Rete unica, oggi l’ok di Tim a FiberCop, inizia “l’ammucchiata”

 

Il giorno è dunque arrivato, oggi il cda di Tim con il beneplacito del governo vara il lancio di FiberCop, la società unica per la gestione della banda ultralarga in tutto il territorio nazionale.

Il miraggio della rete unica per la rete secondaria – il cosiddetto ultimo miglio dell’infrastruttura, quello che va dagli armadi sulle strade alle abitazioni – diviene realtà, portando con sé una sequela di società private (oltre a Tim stessa, Tiscali, Fastweb, il fondo statunitense Kkr, e poi Sky, Vodafone, Wind-Tre) che molti dubbi lascia sul ruolo che lo Stato possa andare a ricoprire nella nuova configurazione societaria. Ma andiamo con ordine.

Governo e Tim daccordo su FiberCop

La nascita di FiberCop era stata temporaneamente congelata dal governo all’inizio di agosto, quando con una lettera il ministro dell’economia Roberto Gualtieri e dello sviluppo economico Stefano Patuanelli avevano chiesto di posticipare l’operazione (che prevedeva l’entrata di Kkr e Fastweb nella società) all’ad di Tim Luigi Gubitosi, vista l’importanza del settore per gli interessi nazionali.

Da lì, giorni di intense trattative, con il governo che palesava l’intenzione di giocare un ruolo di peso nella nuova conformazione di un ambito come quello delle telecomunicazioni (tlc) decisivo per lo sviluppo, nonché per la sicurezza, dello stivale.

Fino al lasciapassare per il nuovo assetto nel vertice di giovedì, alla presenza dei pezzi pesanti del governo quali Conte, Gualtieri, Patuanelli, Pisano, Bonafede, Franceschini, Speranza, Orlando e Marattin, insieme all’ad di Cassa depositi e prestiti (Cdp) Fabrizio Palermo, in qualità di big per la parte pubblica dell’operazione.

Qual era il termine della contesa, quali gli attori in campo, e come è andata a finire? Un breve sguardo all’evoluzione degli ultimi anni aiuterà a districarsi meglio nella babilonia di attori che hanno avuto e avranno un ruolo nel futuro dell’internet (e non solo) del paese.

Una privatizzazione fallimentare

Come si sa, quello delle tlc è un capitalo delicatissimo della storia della Seconda repubblica, tristemente noto per essere stata la peggiore privatizzazione della follia neoliberale messa in atto a seguito della firma del Trattato di Maastricht.

La nascita di Telecom Italia e la sua completa privatizzazione, con l’entrata in borsa nella seconda metà degli anni Novanta, portano in dote una serie di gestioni, acquisizioni e passaggi di mano che hanno visto protagonista la “crema” dell'(im)prenditoria italiana, come la famiglia Agnelli, i Benetton, Franco Bernabè, Marco Tronchetti Provera, Generali, Mediobanca, ecc. Un disastro.

Il risultato è stato il cosiddetto “deficit originario”, ossia quello che ha impedito a buona parte del territorio di avere accesso a internet veloce, non essendo profittevole investire negli angoli remoti della penisola, con tutte le conseguenze in termini di diseguaglianze tecnologiche e di opportunità per chi non viveva in prossimità dei centri urbani (che fossero studenti, lavoratori o anche imprenditori).

Tim alla fine finisce in mano alla francese Vivendi (la stessa che vorrebbe impedire a Mediaset di fondare un polo televisivo europeo; per farlo essa stessa, s’intende…), società che detiene il 23% delle quote seguita da Cdp con il 9%. Cassa che tuttavia, nonostante sia la seconda azionista, non esprime nessun membro nel cda…

La nascita di Open Fiber

Per appianare queste diseguaglianze il governo Renzi dava alla luce nel 2015 a Open Fiber, concorrente pubblico di Tim partecipata al 50% da Cdp (con evidente conflitto d’interessi con la partecipazione in Tim) e al 50% da Enel, di cui si sarebbero volute sfruttare le infrastrutture (tubi, pozzetti ecc.) per far arrivare la fibra lì dove si registrava il “fallimento del mercato”, ossia proprio quelle “aree bianche” dove a Tim non conveniva investire.

Il mantra della “concorrenza” avrebbe dovuto spingere Tim a non perdere quote di controllo della rete secondaria in favore di Open Fiber, ma né quest’ultima ha mantenuto la promessa di connettere con la fibra il resto del paese (anche se controllate dal Mef, Cdp e Enel sono infatti due S.p.a. – rispondono alla logica di mercato e quindi del profitto – e non possono perciò rendere un “servizio al paese” se questo non è remunerativo per il capitale investito), né Tim ha reagito come preventivato all’entrata del competitor.

La svolta con il Covid

La svolta arriva con il Covid, la necessità conclamata di colmare il gap con il resto del Vecchio continente e la possibilità di sfruttare i miliardi messi in palio dal Recovery Fund per la digitalizzazione del paese, funzionale allo smart working, allo sviluppo dell’industria 4.0, dell’intelligenza artificiale, dell’automazione, nonché – parole di Patuanelli, sabato su il Sole 24 ore – al «5G e ai data center e server di prossimità», ossia il nocciolo della competizione tecnologica dei prossimi anni.

Un boccone ghiotto, ghiottissimo, perché offre la possibilità di acquisire quote di mercato nella gestione dell’infrastruttura che consente l’accesso a un numero di dati tanto sensibili quanto decisivi per la predizione dei comportamenti degli utenti, che nel modello di sviluppo attuale significano sia possibilità di profitti (anticipare o convogliare le “esigenze” del consumatore), sia capacità di controllo.

Non sorprendeva dunque la volontà del governo di avere una parola nell’assetto della nuova società, così come la lista degli interessati all’investimento, preoccupati tuttavia – questi ultimi  – che il nuovo veicolo risultasse di fatto “indipendente” sia dall’ingerenza dello Stato, sia dal controllo di Tim in quanto azionista maggioritario.

Per il primo, il caso Autostrade avrebbe potuto far dormire sonni tranquilli ai vari Kkr, Tiscali ecc., mentre quelli di Alitalia o dell’Ilva sono ben lontani dal rappresentare il ritorno dello Stato nell’economia, come ammesso dall’inquilino del Mise sempre nell’intervista a il Sole.

Ma la levata di scudi dei paladini della “libertà d’impresa”, come Franco Debenedetti, sono comunque funzionali affinché venga seppellito in partenza ogni minimo accenno a un pensiero-altro rispetto a quello neoliberista.

La soluzione trovata nel caldo di agosto prevederebbe perciò l’ok del governo al trasferimento in FiberCop della rete secondaria di Tim, la partecipazione del fondo Kkr Infrastructure e le attività di FlashFiber (la joint-venture tra Tim e Fastweb), con il successivo convogliamento di Open Fiber che permetterebbe a Tiscali la migrazione dei propri clienti sulla rete di FiberCop (ora su Open Fiber) e la possibilità di un eventuale ingresso nell’azionariato di FiberCop stessa.

Per Open Fiber, stando alle ultime, Enel potrebbe cedere fino al 10% delle sue quote a Cdp e il restante al fondo australiano Macquaire, dando alla Cassa (che ricordiamo ha anche il 9% in Tim) un ruolo rilevante nella governance del nuovo veicolo.

Governance pubblica o indipendenza strategica?

Se “la regia statale degli investimenti” è lo slogan con cui il governo ha salutato con favore il possibile accordo, d’altra parte Gualtieri, Patuanelli e lo stesso Palermo tengono a sottolineare «l’indipendenza strategica e operativa della nuova società», ossia a tranquillizzare i mercati che saranno i loro appetiti a indirizzare le scelte d’investimento.

Ma delle due l’una, o si privilegiano i bisogni della popolazione o si staccano le cedole per l’azionista di turno. La storia delle tlc nostrane insegnano questo, tertium non datur. Aldilà della retorica governativa, le parole di apprezzamento sul progetto e possibilità di coinvolgimento espresse dagli ad di Sky, Vodafone e Wind-Tre fanno propendere decisamente per la seconda.

E anche se la risposta definitiva si avrà solo alla nomina del cda (quello di Tim non è un precedente incoraggiante), a ora più che la semi-nazionalizzazione di un settore strategico, sembra più un’ammucchiata privatissima con Tim in testa (tanto da far dire al renziano Anzaldi che Tim ha «un po’ troppa influenza su alcuni settori del governo») per la corsa all’oro del XXI secolo, i big data.

Il fondo statunitense Kkr

A questo proposito, un’ultima nota su Kkr. La Kohlberg Kravis Roberts & Co. è un operatore internazionale di private equity che gestisce investimenti per più di 150 miliardi di dollari, dove uno dei fondatori – Henry Kravis – è un “filantropo” repubblicano finanziatore delle campagne di George W. Bush, John McCain e ultimo Donald Trump.

Inoltre, il presidente del Kkr Global Institute, sezione d’analisi fondata nel 2013, è il Generale ed ex-direttore della Cia David Petraeus. L’istituto ha il compito di studiare le implicazioni macroeconomiche, sociali e geopolitiche degli investimenti della società, in particolare per quelli nelle nuove aree geografiche (Reuters).

