Mosca si appella all’OPCW. Perché la Germania non rende pubblici i dati su Navalny?

La delegazione diplomatica della Federazione russa presso l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) ha chiesto formalmente alla Germania di fornire tutti i dati relativi al presunto avvelenamento di Alexey Navalny e di renderli pubblici.

Dopo che Berlino si è rifiutata di condividere qualsiasi dato relativo all’affare Navalny, il fascio-liberista additato dall’occidente come oppositore di riferimento al governo di Putin, Mosca ha chiesto che i dati vengano inviati all’OPCW. La Russia ha contattato la Germania attraverso l’organizzazione, secondo quanto riferito a RT dall’inviato permanente dell’organizzazione a controllo delle armi chimiche e batteriologiche, Aleksandr Shulgin.

“Abbiamo inviato una lettera alla rappresentanza permanente della Germania”, ha dichiarato Shulgin a RT.

“Abbiamo chiesto ai tedeschi di fornirci informazioni esaurienti sui risultati di analisi, campioni di sangue, campioni biologici”, ha proseguito. “Ho inoltrato una mia lettera personale al direttore generale dell’OPCW, Fernando Arias, informandolo della nostra nota ai tedeschi e chiedendogli di renderla disponibile per tutti gli stati membri dell’organizzazione delle armi chimiche”, ha detto Shulgin.

Finora Mosca non ha ricevuto alcuna informazione da funzionari tedeschi nonostante le ripetute richieste di varie agenzie governative. L’unico risultato di questa mancanza di comunicazione è l’interruzione dell’indagine interna russa su quanto accaduto a Navalny, ha proseguito Shulgin. Tutto ciò ha ritardato l’indagine preliminare da parte del procuratore generale russo, necessaria per determinare se l’incidente richieda o meno un’indagine criminale a tutti gli effetti.

La saga di Navalny ha avuto luogo il 20 agosto, quando l’oppositore si è ammalato su un aereo in viaggio dalla città siberiana di Tomsk a Mosca. L’aereo ha dovuto fare un atterraggio di emergenza in un’altra città siberiana – Omsk – per poi essere trasportato alla clinica Charité di Berlino due giorni dopo. Navalny è stata dimesso dall’ospedale di Berlino, con i medici tedeschi che ritengono possibile “la piena guarigione” dal presunto avvelenamento. Tuttavia, i medici di Omsk hanno affermato di non aver trovato tracce di sostanze tossiche nei campioni di Navalny.

Intanto la saga Navalny sta complicando le relazioni tra Russia e Unione Europea, oltre che Russia e Usa. Per l’ambasciatore USA a Mosca, John Sullivan: “Purtroppo i canali di comunicazione si stanno restringendo a causa del comportamento della Russia. “Discussioni e negoziati sostanziali diventano difficili, a volte impossibili, quando il governo russo rifiuta di indagare sull’avvelenamento di un proprio cittadino di spicco con un composto al nervino proibito, le nostre elezioni interne negli Stati Uniti sono prese di mira dalle campagne di influenza sponsorizzate dalla Russia, e i cittadini americani sono presi di mira con false accuse penali”. Lo riporta Interfax.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mosca_si_appella_allopcw_perch_la_germania_non_rende_pubblici_i_dati_su_navalny/82_37430/

 

Conferme dagli studiosi. In Italia il coronavirus arrivato dalla Germania dal “focolaio di Monaco”

L’Italia, suo malgrado, si trova ad essere definito il focolaio europeo del nuovo coronavirus. Ma il coronavirus Sars-Cov-2 è entrato in Europa più volte e il primo focolaio potrebbe essere quello isolato in gennaio in Germania, a Monaco. Lo indica la mappa genetica pubblicata sul sito Netxstrain, fondato e diretto dal gruppo guidato da Trevor Bedford, del Fred Hutchinson Cancer Research.

