che sta colpendo l’Italia. Intanto, però, mezzo milione di tamponi prodotti da un’azienda di Brescia sono finiti negli Stati Uniti su un volo militare.

HỒ CHÍ MINH CITY – In questi giorni abbiamo avuto modo di sottolineare numerose volte i differenti atteggiamenti che i Paesi stanno assumendo per affrontare la crisi sanitaria globale legata alla pandemia del nuovo coronavirus (COVID-19). I Paesi socialisti si stanno ancora una volta dimostrando all’avanguardia nella solidarietà internazionale, mettendo a disposizione degli Stati più colpiti le proprie conoscenze e le proprie risorse umane e materiali. È proprio quello che stanno facendo la Cina e Cuba, che non hanno fatto mancare il proprio sostegno all’Italia in questa fase di criticità.

All’elenco di aggiunge anche la Repubblica Socialista del Vietnam, che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha individuato sin dall’inizio della crisi come uno dei Paesi che meglio hanno affrontato l’epidemia. Le politiche di prevenzione, contenimento ed individuazione dei possibili contagiati hanno permesso al Vietnam di mantenere un bilancio assai lusinghiero, contando ad oggi soli 85 casi positivi e nessun decesso, nonostante il Paese sia stato tra i primi ad essere colpiti dopo la Cina.

Il governo vietnamita ha preso misure restrittive sin da subito, chiudendo le scuole per due mesi e riducendo al massimo gli ingressi sul proprio territorio nazionale, fino all’estrema misura presa martedì scorso, quando è stata annunciata la sospensione dell’emissione di visti turistici, come si legge nella direttiva emessa dal primo ministro Nguyễn Xuân Phúc. Il Vietnam aveva infatti arginato il numero di casi a sedici in un primo momento, ma da marzo il nuovo coronavirus è tornato a colpire nel Paese attraverso alcuni turisti o vietnamiti che avevano viaggiato all’estero.

Grazie ai ricercatori dell’Università Medica Militare del Vietnam e dell’azienda Viet A Technologies, il Vietnam è riuscito a mettere a punto un efficace test per rilevare la presenza del virus. I kit vietnamiti utilizzano tecniche di biologia molecolare, inclusa la reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa, e sono stati prodotti a tempo di record grazie ai finanziamenti del ministero della scienza e della tecnologia e del ministero della sanità. Secondo quanto riportato dal governo vietnamita, almeno venti Paesi stranieri hanno richiesto migliaia di kit di produzione vietnamita.

Al momento, l’azienda è in grado di produrre 3.600 kit per effettuare 18.000 tamponi, mentre altri 2.400 kit, pari a 12.000 tamponi, verranno prodotti in seguito. Alcuni di questi kit sono già stati esportati verso Paesi come Iran, Malaysia, Finlandia ed Ucraina. Ma il governo di Hanoi ed il direttore dell’azienda, Phan Quốc Việt, hanno anche affermato di voler inviare 400 kit, pari a 2.000 tamponi, in Italia a titolo completamente gratuito, come segno di solidarietà verso il Paese oggi più colpito dall’epidemia.

Secondo il ministero della tecnologia e della scienza, i test vietnamiti forniscono risultati più rapidi e sono più facili da usare rispetto a quelli utilizzati dal Centro statunitense per il controllo delle malattie e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Paese ha attualmente trenta strutture in grado di eseguire il test per il COVID-19, tre delle quali approvate dall’OMS: l’Istituto nazionale di igiene ed epidemiologia di Hanoi, l’Istituto Pasteur di Hồ Chí Minh City e l’Istituto Pasteur di Nha Trang.

Se, dunque, il mondo socialista sta venendo in soccorso dell’Italia, cosa stanno facendo quelli che invece dovrebbero essere gli alleati di Roma? Negli ultimi giorni sono stati fin troppo evidenti le dimostrazioni di disinteresse da parte delle istituzioni europee e dei governi europei e degli Stati Uniti. I mass media hanno riportato spesso incidenti che hanno bloccato o rallentato l’arrivo di materiali sanitari verso l’Italia, sovente a causa delle politiche di governi sulla carta “amici”, come quello tedesco. L’ultima notizia, riguarda mezzo milione di tamponi prodotti da un’azienda del bresciano, la Copa Diagnostics, che sarebbero misteriosamente volati verso gli Stati Uniti, trasferiti a Memphis su un aereo militare partito dalla base di Aviano.

Considerando che l’Italia, dall’inizio dell’epidemia, ha effettuato circa 100.000 tamponi, questa cifra sarebbe stata ampiamente sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale nelle prossime settimane. Il fatto, riportato per la prima volta da Repubblica e poi ripreso da altre testate nazionali, è stato confermato anche da Jonathan Hoffman, portavoce del dipartimento della difesa degli Stati Uniti. Per quale motivo, tuttavia, l’Italia non si è prima munita di una quantità simile di test, anziché permetterne la vendita all’estero? È coerente che l’Italia faccia appello alla solidarietà internazionale di altri Paesi, mentre poi si lascia sottrarre i tamponi prodotti sul proprio territorio?

L’unica spiegazione plausibile risponde al nome di capitalismo, o leggi di mercato, che dir si voglia. Gli Stati Uniti, o delle aziende private di quel Paese (come sostiene la Copa Diagnostics), devono aver offerto una cifra irrifiutabile all’azienda bresciana, cifra probabilmente fuori portata per la sanità pubblica italiana. Se questo fosse vero, il governo dovrebbe provvedere attraverso un sequestro forzato delle forniture fino a dotarsi di un numero sufficiente di tamponi, di fronte al paradosso di un’azienda nel cuore della Lombardia, la regione più colpita, che vende le proprie forniture all’estero. La Copan Diagnostics, al contrario, sostiene di aver fornito tamponi sufficienti all’Italia, addirittura nel numero di un milione, ma che non ci sarebbe stato il tempo materiale ed il personale per applicarli tutti.