Nella feroce competizione interimperialistica odierna, non proprio il partner ideale. Com’era la storia della “regia statale”?

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“A Bergamo hanno sacrificato operai ed anziani”

Fino a due settimane fa tutti lo negavano e gli davano del pazzo. Dicevano che i morti a Bergamo erano qualche decina. Allora, sui necrologi dell’Eco di Bergamo, c’erano 25-30 necrologi al giorno. Oggi sono 400.  In città e nei piccoli e medi centri della bergamasca, gli anziani sono un terzo della popolazione e l’Eco di Bergamo non riceve più necrologi per telefono ma solo via mail, per cui molti desistono. Al giornale, ora, hanno la consegna di non pubblicare più di 20 pagine di necrologi al giorno.

I medici del posto dicono che il rapporto tra i morti ufficiali e le vittime effettive, in alcune aree, tocca le punte di 1 a 20.  La provincia di Bergamo conta 1 milione e 100.000 e, se fosse confermata dalla versione di quei medici, significherebbe che lì, ogni famiglia, avrebbe almeno un morto.

Il 25 marzo, il capo della protezione civile, Angelo Borrelli, aveva ammesso, su Repubblica, che il contagio poteva essere dieci volte la stima ufficiale. Quel giorno stesso Borrelli, accusava sintomi febbrili e, a scopo precauzionale, lasciava la sede del Dipartimento. La Protezione Civile, dapprima sospendeva e poi confermava la quotidiana conferenza stampa sull’emergenza Coronavirus.

Intanto l’Istituto Superiore di Sanità aveva chiesto di dichiarare una zona rossa nei comuni focolaio di Bergamo e Brescia: la richiesta dell’ISS risale al 2 marzo, ma non fu presa in considerazione. Da lì in poi il virus è dilagato nelle due province, con migliaia di contagiati e di morti.

Eppure, il governatore lombardo e leghista Attilio Fontana piagnucolava, puntando il dito contro la comunità scientifica, che, secondo lui, gli aveva suggerito di non chiudere i focolai.

Francesco Macario è il segretario provinciale del PRC di Bergamo, città di cui è stato assessore comunale. Oggi è consigliere comunale in un piccolo centro della provincia dove la settimana scorsa è deceduto un numero di persone pari alla metà di quelle che di solito muoiono in un anno, ma ufficialmente non di COVID-19.

Un mese fa è stato  anche l’unico politico ad accusare il sindaco di Bergamo di incoscienza, dopo il suo appello ai bergamaschi e uscire da casa e riempire locali e negozi. Erano i giorni in cui il sindaco di Milano, Beppe Sala, lanciava lo slogan ‘Milano non si ferma‘ ed il segretario del Partito Democratico Zingaretti accorreva nel capoluogo lombardo per un aperitivo a favore di telecamere.

E sempre Macario è stato tra i primi a denunciare la discrepanza tra le cifre ufficiali e le vittime effettive, che ora tutti ammettono e che sarebbero 5-10 volte quelle contabilizzati ufficialmente, cioè non 1.000 ma dalle 5.000 alle 10.000.

E ‘una tesi che ormai rilanciano anche i media e lo stesso sindaco di Bergamo.

In un’intervista pubblicata dal sito glistatigenerali.com il 25 marzo scorso, Macario ha chiamato in causa le condizioni della sanità lombarda, il ruolo delle imprese e della politica, le relazioni tra Bergamo e la Cina, la condizione dei lavoratori oggi nelle fabbriche, quella dei medici in prima linea ed ha fatto, infine, alcune importanti riflessioni sul “dopo”.

Dal suo racconto  emerge una verità molto diversa circa le cause dell’enorme diffusione del contagio e della lunghissima serie di decessi registrati nella provincia di Bergamo. Tra queste, una risalta, con estrema evidenza: un cedimento “sistemico” delle classi dirigenti bergamasche alle ragioni del profitto e della “produzione” accompagnati da uno scarso riguardo alla vita ed alla salute delle persona, in primis, quella di lavoratrici/ri ed anziane/i.

Eccone un ampio stralcio.

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“Quando ti riferisci ai morti che non vengono contabilizzati ufficialmente nelle statistiche, perché muoiono in casa cosa intendi, cioè perché non vanno in ospedale?

Le cose vanno così. Tu stai male, ti sale la febbre per 2-3 giorni e hai due possibilità: o ti riprendi e guarisci oppure peggiori. In questo caso dopo 5-6 giorni arriva una crisi respiratoria, che può essere terminale, cioè muori in meno di un’ora perché lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica nei polmoni è insufficiente, non affluisce abbastanza ossigeno al cervello e muori nel tuo letto in preda alle convulsioni, un’esperienza terribile anche per i familiari.

Se invece il paziente sopravvive viene messo su  un’ambulanza e portato nel  triage, dove gli attaccano l’ossigeno e gli fanno il tampone. Se ha il COVID-19 va negli infettivi, sennò in un altro reparto. In altre parole se muore a casa non gli fanno il tampone e risulta perlopiù morto per infarto o polmonite.

Poi c’è l’altra ipotesi e cioè che portino l’ossigeno direttamente a casa del malato, perché non ci sono posti letto o il tuo caso viene giudicato relativamente meno grave. Anche in questo caso se poi il paziente muore il tampone non viene effettuato e quindi il decesso non viene attribuito al coronavirus. Sabato è morto mio zio. Lo avevano portato all’ospedale ed è mancato in attesa che gli facessero il tampone. Ufficialmente è deceduto per polmonite, è stato seppellito, non cremato come i morti di COVID, e i parenti a contatto con lui non hanno l’obbligo della quarantena, perché lui non risulta contagiato.

La sanità lombarda in che condizioni affronta questa prova?

Qui la popolazione ha un’età media molto elevata. L’assistenza sanitaria è di buon livello, se ti ammali ti curano bene, mentre la medicina preventiva è decisamente insufficiente. Ma nel complesso si vive a lungo, anche 110 anni, però a una certa età si è molto vulnerabili, perché spesso si sovrappongono più patologie croniche.

In questo contesto le giunte di Formigoni e poi quelle leghiste, a partire dagli anni ’90 e poi, più rapidamente, dopo il 2000, hanno intrapreso una sistematica azione di chiusura o privatizzazione delle strutture pubbliche. Sono stati chiusi o privatizzati 28 ospedali, i posti letto per acuti sono stati trasformati in posti letto per riabilitazione, i reparti di pronto soccorso chiusi e due terzi dei posti di terapia intensiva cancellati.

Di recente Giorgetti ha dichiarato persino che bisogna abolire i medici di base perché non ci va più nessuno. Si è parlato di seguire i malati cronici a domicilio tramite  call center privati. L’ultimo ospedale che hanno cercato di chiudere, l’anno scorso, era quello di San Giovanni Bianco, che serve alcune zone montane con una popolazione molto anziana e dove le strade sono impervie e più che l’ambulanza serve l’elicottero.

Se ci fossero riusciti l’alternativa sarebbe stata a 50 chilometri. Ma la gente ha reagito, ci sono state proteste a cui abbiamo partecipato e alla fine anche i sindaci si sono convinti e la chiusura è stata sventata. Ebbene oggi senza quell’ospedale saremmo al collasso.

L’ospedale Papa Giovanni a Bergamo invece è stato rifatto  ex novo. I lavori sono terminati 10 anni fa, ma coi lavori sono diminuiti sensibilmente i posti letto, che oggi mancano. E così dobbiamo costruire un ospedale da campo dentro la fiera perché nessuno aveva previsto un’emergenza.

Tu sostieni che questo tipo di gestione rientra in una lunga tradizione di malasanità attribuibile alla politica.

Nella sanità lombarda scandali e inchieste non si contano. C’è stato il caso delle camere iperbariche in alcune cliniche, che lavoravano a ciclo continuo trattando un numero di pazienti ingiustificabile a spese del SSN. Poi c’è stato il caso della clinica milanese Santa Rita, ribattezzata la ‘clinica degli orrori’, perché si eseguivano operazioni inutili su pazienti perlopiù terminali facendosi rimborsare dalla ASL.

Questa è la sanità di Formigoni e della Lega. Il bilancio della regione equivale al budget di un paese come la Danimarca e la sanità rappresenta la prima voce di spesa. Le ASL sono rigorosamente lottizzate: nel bergamasco Treviglio alla Lega, Bergamo a Forza Italia/Comunione e Liberazione, mentre Seriate era prima di AN ora di FdI.

E’ qui che Giovanna Ciribelli, revisore dei conti, che era stata anche nostra consigliera comunale, ha denunciato alcune anomalie contabili innescando un’inchiesta che ha visto rinviato a giudizio un ex eurodeputato di AN, per 15 anni dg dell’ospedale di Seriate, accusato di peculato.  Tra i suoi addebiti due viaggi andata e ritorno da Seriate alla Croazia effettuati d’estate con auto e autista di servizio. Poi si sono aggiunte altre accuse ed è stato costretto a dimettersi.