Fino a questo momento si pensava che il virus fosse giunto in Europa tramite il contatto con cittadini di Wuhan in Cina, epicentro dell’epidemia, o per via di cittadini italiani ivi residenti o di passaggio nella località cinese. Questa teoria è stata però smentita. Secondo quanto riferisce il quotidiano britannico The Guardian la prima trasmissione da uomo a uomo del coronavirus di Wuhan in Europa è stata segnalata in Germania, dove un uomo è stato infettato da una collega proveniente dalla Cina. Il primo contagiato europeo è un uomo di 33 anni che non aveva visitato la Cina, ma venuto a contatto con una collega cinese che ha visitato la Germania la scorsa settimana. La donna aveva “iniziato a sentirsi male durante il volo di ritorno a casa il 23 gennaio”, ha dichiarato Andreas Zapf, capo dell’Ufficio di Stato bavarese per Salute e sicurezza alimentare. Il Centro europeo per il controllo delle malattie ha dichiarato in una nota che il caso bavarese non ha modificato la sua valutazione del rischio. Il caso tedesco secondo gli esperti non è sorprendente ma conferma che il virus può essere trasmesso da qualcuno che non presenta alcun sintomo di malattia. “Il caso tedesco è molto preoccupante perché se la donna cinese fosse effettivamente asintomatica al momento della sessione di formazione, confermerebbe le segnalazioni di diffusione prima che i sintomi si sviluppino rendendo meno efficaci le strategie di controllo standard”.

Prendendo a riferimento la mappa genetica pubblicata sul sito Netxstrain – che ricostruisce una sorta di albero genealogico del virus – scrive il quotidiano la Repubblica come “il focolaio tedesco potrebbe avere alimentato silenziosamente la catena di contagi al punto da essere collegato a molti casi in Europa e in Italia”. Analizzando il percorso e le mutazioni genetiche del coronavirus, gli studiosi hanno rilevato che è entrato in Europa più volte. “Dal primo febbraio circa un quarto delle nuove infezioni in Messico, Finlandia, Scozia e Italia, come i primi casi in Brasile, appaiono geneticamente simili al focolaio di Monaco”, rileva Bedford.

Sebbene la sede dell’azienda fosse stata chiusa dopo la comparsa dei primi casi, i ricercatori ritengono che il focolaio di Monaco possa essere collegato a una buona parte dell’epidemia in Europa, compresa l’Italia. “Il messaggio importante – rileva Bedford – è che il fatto che un focolaio sia stato identificato e contenuto non significa che questo caso non abbia continuato ad alimentare una catena di trasmissione che non è stata rilevata finché non è cresciuta al punto da avere dimensioni consistenti”.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-arrivano_conferme_degli_studiosi_in_italia_il_coronavirus_arrivato_dalla_germania_dal_focolaio_di_monaco/82_33438/

Giulietto Chiesa: “Chi ha costruito il muro di Berlino?”

Il Muro di Berlino costituisce la metafora e la sintesi dell’intera Guerra Fredda. E’ uno dei principali fondamenti della sconfitta definitiva del socialismo reale, di fronte alla straordinaria capacità affabulatrice del capitalismo nella sua fase matura. Read More “Giulietto Chiesa: “Chi ha costruito il muro di Berlino?””

Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”

Dott. Vladimiro Giacché, Lei è autore del libro Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa edito da Diarkos: a trent’anni dal crollo del Muro di Berlino, la riunificazione tra le due parti della Germania può dirsi compiuta?

No. Sussistono tuttora marcate differenze sotto il profilo economico e sociale: basti pensare che un lavoratore dell’Est riceve uno stipendio pari a poco più dell’80 per cento di un lavoratore dell’Ovest e che la disoccupazione è tuttora superiore del 50 per cento a quella dell’Ovest, nonostante un’emigrazione che ha interessato milioni di cittadini della ex Germania Est. Molte città e paesi, soprattutto nelle aree rurali, si sono spopolati. Una ricerca dell’istituto di ricerca tedesco Ifo uscita nel luglio scorso ha reso noto che, mentre la parte occidentale della Germania ha oggi più abitanti di quanti ne abbia mai avuti, la parte orientale è tornata ad avere gli abitanti che aveva nel 1905. Queste differenze si riflettono anche in un voto molto differente da quello espresso nei Länder dell’Ovest, e che penalizza in particolare i partiti di governo.