Il governo statunitense, dal canto suo, si era già fatto notare per aver offerto cifre astronomiche ai laboratori tedeschi CureVac, al fine di garantirsi il brevetto di un eventuale vaccino. Il governo tedesco e l’Unione Europea, in questo caso, sono intervenuti stanziando ottanta milioni per mantenere il brevetto in casa ed impedirne la fuga.

Anche in un momento di emergenza e di fronte ad un diritto umano primario come quello alla salute, il capitalismo dimostra la sua natura spietata, volta solamente al soddisfacimento delle brame di profitto di pochi ed alla sopravvivenza del più forte, che in ambito economico è sempre il più ricco. Ciò è dimostrato anche dai prezzi astronomici che stanno raggiungendo mascherine e medicamenti di vario tipo sul mercato, mentre Paesi come Cina, Vietnam e Cuba si sono dimostrati in grado di garantire tutti i mezzi di prevenzione e di cura ai propri cittadini in maniera del tutto gratuita: “Per la salute delle persone, siamo pronti a sacrificare gli interessi economici”, ha sottolineato più volte il premier vietnamita.

Qualunque sia la verità sui tamponi prodotti in Italia e finiti negli Stati Uniti, restano due questioni da risolvere: se in Italia vi sono già un milione di tamponi a disposizione, come sostiene la Copan Diagnostics, perché il Paese continua a riceverne di gratuiti dalla Cina e dal Vietnam? In secondo luogo, quanto è etico che aziende private, mosse unicamente dalla finalità del profitto, sfruttino la situazione sanitaria internazionale per fare affari milionari in tutto il mondo? Un interrogativo che ha la sua unica risposta nella necessità di abbattere un sistema economico le cui storture ed aporie sono ogni giorno più evidenti.

Giulio Chinappi

Coronavirus: il Vietnam soccorre l'Italia, mentre i tamponi italiani finiscono negli USA

 

Bruce Aylward, OMS: “l’unico esempio di successo per contenere il Covid-19, è proprio quello cinese”

Bruce Aylward, team leader dell’OMS, afferma che lo sforzo di contenimento del coronavirus in Cina, evidenziando anche l’applicazione della tecnologia 5G nelle aree remote del paese asiatico

Bruce Aylward, team leader delle missione congiunta Organizzazione Mondiale Sanità e Cina, ha elogiato le misure intraprese da Pechino per arginare la diffusione del Coronavirus.

“Di fronte ad una malattia di cui non si sapeva nulla, la Cina ha adottato una delle strategie più antiche per il controllo delle malattie infettive. Ed ha messo in pratica, probabilmente, il più ambizioso controllo nella Storia di una malattia agile e aggressiva”, ha dichiarato Aylward.

Video New China TV

Ha poi spiegato mostrando un grafico: “Ecco, quando guardate sulla curva della differenza tra ciò che poteva essere e ciò che attualmente è, vi renderete conto che centinaia di migliaia di cinesi hanno tratto beneficio da questo incredibile sforzo”.

Il rappresentante dell’OMS ha concluso affermando che “l’unico esempio di successo che conosciamo, per contenere il Covid-19, è proprio quello cinese”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-video_bruce_aylward_oms_elogia_le_misure_della_cina_lunico_esempio_di_successo_per_contenere_il_covid19__proprio_quello_cinese/82_33266/

 

Coronavirus, il noto epidemiologo Walter Lipkin elogia l’operato della Cina

Impazzano le fake news sul coronavirus per screditare l’immagine internazionale della Cina. Nonostante esperti di fama mondiale smentiscano le voci fatte circolare ad arte su una Cina negligente e riluttante nel condividere le notizie sulla diffusione del virus.

Uno di questi è Walter Ian Lipkin. Epidemiologo di fama internazionale della Mailman School of Public Health della Columbia University.

Lipkin si trova in Cina da 17 anni, si recò nel gigante asiatico già per combattere la SARS. Come primo scienziato al mondo che ha usato metodi molecolari per diagnosticare batteri patogeni, Lipkin ha addestrato diversi membri del personale medico in Cina durante l’epidemia di SARS.

Lipkin, noto anche come “cacciatore di virus” nel campo dell’epidemiologia, ha affermato, che rispetto alla SARS, il controllo epidemico nazionale cinese dell’infezione da coronavirus ha fatto due importanti progressi. In primo luogo, la probabilità di rilevazione di virus è migliorata non solo in termini di tecnologia, ma anche in termini di formazione professionale del personale medico. In secondo luogo, c’è una maggiore trasparenza nella diffusione delle informazioni.

Dalla SARS, alla MERS al virus del Nilo occidentale e dal virus dell’Ebola, Lipkin è stato in prima linea nelle epidemie mondiali. Negli ultimi anni ha lavorato a stretto contatto con scienziati e funzionari cinesi per rafforzare i sistemi sanitari pubblici e proteggere le persone dallo scoppio di malattie infettive.

La sera del 29 gennaio è arrivato a Guangzhou, nella provincia del Guangdong e ha discusso con l’epidemiologo cinese Zhong Nanshan sui progressi dell’epidemia e sulla sua prevenzione. Insieme, il 1° febbraio sono volati a Pechino e hanno discusso i risultati con le loro controparti cinesi.

“Rispetto alla SARS, il tasso di mortalità del coronavirus è inferiore, ma la trasmissione è più ampia”, ha detto Lipkin. “Il tasso di trasmissione e il numero di aree infette sono probabilmente superiori a quelli della SARS, e la ragione non è ancora chiara”.

Lipkin ritiene, attualmente, che il numero di pazienti confermati sia probabilmente sottostimato mentre il numero di mortalità è sopravvalutato poiché è probabile che alcune persone siano infette senza mostrare alcun sintomo.

“Alcuni esperti prevedono che potrebbe esserci una tendenza al ribasso dell’infezione dopo la metà di febbraio. Tuttavia, ci saranno più casi confermati perché ci vorrà del tempo prima che i sintomi si manifestino”, ha detto Lipkin, aggiungendo che attualmente i nuovi vaccini contro il coronavirus sono in fase di sviluppo.