Insomma se all’ospedale di Alzano, nella ASL di Seriate, qualcuno è andato coi sintomi del virus e non se ne sono accorti possiamo dire che c’entra l’inefficienza strutturale di quell’ospedale, già al centro di polemiche.

Il secondo punto della tua denuncia riguarda l’arrivo del virus e la sua diffusione nel bergamasco. Che relazioni ci sono tra Bergamo e la Cina?

C’è un rapporto strutturale dettato dalla geografia. Bergamo è il terminale di una rotta commerciale che dalla Cina arriva nell’Adriatico, oggi tramite il Canale di Suez, e da lì nella nostra provincia e risale a Marco Polo e all’antica Via della Seta. La città era l’ultima fortezza veneziana che garantiva il transito di merci cinesi dirette in Francia e nel nord Europa. Per questo ci sono sempre state relazioni culturali e commerciali.

Quando ero assessore comunale avevo seguito un progetto sulle fortezze veneziane nel Mediterraneo finanziato dall’UNESCO. Tradizionalmente quando l’economia cinese tira questa via prospera e, viceversa, quando va in crisi si isterilisce.

Fatta questa premessa il vero nodo è che il bergamasco ospitava un importante distretto tessile concentrato soprattutto in Val Seriana. Col passare del tempo però le imprese tessili della zona hanno delocalizzato la produzione in Cina, creando  joint-venture coi cinesi e fornendo loro telai e macchinari, per cui ci sono tecnici e manager cinesi che vengono in Italia e italiani che vanno in Cina. I nostri tecnici vanno là per fare manutenzione, corsi di formazione ecc.

L’aeroporto di Orio al Serio ospitava voli  low cost diretti agli scali intermedi per la Cina e questo consentiva ai tecnici di fare avanti e indietro anche in settimana. Questo traffico probabilmente aveva già portato l’infezione in Italia a fine gennaio e probabilmente qualcuno coi sintomi del virus era stato all’ospedale di Alzano e la cosa era stata sottovalutata. Ma il fenomeno presumibilmente in quei giorni era circoscritto.

Il prestigioso sito finanziario Forbes220320 domenica ha scritto che l’Italia ‘a febbraio nel punto più alto dell’epidemia spediva gente a fare la spola con le fabbriche di prodotti tessili nella provincia dell’Hubei’.

A febbraio, quando l’Italia ha bloccato i voli diretti con la Cina, le aziende hanno continuato a far fare avanti e indietro ai propri dipendenti, facendo fare loro scalo a Mosca o a Bangkok. Perciò quando tornavano non risultavano in arrivo dalla Cina e non venivano sottoposti ai controlli né registrati. Tutti lo sapevano. Nelle fabbriche se ne parlava e la gente era preoccupata, ma nessuno è andato ad autodenunciarsi alle autorità sanitarie per timore delle conseguenze. E così l’infezione in Val Seriana ha galoppato per l’atteggiamento irresponsabile degli imprenditori.

Tra Bergamo a la Cina ci sono affari per 1,3 miliardi (BergamoNews220319), il che spiega la tesi del Fatto210320, cioè che gli imprenditori avrebbero messo sotto pressione i sindaci della zona: due della Lega, ad Alzano e Albino, e due del PD, a Villa di Serio e a Nembro. Il primo cittadino di Scanzorosciate, confinante con Alzano e Villa di Serio, è anche segretario provinciale del PD e amico del viceministro per l’economia Antonio Misiani (così ha scritto lui su Facebook dopo la nomina di Misiani), uomo forte del PD nel bergamasco. L’oggetto delle pressioni sarebbe stata l’ipotesi di istituire in quest’area una zona rossa come Codogno e Vo’.

A Nembro c’è la Persico Marine, che fa barche da regata come Luna Rossa. L’articolo del Fatto che hai citato riferisce che la Persico avrebbe avuto alcune consegne importanti tra febbraio e marzo, altri dicono che il 9 marzo doveva consegnare una barca in Sardegna. L’Azienda naturalmente ha smentito.

In zona poi ci sono molte altre imprese importanti come la Polini Motori e le cartiere Pigna. In ogni caso gli imprenditori della Val Seriana quando si è cominciato a parlare di zona rossa hanno cominciato a protestare dicendo che sarebbe stato un danno economico incalcolabile. Confindustria ha dato loro man forte.

Quindi se ho ben capito nella ipotetica zona rossa ci sono due sindaci del PD e due della Lega e anche il comune dove è sindaco il segretario provinciale del PD, vicino alla longa manus del Governo a Bergamo, rischia di essere incluso nella zona rossa. Fatto sta che il Governo decide di non istituirla…

Ma non lo fa neanche la Regione, che pure ne avrebbe l’autorità. I sindaci leghisti di Alzano e Albino, che a fine febbraio escludevano la zona rossa, oggi dicono che era necessaria ma non è stata fatta per colpa del Governo. Insomma Governo e regione si rimpallano la responsabilità per non aver preso una decisione che ciascuno dei due avrebbe potuto prendere in autonomia. Poi ci sono le aggravanti.

Quali sono?

L’ultima settimana di febbraio qui c’è una situazione da matti, le persone muoiono già a mazzi, qualcuno dice che serve una zona rossa, ma imprenditori e sindaci sono contrari e tutto va avanti come nulla fosse. Il sindaco di Albino continua ad autorizzare il mercato rionale con le bancarelle, che viene sospeso solo la settimana scorsa.

Il 26 febbraio il sindaco di Bergamo Giorgio Gori va con la moglie Cristina Parodi a mangiare la pizza nel ristorante di un consigliere comunale del PD e invita i bergamaschi a uscire e a fare  shopping e il  weekend dopo sui bus c’è il biglietto unico per l’intera giornata per incentivare la gente a mettere in pratica i consigli del sindaco.

In provincia risiedono un milione e 100.000 persone. Il capoluogo ha una popolazione relativamente ristretta, 120.000 persone, ma la grande Bergamo, che è la ‘città reale’, è una conurbazione con 400.000 residenti, di cui fanno parte anche i 4 comuni più colpiti dal virus.

La gente arriva da tutto il circondario, scende dalle valli, attirata dallo spot del sindaco pro commercianti, trasformando l’intera zona in un grande lazzaretto a cielo aperto. E quando io attacco Gori, dandogli dell’incosciente, vengo stato coperto di insulti, coi militanti del PD che mi telefonano dicendo che così si ammazza l’economia.

Da lì poi il contagio è dilagato verso Brescia e Cremona. Attraverso quali canali?

Siccome c’è il timore che il virus colpisca Milano, sulle strade tra Bergamo e Milano hanno fatto più controlli, c’erano i posti di blocco ai caselli autostradali e nei principali snodi. Verso Brescia invece i controlli erano decisamente più blandi. Tieni conto che tra le due province ci sono legami economici forti, mediati dalle aziende della siderurgia e dall’industria vinicola – qui c’è la zona del Franciacorta. Poi ci sono imprese che hanno cave sia nel bresciano sia nel bergamasco e c’è stata una fusione tra una banca di Bergamo e una di Brescia, per cui molti bancari da Bergamo vanno a lavorare a Brescia.

Cremona è un caso limite, sono pochi, circa 350.000 residenti, ma hanno la più alta percentuale di contagi, probabilmente perché sono stati aggrediti da due lati. A nord confinano con noi e ci sono diversi canali diretti. Tieni presente che la parte meridionale del bergamasco è provincia di Brescia ma diocesi di Cremona e anche la loro agricoltura gravita più sul cremonese. A ovest invece confinano col lodigiano, dove si è manifestato il primo focolaio.

La produzione nel frattempo continua ad andare avanti.

Le fabbriche di vernici e quelle del settore della gomma-plastica, che producono guarnizioni per auto, fanno parte della chimica e quindi sono aperte. Ma anche qui i paradossi non mancano.

Ad esempio la Regione ha stabilito che le aziende artigiane devono chiudere. Perciò ci sono aziende artigiane con 200 dipendenti che fanno guarnizioni per auto che chiudono e imprese industriali con lo stesso numero di dipendenti che producono le stesse guarnizioni che invece rimangono in attività.

Un’azienda che ha una produzione sia di vernici ad acqua per tinteggiare sia di vernici per carrozzerie ha deciso di fermare la prima mettendo i dipendenti in ferie forzate. L’altro reparto continuerà a lavorare chiedendo la deroga perché le sue vernici possono essere usate anche per le carrozzerie delle ambulanze. E finita l’emergenza avrà i magazzini pieni.

I lavoratori come reagiscono?

I lavoratori hanno fatto scioperi spontanei, in particolare nel settore metalmeccanico e chimico. Il sindacato finora ha fatto poco, in alcuni casi la FIOM, soprattutto, ha dato la copertura ad alcuni di quegli scioperi innescati dall’assenza di sicurezza.

Nel settore delle vernici, ad esempio, si lavora sempre con la mascherina perché ci sono emissioni dannose. Ora che le mascherine non si trovano più, i lavoratori devono usare la stessa mascherina monouso per una settimana, col rischio di intossicarsi con la polvere di talco che dopo un po’ ci rimane appiccicata sopra.