Ancora di recente un sondaggio ha evidenziato che i cittadini dell’Est si sentono cittadini di serie B. È difficile dar loro torto. Ma soprattutto, col passare del tempo, è sempre più difficile addebitare quelle differenze a “quello che c’era prima”. Non soltanto perché dalla caduta del Muro sono ormai passati 30 anni, e perché Kohl aveva promesso “paesaggi fiorenti” all’Est in due-tre anni. Ma per un motivo più sostanziale: perché gran parte del fossato che non si chiude tra Est e Ovest è stato scavato con l’unificazione, per il modo in cui essa è stata realizzata. L’unificazione politica è del 3 ottobre 1990. Essa era stata preceduta, il primo luglio 1990, da un’unione monetaria affrettata e mal congegnata. Affrettata, perché avveniva in assenza di una convergenza economica (per questo motivo gli stessi esperti economici del governo di Bonn l’avevano sconsigliata); all’obiettivo politico di “fare presto”, di giungere quanto prima possibile all’unità politica tra le due Germanie, veniva di fatto sacrificata la possibilità di un’unione economica più equilibrata e meno traumatica per le regioni dell’Est. Ad aggravare le cose, l’unione monetaria è stata anche mal congegnata: infatti essa stabiliva un cambio alla pari tra due monete tra le quali i rapporti di cambio a fine 1989 erano regolati secondo un rapporto di 1 a 4,44 (ossia, 1 marco ovest equivaleva a 4,44 marchi dell’est). Apparentemente, si trattava di un regalo ai consumatori dell’Est. In realtà rappresentò la rovina per le imprese dell’Est, in cui prezzi conobbero automaticamente un aumento del 350 per cento circa. Il risultato fu l’immediato crollo della produzione industriale dell’Est (-35 per cento nel solo mese di luglio 1990), licenziamenti di massa e il fallimento di fatto di gran parte delle imprese della Germania Est. Queste imprese furono poi tutte privatizzate nel giro di pochi anni a prezzi irrisori, o semplicemente liquidate, da un organismo, la Treuhandanstalt, che operò in modo a dir poco discutibile. Queste vicende sono raccontate con qualche dettaglio nel mio libro, e sorprenderanno chi sia abituato ad associare la Germania all’etica degli affari e all’assenza di corruzione e di pratiche commerciali scorrette. Il risultato fu in ogni caso un processo di deindustrializzazione senza precedenti in Europa, le cui conseguenze si continuano a pagare oggi. Anche in termini politici.

Cosa ha significato per la Germania e per l’Europa intera la riunificazione dei due paesi?

L’unificazione tedesca è stata un elemento fondamentale del crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo e quindi del ridisegno dell’assetto geopolitico in Europa rispetto all’ordine postbellico. In un certo senso, è l’evento che chiude simbolicamente il Novecento, e comunque uno spartiacque decisivo al suo interno. La stessa nascita dell’Unione Europea col trattato di Maastricht, come pure il suo allargamento a Est, sarebbero assolutamente inconcepibili senza questo evento. Lo stesso si può dire dell’espansione della Nato a Est nel continente europeo. In un certo senso, è stata la vittoria dell’Europa Occidentale e del suo sistema sociale sul suo antagonista storico, il comunismo sovietico, che si era imposto a Est. Al tempo stesso, paradossalmente, proprio questa vittoria ha alterato profondamente gli equilibri all’interno della stessa Europa Occidentale, trasformandola in qualcosa di molto diverso da quello che era in precedenza.

Quali conseguenze ha prodotto la riunificazione tedesca in Europa?