Fonte: Global Times

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-coronavirus_il_noto_epidemiologo_walter_lipkin_elogia_loperato_della_cina/82_32940007/

 

Sinofobia dilagante. E la stella della bandiera cinese diventa un coronavirus

Per una volta citiamo un servizio della tivù saudita al-Arabyia non per parlarne male; anzi. Tratta infatti della discriminazione anticinese che sta crescendo in diversi paesi, parallelamente al timore per il coronavirus. (http://english.alarabiya.net/en/features/2020/01/30/Chinese-people-respond-to-coronavirus-discrimination-We-are-not-a-virus-.html)

Il giornale danese Jyllands-Posten ha pubblicato una… caricatura della bandiera cinese: al posto della stella gialla, un coronavirus.

In Francia hanno dovuto creare l’hashtag #JeNeSuisPasUnVirus (Non sono un virus) per protestare contro gli ormai diffusi pregiudizi. Un’altra idea terra terra per reagire può essere… https://twitter.com/liberazioni/status/1222957221606297602 scegliere un bar cinese per il caffè!

Tutto il mondo è paese e così la psicosi sembra diffomdersi anche in Asia. Asianews (http://www.asianews.it/notizie-it/Coronavirus,-nessuno-vuole-i-sudcoreani-rimpatriati-da-Wuhan-49164.html) cita il caso di due comunità coreane i cui funzionari e residenti alzano barricate contro la decisione del governo di collocare i concittadini rimpatriati dalla Cina in due strutture, presso quelle comunità, per le settimane necessarie al monitoraggio.

Sino Weibo, l’equivalente cinese di Twitter, ha riferito di una donna cinese cacciata da un ristorante in Giappone.

E sempre via twitter, una foto dallo Sri Lanka: la porta di un ristorante reca il cartello «Il servizio è temporaneamente sospeso per i cittadini cinesi».

Non ha invece tutti i torti chi biasima – con foto e video piuttosto orrendi – il consumo, in Cina, di  «esotici» cibi animali cinesi: pipistrelli, serpenti, porcospini, volpi, in effetti venduti nel mercato di Wuhan. In effetti giorni fa gli esperti del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della Cina (http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2020/01/27/virus-cina-test-confermano-che-nasce-da-animali-selvatici_b1e33692-2f20-4bf2-b15b-6871ab3991a2.html) hanno isolato con successo il nuovo coronavirus (2019-nCoV) nei campioni ambientali prelevati nel mercato di Huanan, a Wuhan. Sui 33 campioni positivi, 31 sono stati raccolti nella parte occidentale del mercato, dove si concentravano i banchi per la vendita di animali selvatici. Secondo gli esperti, il risultato suggerisce che l’epidemia di nuovo coronavirus è collegato al commercio di animali selvatici.

Questo non è bastato a evitare ipotesi farlocche di «virus fuoriuscito da un laboratorio di ricerche militari»… una bufala diventata interrogazione a opera di un certo vicepresidente del Parlamento europeo  (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_bufala_del_coronavirus_creato_in_laboratorio_dai_cinesi_arriva_in_parlamento_europeo/6119_32848/) già in passato noto per aver creduto ad accuse mirabolanti, salvo poi sterzare a 180° come se niente fosse, per lustro personale (http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3415)

Marinella Correggia

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sinofobia_dilagante_e_la_stella_della_bandiera_cinese_diventa_un_coronavirus/82_32860/

 

La bufala del “Coronavirus creato in laboratorio dai cinesi” arriva in Parlamento europeo

Di certo l’Unione europea non è nuova a queste follie, basti pensare al sobrio Jean-Claude Juncker, allora Presidente della Commissione europea, il quale annunciava al Parlamento europeo che i “dirigenti di altri pianeti sono preoccupati per l’Europa”; ma l’iniziativa di Fabio Massimo Castaldo, europarlamentare Cinque Stelle e Vicepresidente del Parlamento europeo lascia sbigottiti.

Ci riferiamo al suo annuncio  (vedi sotto) di una interrogazione (“La Cina dia immediate spiegazioni”) sul Coronavirus sfuggito per un incidente dal laboratorio P4  di Wuhan “collegato al programma di armi biologiche segrete della Cina” (…) “…Notizia che gira anche, da alcune ore, sui profili Twitter di dissidenti cinesi e attivisti dei diritti umani.”

Una bufala talmente smaccata da essere stata raccolta in Italia solo da Paolo Liguori, direttore di TG-COM e da giorni smascherata da più parti, anche a seguito della ritrattazione di tale Dany Shoham, presunto ex ufficiale dei servizi israeliani che l’aveva diffusa su un iperscreditato sito.

Bufala talmente smaccata che, finora, non era riuscita a trovar posto nella campagna mediatica – alimentata da questa ennesima Arma di Distrazione di Massa del Coronavirus – contro la Cina. Bufala che ora trova un posto di rilievo grazie a Fabio Massimo Castaldo.

Francesco Santoianni

Su questo argomento:

Coronavirus e psicosi di massa contro la Cina
Le sei cose che non ti dicono sul Coronavirus

Testo del post Facebook di Fabio Massimo Castaldo (vedi anche screenshoot)