Perciò i lavoratori italiani col posto fisso o si mettono in malattia o trovano il modo per farsi mettere in quarantena –  il decreto Cura Italia parifica la quarantena alla malattia – e tante fabbriche in realtà sono costrette a chiudere per questo.

Il problema sono gli immigrati e i precari, che rischiano di perdere il posto di lavoro e se sono stranieri anche il permesso di soggiorno. Se hai 45 anni, un contratto a tempo con un mutuo da pagare e una famiglia da mantenere cosa fai? Vai a lavorare. Ho visto gente andare in fabbrica piangendo. Sanno che loro probabilmente non si ammaleranno, ma porteranno il virus a casa, dove magari hanno genitori o suoceri, col rischio di condannarli a morte.

Tra i lavoratori ci sono anche i medici, i farmacisti e gli infermieri. E’ vero che in corsia si è costretti a scegliere chi curare e chi no?

Come ti dicevo prima ci sono pazienti che vengono ricoverati e altri a cui viene mandato l’ossigeno a casa.  Se tu ti trovassi a scegliere tra ricoverare un padre di famiglia di 45 anni coi bambini piccoli e un ottantenne che magari ha già 2-3 malattie cronache e sai che al 70% non ce la farà, che cosa faresti?

Qui sono tutti sotto  shock, perché situazioni come queste ti cambiano il modo in cui vedi la vita. E si accumula una profonda rabbia sociale, perché c’è la coscienza che tutto questo si poteva evitare. Se poi ti fanno vedere la gente sui balconi che canta Fratelli d’Italia e tu hai genitori, zii e nonni che muoiono ti incazzi.

Torniamo ai medici.

Mia sorella è medico di base in Valcalepio e ha 1.500 mutuati, ma ora che il suo collega è a letto, probabilmente col coronavirus, ne ha ereditati altri 1.500. Gli è arrivato un documento di 10 pagine in cui le spiegano per filo e per segno come deve usare mascherina, occhiali e tuta protettiva, che però non le vengono forniti.

Lei è un medico di quelli di una volta, visita i pazienti a casa, ora ne ha tantissimi in quarantena a letto con la bombola dell’ossigeno. Deve andare a visitarli, ma non ha una mascherina. Il suo compagno è arrivato a pubblicare un appello in FB chiedendo se qualcuno gliene può dare una. Mia moglie invece è farmacista e di mascherine gliene hanno dato tre.

Per il resto non si trovano oppure si trovano a prezzi esorbitanti. I prezzi li fanno i grossisti e se tu le compri e le vendi a quelle cifre la gente se la prende con te. Dico io, vuoi fare la sanità privata? Falla, ma senza contributi pubblici.

Qui mancano letti e ci sono strutture private che tengono aperti solo i posti letto convenzionati e gli altri li chiudono per ragioni economiche. Abbiamo buttato i soldi pubblici nelle cliniche per rifare i nasi alle ragazzine e non abbiamo scorte strategiche per le emergenze.

Qui siamo alle riflessioni più politiche. Secondo te la rabbia di cui parlavi poco fa potrà essere incanalata per cambiare le cose e far sì che non succeda mai più?

La gente vuole cambiare. Chiede una commissione di inchiesta e voglio vedere se la politica acconsentirà. Diciamo che ci sono due possibili esiti. La rabbia può sfociare in una presa di coscienza, soprattutto nelle fabbriche, perché qui i lavoratori si sono resi conto di essere sacrificabili coi loro cari sull’altare della della produzione. Un operaio mi ha detto: ‘Ho scoperto che non lavoro per vivere ma vivo per lavorare e quindi sono sacrificabile’. Dicevano che la classe operaia era scomparsa, ma oggi riscopriamo che tra Bergamo e Brescia ci sono 500.000 operai, un quarto dei residenti. Perciò i lavoratori possono giocare un grande ruolo.

Qual è la seconda possibilità?

Che a cavalcare la rabbia sia la destra. In questi giorni abbiamo visto crescere un clima di intolleranza verso i moderni ‘untori’. Ho sentito simpatizzanti leghisti dire che bisogna sparare a chi è in strada senza motivo. Altri invocano i militari in strada coi mitra e più in generale circola l’idea che la democrazia sia troppo complicata e inadatta ad affrontare le emergenze. Si parla di app per tracciare gli spostamenti, droni e virus che possono mettere i nostri telefoni sotto controllo. La vera minaccia per la democrazia è questa.

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/29/a-bergamo-hanno-sacrificato-operai-ed-anziani-0125974?fbclid=IwAR0veQFpfv6ziXBFn4CuXES2kT6ku9DnNmvHw3D5Ki_Um16PCMuNFclQ0DM

 

“Ma se chiediamo aiuto a Cuba, alla Cina, alla Russia, cosa ci stiamo a fare nella NATO?”

Il nostro paese sta colando a picco non per l’attacco di eserciti poderosi armati fino ai denti, ma di un nemico microscopico, invisibile, pervasivo. Per gli eserciti, siamo membri della NATO, abbondiamo di basi militari e bombe atomiche sul nostro suolo, siamo coinvolti in mega-esercizi militari (solo messi in ginocchio dal virus ci siamo ritirati dall’ultima, bellicosa esercitazione). Siamo anche nella UE. Ma nessuno dei nostri “alleati”, i quali per lo statuto dell’OTAN (perché siamo il solo paese latino che usa l’acronimo NATO, che in italiano non vuole dire nulla) sono tenuti a intervenire se fossimo attaccati militarmente, proprio nessuno, ha mosso un dito mignolo per aiutarci in questo tragico frangente (pur tenendo conto che molti hanno le loro gatte da pelare).

E allora? Allora abbiamo chiesto aiuto ai “nemici”! Le giravolte sono tradizionalmente il nostro forte. In tempo di guerra guerreggiata sarebbe alto tradimento. Ed ecco, riceviamo soccorso da Cuba, dalla Cina, dalla Russia: il peggio immaginabile per l’OTAN! Ma allora sembra veramente singolare che nessuno ponga una buona volta la domanda: MA COSA CI RESTIAMO A FARE NELL’OTAN-NATO?

A me sembra incredibile, paradossale, che a nessuno venga questo dubbio.

Perché – vediamo – che cosa ci “costa” essere membri dell’OTAN-NATO? Se per lo meno fosse gratis, ma invece ci costa, e molto salato: soldi e mezzi che, proprio in questa occasione, servirebbero maledettamente al nostro servizio sanitario!

Per renderci conto di “OTAN-NATO quanto ci costi?!” è sufficiente un paragone elementare, che però non ho mai sentito fare da nessuno.

Proprio ai nostri confini ci sono due paesi che non aderiscono all’OTAN-NATO, non San Marino o Monaco, non paesi sottosviluppati (con tutto il rispetto): l’Austria e la Svizzera. Mamma mia, forse correrà un brivido per la schiena, che rischi corrono a non avere l’«ombrello» dell’OTAN-NATO! E invece no. Anche nei periodi peggiori dei sanguinosi attentati ne sono rimasti fuori: perché? Oibò, un dubbio, non sarà perché non hanno contingenti militari all’estero, nelle zone delle (nostre) guerre?

Ma se fosse solo questo (e già non è poco, anche perché le missioni militari all’estero ci costano non pochi soldini). Diamo un’occhiata al loro budget militare, tenendo conto che l’Italia ha una spesa militare di oltre 26 miliardi di dollari, che è circa 1,3% del nostro PIL.

Per l’Austria, il PIL è stato all’incirca di 418 – 456 miliardi di dollari nel 2017 e 2018, a fronte di una spesa militare di circa 3,140 miliardi nei rispettivi anni: all’incirca lo 0,7% del PIL, grosso modo la metà rispetto all’Italia. E si che da qualche anno l’Austria si è data governi decisamente di destra.

Per la Svizzera, con un PIL di circa 740 miliardi di Dollari nel 2018, ha speso per la Difesa circa 4,7 miliardi di dollari, ossia circa 0,64% del PIL.

Gli austriaci e gli svizzeri tremeranno alla sola idea di subire un attacco militare (si, ma da chi?!).

Certo questo paragone è semplicistico: bisognerebbe esaminare in dettaglio la struttura dei sistemi militari di questi paesi, ad esempio in Svizzera ha una singolare struttura (brevemente da Internet: Fondamentalmente l’Esercito svizzero è organizzato secondo il principio di milizia e si basa sull’obbligo di prestare servizio militare per tutti i cittadini svizzeri; “La Svizzera non ha un esercito, la Svizzera è un esercito”. Può certo non piacere).