Per quanto riguarda l’Europa Occidentale, l’unificazione della Germania ha significato in primis una sostanziale alterazione dei rapporti di forza. La Germania si è ritrovata con 16 milioni di abitanti in più ed è diventata il paese europeo con la popolazione di gran lunga più numerosa. Dal punto di vista economico, ha potuto realizzare quello che non era mai riuscito alla sola Germania Ovest: assumere una centralità nel continente e riprendere l’espansione economica verso Est delle proprie imprese e dei propri capitali che si era interrotta nel 1945. In effetti, in pochissimi anni l’export della Germania Est verso gli altri paesi del Patto di Varsavia è stato pressoché interamente sostituito dall’export da parte di aziende dell’Ovest. Ma – cosa ancora più importante – la Germania ha potuto acquisire all’Est non soltanto clienti, ma anche subfornitori per i suoi prodotti. Questa riconfigurazione delle filiere produttive nell’Europa Centro-Orientale attorno alla Germania ha dato senz’altro un contributo significativo ai successi della Germania come paese esportatore, ma ha anche spostato verso Est il baricentro economico e della produzione manifatturiera in Europa. Questo ha tra l’altro accresciuto le difficoltà dell’Italia, da sempre subfornitore privilegiato della Germania. Dal punto di vista geopolitico, l’alterazione dei rapporti di forza in Europa, in particolare rispetto alla Francia, ha indotto quest’ultima a tentare di “ingabbiare” la Germania attraverso la moneta unica europea. Questa operazione ha condotto al trattato di Maastricht, in cui però la Germania ha ottenuto che le regole della banca centrale europea fossero esemplificate su quelle della Bundesbank. Il risultato è stato il contrario di quanto i francesi si ripromettevano dall’operazione: anziché una “Germania europeizzata”, un’“Europa germanizzata”, ossia un’Europa egemonizzata dal modello economico e istituzionale tedesco.

In che modo la storia della riunificazione tedesca parla direttamente al nostro presente?

Credo che purtroppo la riunificazione tedesca parli al nostro presente soprattutto per quanto riguarda la sua parte meno riuscita, ossia l’unione monetaria. In effetti anche l’unione monetaria europea, così come quella tedesca, è stata un’unione mossa da un obiettivo politico (incorporare per così dire la Germania e al tempo stesso accelerare e rendere irreversibile l’integrazione europea); e anche in questo caso è stato compiuto l’errore di osare tale passo in assenza di una sufficiente convergenza delle economie. Il risultato è che la convergenza delle economie non si è prodotta neppure dopo. Si è avuta per un certo periodo l’impressione che essa stesse verificandosi. Ma si trattava di un’illusione. Alcuni paesi periferici effettivamente crescevano, ma indebitandosi nei confronti di altri paesi dell’eurozona, e in particolare di Germania e Francia: questi flussi di capitale in entrata occultarono di fatto gli squilibri che si stavano creando. Poi con la crisi del 2008/2009 tutto il meccanismo è saltato.

Quale ruolo ha svolto la moneta unica europea nella crisi dell’ultimo decennio?

La moneta unica non è stata la causa della crisi europea. Però in sua assenza gli squilibri commerciali tra i paesi membri – una delle cause principali della crisi – sarebbero stati corretti attraverso aggiustamenti del cambio prima di diventare esplosivi. Inoltre, dopo lo scoppio della crisi, l’impossibilità per i paesi membri di effettuare politiche monetarie autonome hanno reso l’uscita dalla crisi più lunga e dolorosa in termini sociali, in particolare per i più deboli tra essi. In effetti c’è uno studio dell’economista De Grauwe che, confrontando le reazioni alla crisi da parte di Spagna e Regno Unito (in entrambi i paesi la crisi fu legata allo scoppio di una bolla immobiliare, quindi si tratta di un confronto sensato), evidenzia come la possibilità di effettuare una politica monetaria autonoma da parte del Regno Unito, che non fa parte della moneta unica, abbia contribuito a una sua uscita più rapida dalla crisi.