PRESENTERÒ UN’INTERROGAZIONE IN PARLAMENTO!
Stasera voglio parlarvi, in maniera seria e puntuale, dell’epidemia relativa al BetaCoronavirus.
Ovviamente, dobbiamo utilizzare molta precauzione nell’affrontare l’argomento, ma la notizia che arriva oggi dalla Cina, se fosse confermata, avrebbe del clamoroso: secondo Dani Shoham, ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana ed esperto in armi biologiche, il betacoronavirus potrebbe essere nato in laboratorio.
La notizia gira anche, da alcune ore, sui profili Twitter di dissidenti cinesi e attivisti dei diritti umani: il virus che si sta diffondendo a livello globale, contagiando centinaia di persone, potrebbe aver avuto origine in un laboratorio di Wuhan collegato al programma di armi biologiche segrete della Cina.
In questo laboratorio, secondo l’opinione di Shoham, verrebbe portato avanti un programma segreto collegato alle armi batteriologiche, all’interno del quale sarebbero stati creati virus e batteri pericolosi e aggressivi. In tal senso, anche secondo questo esperto, potrebbe esserci stata una contaminazione accidentale, di un tecnico o di uno scienziato, che potrebbe aver poi portato all’epidemia.
È chiaro che questa vicenda vada chiarita in ogni suo aspetto: intendo presentare, nel più breve tempo possibile, un’interrogazione parlamentare per chiedere un impegno dell’UE, nei confronti delle autorità cinesi, per conoscere a fondo la realtà dei fatti.
L’Unione Europea deve incalzare il governo cinese sull’esistenza di laboratori di questo tipo, e su una corretta informazione riguarda il numero dei contagi del virus e delle vittime.
Ci sono attualmente 8 casi di contagio in Europa, tra Francia e Germania, e per questo non possiamo permetterci una mancanza di trasparenza e di correttezza: quando sono in gioco delle vite umane i cittadini meritano di conoscere la verità, sempre.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_bufala_del_coronavirus_creato_in_laboratorio_dai_cinesi_arriva_in_parlamento_europeo/6119_32848/

 

Taiwan e la Cina: gli USA e i secessionisti soffiano sul fuoco della guerra

Sabato 11 gennaio u.s. si sono tenute a Taiwan le elezioni presidenziali e parlamentari, che hanno visto la conferma, dopo la vittoria del 2016, a presidentessa di Taiwan di Tsai Ing-wen e della sua organizzazione politica, il Partito Democratico Progressista (PDP) che ha ottenuto – su di una piattaforma politica violentemente diretta alla rottura definitiva con la Cina – 8,17 milioni di voti (il 57,13% del totale). Il partito Kuomintang, erede della forza nazionalista di Chiang Kai-shek (grande antagonista della Rivoluzione maoista e della Cina comunista ora convertitosi alla linea di riavvicinamento e persino di unificazione di Taiwan con la Repubblica Popolare Cinese) ha ottenuto 5,52 milioni di voti (38,61%). La stampa statunitense ed europea ha in grandissima parte salutato, quella di Tsai Ing-wen, come una vittoria anticomunista, anticinese e “liberatrice”, non nascondendo il ruolo che in tale vittoria hanno giocato gli USA e le manifestazioni di Hong Kong. Ha chiaramente titolato, ad esempio, il “Corriere della Sera” di sabato 11 gennaio: “Taiwan, risorge l’anticinese Tsai (anche grazie a Hong Kong)”. Tuttavia, la stessa stampa occidentale, al completo, non ha nascosto i pericoli insiti nella vittoria di Tsai e del PDP, che hanno condotto una campagna elettorale proprio sull’onda delle manifestazioni filo americane e filo britanniche di Hong Kong, tanto da provocare la netta reazione del Partito Comunista Cinese e del suo Segretario, Xi Jinping, che lo scorso 2 gennaio a Pechino, nella Grande Sala del Popolo, per il quarantennale del “Messaggio ai compatrioti di Taiwan” ha così chiaramente affermato: “ La riunificazione tra Taiwan e la Cina è inevitabile, è una grande tendenza della Storia…. Taiwan è parte della politica interna della Cina, quindi ogni interferenza straniera è intollerabile”.

Ma in quale quadro storico si levano le parole secessioniste di Tsai e quelle unificatrici di Xi Jinping? Tratteggiamolo sinteticamente.

L’imperialismo e il colonialismo, per motivare il loro potere sui Paesi e sui popoli, si danno anche un modus operandi: cancellare la storia dei Paesi e dei popoli occupati o dominati e riscriverne un’altra, falsa e funzionale allo stesso potere imperialista. È ciò che oggi accade anche per Taiwan, è la manipolazione della Storia che oggi praticano innanzitutto gli USA per rimuovere il fatto che Taiwan è cinese sin dalla notte dei tempi mentre la falsa storia costruita dall’imperialismo nordamericano la racconta come “isola autonoma e indipendente”. È difficile, peraltro, e solo da una prima, pura e semplice costatazione geografica, credere che Taiwan, “l’Ilha Formosa” (l’isola bella, come la chiamavamo i suoi primi conquistatori colonialisti, i portoghesi, nel 1400) posta dal formarsi del mondo – per così dire – a soli 160 chilometri dalle coste della Cina sia stata e sia storicamente più occidentale che cinese.

La vera Storia ci dice come Taiwan abbia sviluppato forti relazioni con la Cina già dal 7° secolo a.c. e come dal 15° secolo d.c. sia stata completamente cinese, dopo che l’Impero cinese caccia da Taiwan i nuovi colonialisti olandesi (il colonialismo occidentale verso Taiwan e tanta parte dell’Asia non ha mai smesso di agire). Da questa fase, dalla cacciata degli olandesi, Taiwan rimarrà cinese per circa 250 anni, quando nel 1895, dopo la guerra tra Cina e Giappone, diventa parte dell’Impero del Sol Levante, che schiavizza ferocemente il popolo di Taiwan portando verso il Giappone tanta parte del prodotto agricolo taiwanese, saccheggiando le ricchezze dell’isola e trasformandola in terra per gli emigranti nipponici. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la sconfitta del fronte nazifascista e del Giappone, Taiwan torna alla Cina, ma nel settembre del 1949 viene occupata dai nazionalisti di Chiang Kai-Shek, sconfitti in Cina dalla Rivoluzione comunista e maoista. Occorre sottolineare come già in questa fase emerga – come emergerà più avanti e poi ancora sino a questa fase, sino a questi ultimi giorni di gennaio 2020 segnati dalle elezioni a Taiwan – il ruolo reazionario, imperialista, anticomunista e anticinese degli USA. Nel momento della vittoria della Rivoluzione comunista di Mao Ze Dong, infatti, saranno le truppe americane a scortare Chiang Kai-Shek a Taiwan, non senza prima avergli permesso di trafugare tutto il tesoro della Città Proibita. Con l’aiuto degli USA i nazionalisti anti maoisti di Chiang Kai Shek costituiscono “l’altra Cina”, la cosiddetta Repubblica di Cina (che oggi conta poco meno di 24 milioni di abitanti) contrapposta alla vera Cina, alla Repubblica Popolare Cinese guidata dal PC Cinese.