Si deve aggiungere che l’OTAN-NATO ci chiede da tempo di aumentare la spesa militare, arrivando almeno al 2% del PIL, che vorrebbe dire spendere 40 miliardi per la Difesa: col che saluteremmo per sempre il rilancio della Sanità, dei Servizi Sociali, dell’Istruzione, della Ricerca! Ma poveri, malati e ignoranti va benissimo per l’OTAN-NATO, purché armati fino ai denti, contro chi non si sa … oppure si sa benissimo, contro i soli paesi che oggi ci aiutano! Ci confermiamo voltagabbana.

di Angelo Baracca

PS – Del resto ecco come il segretario generale dell’OTAN-NATO Jens Stoltenberg si dimostra premurosa verso gli alleati: diciamo in coro “Ma quant’è buono lei!”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_nato_per_la_salute_mondiale_insulso_e_surreale_il_segretario_stoltenberg/82_33769/

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/25/ma-se-chiediamo-aiuto-a-cuba-alla-cina-alla-russia-cosa-ci-stiamo-a-fare-nella-nato-0125795

 

“Abbassiamo l’aspettativa di vita, ce lo chiede l’Europa”

“Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare“.

E giù la solita giaculatoria contro quota 100 ed in favore del famigerato sistema contributivo assoluto. Elsa Fornero, martedì sera, a La7, nel corso della trasmissione #DiMartedì, ha ripreso pari pari un leitmotiv tirato fuori per la prima volta, nel 2012, dall’attuale presidente della BCE Christine Lagarde: “La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria.”

E l’allora ultraliberista direttrice dell’FMI indicò la soluzione (finale) nello smantellamento del sistema previdenziale ed in una drastica riduzione della spesa pubblica dedicata agli altri istituti del welfare (sanità, assistenza, istruzione).

Nessun accenno, ovviamente, alla spesa militare.

Dunque, la longevità delle popolazioni occidentali – ossia il famoso “allungamento delle aspettative di vita” – mette a rischio i bilanci degli stati più sviluppati. In altre parole, per i pasdaran del neoliberismo, la longevità va ridotta perché “desiderabile, ma costosa” e per aiutare gli “investitori professionali” (fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund, ecc), a “trovare degli asset più affidabili”.

Insomma, dobbiamo morire prima e direi che in Italia ci siamo adeguati subito al monito della Lagarde facendo a pezzi il nostro Servizio Sanitario Nazionale al quale abbiamo tagliato 28 miliardi in 10 anni mentre assistiamo alla progressiva crescita di fondi integrativi sanitari privati (dati 4° Rapporto della Fondazione Gimbe) grazie anche all’aiutone dei sindacati complici (ed interessati, tramite la gestione dei fondi pensione).

Tempi troppo lunghi di attesa per accedere alle prestazioni, visite specialistiche e ticket sanitari costosi, mancanza di strutture ambulatoriali e carenza di medici nel territorio hanno fatto aumentare esponenzialmente, in Italia, gli ultrasessantacinquenni che, scoraggiati dalle difficoltà, rinunciano a curarsi o a sottoporsi ad accertamenti clinici: sono 3 milioni e 200mila (su 4 milioni di malati cronici) secondo il Rapporto OsservaSalute 2018. Tutti pensionati “costosi”.

E nel 2017 erano già più di 12 milioni gli italiani che avevano rinunciato o rinviato almeno una prestazione sanitaria per motivi economici.

Insomma, siamo sulla buona strada: Fornero, Lagarde e gli “investitori professionali” possono stare tranquilli. Noi meno.

di Sergio Scorza

27 Febbraio 2020

http://contropiano.org/news/news-economia/2020/02/27/abbassiamo-laspettativa-di-vita-ce-lo-chiede-leuropa-0124521?fbclid=IwAR0nsWJXnDCouxIETvTkGkn55RqwZDE_nWSAAkQK7CDbUw8eeIU8rL1v_0Y

 

Boeing ucraino: per i media occidentali “non avrai altro colpevole che l’Iran”

Il presidente dell’aviazione civile iraniana, Ali Abedzadeh, ha definito “voci insensate” gli annunci secondo cui il Boeing 737 della MAU sarebbe stato colpito da un razzo. “Dal punto di vista tecnico è impossibile che un razzo abbia colpito l’aereo ucraino” ha detto. Tanto più che è accertato che i piloti hanno tentato di tornare verso l’aeroporto: già per questo scompare la versione del missile.

Abedzadeh ha dichiarato anche che l’Iran non consegnerà a Washington le scatole nere dell’aereo, ma che comunque i tecnici della Boeing, così come quelli ucraini, canadesi e dei Paesi di appartenenza delle vittime, prendono parte a Teheran alle indagini sul disastro, costato la vita a 176 persone.

Ovviamente, non appena il Pentagono ha raccomandato a Kiev di cambiare la prima versione (quella che escludeva l’ipotesi di un attentato) ed ha diffuso la velina con la propria verità, tutti i “più seri” media del “mondo libero” si sono gettati a capofitto sulla versione del missile antiaereo iraniano “Tor-M1”, ovviamente di fabbricazione russa che, pur se “per sbaglio”, avrebbe colpito il velivolo civile ucraino.

Non si cura nemmeno di usare un condizionale – quasi d’obbligo in questi casi – Il Sole 24 ore, che sul proprio sito web riporta perentoriamente la certezza yankee: “Media Usa: Boeing 737 abbattuto sopra Teheran da un missile iraniano”, nascondendo poi nei sottotitoli che “Nessuna ipotesi è esclusa”. E poi, via di corsa a citare le americane Newsweek, Cbs, e l’intelligence americana, che “avrebbe intercettato segnali di due missili lanciati dagli iraniani”.

Segue poi un video del New York Times, insieme alle dichiarazioni del premier canadese Justin Trudeau, anche lui, citando imprecisate “fonti di intelligence”, convinto del missile iraniano, quando ieri i gli esperti canadesi avevano escluso ogni ipotesi di atto terroristico. Per quanto riguarda il coinvolgimento nelle indagini degli esperti della Boeing, cui, secondo Il Sole, Teheran avrebbe negato il permesso a partecipare alle investigazioni, bastano le parole di Abedzadeh citate prima.

Di contro, l’agenzia iarex.ru dice chiaramente che gli USA stanno ricorrendo alle menzogne pur di incolpare l’Iran del disastro. Questo perché, a parere del politologo Oleg Lavashov, tra gli osservatori sta prendendo peso l’ipotesi che sia stato invece proprio un drone USA a causare la tragedia.

Tra l’altro, afferma Lavashov, gli americani stanno operando con “banali campagne sui media”, e lo fanno anche in maniera “abbastanza poco professionale, contando sul fatto i media loro amici cantino sulle note USA“. I media americani citano ora a profusione le più svariate “fonti di intelligence” e di altro genere, pur di accusare l’Iran, dice ancora Lavashov; ma, “quando si trattava di scagionare Kiev per il Boeing malese, non si trovava nessuna fonte, dato che gli USA dispongono dei dati secondo cui il Boeing malese era stato abbattuto dall’Ucraina”.

C’è poi la CNN che, citando un’imprecisata “fonte d’intelligence”, parla di due missili terra-aria “SA-15” di fabbricazione russa.

E il segretario del Servizio di sicurezza ucraino, Aleksej Danilov, che nella mattina di giovedì aveva parlato di 4 versioni sulle possibili cause del disastro (razzo antiaereo “Tor”, scontro con uno o più droni, causa tecnica, attentato a bordo), già in serata parlava di 7 ipotesi, tre delle quali, rimanevano al momento “segrete”.

Molto più cauto, almeno in apparenza, il suo capo dello Stato, Vladimir Zelenskij, che venerdì dice che la versione del missile “non è esclusa, ma a oggi non è confermata.Tenendo conto delle dichiarazioni dei leader politici ai media, invitiamo tutti i partner internazionali – in primo luogo i governi di USA, Canada e Gran Bretagna – a presentare dati e prove riguardanti la catastrofe”.

Nella giornata di giovedì si era giunti al punto di mostrare “fotografie” dei resti di un razzo nella zona in cui era precipitato il Boeing, messe su twitter da tale Ashkan Monfared, il cui account, però, secondo il canale-telegram “Sheptun”, risultava da bloccato per altre numerose false informazioni. Inoltre, nota Sheptun, tutti i metadati delle foto erano stati anticipatamente cancellati e una semplice ricerca su Google e Jandex non fornisce risultati utili. Al momento, scrive Sheptun, “gli ‘esperti’ di fama mondiale di Bellingcat, e il loro fedele esercito di investigatori via Internet, stanno cercando di determinare l’origine della fotografia. Finora, tuttavia, senza successo“.

In generale, osserva il sito web fort-russ.com, le affermazioni di Trudeau costituiscono “il primo serio tentativo di legittimare i pettegolezzi originati per la prima volta da anonime fonti del Dipartimento di Stato, poche ore dopo l’incidente“. Trudeau ha dichiarato anche di aver condiviso questa “intelligence segreta” con i governi ucraino e olandese che hanno condotto le indagini sul Boeing malese abbattuto in Ucraina nel 2014. Abbattimento che, peraltro”, nota fort-russ.com, “le recenti dichiarazioni del tenente-colonnello Vasilij Prozorov hanno dimostrato esser stato causato dalle forze di ‘Azov’ collegate al governo Poroshenko, d’intesa con l’intelligence britannica”.