La rigidità rappresentata dalla moneta unica costituisce tuttora uno dei principali fattori di vulnerabilità dell’eurozona nel suo complesso. Essa va posta in relazione con l’insufficiente convergenza delle economie dell’eurozona: se le economie vanno a velocità diverse, se alcune sono in espansione mentre altre annaspano intorno alla crescita zero o sono addirittura in recessione, è evidente che il tasso d’interesse stabilito dalla BCE (che ovviamente è unico) non potrà essere adatto alle condizioni dell’economia di tutti i paesi che fanno parte dell’area monetaria.

Quale futuro a Suo avviso per la Germania e l’Unione Europea?

La Germania appare sempre più chiaramente come vittima della sua stessa strategia. È il grande beneficiario della moneta unica. L’ha utilizzata per fare una politica mercantilistica aggressiva, che le ha consentito di espandere in misura notevole le esportazioni nell’eurozona a scapito dei competitori. A questo fine ha tenuto bassi i salari e quindi compresso la domanda interna; non ha fatto sufficienti investimenti. In una parola: ha puntato tutto sulle esportazioni. Ha imposto politiche di austerity ai paesi europei in crisi verso i quali esportava, e al conseguente indebolimento della loro domanda di prodotti tedeschi ha reagito spostando le proprie esportazioni verso altri paesi (Cina e Stati Uniti). Adesso però il primo di questi mercati è interessato da una guerra commerciale con gli Stati Uniti, e questi ultimi stanno cominciando a rispondere al surplus della bilancia commerciale tedesca nei loro confronti con dazi alle importazioni. La Germania così si trova in un vicolo cieco e vede profilarsi ormai chiaramente lo spettro di una recessione. Ci vorrebbe un cambiamento di politiche, ma non è scontato che ci sarà.

Lo stesso, in fondo, vale per l’Unione Europea. I segnali che indicano la necessità di un cambiamento delle politiche sono molteplici: dalla Brexit a un voto europeo che non ha davvero premiato i partiti “tradizionali”, da una crescente ostilità di larghe fette dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni europee all’approssimarsi di una recessione alla quale con gli strumenti di cui l’Unione si è dotata appare impossibile reagire efficacemente. Ma non si avverte una reazione all’altezza dei problemi. Neppure sugli strumenti più sbagliati messi in campo durante la crisi, e in particolare il cosiddetto fiscal compact, si registra alcun ripensamento. È un grave errore. Il maggior problema per l’Unione europea è il fatto che essa non è stata in grado di mantenere la promessa di una maggiore prosperità per i suoi cittadini. Al contrario, in particolare l’eurozona, ha evidenziato una crescita deludente rispetto al resto del mondo. Se non si saprà invertire questa tendenza, non vi sono troppi motivi per essere ottimisti sul futuro dell’Unione.

Vladimiro Giacchéè nato a La Spezia nel 1963. È stato allievo della Scuola Normale di Pisa, dove si è laureato e perfezionato in Filosofia. Da venticinque anni nel settore finanziario, è presidente del Centro Europa Ricerche e consigliere di amministrazione di Banca Profilo. Negli ultimi anni ha pubblicato Titanic Europa (2012; ed. tedesca 2013), Costituzione italiana contro trattati europei(2015), La fabbrica del falso (2016). Ha curato edizioni degli scritti economici di Karl Marx (Il capitalismo e la crisi, 2009) e Lenin (Economia della rivoluzione, 2017).

Dott. Vladimiro Giacché, Lei è autore del libro Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa edito da Diarkos: a trent’anni dal crollo del Muro di Berlino, la riunificazione tra le due parti della Germania può dirsi compiuta?