Determinante, dunque, sarà il contributo americano per la costituzione della Repubblica di Cina e cioè per dividere Taiwan dalla Cina, e rispetto a ciò lasciamo la parola a Domenico Losurdo, che nel suo saggio “La Cina, l’anticolonialismo e lo spettro del comunismo così scriveva:  “Per quanto riguarda la Cina, già prima della fondazione della Repubblica popolare, gli USA intervenivano per impedire che la più grande rivoluzione anticoloniale della storia giungesse alla sua naturale conclusione, e cioè alla ricostituzione dell’unità nazionale e territoriale del grande Paese asiatico, compromessa e distrutta a partire dalle guerre dell’oppio e dall’aggressione colonialista. E, invece, dispiegando la loro forza militare e agitando in più occasioni la minaccia del ricorso all’arma nucleare, gli USA imponevano la separazione de facto della Repubblica di Cina (Taiwan) dalla Repubblica popolare di Cina. Erano gli anni in cui la superpotenza apparentemente invincibile era lacerata da un dibattito rivelatore: «who lost China?» Chi era responsabile della perdita di un Paese di enorme importanza strategica e di un mercato potenzialmente illimitato? E in che modo si poteva porre rimedio alla situazione disgraziatamente venutasi a creare? Per oltre due decenni la Repubblica popolare di Cina è stata esclusa dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dalla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Al tempo stesso, essa subiva un embargo che mirava a condannarla alla fame e all’inedia o comunque al sottosviluppo e all’arretratezza. A quella economica s’intrecciavano altre forme di guerra: l’amministrazione Eisenhower assicurava l’«appoggio ai raid di Taiwan contro la Cina continentale e contro ‘il commercio per via marittima con la Cina comunista»; al tempo stesso la CIA garantiva «armi, addestramento e supporto logistico» ai «guerriglieri» tibetani e alimentava in tutti i modi ogni forma di opposizione e «dissidenza» nei confronti del governo di Pechino”.

Vero è che con la svolta di Nixon del 1971, diretta ad una politica di distensione con la Cina, gli USA, riconoscendo la Cina comunista alle Nazioni Unite, smettono la loro politica di sostegno a Taiwan in funzione anticinese, cessando anche di riconoscere Taiwan alle Nazioni Unite.  Ma è anche vero che la politica nordamericana diretta a sollecitare e sostenere la secessione di Taiwan dalla Cina (esattamente come per Hong Kong) riprende nei decenni successivi per rinvigorirsi proprio in questi ultimi anni, di fronte al grandissimo sviluppo economico e politico della Repubblica Popolare Cinese e di fronte al ruolo internazionale centrale svolto conseguentemente da Pechino e, ora, dal progetto planetario della Nuova Via della Seta. In questa fase gli USA sono tornati, come ai tempi del sostegno pieno e armato a Chiang Kai-shek, a svolgere alla luce del sole il ruolo di primario soggetto secessionista di Taiwan dalla Repubblica Popolare Cinese (non è stato così, non rimane così, peraltro, anche per il Tibet, oltreché per Hong Kong?).

A Taiwan, nel 1979 muore Chiang Kai- shek e nel 1986, da una scissione dal Kuomintang (il partito nazionalista di Chiang Kai -shek, ricordiamo) nasce il Partito Democratico Progressista, che nel tempo svelerà sempre più la propria natura filo americana e secessionista dalla Cina. Dalla morte di Chiang Kai-shek, dalla scissione del Kuomintang e dalla formazione del PDP si apre una fase nuova per Taiwan, caratterizzata da una tensione continua e sempre più profonda e pericolosa tra i fautori della secessione e della piena autonomia dalla Cina (che vede come capofila il PDP) e i fautori della riunificazione con la Cina, tra i quali si colloca, nell’ultimo decennio, lo stesso, nuovo, Kuomintang.

Dopo la caduta dell’URSS ed il costituirsi di un nuovo quadro internazionale segnato dall’illusione imperialista  della “fine della storia” (con la conseguente acutizzazione della spinta economica e militare imperialista per la conquista dei mercati mondiali ed il controllo delle aree internazionali geopoliticamente più importanti) gli USA riaccendono violentemente i propri riflettori su Taiwan, nell’obiettivo di secessione dell’isola ( divenuta, tra l’altro, una delle “tigri economiche” asiatiche) dalla Cina.

È del 1995, ad esempio, il viaggio del leader indipendentista di Taiwan, Lee Tenghui, a Washington, viaggio che apre una crisi militare significativa tra USA e Cina, con vaste esercitazioni militari cinesi lungo le coste di Taiwan e l’invio di due portaerei americane vicine alla flotta cinese. Sarà proprio con il pesante ed esplicito aiuto americano che in questa fase Lee Tenghui vincerà le elezioni a Taiwan. Una politica di sostegno USA alle posizioni politiche secessioniste di Taiwan che porta alla vittoria, dai primi anni 2000 sino ad oggi, del PDP. Anche se l’elettorato (nonostante l’appoggio occidentale, la grancassa mediatica mondiale imperialista in funzione anticinese e la formazione, a Taiwan, di una vasta area sociale “aristocratica” – per riprendere l’immagine di Lenin della “classe operaia aristocratica occidentale” – essenzialmente formatasi negli anni in cui Taiwan era una delle “tigri asiatiche”), ha sempre, più o meno, espresso una polarizzazione tra secessione e unificazione con la Cina. Sino al punto che nel 2004, i due referendum che chiedevano di rafforzare le politiche militari contro la Cina non raggiungono il quorum.