Nessun media del “mondo libero” accenna, nemmeno di sfuggita, alla possibilità ventilata da fonti militari iraniane al canale Live Report, che il Boeing 737 ucraino possa esser stato abbattuto per errore da un missile lanciato da droni USA, a caccia di velivoli governativi iraniani; così come nessuna fonte occidentale fa parola dei resti di un drone MQ-1 “Predator” rinvenuti alla periferia di Teheran.

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/01/10/boeing-ucraino-per-i-media-occidentali-non-avrai-altro-colpevole-che-liran-0122827?fbclid=IwAR1hFlLxkmd_14CL6TTSq73DJzoL7WwgP0jla0cqmRy-4FdCDTdFzOMxYnA

Proteste in tutta Italia per l’arresto di Nicoletta Dosio. A Roma oggi alle 16:00

Oggi pomeriggio in Piazza Esquilino, Roma si mobilita per la libertà di Nicoletta Dosio.

Nella Capitale su Ponte Annibaldi (Colosseo) già ieri in tarda sera è comparso uno striscione che esprime solidarietà per Nicoletta Dosio e ne chiede a libertà.

Ieri sera a Torino un presidio popolare ha atteso davanti al carcere delle Vallette l’arrivo della macchina dei carabinieri con dentro Nicoletta, macchina che era stata bloccata a lungo a Bussoleno in Val di Susa dagli abitanti che hanno solidarizzato con Nicoletta Dosio.

Oggi sono previste manifestazioni nelle piazze o davanti alle prefetture in molte città.

BRESCIA. Dalle ore 10.00 alle 12.00 davanti alla Prefettura

MILANO.  Ore 12 in Prefettura, via Monforte 31
https://www.facebook.com/events/913388885789963/

BOLOGNA. Ore 14.00 a Piazza di Porta Ravegnana
https://www.facebook.com/events/511414966388847/

FIRENZE.  Presidio in Prefettura (Via Cavour) dalle 15,30 alle 18,30
https://www.facebook.com/events/1004655733268736/

NAPOLI. appuntamento ore 10.30 Metro Toledo (largo Berlinguer)
https://www.facebook.com/events/2567659286696574/

PISA.  ore 12 presidio in Piazza XX settembre
https://www.facebook.com/events/2580260768869277/

MANTOVA. Ore 12:30 sotto alla sede della Gazzetta di Mantova.

FORLI’. Ore 18 Presidio davanti alla Provincia di Forlì, piazza Morgagni
https://www.facebook.com/events/451116328886449/

VIAREGGIO. Dalle ore 15:00 alle ore 17.00 presidio alla Stazione di Viareggio
https://www.facebook.com/events/552777505277919/

ROMA. Presidio ore 16. Piazza Esquilino
https://www.facebook.com/events/440502066858772/

GENOVA: Dalle ore 17:30 alle 19:00, Piazza San Lorenzo

GROSSETO: Dalle 11.30 alle 13.30 sotto la prefettura, piazza Fratelli Rosselli
https://facebook.com/events/524180078190892/

TARANTO: Dalle 11.45 alle 13.45, Tribunale di Taranto, via Marche 66
https://www.facebook.com/events/2487334664726419

POTENZA: Dalle ore 16.00 alle ore 19, piazza Matteotti (piazza Sedile)
https://facebook.com/events/1056350184706079

BERGAMO: Dalle 11.00 alle 13.00, Prefettura di Bergamo, via Zelasco
https://facebook.com/events/2496804483896018

SIENA: Dalle ore 12.30 presidio a Piazza del Duomo
https://www.facebook.com/events/1066712313672544/

CAGLIARI. Presidio dalle 15 alle 17. Prefettura di Cagliari, piazza Palazzo 2
www.facebook.com/events/560048188183423

REGGIO CALABRIA. Ore 17,00
https://www.facebook.com/events/603626893801926/

VENEZIA. Presidio ore 15 presso la Stazione di Santa Lucia, Venezia

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La manifestazione di questa mattina a Napoli

 

Il video del Sit in davanti alla Prefettura a Milano

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/12/31/proteste-in-tutta-italia-per-larresto-di-nicoletta-dosio-0122465

 

Stanno portando in carcere Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav

I carabinieri si sono recati pochi minuti fa a casa di Nicoletta Dosio a Bussoleno e stanno eseguendo le pratiche per la sua immediata traduzione alle Vallette: un provvedimento nell’aria, dopo che questa mattina è stata resa nota la revoca della sospensione dell’ordine di carcerazione.

Nicoletta, condannata in via definitiva insieme ad altri 11 attivisti No Tav per una mobilitazione in Valsusa del 2011, si era rifiutata nei mesi scorsi di richiedere misure alternative alla carcerazione, preferendo il carcere all’accettazione di una misura palesemente ingiusta e spropositata.

L’ordine era stato inizialmente sospeso, nell’evidente imbarazzo di tradurre effettivamente in carcere una donna di oltre 70 anni e dopo alcune riuscite iniziative di solidarietà, come la partecipata assemblea organizzata da Potere al Popolo Torino il 7 novembre.

A breve aggiorneremo sulle iniziative di mobilitazione in solidarietà di Nicoletta e della lotta No Tav, ancora una volta oggetto di pesantissime operazioni repressive. Nel frattempo non possiamo che ribadire nuovamente la nostra incondizionata solidarietà a lei e a tutte le attiviste e gli attivisti colpiti da questi provvedimenti.

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La solidarietà dell’Unione Sindacale di Base

Giù le mani da Nicoletta Dosio! In queste ore i Carabinieri stanno arrestando e traducendo in carcere la storica leader del movimento NO TAV Nicoletta Dosio per scontare la condanna che gli era stata definitivamente inflitta alcuni mesi fa assieme ad altri compagni attivi nella difesa della valle. Nicoletta aveva rifiutato gli arresti domiciliari e per un breve periodo la pena gli era stata sospesa. Oggi, approfittando delle festività di fine anno, la sospensione è stata revocata e la pena divenuta esecutiva. Nicoletta e tutti i compagni/e No Tav devono essere liberati subito, la lotta non si arresta! USB esprime piena solidarietà a Nicoletta e al movimento No Tav e invita tutte le proprie strutture a mobilitarsi per la sua liberazione partecipando alle iniziative delle prossime ore.

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Un messaggio di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)

La Telefonata che non avrei voluto ricevere. I carabinieri sono appena giunti a casa di Nicoletta Dosio per arrestarla e tradurla nel CARCERE de Le Vallette a Torino. Dove già sono reclusi altri militanti NOTAV.
VERGOGNA per un paese dove una professoressa di 74 anni pacifista e ambientalista da sempre nel movimento NOTAV e rappresentante di un partito di opposizione finisce in galera per 30 minuti di presidio ai caselli dell’autostrada.
Se una cosa simile succedesse in Russia o ad Hong Kong avrebbe i titoli di testa di TV e giornali.
Facciamo sentire il nostro sdegno e la nostra rabbia contro il potere degli affari e delle Grandi Opere devastanti, che colpisce chi lotta per i diritti delle persone e per la natura.
MANIFESTIAMO SOLIDALI E COMPLICI CON NICOLETTA E CON TUTTE E TUTTI I NOTAV

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Un primo messaggio di Potere al Popolo

HANNO ARRESTATO NICOLETTA: LA PORTANO IN CARCERE!

Stamattina le avevano notificato la sospensione delle misure alternative.
Nessuna sbarra potrà fermare chi combatte per la libertà.
A Nicoletta arriverà tutto il nostro calore e il nostro abbraccio.
Chiediamo la liberazione immediata di tutte e tutti i notav detenuti per le loro mobilitazioni.

Diffondiamo la notizia, restiamo aggiornati per i prossimi momenti di solidarietà. Non resteremo in silenzio!

Nicoletta libera, notav liberi!

 

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/12/30/stanno-portando-in-carcere-nicoletta-dosio-storica-attivista-no-tav-0122445

 

In Italia arrivano altre 50 bombe atomiche Usa provenienti dalla base di Incirlik in Turchia

Gli Stati Uniti potrebbero trasferire le 50 bombe atomiche dalla base di Incirlik in Turchia alla base militare di Aviano in Friuli. A rivelarlo è il Gazzettino in un lungo articolo nel quale segnala che  il sito prescelto per lo spostamento dell’arsenale nucleare sarebbe l’aeroporto pordenonese Pagliano e Gori, sede di uno Stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. Lapidaria la considerazione sul perché di questa destinazione: “Tale eventuale decisione sarebbe presa specie in considerazione della comprovata fedeltà dell’Italia, che sul tema atomiche non batte ciglio, qualunque sia il colore del governo nazionale”.

L’ipotesi del trasferimento delle bombe nucleari da Incirlik ad Aviano era stata ventilata già nel 2016 quando Erdogan, aveva sventato un golpe militare contro di lui ed aveva additato gli Usa tra i possibili fiancheggiatori del colpo di stato. Erdogan aveva addirittura fatto staccare l’energia elettrica alla base militare Usa, interrompendo l’attività operativa del locale contingente americano. La tensione venne risolta ma negli ultimi tempi le relazioni tra l’ex alleato Nato e Washington è schizzata di nuovo verso l’alto soprattutto con la decisione turca di acquisire aerei e contraerea dalla Russia.