No. Sussistono tuttora marcate differenze sotto il profilo economico e sociale: basti pensare che un lavoratore dell’Est riceve uno stipendio pari a poco più dell’80 per cento di un lavoratore dell’Ovest e che la disoccupazione è tuttora superiore del 50 per cento a quella dell’Ovest, nonostante un’emigrazione che ha interessato milioni di cittadini della ex Germania Est. Molte città e paesi, soprattutto nelle aree rurali, si sono spopolati. Una ricerca dell’istituto di ricerca tedesco Ifo uscita nel luglio scorso ha reso noto che, mentre la parte occidentale della Germania ha oggi più abitanti di quanti ne abbia mai avuti, la parte orientale è tornata ad avere gli abitanti che aveva nel 1905. Queste differenze si riflettono anche in un voto molto differente da quello espresso nei Länder dell’Ovest, e che penalizza in particolare i partiti di governo.

Ancora di recente un sondaggio ha evidenziato che i cittadini dell’Est si sentono cittadini di serie B. È difficile dar loro torto. Ma soprattutto, col passare del tempo, è sempre più difficile addebitare quelle differenze a “quello che c’era prima”. Non soltanto perché dalla caduta del Muro sono ormai passati 30 anni, e perché Kohl aveva promesso “paesaggi fiorenti” all’Est in due-tre anni. Ma per un motivo più sostanziale: perché gran parte del fossato che non si chiude tra Est e Ovest è stato scavato con l’unificazione, per il modo in cui essa è stata realizzata. L’unificazione politica è del 3 ottobre 1990. Essa era stata preceduta, il primo luglio 1990, da un’unione monetaria affrettata e mal congegnata. Affrettata, perché avveniva in assenza di una convergenza economica (per questo motivo gli stessi esperti economici del governo di Bonn l’avevano sconsigliata); all’obiettivo politico di “fare presto”, di giungere quanto prima possibile all’unità politica tra le due Germanie, veniva di fatto sacrificata la possibilità di un’unione economica più equilibrata e meno traumatica per le regioni dell’Est. Ad aggravare le cose, l’unione monetaria è stata anche mal congegnata: infatti essa stabiliva un cambio alla pari tra due monete tra le quali i rapporti di cambio a fine 1989 erano regolati secondo un rapporto di 1 a 4,44 (ossia, 1 marco ovest equivaleva a 4,44 marchi dell’est). Apparentemente, si trattava di un regalo ai consumatori dell’Est. In realtà rappresentò la rovina per le imprese dell’Est, in cui prezzi conobbero automaticamente un aumento del 350 per cento circa. Il risultato fu l’immediato crollo della produzione industriale dell’Est (-35 per cento nel solo mese di luglio 1990), licenziamenti di massa e il fallimento di fatto di gran parte delle imprese della Germania Est. Queste imprese furono poi tutte privatizzate nel giro di pochi anni a prezzi irrisori, o semplicemente liquidate, da un organismo, la Treuhandanstalt, che operò in modo a dir poco discutibile. Queste vicende sono raccontate con qualche dettaglio nel mio libro, e sorprenderanno chi sia abituato ad associare la Germania all’etica degli affari e all’assenza di corruzione e di pratiche commerciali scorrette. Il risultato fu in ogni caso un processo di deindustrializzazione senza precedenti in Europa, le cui conseguenze si continuano a pagare oggi. Anche in termini politici.

Cosa ha significato per la Germania e per l’Europa intera la riunificazione dei due paesi?

L’unificazione tedesca è stata un elemento fondamentale del crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo e quindi del ridisegno dell’assetto geopolitico in Europa rispetto all’ordine postbellico. In un certo senso, è l’evento che chiude simbolicamente il Novecento, e comunque uno spartiacque decisivo al suo interno. La stessa nascita dell’Unione Europea col trattato di Maastricht, come pure il suo allargamento a Est, sarebbero assolutamente inconcepibili senza questo evento. Lo stesso si può dire dell’espansione della Nato a Est nel continente europeo. In un certo senso, è stata la vittoria dell’Europa Occidentale e del suo sistema sociale sul suo antagonista storico, il comunismo sovietico, che si era imposto a Est. Al tempo stesso, paradossalmente, proprio questa vittoria ha alterato profondamente gli equilibri all’interno della stessa Europa Occidentale, trasformandola in qualcosa di molto diverso da quello che era in precedenza.