La vittoria di questo gennaio 2020 di Tsai Ing-wen, avvenuta sulla base di una proposta di rottura con la Cina, sulla base di un accordo ferreo con gli USA e su quella di un rifiuto secco persino della soluzione cinese “one country, two system” (un Paese due sistemi), apre un quadro potenzialmente drammatico a Taiwan. Già nel 2005, infatti, le posizioni del leader indipendentista taiwanese Chen Shui-bian avevano provocato una dura reazione da parte di Pechino, che rispose alle sue provocazioni dichiarando che “qualora Taipei (la capitale di Taiwan, n.d.r.) si proclamasse indipendente, la Cina interverrebbe militarmente”.

Ma, oltre la legittima difesa della propria unità e integrità territoriale, cosa spinge la Repubblica Popolare Cinese ad assumere tali posizioni? E’ del tutto evidente che Pechino ( e il PC Cinese) sono costretti ad assumere questa linea di difesa in un quadro generale contrassegnato da una particolare aggressività militare ed economica USA: la VI e potente Flotta della marina militare americana è stanziata da tempo difronte al Mare delle Filippine, come minaccia armata alla Cina; la nuova  militarizzazione del Giappone è frutto del disegno americano volto all’accerchiamento della Cina;  l’esercito della Corea del Sud, che prende ordini direttamente dagli USA e dalla NATO, è in perenne mobilitazione sui confini con la Corea del Nord; lo spostamento delle basi NATO verso i confini russi (come in Ucraina) è una minaccia anche per la Cina; lo stesso, recentissimo, assassinio del generale iraniano Soleimani da parte di Trump non è solo una terribile minaccia all’Iran ma anche al suo alleato cinese. E l’aggressività USA contro la Cina comunista prende densamente corpo anche attraverso la lotta doganale e d economica generale USA contro Pechino.

È in questo contesto che vanno giudicate le affermazioni di Xi Jinping nel già citato intervento dello scorso 2 gennaio su Taiwan di fronte alla Grande Sala del Popolo: “La proprietà privata, le fedi religiose e i legittimi diritti dei compatrioti taiwanesi saranno preservati” – ha detto Xi Jinping – solo dopo il rientro nella madrepatria, secondo la formula “Una Cina Due Sistemi”, come per Hong Kong”. Aggiungendo che “Sistemi politici differenti non possono servire da scusa per ambizioni separatiste”. E così concludendo: “La risoluzione della questione di Taiwan non può essere più lasciata alle generazioni future, come è stato fatto per settant’anni dal dicembre 1949, quando il nazionalista Chiang  Kai-shek, sconfitto nella guerra civile dalle forze rivoluzionarie di Mao Zedong, si arroccò nell’isola. A partire da tutto ciò noi non possiamo fare alcuna promessa di rinunciare all’impiego della forza, ma manteniamo, di fronte a un intervento esterno o a strappi indipendentisti, l’opzione di ricorrere ad ogni misura necessaria”.

E’ così internazionalmente evidente che la richiesta di secessione di Taiwan dalla Cina sia un espediente imperialista, che la stessa “comunità internazionale” in gran parte si ritrae da questo disegno, ed è per questo che, nonostante il gran can-can americano, sono soli 15 i governi del mondo, oggi, a riconoscere Taiwan come Paese indipendente e addirittura  gli stessi USA non hanno osato aprire ancora un’ambasciata a Taipei, ma molto ipocritamente hanno, nella capitale, solo un “ American Institute”, che tuttavia è sufficiente a sostenere e dirigere la politica secessionista di Taiwan.

Nel contesto dato, segnato dal terrore USA di perdere la propria leadership mondiale a favore della Repubblica Popolare Cinese e difronte, dunque, alla visione internazionale tutta bellica di Washington, risultano ancora una volta profetiche le parole di Domenico Losurdo, quando valuta il disegno americano di sottrarre a Pechino l’isola di Taiwan: “A questo punto, l’obiettivo perseguito dagli USA risulta chiaro e inequivocabile: essi si propongono per così dire di terrestrizzare la Cina. Di qui una politica tesa a bloccare la riunificazione di Taiwan con la madrepatria e, possibilmente, trasformare l’isola in una portaerei anticinese, gigantesca e inaffondabile”.

di Fosco Giannini

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-taiwan_e_la_cina_gli_usa_e_i_secessionisti_soffiano_sul_fuoco_della_guerra/5871_32569/

Lo scontro con la Cina, Corea del Nord, ISIS era previsto sin dal 2004

Gli esperti avevano previsto le attuali tensioni tra Washington e Pechino, nonché la perdita dell’influenza globale degli Stati Uniti e i cambiamenti nelle alleanze

Il Consiglio di intelligence nazionale degli Stati Uniti 15 anni fa pubblicò un rapporto su come sarebbe stato il mondo nel 2020 e quale sarebbe stata la posizione del paese americano. Il documento di 119 pagine intitolato “Mapping the future global”, fu preparato da analisti dell’intelligence in collaborazione con numerosi esperti e, letto oggi, contiene alcune previsioni che possono sembrare profetiche.

È vero che non tutte le previsioni erano accurate, come quella che prevedeva la creazione di uno stato palestinese o un conflitto tra Cina e Stati Uniti a causa della situazione politica sull’isola di Taiwan – a cui Pechino considera parte integrante dell ‘”unica Cina” – ma l’accuratezza con cui prevedeva alcuni scenari attuali risulta inquietante.

Tensioni con la Cina

Gli autori del rapporto hanno correttamente anticipato le possibili tensioni tra Cina e Stati Uniti, sebbene non abbiano suggerito che ci sarebbe stata una guerra commerciale. “Il crescente nazionalismo in Cina e le paure negli Stati Uniti di una Cina che è diventata un concorrente strategico emergente potrebbero alimentare una relazione sempre più contratsnte”, si legge  il rapporto.