La notizia del trasferimento delle bombe atomiche da Incirlik ad Aviano è stata resa nota dall’agenzia Bloomberg che ha intervistato il generale in pensione Charles Chuck Wald ex comandante proprio del 31esimo Fighter Wing di Aviano dal 1995 al 1997. “Molti ricordano la sua presenza in Pedemontana come a dir poco ingombrante, specie quando lasciò metaforicamente il segno sui tavoli degli amministratori locali, onde far capire che il Progetto Aviano 2000 (mega opera infrastrutturale destinata ad allocare stormo e famiglie al seguito) non doveva trovare ostacoli di sorta. Come in effetti è stato, ciclopica burocrazia italica a parte” ricorda il Gazzettino.

Da Incirlik potrebbero quindi sbarcare ad Aviano una cinquantina di bombe nucleari, che si aggiungerebbero alle circa 30 già qui immagazzinate, altre cinquanta bombe atomiche sono invece stoccate nellebase militare di Ghedi a Brescia. E a questo punto la base militare di Aviano diventerebbe il maggior deposito atomico presente in Europa Occidentale.

E’ evidente che questa minaccia e questa ulterioriore militarizzazione nucleare del nostro paese da parte degli Stati Uniti dovrebbe far scattare le dovute contromisure da parte delle coscienze e delle forze antimilitarista (se ne rimangono ancora). Battiamo un colpo?

di Sergio Cararo – Contropiano

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/12/29/in-italia-arrivano-altre-50-bombe-atomiche-statunitensi-ad-aviano-0122382

 

Mes, il fondo salva-banche tedesche

E’ il problema politico centrale, di dimensioni incommensurabilmente più grandi di quelli che la nostra “classe politica” è in grado di concepire (e stendiamo un velo pietoso sulla sedicente “sinistra radicale”…). Più passano i giorni, più la natura del Meccanismo europeo di stabilità si precisa come come “argine” a difesa di interessi nazionali e di classe molto precisi.

Niente a che vedere, insomma, con la pretesa di stabilire “regole uguali per tutti”. A punto che, come abbiano segnalato nei giorni scorsi, anche “europeisti” senza se e senza ma sono stati costretti a spiegare che il “nuovo Mes” è una trappola per alcuni paesi e una ciambella di salvataggio per altri. In dettaglio: va bene per Germania, Francia, Olanda, Finlandia e pochi altri, è una ghigliottina per l’Italia e gli altri Piigs (ma non solo per loro).

Ogni ora che passa c’è un altro “europeista” storico che se ne accorge. Tra gli altri, e questa è veramente una “sorpresa”, arriva persino Repubblica, che affida la sua critica ad Alessandro Penati (un “esterno”, per delimitare in qualche modo la portata della propria “conversione” in itinere).

Il meccanismo è complesso, sul piano regolamentare, ma per di più è comprensibile nella sua “strategia” soltanto se si riesce a tener presente le normali dinamiche “di mercato”. Le quali essendo presupposte come “naturali” non entrano mai nella definizione delle “regole” dei rapporti tra Stati. Ma esistono eccome; anzi, sono determinanti.

Per chiarire il funzionamento del “nuovo Mes” proponiamo ancora una volta i passaggi più rilevanti dell’analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa sabato su Milano Finanza – testata specializzata in misfatti finanziari ed economici, nel prezioso formato settimanale  – che illustra in modo decisamente chiaro come queste “regole” siano state pensate ad un’unica scopo: combattere la guerra finanziaria attualmente in corso a livello globale.

E, come in ogni guerra, ci sono gli interessi, i comandanti, i nemici, gli alleati, i neutrali.

I “nemici” dichiarati, nell’era Trump, sono Stati Uniti e Cina. Ma l’Unione Europea si presenta come un insieme sfilacciato, non come un “esercito in assetto da battaglia”. Quasi inutile, a questo punto, ripercorrere i perché (una unione politica mai avviata, una politica economica comune sempre rifiutata, l’ammissione – eufemismo – di politiche fiscali concorrenziali all’interno dello stesso mercato comune, il nazionalismo dei più forti nascosto sotto la retorica “solidaristica”, ecc) e discutere di correttivi. Il nemico è alle porte, chi è in grado di combattere si prende il posto di comando e agli “alleati” viene riservato il ruolo di portatori d’acqua, addetti ai rifornimenti, donatori di sangue. Subordinati, insomma…

La divisione dei ruoli è chiara; lo è da decenni. Germania e Francia guidano le danze, qualche alleato meglio messo può dare una mano (l’Olanda e pochi altri), tutto il resto si deve mettere a disposizione.

Il problema è che in una guerra finanziaria – per ora – armi e munizioni sono i patrimoni, mobili o immobili. E queste risorse vanno “centralizzate”. In modo niente affatto ingenuo e niente affatto “paritario”. E siccome lo “stato maggiore” franco-tedesco (hanno persino varato un mini-Parlamento comune, in barba a quello di Strasburgo!) è messo finanziariamente malissimo, la prima mossa è garantirsi la possibilità di “sottrarre” legalmente le risorse altrui. Anzi, basta creare un meccanismo tale per cui ci penserà “il mercato”, con la speculazione, a fare il lavoro di trasferimento da un portafoglio a un altro.

Potremmo gridare allo scandalo per molte ragioni, leggendo il dispositivo del Mes. Per esempio, quella “ristrutturazione del debito pubblico” che è stata addirittura negata, nel dibattito politico e da parte di alcuni “esperti” truffaldini, non solo è presente, ma addirittura in forme inaudite.

Gli Stati che dovessero chiedere aiuto al Mes, infatti, dovrebbero avere “condizioni economiche e finanziarie forti e un debito pubblico sostenibile”. Per un paese come l’Italia o la Spagna (per non dire della povera Grecia, già spolpata senza risanare un tubo…) ciò sarebbe possibile solo con “una ristrutturazione preventiva o la confisca nottetempo dei conti correnti bancari italiani”.

Immaginate di alzarvi una mattina , andare al bancomat per fare la spesa, e leggere che il vostro misero conto è stato svuotato o quasi…

Ma non vorremmo buttarla in “populismo”…

La questione centrale è la guerra finanziaria mondiale. In cui l’Unione Europea sagomata dall’asse franco-tedesco è chiaramente il vaso di coccio, anche per lo stato disastroso in cui si trovano le grandi banche di questi due paesi. E allora un discorso che in astratto potrebbe essere svolto – o frainteso – in termini “nazionalistici” diventa immediatamente, e con assoluta chiarezza, un discorso di classe.

Stiamo infatti parlando degli interessi vitali di banche e industrie che da anni fanno fatica a reggere la competizione globale. Deutsche Bank è uno zombie incurabile, Mercedes ha annunciato un piano di tagli da 1,5 miliardi, sono cominciati i fallimenti bancari (NordLb, in Germania) e i salvataggi con i soldi pubblici (vietato altrove!).

“Non si può andare avanti così”, si sono detti i boss tra Berlino, Francoforte e Parigi; “prendiamoci tutto e proviamo a resistere meglio”.

E’ questo il processo di cannibalizzazione che sta marciando nell’economia europea: sacrificare i “marginali” per salvaguardare – illusione disperata – “l’asse centrale”.

Due parole sulla nostra “classe politica” vanno però dette. Per quasi 30 anni, e sicuramente da Maastricht in poi (1992), i governi italiani hanno sottoscritto trattati asimmetrici, probabilmente senza capirli o addirittura senza leggerli (memorabile la “riforma costituzionale” che ha introdotto il vincolo al pareggio di bilancio nell’art. 81, votata quasi all’unanimità – Lega compresa – e senza discussione parlamentare).

Sul “nuovo Mes” abbiamo avuto una sceneggiatura appena più articolata. Tutti i partiti (o come volete chiamarli) hanno concordato in silenzio sui termini della trattativa in corso per la sua “riforma”. Solo quando la configurazione della maggioranza è mutata la Lega ha cominciato in modo criptico a dire che non andava bene. E Conte ha avuto facile gioco nel perculare Salvini, per molti mesi seduto ai tavoli “a sua insaputa”. Il Pd, da parte sua, ha addirittura messo un funzionario europeo sulla poltrona di via XX settembre, chiarendo fin da subito che trovava quella “riforma” del tutto normale.

Ma una volta aperta la diga, tutti sono stati costretti ad andare a legge cosa c’è effettivamente nel testo del “nuovo Mes”.

Ora possiamo sapere. E se non vogliamo capire, siamo proprio scemi.

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Alcune citazioni  molto significative dell’editoriale di Guido Salerno Aletta:

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C’è una guerra economica e finanziaria in corso, a livello globale, e l’Italia si trova sulla linea di frontiera. La crisi americana del 2008 ha aperto un processo di riequilibrio che è appena cominciato con la Presidenza Trump: non riguarda solo la Cina, ma soprattutto l’Europa.