Quali conseguenze ha prodotto la riunificazione tedesca in Europa?

Per quanto riguarda l’Europa Occidentale, l’unificazione della Germania ha significato in primis una sostanziale alterazione dei rapporti di forza. La Germania si è ritrovata con 16 milioni di abitanti in più ed è diventata il paese europeo con la popolazione di gran lunga più numerosa. Dal punto di vista economico, ha potuto realizzare quello che non era mai riuscito alla sola Germania Ovest: assumere una centralità nel continente e riprendere l’espansione economica verso Est delle proprie imprese e dei propri capitali che si era interrotta nel 1945. In effetti, in pochissimi anni l’export della Germania Est verso gli altri paesi del Patto di Varsavia è stato pressoché interamente sostituito dall’export da parte di aziende dell’Ovest. Ma – cosa ancora più importante – la Germania ha potuto acquisire all’Est non soltanto clienti, ma anche subfornitori per i suoi prodotti. Questa riconfigurazione delle filiere produttive nell’Europa Centro-Orientale attorno alla Germania ha dato senz’altro un contributo significativo ai successi della Germania come paese esportatore, ma ha anche spostato verso Est il baricentro economico e della produzione manifatturiera in Europa. Questo ha tra l’altro accresciuto le difficoltà dell’Italia, da sempre subfornitore privilegiato della Germania. Dal punto di vista geopolitico, l’alterazione dei rapporti di forza in Europa, in particolare rispetto alla Francia, ha indotto quest’ultima a tentare di “ingabbiare” la Germania attraverso la moneta unica europea. Questa operazione ha condotto al trattato di Maastricht, in cui però la Germania ha ottenuto che le regole della banca centrale europea fossero esemplificate su quelle della Bundesbank. Il risultato è stato il contrario di quanto i francesi si ripromettevano dall’operazione: anziché una “Germania europeizzata”, un’“Europa germanizzata”, ossia un’Europa egemonizzata dal modello economico e istituzionale tedesco.

In che modo la storia della riunificazione tedesca parla direttamente al nostro presente?

Credo che purtroppo la riunificazione tedesca parli al nostro presente soprattutto per quanto riguarda la sua parte meno riuscita, ossia l’unione monetaria. In effetti anche l’unione monetaria europea, così come quella tedesca, è stata un’unione mossa da un obiettivo politico (incorporare per così dire la Germania e al tempo stesso accelerare e rendere irreversibile l’integrazione europea); e anche in questo caso è stato compiuto l’errore di osare tale passo in assenza di una sufficiente convergenza delle economie. Il risultato è che la convergenza delle economie non si è prodotta neppure dopo. Si è avuta per un certo periodo l’impressione che essa stesse verificandosi. Ma si trattava di un’illusione. Alcuni paesi periferici effettivamente crescevano, ma indebitandosi nei confronti di altri paesi dell’eurozona, e in particolare di Germania e Francia: questi flussi di capitale in entrata occultarono di fatto gli squilibri che si stavano creando. Poi con la crisi del 2008/2009 tutto il meccanismo è saltato.

Quale ruolo ha svolto la moneta unica europea nella crisi dell’ultimo decennio?