Crisi nordcoreana

Per quanto riguarda la Corea del Nord, gli autori del documento predissero una crisi che “probabilmente raggiungerà un punto critico nei prossimi 15 anni”. Gli esperti indicarono che Pionyang e l’Iran avrebbero sviluppato missili balistici intercontinentali molto prima del 2020 e annunciarono che questo scenario avrebbe “aumentato il costo potenziale di qualsiasi azione militare degli Stati Uniti contro di loro o i loro alleati”.

Allo stesso tempo, queste previsioni non sembrano molto sorprendenti , da allora il presidente George W. Bush aveva qualificato la Corea del Nord come parte dell’Asse del Male insieme a Iraq e Iran già nel 2002. La Cina, a sua volta, nel 2004 già è era la seconda economia mondiale, con una crescita del PIL che ha raddoppiato quella degli Stati Uniti.

“Rendere di nuovo grandi gli Stati Uniti”

Il rapporto non prevedeva l’arrivo di Donald Trump al potere, ma alcuni fenomeni chiave del suo mandato, come l’idea dell’eccezionalità americana,  il movimento “America first”  e “Make America Great Again”) mentre l’influenza globale di Washington diminuiva con il rafforzamento di altre potenze.

Alterare le alleanze

Gli esperti avevano anche “alleanze e relazioni drammaticamente alterate con l’Europa e l’Asia”, in particolare il peggioramento dei legami statunitensi con l’Europa, una tendenza osservata negli ultimi anni. Secondo il rapporto, gli stati europei potrebbero preferire l’UE alla NATO, oltre a rafforzare la cooperazione con l’Asia. “Ad esempio, un’alleanza UE-Cina, sebbene ancora improbabile, non è più impensabile”, si legge nello studio.

Creazione di un califfato

Il rapporto non fa previsioni sull’ascesa dello Stato islamico, ma ha anticipato le circostanze che hanno causato l’ascesa del califfato terroristico. Hanno visto giusto quando hanno scritto della diffusione dell’Islam radicale e di uno scenario immaginario sulla creazione di un califfato.

“L’espansione dell’Islam radicale avrà un impatto globale significativo entro il 2020, riunendo gruppi etnici e nazionali diversi e forse persino creando un’autorità che trascende i confini nazionali”, si legge.

Gli analisti hanno predetto che Al Qaeda, il gruppo jihadista dominante nel 2004, sarebbe stato sostituito da gruppi più decentralizzati che avrebbero usato Internet per captare giovani musulmani alienati.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-scontro_con_la_cina_corea_del_nord_isis_un_rapporto_dellintelligence_usa_del_2004_aveva_gi_previsto_cosa_sarebbe_successo_nel_2020/82_32396/

 

Il ‘miracolo cinese’ contribuisce alla riduzione della povertà mondiale

Nel 2019, la Cina ha ancora una volta completato il compito di emancipare oltre 10 milioni di persone dallo stato di povertà, con la previsione dell’emancipazione del 95% dei poveri e del recupero delle condizioni di oltre il 90% delle distretti poveri. La Cina sta facendo l’ultimo sprint verso l’obiettivo di eliminazione della povertà assoluta ed edificazione di una società moderatamente prospera.

Risultati così evidenti non sono stati di facile conseguimento per la Cina. Questi risultati sono dovuti al fatto che il Partito comunista cinese e il governo cinese hanno sempre sostenuto il concetto di sviluppo incentrato sul popolo, considerato l’alleviamento della povertà come obiettivo principale dello sviluppo economico e sociale ed esplorato e innovato costantemente metodi di riduzione della povertà; sono dovuti alle enormi basi economiche poste nei 40 anni sin dalla riforma e apertura, e al vantaggio istituzionale di concentrare le risorse per completare i lavori più importanti. A questo proposito, Jorge Chediek, Direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la cooperazione sud-sud, ha affermato che l’emancipazione dalla povertà di centinaia di milioni di cinesi costituisce un’impresa eroica nella storia dello sviluppo dell’umanità ed ha fornito un modello di riferimento per lo sviluppo mondiale.

Al momento, a causa di vari fattori come l’anti-globalizzazione, lo sviluppo squilibrato e il crescente terrorismo, al mondo ci sono ancora oltre 700 milioni di persone che stanno lottando sulla soglia della povertà, e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile ha determinato l’eliminazione della povertà assoluta come una priorità. In quanto paese con il maggior numero di persone emancipatesi dalla povertà al mondo e primo paese ad aver completato gli Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite, le idee e le pratiche cinesi sostenute dalla Cina come la riduzione della povertà tramite l’industria e la riduzione mirata della povertà forniscono un riferimento per i paesi in via di sviluppo e sono state ampiamente riconosciute dalla comunità internazionale.

Oltre a fornire esperienza e idee, la Cina ha anche fatto del suo meglio per fornire assistenza ad altri paesi in via di sviluppo senza condizioni politiche. In base a quanto stabilito, la Cina costruirà in modo completo una società moderatamente prospera entro il 2020. Il problema della povertà assoluta che ha afflitto la nazione cinese per migliaia di anni sta per giungere al suo termine storico. Ciò non solo creerà un “miracolo cinese” nella storia della riduzione della povertà, ma ispirerà anche la fiducia della comunità internazionale per il superamento della povertà, aiuterà a migliorare il lavoro di riduzione della povertà di tutto il mondo e contribuirà con una “chiave d’oro” a promuovere lo sviluppo globale sostenibile.

di Radio Cina Internazionale

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_miracolo_cinese_contribuisce_alla_riduzione_della_povert_mondiale/82_32356/

 

La Cina risponde alle esternazioni di Mike Pompeo su Hong Kong

Il 3 dicembre, durante una conferenza stampa ordinaria, la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying ha risposto alle affermazioni del segretario di Stato Usa Mike Pompeo sulla Dichiarazione congiunta tra Cina e Gran Bretagna relativa alla questione di Hong Kong. Hua Chunying ha sottolineato che la politica fondamentale e le spiegazioni presentate dal testo della Dichiarazione sulla questione di Hong Kong rappresentano una posizione decisa e assunta unilateralmente dalla Cina su affari puramente interni e non sono il risultato di un negoziato. La Costituzione cinese e la legge fondamentale costituiscono la base su cui poggia la politica di “Un paese due sistemi”, e non la Dichiarazione congiunta.