La riforma del MES si colloca a pieno in questo scenario, nella prospettiva di fronteggiare una prossima crisi e la speculazione che si innescherebbe. Qualcuno rimarrà schiacciato, e non è affatto detto che si tratti dell’Italia sotto il peso del suo debito pubblico. Saranno ancora una volta le crisi bancarie, per via degli impieghi insussistenti, a spezzare le ginocchia dei colossi“.

Sulla questione degli aiuti agli Stati.

E’ evidente che per l’Italia hanno montato una ghigliottina, tutta a favore della speculazione: c’è solo da tirar via il laccio che trattiene la lama. Siamo di fronte ad una serie di ferrei sillogismi, che portano ad una conclusione assolutamente risibile: secondo la riforma, infatti, sono dichiarati ammissibili agli aiuti precauzionali solo i Paesi che non hanno squilibri macroeconomici quali definiti dalla Unione europea e che, di converso, hanno invece un debito pubblico sostenibile. E quest’ultimo è sostenibile solo se si rispettano le regole del Fiscal Compact, che obbligano a ridurre di 1/20 l’anno la quota eccedente il 60% del pil“.

Per gli Stati che non rientrano tra quelli ammissibili agli aiuti precauzionali, in quanto non rispettano alcuni dei criteri previsti, è stato previsto un pertugio: nell’Annesso III, al n.2, ed in appena tre righe di testo, si prevedono le Condizioni avanzate per la concessione di linee di credito: devono comunque avere ‘condizioni economiche e finanziarie forti e un debito pubblico sostenibile’“.

Ma come si ottiene in poco tempo un “debito pubblico sostenibile” secondo i parametri previsti dai trattati?

L’unica via è quella della sua preventiva ristrutturazione, o la confisca nottetempo dei conti correnti bancari italiani per un ammontare equivalente: è questa la taciuta, ignominiosa verità. Non per caso, nel Trattato si modificano le regole per le CAC, le clausole di azione collettiva, al fine di semplificare la procedura di contrattazione finalizzata alla ristrutturazione del debito.

L’Italia dovrebbe portare il rapporto debito/pil al 100%, più o meno al livello della Francia: una botta da 500 miliardi di euro, visto che il debito oggi gira intorno a 2300 miliardi di euro ed il pil sta a 1800 miliardi. Per i risparmiatori italiani, le banche, le assicurazioni, i fondi di investimento e previdenziali sarebbe una catastrofe“.

Tanta durezza “tecnica”  deriva per forza da un diverso punto di vista politico e geostrategico:

L’asse franco-tedesco ci ha mollato, è indubbio: la Lega ed i partiti sovranisti cui si collega sono un pericolo per l’Unione europea, e l’attuale governo di Roma è troppo debole per affrontare le riforme strutturali di cui si parla da anni: tanto dolorose in termini di crescita e di occupazione, quanto inutili ai fini del risanamento del bilancio“.

Ma anche imporre “sacrifici” tanto catastrofici au un paese di 60 milioni di abitanti, comunque ancora terza economia del Vecchio Continente, sarebbe una bomba posta sotto la stessa Unione Europea, che verrebbe a quel punto chiaramente identificata come la causa di tutti i mali, nazionali e continentali. Per questo le “regole” proposte con il Mes e la bozza di unione bancaria avanzata dal ministro delle finanze Olaf Scholz non sono scritte in modo esplicitamente punitivo per i singoli paesi.

“Il lavoro sporco, per abbattere il debito pubblico italiano ed insieme l’intera struttura economica e finanziaria, come è accaduto alla Grecia, lo farebbe la speculazione.

La speculazione sa bene che non è affatto il debito pubblico italiano a far paura, ma il default di alcune grandi banche tedesche. Uno scenario assai poco scandagliato. Ed infatti, leggendo per intero il testo della riforma del MES, risulta chiaro che si tratta di un organismo del tutto nuovo: non è altro che un gigantesco Fondo salva-banche, e non più il modesto salva-Stati ad imitazione del Fmi, varato nel 2011.”

Come si fa a dire una cosa del genere? Perché il dispositivo del Mes – alla cui testa da anni è stato posto il vero regista del varo dell’euro, Klaus Regling –  “è congegnato curiosamente, in modo da consentire la ricapitalizzazione diretta delle banche che ne abbiano bisogno, senza più passare per lo Stato cui appartengono come è successo finora, ad esempio per la Spagna, facendo aumentare a dismisura il suo debito pubblico.”

Fin qui, uno Stato si indebitava con il MES e poi ricapitalizzava le sue banche, sottoponendosi a una serie di condizioni molto stringenti. “Ora non più: la ricapitalizzazione è diretta, con un meccanismo iper semplificato che non prevede le severe condizionalità che si pongono fin d’ora per concedere gli aiuti agli Stati“.

Vi sembra un ragionamento troppo tecnico? E allora vediamo qualse sarebbe la conseguenza pratica:

“Se le banche tedesche dovessero ricevere aiuti, il debito pubblico tedesco non ne risentirebbe.” Bingo! Alle banche – quelle tedesche o francesi – verrebbe concesso in automatico quel che uno Stato dovrebbe “guadagnarsi” affamando la propria popolazione. Ma non è finita.

C’è un’altra innovazione profonda: la creazione di un meccanismo di backstop, una rete di sicurezza da parte del Fondo che viene definito addirittura “prestatore di ultima istanza”, una garanzia di tutela che non richiede né garanzie né collaterali, che non esiste invece per gli Stati europei, e che viene istituito a favore del Meccanismo centralizzato di risoluzione bancaria e del Fondo unico di Risoluzione“.

Ma si è sempre detto che il Mes non può fare il “prestatore di ultima istanza” perché non dispone – come necessario – di “risorse illimitate” (la possibilità di “stampare moneta” nella misura necessaria per tamponare i problemi). Il suo fondo, fin qui, è di soli 2.600 miliardi di euro, appena sufficienti per far fronte a un improbabile default della sola Italia.

Ma il “nuovo Mes” non serve per gli Stati (troppo grandi per essere “protetti” davvero), ma soltanto le banche private… Scrive Salerno Aletta:

Più che condivisione dei rischi sovrani, sempre avversata dalla Germania, siamo arrivati alla condivisione delle perdite bancarie. Altro che bail-in, dunque. Il quadro della riforma del Mes si fa più chiaro, e la speculazione ne prende buona nota.”

Qui, insomma, si nasconde il “segreto” del processo che abbiamo chiamato “cannibalizzazione”, tra “partner” europei.

Mors tua, vita mea […] La Germania, mentre ci impone la riduzione del debito attraverso il default distruttivo, difende a tutti i costi il suo sistema bancario, in gravi difficoltà. E per farlo ha trasformato il MES in un Fondo Europeo Salva-banche. Non per caso, la Germania si è detta finalmente favorevole anche ad un sistema europeo di assicurazione dei depositi: da una parte si preoccupa di salvare le sue banche, e dall’altra i suoi risparmiatori.”

Di fatto, dunque, il sistema-Italia viene usato “non solo come uno scudo umano, alla maniera dei terroristi, ma come detonatore di una crisi globale“. Il 2020 è considerato un anno di “transizione”, nella guerra finanziaria montante. Le elezioni inglesi e poi quelle statunitensi avranno il compito di chiarire se, e in che misura, il capitalismo anglosassone avrà una linea d’azione unitaria oppure no; e in che misura incrementerà lo scontro con la Cina e il mal-incollato vaso europeo.

La strategia dell’”arrocco” franco-tedesco spinge oggettivamente l’Italia e altri paesi verso “l’Anglosfera” (l’inconsistenza della nostra classe dirigente, e l’assenza di visioni per il futuro, non permettono considerare altre e più robuste soluzioni, come lo sviluppo di un’area EuroMediterranea e l’implementazione, per esempio, della Via della Seta). Ma la cosa più terribile è che tutto questo affannarsi per “succhiare risorse” dai partner europei è decisamente inutile. Infatti:

Ad essere ostaggio della speculazione finanziaria non è l’Italia. Nel mirino ci sono le banche tedesche e le loro filiali americane, già da tempo sono sotto l’occhiuta vigilanza della Fed. Farle saltare in aria, prendersi asset, spazi di mercato e depositi, sarebbe un gioco da ragazzi.”

Ed è proprio la strategia messa in piedi da Berlino a ritorcersi contro i suoi “austeri” imbecilli:

Il lungo e travagliato iter di approvazione e di ratifica del nuovo Trattato istitutivo del MES, che non si limita ad emendare il precedente ma lo riscrive di sana pianta, darà alla speculazione tutto il tempo necessario per montare il clima di sfiducia generalizzato in cui è solita operare. Ma probabilmente non sarà neppure necessario agitare il mercato come una clava, senza pietà: si prenderanno tutto per 1 dollaro.

Chi ha sacrificato la Grecia per mera voluttà di potenza, subirà la stessa sorte, perderà tutto. Nemesi placherà l’ira di Giove.”

Lo possiamo dire con un mese di anticipo: Buon Anno!

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/11/25/mes-il-fondo-salva-banche-tedesche-0121142