La moneta unica non è stata la causa della crisi europea. Però in sua assenza gli squilibri commerciali tra i paesi membri – una delle cause principali della crisi – sarebbero stati corretti attraverso aggiustamenti del cambio prima di diventare esplosivi. Inoltre, dopo lo scoppio della crisi, l’impossibilità per i paesi membri di effettuare politiche monetarie autonome hanno reso l’uscita dalla crisi più lunga e dolorosa in termini sociali, in particolare per i più deboli tra essi. In effetti c’è uno studio dell’economista De Grauwe che, confrontando le reazioni alla crisi da parte di Spagna e Regno Unito (in entrambi i paesi la crisi fu legata allo scoppio di una bolla immobiliare, quindi si tratta di un confronto sensato), evidenzia come la possibilità di effettuare una politica monetaria autonoma da parte del Regno Unito, che non fa parte della moneta unica, abbia contribuito a una sua uscita più rapida dalla crisi.

La rigidità rappresentata dalla moneta unica costituisce tuttora uno dei principali fattori di vulnerabilità dell’eurozona nel suo complesso. Essa va posta in relazione con l’insufficiente convergenza delle economie dell’eurozona: se le economie vanno a velocità diverse, se alcune sono in espansione mentre altre annaspano intorno alla crescita zero o sono addirittura in recessione, è evidente che il tasso d’interesse stabilito dalla BCE (che ovviamente è unico) non potrà essere adatto alle condizioni dell’economia di tutti i paesi che fanno parte dell’area monetaria.

Quale futuro a Suo avviso per la Germania e l’Unione Europea?

La Germania appare sempre più chiaramente come vittima della sua stessa strategia. È il grande beneficiario della moneta unica. L’ha utilizzata per fare una politica mercantilistica aggressiva, che le ha consentito di espandere in misura notevole le esportazioni nell’eurozona a scapito dei competitori. A questo fine ha tenuto bassi i salari e quindi compresso la domanda interna; non ha fatto sufficienti investimenti. In una parola: ha puntato tutto sulle esportazioni. Ha imposto politiche di austerity ai paesi europei in crisi verso i quali esportava, e al conseguente indebolimento della loro domanda di prodotti tedeschi ha reagito spostando le proprie esportazioni verso altri paesi (Cina e Stati Uniti). Adesso però il primo di questi mercati è interessato da una guerra commerciale con gli Stati Uniti, e questi ultimi stanno cominciando a rispondere al surplus della bilancia commerciale tedesca nei loro confronti con dazi alle importazioni. La Germania così si trova in un vicolo cieco e vede profilarsi ormai chiaramente lo spettro di una recessione. Ci vorrebbe un cambiamento di politiche, ma non è scontato che ci sarà.

Lo stesso, in fondo, vale per l’Unione Europea. I segnali che indicano la necessità di un cambiamento delle politiche sono molteplici: dalla Brexit a un voto europeo che non ha davvero premiato i partiti “tradizionali”, da una crescente ostilità di larghe fette dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni europee all’approssimarsi di una recessione alla quale con gli strumenti di cui l’Unione si è dotata appare impossibile reagire efficacemente. Ma non si avverte una reazione all’altezza dei problemi. Neppure sugli strumenti più sbagliati messi in campo durante la crisi, e in particolare il cosiddetto fiscal compact, si registra alcun ripensamento. È un grave errore. Il maggior problema per l’Unione europea è il fatto che essa non è stata in grado di mantenere la promessa di una maggiore prosperità per i suoi cittadini. Al contrario, in particolare l’eurozona, ha evidenziato una crescita deludente rispetto al resto del mondo. Se non si saprà invertire questa tendenza, non vi sono troppi motivi per essere ottimisti sul futuro dell’Unione.

Vladimiro Giacchéè nato a La Spezia nel 1963. È stato allievo della Scuola Normale di Pisa, dove si è laureato e perfezionato in Filosofia. Da venticinque anni nel settore finanziario, è presidente del Centro Europa Ricerche e consigliere di amministrazione di Banca Profilo. Negli ultimi anni ha pubblicato Titanic Europa (2012; ed. tedesca 2013), Costituzione italiana contro trattati europei(2015), La fabbrica del falso (2016). Ha curato edizioni degli scritti economici di Karl Marx (Il capitalismo e la crisi, 2009) e Lenin (Economia della rivoluzione, 2017).

 

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