Secondo le ultime notizie, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha definito la Dichiarazione congiunta di Cina e Gran Bretagna un “Trattato” registrato e autorizzato dalle Nazioni Unite, e ha auspicato che gli impegni elencati nel documento non diventino lettera morta chiedendo alla Cina di rispettare il principio della politica “Un paese due sistemi”. Hua Chunying risposto con queste parole: “Non so se Mike Pompeo abbia letto la Dichiarazione congiunta di Cina e Gran Bretagna, né se sia a conoscenza di quanti e quali siano gli articoli elencati e i contenuti trattati. La base giuridica su cui si fonda l’applicazione della politica di “Un paese due sistemi” a Hong Kong sono la Costituzione e la Legge fondamentale, non la Dichiarazione congiunta. Inoltre ci chiediamo a quale titolo gli Usa parlino di questo documento sottoscritto da Cina e Gran Bretagna”.

La portavoce ha poi ricordato il numero elevato di sparatorie avvenute negli Stati Uniti nei primi otto mesi dell’anno corrente (34.916 con 9.214 morti) affermando che gli Usa sono l’unico Paese industriale sviluppato privo di una legge a garanzia del salario e dei diritti delle donne in maternità e insieme l’unica tra le economie sviluppate che non garantisce ferie retribuite agli operai. “Forse anche i cittadini degli Stati Uniti hanno bisogno di democrazia, libertà e diritti umani? I politici americani dovrebbero riflettere di più sugli affari interni del loro Paese”, ha concluso Hua Chunying.

di Radio Cina Internazionale

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_cina_risponde_alle_esternazioni_di_mike_pompeo_su_hong_kong/82_32026/

 

Il pendolo del premier Conte

Immediata sollevazione dei media liberal-imperialisti, di destra e di sinistra, che lanciano anatemi contro l’idea di buoni rapporti tra Italia e Cina

Se la prima mossa del nuovo corso politico, dovuto al rovesciamento delle alleanze, è stata quella di stoppare il tentativo di Salvini di sfondare la linea del Piave ricorrendo alle elezioni dopo la crisi di agosto, si tratta ora di valutare le prospettive e il ruolo del Conte 2. Oggi, a distanza di alcuni mesi, si può abbozzare una linea interpretativa della sua azione.

Non si tratta di dare una pagella, ma di valutare, in modo oggettivo, che cosa è successo dopo la formazione del nuovo governo e questo si può misurare su due cose, la impostazione della legge finanziaria e il grado di tenuta politica dei 5 Stelle rispetto al loro programma.

Partiamo da quest’ultimo aspetto e domandiamoci: hanno tenuto i pentastellati o si sono accodati al PD? Giudichiamo dai fatti. Sul reddito di cittadinanza hanno ribadito che non va toccato, mentre per quota 100 è stato detto che la sua validità temporanea, quella triennale, va mantenuta. Sulla prescrizione, nonostante la furibonda resistenza di PD e Renzi la sfida è stata accettata e si mantiene la scadenza dell’entrata in vigore al gennaio 2020. Sull’ex-Ilva Di Maio ha insistito che il ricorso allo scudo penale non avrebbe senso perchè gli obiettivi di Mittal sono altri e la multinazionale deve rispettare i contratti. Ora si sta trattando. Intanto tutta la stampa liberista e a servizio dell’imperialismo si sta scatenando perchè Grillo è andato a cena con l’ambasciatore cinese in Italia e i 5 Stelle non parlano di Hong Kong.

Possiamo dire che qualche segnale c’è stato, ma perchè nessuno ne parla, sinistra, compresa? Anzi, quando se ne parla, sono la stampa e i media di regime a farsi carico di attacchi sfrenati a provvedimenti che, a loro parere, dovrebbero essere dirottati agli ‘investimenti produttivi’?

Anche a proposito della vicenda delle elezioni regionali, nonostante la sconfitta in Umbria che ha mostrato che non è facile mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, i 5 Stelle hanno recuperato una linea di autonomia cercando, aldilà delle strategie elaborate a tavolino, di tener conto della lezione.

La questione non è però solo quella del movimento 5 Stelle, ma anche quella dell’azione del governo. Qui le considerazioni da fare riguardano il carattere del compromesso raggiunto con la formazione del governo e su questo esprimere una valutazione sui risultati. Il perno di questa valutazione è la legge di bilancio, peraltro non ancora approvata dal parlamento. Dai dati a disposizione risulta che nelle scelte fatte, tenuto conto dei limiti di spesa, si è cercato di dare alla spesa pubblica un carattere ‘sociale’ evitando provvedimenti odiosi, alla Renzi per intenderci, e costringendo il PD a mantenere la sua veste di partito nuovo anche se questa scelta ha avuto delle contropartite, in particolare nel rapporto con l’Europa, di cui è simbolo Gentiloni. Possiamo dire che questo è un governo di mezzo che aspetta, dato che siamo in periodo di alluvioni, la piena salviniana. Resisteranno gli argini? E’ da vedere.

Per non essere però soltanto spettatori e lasciare che le cose seguano il loro corso scaricando sulle spalle di un movimento come quello dei 5 Stelle un peso che va ben oltre le loro possibilità, dovremmo, come comunisti, pensare un po’ a come contribuire a mandare le cose nella direzione giusta, tenendo conto dei rapporti di forza e del quadro politico generale. Come i comunisti hanno saputo fare in Italia per molto tempo, finchè la crisi non li ha disgregati. La condizione critica in cui ci troviamo oggi non ci autorizza però ad andare a ruota libera nelle scelte da fare, semmai ci impone molta attenzione per risalire la china e dimostrare di avere un’incidenza politica. Questo è il punto.

Aginform
27 novembre 2019